GIOSUE CARDUCCI
PAGINE
DI
STORIA LETTERARIA
SCELTE E ORDINATE
DA
GIUSEPPE LIPPARINI
BOLOGNA
NICOLA ZANICHELLI
EDITORE
L’EDITORE ADEMPIUTI I DOVERI
ESERCITERÀ I DIRITTI SANCITI DALLE LEGGI
Bologna — Tip. Paolo Neri — VIII-1920
AVVERTENZA
Questo volume di pagine carducciane differisce dalle altre prose scelte _del Carducci, anch’esse di nostra edizione, in quanto gli scritti qui raccolti appartengono tutti allo studio della nostra letteratura e ne seguono dall’alto lo svolgimento e la storia. Naturalmente, pur non essendone escluso nessuno dei piú importanti, non tutti gli scritti critici del Maestro sono in questo volume; giacché anzitutto ne avremmo troppo ingrossata la mole e, secondariamente, non avremmo potuto raggiungere quella armonia delle parti che ci sembrava necessaria al carattere particolarissimo del libro._
_Il quale, comunque, sarà prezioso per le persone colte e per i giovani studenti. Quelle potranno agevolmente, e senza dovere far ricerche nei venti volumi delle Opere, trovar qui il miglior succo del pensiero letterario carducciano; questi avranno in queste pagine un prezioso sussidio per lo studio della storia letteraria. Talché noi non sapremmo consigliarne abbastanza vivamente ai signori professori l’adozione._
_Per quanto ad altri sia piaciuto affermare diversamente, è certo che nessuno, dal 1860 in poi, ha veduto cosí chiaramente e cosí precisamente come il Carducci nei fatti e nei fenomeni della nostra letteratura. Dai grandi discorsi sullo svolgimento della letteratura nazionale a quelli sull’opera di Dante, del Petrarca, del Boccaccio; dagli studi sui trovatori a quelli sul Magnifico, sul Poliziano, sull’Ariosto, sul Tasso; dagli scritti polemici e critici sul Tassoni, sul Muratori, sul Monti a quelli sui lirici settecenteschi, sul Metastasio, sul Foscolo, sul Leopardi, sul Manzoni, sul Prati, sul Guerrazzi, sul Panzacchi: tutta la_ storia critica ed estetica _della letteratura italiana si svolge ai nostri occhi con una serietà, con una precisione, con una ricchezza e una finezza di osservazioni e di impressioni veramente meravigliosa. E poi, quale mal critico o storico del nostro tempo ha potuto avere — con bellezza sua e vantaggio straordinario dei lettori — il sussidio di una prosa come quella del Carducci, che pare scolpire le idee e svelare i concetti piú oscuri, che si giova di una cosí toscana dovizia e varietà di lingua, e di uno stil nervoso e robusto che ricorda a tratti quello del Machiavelli?_
_Non abbiamo creduto opportuno di ingombrare il volume di note: salvo, s’intende, quelle che il Carducci stesso appose qua e là ai suoi scritti. Poichè errare è umano e poichè ogni giorno gli studi fanno progressi, vi sono, anche in queste pagine del Carducci alcuni pochi e poco notabili errori. Il lettore, se mai, li rileverà da sé. Non era necessario, per esempio, far sapere che i terrori del Mille sono ritenuti oggi una leggenda, o che Guido Reni non è contemporaneo di Tiziano. Le persone anche mediocremente colte lo sanno, ormai, senza che vi sia necessità di una apposita nota._
_Crediamo fermamente che se il Carducci fosse ancora in vita, si compiacerebbe altamente di questo volume in cui uno dei suoi discepoli migliori ha raccolto e amorosamente curato il fiore delle prose critiche del Maestro. Il tenue prezzo gioverà poi a far conoscere vie piú questi scritti in cui splende una cosí grande luce di bellezza e di Verità._
GLI EDITORI
PAGINE
DI
STORIA LETTERARIA
L’OPERA DI VIRGILIO
[È il discorso Per la inaugurazione d’un monumento a Virgilio in Piétole, tenuto in Piétole il 30 novembre 1884 — Opere, I, 191-202].
I.
Primus ego in patriam mecum, modo vita supersit, Aonio rediens deducam vertice Musas; Primus idumaeas referam tibi, Mantua, palmas; Et viridi in campo templum de marmore ponam Propter aquam, tardis ingens ubi flexibus errat Mincius et tenera praetexit arundine ripas.
Nessuna parola in questo luogo e in questo giorno poteva essere pronunziata innanzi a quella di Virgilio; nessuna, prima dei solenni versi con i quali egli offeriva alla patria la corona sua di poeta, con i quali poneva su i dolci campi nativi l’imaginato tempio della sua gloria.
Dopo adombrate nelle ecloghe le agitazioni e perturbazioni della sua gioventú e del suo popolo tra il tumulto delle guerre civili; su ’l terminare il poema della pacificazione d’Italia, le Georgiche; fermo già il pensiero alla epopea della nazione e dell’Impero d’Italia e di Roma, la Eneide; Publio Virgilio Marone, nel florido vigor della vita, a quarant’anni, dagli ozi felici di Partenope chiedeva con i voti gli auspicii non alle glorie antiche della Grecia, non alla presente fortuna di Roma, sí alla sua Mantova, alla veneta umbra etrusca città «gens illi triplex», verso la quale e carità del luogo natio e le fatidiche memorie del vecchio popolo italiano lo richiamavano. — Io primo — cantava —, cosí la vita mi basti, ritornando dalla vetta aonia condurrò meco in patria le Muse: io primo porterò a te, o Mantova, le palme idumee; e ne’ campi tuoi verdi alzerò un tempio di marmo presso dove il Mincio erra largo in lente curve di avvolgimenti e veste le rive d’una molle cintura di canne. — In mezzo il tempio ei vuol porre la effigie di Cesare: a onore di Cesare cento quadriughi saranno agitati in corso lungo il fiume ocneo e celebrati su la pianura di Bianore i giuochi di Grecia; ai quali indirà le prove e assegnerà i premi egli il poeta, nello splendor della porpora, coronato d’oliva. Nelle porte del tempio saranno effigiate le battaglie di Cesare e le armi di Quirino vittorioso: staranno attorno in marmo di Paro i discendenti di Assaraco e di Giove, gli eroi troiani, e Apollo in mezzo di essi.
Il monumento sórse, ma non in picciolo campo, sí nella estensione dei secoli: il monumento sórse, ben altro che di marmo pario: voi lo sapete, è la Eneide. Ma in cotesta affettuosa fantasia di cittadino è l’imagine vera della poesia virgiliana: dalla tranquilla verdura di questo piano lombardo, su ’l nitido specchio del largo fiume, ella sorge, nel candido splendore del marmo pario, serena, pura, solenne; e intorno a lei si agitano in basso i rumori gloriosi dei popoli e dei condottieri de’ popoli.
Non dunque un monumento a Virgilio: troppo solenne se ne levò uno da sé. Non l’encomio: il nostro eloquio, tutto ancora mortificato dalle bassezze della servitú e già chiazzato dalle macchie della licenza, troppo suona inferiore e discorde a quella perfetta armonia d’arte che è la poesia virgiliana. Io, se il mio proposito, signor Prefetto e signor Sindaco e voi tutti spettabili uomini del Comitato e di Pietole, non paiavi ardito, io mi proverò d’interpretare e dimostrare, come voi, con devozione di posteri e con reverenza d’italiani intitolando dal nome di Virgilio il vostro comune e la effigie di lui, quasi nume presente, collocandovi in mezzo, faceste cosa degna in tutto dell’antica Italia. Io toglierò il poeta dalle scuole degli eruditi, dalle academie dei letterati, dalle aule dei potenti, e lo restituirò a te, o popolo di agricoltori e di lavoratori, o popolo vero d’Italia. Egli è sangue vostro e vostra anima: egli è un antico fratello, un paesano, un agricoltore, un lavoratore italico, che dalle rive del Mincio salì al Campidoglio e dal Campidoglio all’Olimpo.
II.
In questa dolcezza profonda di paesaggio corcato nel verde, egli aveva il podere paterno, tra la collina e la palude giuncosa, oltre la quale tremolava la distesa del Mincio: qui aveva un vigneto, un verziere e grasse terre da pascolo: anche avea nel podere sorgenti vive, e i suoi stagni popolati di cigni, e fresche ombre di alberi: alle quali seduto nella splendida primavera poteva sentire il ronzio delle sue api dalla siepe vicina, e il gemito dei colombi, suo amore, dalla casa tra gli olmi, e mesto nella lontananza il canto del potatore. Temperato e modesto crebbe in abitudini di silenzio e meditazione; e dal consentimento del quieto paesaggio alla placida vita, dalla monotonia della natura con l’anima, aspirò una tristezza serena, che è il fondo, su cui ondeggiano le fantasie, sorridenti tra le lacrime, della sua gioventú, il fondo da cui si leva il pensiero malinconico e alto della sua virilità. — Qui fresche acque, qui teneri prati, o Licori: qui vorrei tutta passare la vita con te. — Ma no — gridò il veterano invadente, rompendo a mezzo con l’aspra voce il sogno del poeta: — via di qua, vecchi coloni. E nelle ecloghe quel Melibeo che migra, quel Titiro che rimane spettatore della rovina del paese, quei compianti di servi e di giornalieri, sono la voce della vecchia Italia; la voce di tutti i lavoratori mal compressa dal gladio dei veterani di Cesare; l’ultima querela delle tribú rase di su ’l suolo della patria dalla accentratrice restaurazione di Silla. La vecchia Italia avea fermato co ’l diritto e con la religione la proprietà del suolo, e con ciò assicurata la produzione, la ricchezza, la libertà. L’aristocrazia romana e la rivoluzione militare strapparono il dio Termine. La Repubblica è finita. «Barbarus has segetes?» diventa nei secoli il grido della misera Italia.
Virgilio ebbe poi dalla prudenza dei nuovi dominatori ristoro ai danni: cangiò le nebbie mantovane e il piccolo podere agli splendori di Pausilipo e Baia e al predio di Nola. Ma da quella iniqua mutazione delle paterne fortune, da quella violenta perturbazione dei sogni suoi giovanili, l’animo buono di lui, osservante del diritto e amante della quiete, fu impresso per modo che ne contrasse un abito di naturale malinconia; ma, anche pervenuto alla matura potenza dell’arte sua, egli dipingerà pur sempre con la memore fantasia i grandi riposati paesaggi della pianura natia sotto un velo di caligine candida che non è ombra.
III.
E pure quest’anima sí presto offesa dal dissidio della vita si direbbe che per la stessa ferita assorbisse la gran freschezza della speranza, anzi della fede, in una felicità promessa al genere umano, in una età d’oro che esso, quando che sia, pur deva percorrere su questo pianeta. Onde il poeta, o persuaso delle tradizioni etrusche del millenario, o inspirato da un’eco di sentimenti messianici che venia dall’oriente, tra il tumulto ancora delle armi civili esclamava,
Aspice venturo laetentur ut omnia saeclo.
E il primo passo verso quella letizia avvenire gli parve dover essere la pacificazione dell’Italia nella ristorazione dell’agricoltura: indi il poema sí civile delle Georgiche.
I vincitori, partita che ebbero l’Italia tra i veterani, si accorsero aver fatto il deserto: e Mecenate poté ben consigliare al colono di Mantova, volesse con la poesia risvegliar l’amore dell’agricoltura, forza già di Roma e d’Italia, nei popoli dalle guerre venturose disaffezionati alle campagne omai guaste, volesse conciliare i veterani, nuovi possidenti, ai vecchi coloni nell’amor del lavoro. Ma l’inspirazione del poema è piú lontana, piú alto il pensiero. È il pensiero dei repubblicani di parte plebea. I Gracchi volevano con la legge agraria richiamare il popolo dagli ozi turbolenti del fòro alla operosità buona dei campi, volevano con le rusticane virtú premunirlo dal guasto delle mollezze orientali, volevano in fine rendere italiana Roma per salvar la repubblica. Virgilio volle lo stesso per rialzar l’Italia e conciliarla a Roma che andava impersonandosi nell’impero. Il vecchiarello Coricio, lavoratore contento di un picciol pezzo di terra, è la condanna dei latifondi che perderon l’Italia. E se nel motivo politico il poeta di Cesare accompagnasi ai Gracchi, nell’idea morale ed umana che si fa dell’agricoltura di quanto non avanza l’aristocratico agricoltore Catone! «Divini gloria ruris» è un sentimento ignoto ai signori dei grandi predii, è un’espressione nuova nell’antica poesia. Per Catone la terra era l’instrumento del guadagno: per Virgilio è la madre pia degli uomini eguali:
Fundit humo facilem victum iustissima tellus.
E il lavoro dei campi è santificato dalla religione della patria, come opera sociale.
Mirabile poesia! e piú quando, in sí grande altezza d’intendimenti e perfezione di forme l’ingenua bontà del paesano prorompe nella tenerezza onde il poeta canta le bellezze e i patimenti dei bruti. Nella descrizione della epizoozia, su quei vitelli che muoiono a torme per le praterie liete
Et dulces animas plena ad praesepia reddunt,
in quell’aratore che se ne va triste a capo chino
Moerentem abiungens fraterna morte iuvencum,
scorrono le lacrime del gran poeta campestre. Egli è il pastore delle sue ecloghe che si reca in braccio per la dura via dell’esiglio la capretta fresca di parto, come Giuseppe Garibaldi riportava, scaldandoselo al seno, alla gloriosa capanna di Caprera l’agnellino smarrito. Oh bontà semplice, ornamento e compimento supremo della grandezza!
IV.
Dai campi al Capitolio, dall’Italia all’Impero.
Il vóto del mondo romano all’uscire delle guerre civili, la pace nella grandezza, prese forma epica nel piú bel poema letterario delle genti latine. Quando la forza ha spezzato le tavole della legge e infuria la licenza delle spade, alla salute della patria i piú son costretti invocare o accettare un «messo di Dio» o un «uomo provvidenziale», ciò è, non un dittatore, un dèspota. Cosí, mentre Ottaviano diviene Augusto, Virgilio rivede in lui con la fantasia dell’amore il bel giovine che gli aveva restituito il suo campicello, e prega agli dèi:
Hunc saltem everso iuvenem succurrere saeclo
Ne prohibete.
Il poeta di Augusto ingloria la monarchia nella consecrazione della volontà degli dèi; ma il poeta d’Italia canta il reame degli antichi tempi civilmente innovato dal consenso dei popoli, e alle leggende dinastiche intrecciando le tradizioni e le storie italiche e romane concilia, nel supremo periodo della civiltà antica, la repubblica all’impero, la madre Italia a Roma sovrana del mondo. Nel che rifulge un’altra virtú, meravigliosa in questo spirito solitario e campestre, l’intelletto politico, che d’ora innanzi contrassegnerà la poesia latina dalla greca: egli intende e rende l’incremento e la constituzione della patria romana e il genio della gente togata con una piena e piú che storica intuizione, avanzando da poeta, e da gran poeta, il Machiavelli e il Montesquieu.
E, ciò che i moderni non sanno oramai piú fare, egli anima di poesia fantastica e appassionata la storia; la storia e l’antichità. Niun epico e forse nessuno storico antico fu piú archeologo di Virgilio: nella poesia di lui risorgono su i monti, su i colli, dai fiumi gli antichi dèi della patria; risorgono su le ruine delle città disparite i popoli spenti a cantare le origini divine e gl’instituti civili e i culti dei padri e la forza delle armi: Arcadi, Etruschi, Latini, Sabelli, si mescolano nel miluogo piú glorioso del mondo, su’ colli e ne’ campi ove poi crebbe Roma. Con tutto ciò egli è il grande epico patriota: alla morte di Eurialo e Niso, dimentico i due giovini eroi essere creature del suo nobile spirito, il poeta irrompe nella epopea con foga di cittadino; e glorificando il sacrifizio e dal sacrifizio degli individui affermando la eternità delle instituzioni, esclama — Fortunati ambedue! se alcun valore hanno i miei carmi, niun giorno rapirà voi dalle memorie dei tempi, fino a che la discendenza di Enea abiterà la incrollabile rupe del Campidoglio e il padre della patria romana terrà l’impero. —
In tanta gloria, interprete al mondo dei destini dell’impero, Virgilio fu sempre qual era stato giovine agricoltore su le rive del Mincio: avea serbato della prima vita e della abitudine dei campi il colorito bruno e abbronzato e una cert’aria al primo incontro disadatta e impacciata. E pure una delle rare volte che dal segreto recesso di Campania o di Sicilia venne a Roma, entrando in un teatro, co’ suoi capelli lunghi di campagnolo, col suo rossore di vergine, tutto il popolo levato in piedi salutò con lunghe acclamazioni il poeta. Inconscio il popolo romano rendeva giustizia a un superstite di quelle gentili razze agricole italiane che la tirannide del senato e la rivoluzione militare avevano consumate e distrutte, quando a punto questo vindice paesano raccoglieva nell’anima sua di poeta Roma, l’impero, il mondo.
Imperocché la poesia di Virgilio andò a grado a grado acquistando d’ampiezza: di nazionale divenne, come l’impero, universale; trascese i limiti dell’impero. Già le donne del poema sono d’un altro mondo: Lavinia, la vergine; Andromaca, la madre; Didone, l’amante; Camilla, la venturosa e pudica battagliera; non hanno sorelle nella poesia antica, se non forse di Sofocle. Il pensiero del poeta ascende sempre piú alto e malinconico nella visione del bene: la sua parola sonante dagl’intimi recessi dell’anima ha un tócco profondo su le anime; ha un tenero senso di pietà per tutti i dolori, per tutte le sventure, per tutte le miserie; «mentem mortalia tangunt»: egli, il poeta romano, ha fino l’orror della guerra, «scelerata insania belli». Un senso superiore della vita, una conscienza purissima del buono e del bello, una umanità delicata e commossa, anima quella divina poesia, che pare affretti nella realtà i sogni giovanili cantati in riva di Mincio:
Magnus ab integro saeclorum nascitur ordo.
E pure all’impero del mondo si seguirono, biechi e sanguinosi, Tiberio e Caligola. Ma anche nacque Gesú Cristo. Da allora i secoli ammirano il poeta mantovano, a guisa del suo Cycno, abbandonar la terra e seguir le stelle col canto:
Linquentem terras et sidera voce sequentem.
Mediatore tra due mondi, egli passa, quale Hermete tra le ombre d’inferno, rompendo le tenebre del medio evo con l’aurea verga del suo carme: passa, e Dante, non a pena lo scorge su ’l limite della selva selvaggia, gli tende le braccia e si prostra; ed egli terge in Dante l’Italia e l’Europa dalla fuligine della barbarie, e manda il suo spirito, per le genti diverse, a Camoens, a Racine, a Schiller.
Tale è nella storia del pensiero umano il vostro conterraneo, o Mantovani di Pietole.
V.
Ma oggi il poeta, a cui le paurose anime del medio evo chiedevano le sorti dell’avvenire, non avrà oggi una sorte, un consiglio o un ammonimento da dare all’Italia?
Or son parecchi anni io percorreva in un vespro di giugno questa pianura mantovana. Lussureggiava la mèsse nell’allegrezza della estate; tra la verdura ondeggiante come un mare, per le strade polverose, affollate dei tornanti da’ mercati, risonavano i rumori della vita è del lavoro; biancheggiavano le casette giulive tra i grandi e diritti alberi; e il tramonto involgeva tutto d’un rosso vaporoso tepore. Giunsi a Castel d’Ario; e in iscuole ariose e pulite vidi facce serene di fanciulli e fanciulline fiorenti, e udii da quelle bocche salir canti di gioia ammonenti a virtú. Le madri sorridevano su gli usci, gli uomini slegavano i bovi dai carri, e i giovenchi mugolavano da le stalle. Una ròcca del medio evo, di cui l’ellera corroditrice velava i crepacci, arrossita dai fuochi del tramonto parea vergognarsi della sua inutile e crudel leggiadria in mezzo a’ trionfi della pacifica industria e del lavoro umano. Tra quei canti di fanciulli, tra que’ muggiti di giovenchi, in quelli aspetti di bellezza, di forza, di tranquillità, io sentii nel mio cuore lo spirito di Virgilio. E diceva: — O italiani, sollevate e liberate l’agricoltura, pacificate le campagne! Cacciate la fame dai solchi, la pellagra dai corpi, la torva ignoranza dagli animi. Pacificate le campagne e i lavoratori. E l’aquila romana rimetterà anche una volta le penne, e guiderà su i monti e su i mari il nostro diritto e le vittoriose armi d’Italia. «Victorisque arma Quirini». —
IL DIRITTO DI ROMA
[Dal discorso Lo Studio di Bologna, «tenuto nell’Archiginnasio di Bologna il dí XII Giugno MDCCCLXXXVIII alla presenza di Umberto I, re d’Italia» — Opere, I, 4-14].
I nostri maggiori del secolo decimoprimo, quando l’Europa accennava a pena d’uscire da un’età di ferro, furono degni di ritrovare nella conciliazione del sangue antico e del nuovo la vigoria italica ed il senso romano. La romanità per vero non era venuta mai meno: ultimo splendore dell’occaso italico, il diritto sembra ritardare, resistendo in faccia ai goti, l’oscurità barbarica, sembra interromperla balenando nella legislazione de’ longobardi. In Roma avea durato la scuola imperiale di arti e di giurisprudenza: nell’Italia greca la scuola ravennate serbava i libri di Giustiniano e raccettava la coltura giuridica d’oriente: nell’Italia longobarda la scuola regia di Pavia dal gius romano moveva a ordinare il germanico. E quando la romanità, come dittatura civile su le nazioni cristiane, fu consecrata dalla Chiesa con la ristorazione dell’impero nella gente conquistatrice, la legge romana parve risorgere nella venerazione dei popoli come a tutti generale. Nei primi anni di quel secolo che al finire vide composta la scuola di Bologna il terzo Ottone imperatore consegnando al giudice suo in Roma il codice di Giustiniano diceva: Giudica secondo questo Roma, la Leonina ed il mondo.
Nella contesa tra il sacerdozio e l’impero, nella discordia tra le due supremazie per le quali si rifranse su ’l mondo barbaro la potestà romana, è ancora di quella un’idea e uno splendore. E la vittoria del pontefice italiano, inerme, prigioniero, morente, par vittoria dello spirito su la materia, della volontà su la forza, e a momenti la voce di lui risonante nella favella del dominio antico dai sette colli sembra rinnovare il tuono del romano editto sopra i re della terra; e quella dell’imperatore germanico, risorgente pur sempre da’ suoi tragici abbattimenti, pare ed è costanza romana a difendere e guardare la constituzione dello stato dalla ingerenza sacerdotale: là il cristianesimo che fatto romano aspira al dominio politico, qua la romanità che resiste con arme germanica. Nel contrasto tra le due potenze, ch’erano anche due idee, risorse il popolo italiano, e tenne dall’una e dall’altra; dalla chiesa la popolarità e la rivoluzione, dall’impero l’autorità e la tradizione. E l’impero trovò i sostenitori delle sue ragioni non nella scuola di Roma, venuta meno sotto la teocrazia, e né anche in quella di Pavia, ma in Ravenna. La scuola ravennate, pur diffondendo la coltura giuridica per il paese lombardo a Pavia, seguitava a fiorire di piú vigore ne’ suoi dintorni romani. E in Ravenna Pietro Crasso difendeva le ragioni dell’imperatore Enrico quarto, sollevando il jus alla ragione politica e discutendo le origini e i titoli del potere supremo. Ciò che nel despotismo del vecchio impero non fu udito mai, in quella prima libertà italica avvenne. Era l’anno 1080: in quel torno i libri della legge passavano, secondo il detto di Odofredo, da Ravenna trasportati a Bologna.
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Dopo, che la forza del popolo italiano, cresciuto dal consorzio dei cittadini romani con gli arimanni germanici nelle corporazioni, ebbe attratto al comune la nobiltà feudale dei contadi, le città romane recaronsi alle mani la giurisdizione per mezzo di magistrati liberamente eletti. Come e in che anni ai conti ed ai vescovi successero i consoli, non si sa: come e in che anno proprio cominciò in Bologna l’insegnamento popolare del diritto romano, non si sa. Questi due avvenimenti, rispondentisi nel tempo e nelle ragioni, non furono per opera o volontà determinata di questi o quelli uomini, né dietro un fatto piú tosto che un altro: furono il portato complesso a poco a poco evidente di un continuo svolgimento, onde il popolo italiano procedé al rinnovamento politico e sociale di se stesso, riprendendo e liberamente esercitando nella terra de’ padri suoi il diritto di tutta la manifestazione dell’operosità sua civile.
Distrutto lo Studio in Roma, i libri legali furono trasportati a Ravenna, e da Ravenna a questa città di Bologna —; tale nelle parole di Odofredo è la leggenda insieme e la storia. Chi li trasportò? Il vento della libertà, lo spirito della vita, che nella superiore e mezzana Italia, area alla formazione della patria nuova, commoveva, agitava, sospingeva cosí dalle vecchie sedi come dalle antiche tradizioni a nuova azione, a spazi e termini piú ampi e lontani, ad altri accendentisi focolari d’idee la rinnovata gente italica. Nel «dolce piano Che da Vercelli a Marcabò dichina», come nel tempo che fu avanti la storia antica ondeggiava immensa una distesa di acque, cosí al secolo decimo primo, nel tempo che fu avanti la storia moderna, mareggiava dai diversi elementi della storia d’Italia un tumulto di vita, che movendo dalle Alpi rifrangevasi nell’Apennino: d’oltre Apennino e lungo il dorso al fremito della giovinezza di Lombardia rispondevano la vecchia Toscana, l’Umbria e il Piceno. Bologna, nel mezzo, a piè del monte, di faccia al regno lombardo, di costa all’Esarcato e alla Pentapoli, accolse i diversi spiriti che confluivano a una nuova animazione; e quindi da Ravenna, vedovata d’impero, su di mano in mano per le città di Romagna, che di Roma serbava col nome le costumanze e le leggi, ebbe la eredità imperiale; e quindi da Pavia, vedovata di regno, via via per le città d’Emilia, gli ultimi frutti della trasformazione longobarda. Bologna, dai primi italici che discesero l’Apennino posta come scólta alla vedetta d’una nuova Italia nella valle del Po, pervenne allora a compiere l’officio suo. E già la musica risonante con fresche note dal chiostro della Pomposa pareva salutare il risorgimento del popolo italiano; e le torri salienti negli antichi fòri delle città romane annunziavano calati al comune i signori feudali; e le nuove chiese levavansi con mista architettura come a benedire l’unione dei cittadini novelli; e Bologna, la città umbra, etrusca, celtica, romana, e da tre secoli longobarda, apriva le braccia ed il petto ad accogliere ed amicare i germi rifiorenti da tanta vita, a mostrare le forme civili alla nuova società nelle norme superstiti dell’antico diritto.
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La scuola giuridica bolognese procedé per isvolgimento da instituzione anteriore, fecondata, per cosí dire, dai pòllini della fioritura ravennate. Esisteva da tempo in Bologna, e non senza onore, una scuola di studi liberali; tra questi ammesso, secondo l’usanza italiana, il diritto. Vi lesse leggi un Pepo, ricordato tra il 1076 e il 1078 come dottore e avvocatore in presenza della contessa Matilde. V’insegnava arti, cioè grammatica e dialettica, Irnerio. Poi, quando furono trasportati a Bologna i libri legali di Ravenna, cioè, quando, oscurata la scuola ravennate (forse nel contrasto di Gregorio settimo con l’arcivescovo Guiberto antipapa?), la tradizione e il metodo passò a Bologna, Irnerio cominciò prima a studiare indi a insegnare su quei libri o vero con quel metodo; fin che rinnovò, come portan le croniche, i libri delle leggi e divenne esso lucerna del diritto. Rinnovò le leggi, dicon le croniche, per istanza di Matilde; e in presenza di Matilde apparisce la prima volta nell’anno 1113 il nome di Irnerio da Bologna causidico. Il passaggio della tradizione giuridica da Ravenna a Bologna fu egli forse nel movimento di rivoluzione e di resistenza all’impero? A ogni modo, súbito pacati o conversi i tempi, la tradizione e il suo continuatore bolognese tornarono al fonte dell’autorità, all’impero; e in pieno lume della sua gloria Irnerio giudice assiste nel 1116 all’atto col quale Enrico quinto accoglieva sotto sua protezione i cittadini di Bologna e concedeva privilegi amplissimi alla città, nel 1118 segue a Roma l’imperatore, per consigliare il popolo a eleggere un papa cesareo.
Tali i principii dello Studio bolognese. — Pepo cominciò a leggere per autorità sua: Irnerio cominciò a studiare per sé, e studiando cominciò a insegnare. — Cosí la voce della glossa: né v’è documento o argomento che cosí non fosse, anzi tutto induce a credere che cosí fu. Apparì un maestro, un altro maestro, e intorno ad essi la scuola; per forza civile delle cose, per un proprio svolgimento della tradizione e degli insegnamenti, in una temperie politica di sensi e bisogni nuovi. Surse e crebbe privata; ma presto cosí autorevole, che il suo maestro era come a lato dell’imperatore; ma presto cosí famosa, che nel 1118, vivente ancora il maestro, la poesia cantava la dotta Bologna pure in guerra menar seco le sue leggi, ahi nelle prime guerre tra città e città italiane, confederata contro Como a Milano; ma presto cosí frequente di alunni, che a favore di essi, peregrinanti per amore del diritto, l’imperatore Federico primo emanava la constituzione di Roncaglia del 1158. E a Roncaglia i dottori bolognesi stettero, come il loro maestro, per la consuetudine antica e per l’impero. Ma pochi anni prima in un monastero di Bologna Graziano avea compilato il Decreto; e l’anno appresso ascendeva pontefice Alessandro terzo, che pur nelle scuole di Bologna aveva insegnato filosofia. Cosí, quando nel 1158 Federico già affermava nella scuola bolognese la constituzione dell’università, in Bologna s’incontravano e s’avviavano le due correnti della scienza e della vita italiana: la illustrazione del diritto civile con Irnerio, l’ordinamento del diritto canonico con Graziano; l’autorità conservativa dell’impero, gli spiriti di libertà della lega lombarda.
La scuola di Bologna si compose per movimento proprio, crebbe e grandeggiò privata: e pure nella storia successiva dello Studio e un continuo intendimento a riannetter questo con la tradizione dell’impero, a considerarlo creato dall’autorità dell’impero. Il che e fu secondo i concetti del tempo e risponde a una verità ideale. Nella conscienza del medio evo lo studio del diritto va congiunto al concetto della maestà imperiale e la scuola seguita le sorti dell’impero, perché solo l’imperatore può fondare le scuole. Onde la leggenda che faceva risalire lo studio bolognese a Teodosio secondo, il disciplinatore dell’insegnamento pubblico e privato del diritto. Vero è, ad ogni modo, che l’officio, il metodo, i confini ideali della scuola bolognese ne’ suoi primordi appaiono quelli stessi che furono segnati e assegnati dalla constituzione onde Giustiniano emanò i digesti e da quella onde ordinò gli studi del diritto; e che procedé da quell’ordine la tripartizione, cosí finalmente fatta chiara, del testo nell’insegnamento bolognese. La scuola imperiale di diritto doveva essere, per la tradizione e per Teodosio e Giustiniano, in Roma; fu poi di fatto in Ravenna; da Ravenna, per evoluzione e rivoluzione, passò a Bologna. E in Bologna lo Studio dalle recenti origini popolari sollevasi alla maestà dell’impero; sia che ciò faccia o che ciò trovi la constituzione di Roncaglia, inspirata a Federico dai quattro dottori, e che rinnova la giustinianea circa i privilegi dei professori e degli scolari. Cosí lo spirito del popolo italiano, novatore a un tempo e conservativo, ogni nuovo acquisto di libertà, ogni avanzamento di civiltà, impronta col suggello della storia e della tradizione. Certamente dalla tradizione romana la scuola di Bologna ebbe la forza al nobilissimo officio che esercitò, ebbe l’indole, come direbbesi oggi, d’internazionalità, che nel medio evo era tuttavia romanità.
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Il privilegio di Roncaglia determina la Università dei giuristi, cioè la corporazione degli scolari di diritto, di soli i quali consisteva in principio lo Studio di Bologna. Ella crebbe con la libertà italiana, aristocratica fino alla pace di Costanza, democratica poi; e si direbbe che il constituirsi di essa séguita da presso il constituirsi del reggimento popolare: ogni passo che il popolo fa, e uno ne fa la scuola. Tra la pace di Costanza e la signoria dei Pepoli è il massimo svolgimento della libertà in Bologna, è la maggiore espansione e comprensione europea dello Studio.
La università in Parigi, teologica, fu dei maestri; in Bologna, giuridica, degli scolari. Veramente le università; però che gli scolari ben presto si divisero in due università o corporazioni, degli italiani e degli stranieri, citramontana ed ultramontana, distribuite per nazioni. Le nazioni eleggevano i consiglieri, uno o due per ciascuna, a mesi. Dal vóto dei consiglieri uscivano a volta di nazioni due rettori, uno per università, ad anno. I rettori, nell’esercizio delle lor funzioni, passavano innanzi a vescovi ed arcivescovi, non che ai cardinali scolari. Co ’l senato dei consiglieri nominavano i professori, determinavano i ruoli delle letture, esercitavano la giurisdizione su gli scolari e gli officiali inferiori dello Studio, trattavano coi rettori del comune, regolavano le relazioni delle università, specialmente per la compra e vendita e l’imprestito dei codici; amministravano, con due massari conservatori, le entrate; erano, all’uscir di seggio, giudicati da quattro sindaci. Tale nelle somme linee la constituzione delle Università nello Studio di Bologna; al cui esempio si formarono gli altri d’Italia e di Spagna, e anche di Francia i giuridici.
Era constituzione democratica. Il fervore di libertà che scaldava la città italiana aveva, pare, invaso anche gli ultramontani. Quei franchi, quegli alemanni, quei boemi e poloni, venuti dai lor castelli feudali, dalle abazie e dai capitoli signorili, imparavano soggettarsi agli ordini civili, sentivano i vantaggi del vivere in comune, volevano l’eguaglianza. Dopo strani viaggi, per il mare, dalle Alpi, gli studiosi di tutta Europa, qui convenendo, nelle nazioni ond’erano constituite le università ritrovavan le patrie, nella università avevan lo stato, nell’uso comune della lingua latina aspiravano quella unità superiore, quella fratellanza civile dei popoli al bene, cui Roma avviò con la legge, che l’evangelio bandí per lo spirito, che la civiltà odierna vuole con la ragione. O Italia, o patria; nei crucci del servaggio piacque ripensarti in atto di liberare dai sette colli il volo delle aquile vittoriose su tutte le genti; ma forse che tu fosti piú umanamente bella qui in Bologna, quando a quelle stesse genti che ti avevano oppressa tu rilevata aprivi con la lingua dell’antico imperio le fonti della civiltà nuova e liberandole dal giogo della barbarie persuadevi loro la gloria di rifarsi romane.
JAUFRÉ RUDEL
[Opere, X, 245-246; 252-271].
Gianfré Rudel ch’usò la vela e ’l remo
A cercar la sua morte:
è tra i molti bellissimi del Petrarca un verso meraviglioso, e con la pura visione dell’imagine allontanatesi in un molle ondeggiamento di tenui suoni sveglia nei sentimenti come un desiderio di fantasie melanconicamente favoleggiate. Al qual desiderio nei lettori e nelle lettrici del secolo decimosesto soddisfacevano i commentatori ancora eleganti, narrando: come Rudel fu signore di Blaia, e per fama innamorato della contessa di Tripoli compose per lei molte canzoni, e in fine sospinto dal gran desio di vederla misesi in mare sotto abito di pellegrino: come nel passaggio infermò, e quei della nave, condottolo a Tripoli per morto, fecero sapere il caso alla contessa: la quale venuta e avendolo caramente preso nelle sue braccia, non a pena egli intese quella essere la contessa riacquistò il vedere insieme e lo spirito, e la ringraziò che gli avesse recuperato la vita; ma in breve spazio da poi pur nelle braccia della donna morí.
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.... Non che il morire, e anche il desiderio di morire, tra le braccia della donna amata, non sia per sé bello; ma non come fine a una vita stagnante, sí veramente quasi corona a una vita agitata in nobili contrasti e rapita dietro alte e leggiadre idealità.
Se Giacomo Leopardi nel Consalvo — come io da un pezzo sospetto, e son contento sia anche l’opinione di recente pubblicata d’un valente scrittore critico, il signor Francesco Torraca —, se il Leopardi nel Consalvo ripensò la morte di Giaufré Rudel come ce ne fu conservato il racconto per tradizione scritta, egli di quel racconto non mirò che alla fine, non ebbe la mente agli antecedenti, che insieme con la fine fanno un tutto del tutto differente al concetto del Leopardi e alla condizione e disposizione affettiva del suo Consalvo. Ecco la notizia piú antica dell’avventura di Rudello.
Giaufré Rudel fu molto gentile uomo e principe di Blaia. Innamorossi della contessa di Tripoli senza vederla, per lo gran bene e la gran cortesia ch’egli sentí dire di lei ai pellegrini che tornavano d’Antiochia. E per volontà di vederla si crociò, e misesi in mare per andare a vederla. E allora nella nave lo prese una grande malattia, sí che quelli che erano con lui si pensarono ch’ei sarebbe morto nella nave; ma tanto fecero ch’e’ lo condussero a Tripoli in un albergo per morto. E fu fatto assapere alla contessa; ed ella venne a lui al suo letto, e preselo entro le sue braccia. E quando egli seppe ch’era la contessa, sí ricovrò il vedere l’udire e lo spirare; e lodò Iddio e il ringraziò che gli aveva la vita sostenuta tanto ch’e’ l’avesse vista. E in questo morí tra le braccia della contessa. Ed ella lo fece onoratamente seppellire nella magione del Tempio di Tripoli; e poi in quel medesimo dí ella si rese monaca pe ’l dolore ch’ebbe di lui e della sua morte.
In questo racconto a pena delineato di semplicissima prosa, che ho tradotto dal provenzale antico, è poesia che avanza di valore intimo il Consalvo e molte altre rime consuntive del romanticismo. E la poesia è, come notò già Federico Diez, non nel pellegrinaggio del trovadore, non nella dolorosa voluttà dell’ultimo respiro, non nella mesta risoluzione della contessa a prendere il velo, ma nel fantastico surgere d’un amore cosí seriamente intenzionato. L’amore per simpatie fisiche, discendente dalle lotte per la elezione sessuale, cede luogo all’amore per elezione d’affinità. La piú bella di persona e di costume è al piú valente di forze e d’idee: si amano, o, come diceva con bellissima metafora il linguaggio della cavalleria, s’intendono pur lontani e senza vedersi:
Se non come per fama uom s’innamora.
Cosí — certe età si rassomigliano — l’eroismo greco favoleggiò che Elena non fu mai in Troia alle mani del morbido adultero, ma si fu rapita in Egitto da Hermes; e stando ella in Egitto ed Achille in Troia, per sola udita s’innamorarono, e dalle Parche fu loro concessa congiunzione immortale. Congiunzione immortale all’eroe negli elisii; ma qui in terra il poeta, non a pena ei si sveglia dal sogno in una verità per un momento piú bella del sogno, non a pena il travaglioso peregrinar della sua idea dietro la visione del bello fu premiato dalla realità del bello co ’l suggel dell’amore, allora il poeta in quella perfezione dell’essere muore; salvo cosí, poi che amare non si può sempre, anzi l’amor vero è fugace e il forte amore infelice, salvo cosí dal crudel bacio dell’addio: egli è sepolto dalla sua donna con desiderio e memoria, anzi che debba egli in un amarissimo giorno seppellire nel cuor suo vivo l’amore, l’amore anche vivo ma che non dee vivere piú.
Tale nel racconto dell’avventura di Giaufré Rudel è il mito gentile e dolente dell’amore ideale diveniente reale.
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Ho detto che nel racconto è il mito. Sento una sorridente opposizione: Non forse è egli un mito tutto il racconto?
Vediamo.
La breve notizia dell’amore e della morte di Giaufré Rudel, che lessi pur ora, fu scritta nella metà prima del secolo decimoterzo; e per tutto quel secolo la memoria di lui e dell’avventura sua rimase viva nella società cavalleresca della Gallia meridionale. Delle poesie piú accette in quella società erano i cosí detti giuochi partiti, composti alternamente di stanza a stanza da due trovadori. Il primo sfidando proponeva una questione di due casi o dubbi d’amore, invitando lo sfidato a dichiararsi per l’uno o per l’altro; questi nella seconda stanza prendeva a sostenere l’uno de’ due con ragioni ed esempi; nella terza lo sfidatore usciva a provare che l’avversario non avesse scelto bene: e cosí la questione seguitava per le altre stanze fra i due, finché ciascuno con una tornada (stanza minore finale) se ne rimetteva al giudizio d’una tal dama o d’un tal cavaliere o di piú dame o cavalieri: di che venne la tradizione, tarda, e poco oggimai salda, delle corti d’amore. Ora due giuochi partiti del secolo decimoterzo ricordano come vero il fatto di Rudel. Nell’uno un trovadore pon la questione: — Qual mantenga meglio l’amore in chi ama la donna sua lealmente, o gli occhi o il cuore. — Lo sfidato sta per gli occhi, per il cuore lo sfidatore, e invoca l’esempio di Giaufré Rudel cantando,
Tutti sanno che il cuore ha signoria sopra gli occhi, però che amore non si vale degli occhi se il cuore non sente, e il cuore può senza gli occhi francamente amare quella che non vide ancora presente, sí come fece dell’anima sua Giaufré Rudel.
Nell’altro un trovadore propone: — Qual prendereste meglio, o starvi in luogo riposto con lei che amate e morire appresso la gioia dell’amor suo, o amarla per tutto il tempo della vita e che ella non vi amasse né vi desse animo? — Lo sfidato risponde, volere anzi servire la sua donna senza guiderdone facendo per lei atti valenti; e lo sfidatore ripiglia.
Ah, se voi amaste lealmente, non direste di no a tale morte: non rassomigliate già voi al valente visconte Giaufré Rudel che morí nel passaggio.
Dai trovadori la bella istoria venne al Petrarca; e i suoi commentatori del secolo decimosesto, Alessandro Vellutello e Giovanni Andrea Gesualdo, ne discorsero compiutamente, senza pur ch’e’ conoscessero la notizia provenzale; e ne discorsero, come di fatto vero, i filosofi e gli estetici italiani di quel secolo, Mario Equicola nel Libro di natura d’amore e Agostino Nifo nei trattati Del bello e dell’amore. Su la fine del secolo, e proprio nel 1575, Giovanni di Nostradama, fratello dell’astrologo rimasto famoso nelle memorie del popolo francese, egli canzoniere e consigliere al parlamento di Arles, pubblicò le Vite dei piú celebri e antichi poeti provenzali; che non son tutte favola, dove non si tratti di esaltare i pregi della Provenza e di crescere onori alle famiglie nobili fiorenti in Provenza a que’ giorni. Nella vita di Rudel il Nostradama ormeggia la notizia provenzale antica; ma afferma il fatto esser raccontato pur da Ugo di San Cesario autore d’un catalogo di poeti provenzali, e mostra almeno in un luogo di avere attinto da qualche altra fonte a noi venuta meno.
Come storico han sempre considerato il fatto di Rudel gli storici e i critici della letteratura francese: come storico lo dichiarò il padre della filologia romanza, Federico Diez; e di recente, contro il dubbio d’un solo, il signor Stengel, inteso a riconoscervi una leggenda arieggiante il romanzo d’avventura di Durmart che s’innamora della regina d’Irlanda senza sapere né come si chiami né ove dimori, lo sostenevano due valenti cultori degli studi romanzi, i signori Stimming e Souchier.
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Giaufré Rudel è dunque della storia. Ma se ne sa ben poco, solo quel tanto che aiuta e conforta a mantenerlo nella luce poetica, in cui l’avventura sua e le memorie dei prossimi lo collocarono.
Usciva della casa dei conti d’Angoulême: contea cominciata nell’839 con Turpione, che finí nel 1305 con Ugo decimoterzo per esser riunita da Filippo il bello alla corona di Francia e dare il titolo a principi del sangue reale; al Valois che fu poi Francesco primo, all’ultima Delfina, la tragica figlia di Maria Antonietta. Nel 1048 Giaufré conte d’Angoulême morendo lasciava spartito tra cinque figliuoli il dominio: a Giaufré Rudel secondogenito toccava il principato di Blaye.
Da questo primo Rudel proveniva, non so in qual grado, nascendo poco avanti o poco dopo i primi venticinque anni del secolo decimosecondo, il principe trovadore. Visconte d’Angoulême, fu signore di Blaye, la Blavia dei romani, su la riva diritta della Gironda ove il fiume s’allarga quattro chilometri. Blaye era allora superba di serbare nell’abazia di San Romano la tomba di Cariberto figlio di Clotario, e piú quella di Rolando, che fu suo signore. Dopo la rotta di Roncisvalle, secondo la leggenda, Carlo Magno recò in nave su la Gironda il corpo di Rolando e degli eroici compagni Oliviero e Turpino, e li ripose in San Romano; quello del nipote, con la spada Durandal presso il capo e con a’ piedi il famoso corno d’avorio. La canzone di gesta canta:
In bianchi sarcofaghi fece mettere i signori a San Romano: là giacciono i baroni: i francesi li raccomandano a Dio e ai Santi.
Al nostro secolo Blaye fu ricordata per la prigionia che vi sostenne la duchessa di Berry nel 1832, quando il re borghese volle togliere forza alla pretendente pubblicando che in lei la donna avea vinto la regina. Piú leggiadre cose otto secoli a dietro si facevano nel luogo della cittadella di Blaye: Giaufré il signore vi componeva canzoni.
Sono sei, e tutte d’amore. Salvo che in una su ’l finire il poeta prende congedo dalla donna amata, cosí:
Amore, allegro mi parto da voi, perché vado cercando il mio meglio, e di tanto sono avventuroso che ne ho lieto il cuore, la mercé del signore mio buono che mi vuole e mi chiama.... Chi si rimane di qua e non segue Dio in Betlem, non so come sia mai prode e come possa venire a salvamento.
La canzone dalla prima stanza apparisce composta di primavera. Ora Ludovico settimo re di Francia la notte di natale del 1146 nell’assemblea di Bourges aveva annunziato l’intenzione sua di fare l’impresa di Terra santa: nel febbraio del ’47 Bernardo di Chiaravalle predicava per le terre francesi la croce: nel giugno partí dalla Francia l’esercito crociato; Giaufré Rudel, come doveva un buon successore di Rolando, era di quella spedizione. Marcabruno trovadore gli accompagnava una canzone di cortesia con questo invio:
Il verso e il suono voglio trasmettere a sir Giaufré Rudel oltre mare, e voglio che l’abbiano i francesi per lor coraggio allegrare.
Delle altre canzoni di Rudel due cantano ancora d’un amore gioito o penato da vicino; tre d’un amore lontano, non veduto, sognato co ’l cuore: e queste, a parer mio, si riferiscono tutte all’avventura con la contessa di Tripoli.
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Giaufré Rudel, poeta per felice disposizione dello spirito, di suo stato principe feudale, fu dell’ordine piú alto dei trovadori, di quelli cioè che non pur cantavano solo per genio ed onore, ma nel sentimento nel costume nell’arte della cavalleria esercitavano un’azione d’eccitamento ed avanzamento. Tali erano stati pochi anni innanzi Ebles visconte di Ventadorn e Guglielmo nono conte di Poitiers e duca di Aquitania, tale era Rambaldo terzo conte di Orange, tale fu poco di poi Riccardo Cuor di leone conte di Poitiers e re d’Inghilterra. Rudel componeva a mezzo circa il secolo decimosecondo; e tra i nomi dei trovadori che rimangono è per età il quinto, se pur non il quarto. Gli fu coetaneo Marcabruno della stessa provincia, primo a ricercare nella sottigliezza nella peregrinità fin nella oscurità effetti e modi nuovi al verso: piú giovine di poco Bernardo di Ventadorn, limosino, il piú tenero elegante e imaginoso dei trovadori. Apparteneva Rudel alla scuola, mi sia lecita questa denominazione moderna, di Guascogna, scuola precoce, indipendente, che la finezza della espressione e della rima spinse poi al piú alto grado dell’arte o dell’artifizio con Arnaldo Daniello, il trovadore dotto, ammirato e imitato da Dante e dal Petrarca. Ma di Rudel nell’antica biografia è detto che «fece buoni versi con cari suoni e poveri motti»: il che nel linguaggio tecnico d’oggi significherebbe che nella poesia aveva il movimento dell’affetto, che la sua poesia vestiva egli stesso di bella musica, ma che nello stile e nella forma non aveva la ricercatezza, prevalsa dopo la morte di lui, della rima e della frase. Rudel era piú semplice perché piú antico, benché già cominciasse a giuocar qua e là di parole con quell’abilità che a noi par fredda e fu un bisogno e un carattere della lirica d’amore cavalleresca.
La lirica provenzale, dopo il dominio del cristianesimo e nel momento di coesione della nuova società uscita dai mescolamenti delle immigrazioni germaniche per mezzo le genti latine, apparí prima produzione di poesia soggettiva in una lingua volgare dell’occidente romano. Fu poesia d’una classe privilegiata e ristretta; e svolse il motivo piú astratto, piú astruso, piú complicato, piú arduo, l’amore, come principio di civiltà, al di fuori della famiglia e quasi della natura, in una società di cavalieri, sórta dalla forza e conservantesi con la gentilezza. E tale lirica, che doveva propagare nelle corti idee e sentimenti cosí stranieri alla coscienza popolare, erasi pur allora staccata dalla materia prima della poesia popolare d’un paese, che su ’l fondo gallico sostenne quindi un’antica e durevole stratificazione greca e quindi una forte e feconda stratificazione romana con sopra un’alluvione visigotica. Se non che nelle Gallie meridionali l’elemento germanico può aver conferito a informare l’ideale cavalleresco misto di feudale e religioso, ma nella lirica sí popolare sí cortigiana non ne traspirò fiato. Della poesia popolare anteriore la lirica dei trovadori serbò su le prime qualche sentore in certa freschezza di rappresentazione, in certi tócchi di passione, nel taglio del verso piú raccolto e andante con passo monotono per brevi coble o stanze. Rudel tiene ancora un poco dell’attaccamento al canto popolare; ma già è spuntata a’ suoi giorni e già cresce ne’ suoi versi l’arte della canzone aulica perfetta.
La canzone fu a’ trovadori la forma poetica per eccellenza, né altra materia accogliea che d’amore. E come l’amore era il sentimento piú alto della cavalleria e il piú produttivo di quell’entusiasmo che dovea rapire i nobili animi a ben pensare e ben fare, cosí la poesia e l’arte non potevano mai essere abondanti e ricche tanto che bastasse all’adornamento della canzone. Ma quest’abondanza era piú ch’altro di forme, perchè la condizione del sentimento d’amore nella convenuta idealità cavalleresca rimaneva sempre la stessa, escludendo altri modi di passione o d’entusiasmo diversi da quelli assegnati nel codice dell’uso. Qua e là irrompeva la natura buona e bella; e in certe coble di desiderio d’invocazione e di addio l’anima attratta vorrebbe credere ad un’eco dei canti della colonia greca su ’l bel mare di Massilia; e in altre tutte ferventi del godimento della vita rivive forse il calore della rumorosa espansione gallica. Ma ciò che piú proprio ebbero lo spirito gallico e il greco e il romano misti nello scadimento, cioè l’acutezza e lo sfoggio nei concetti e nei sensi, e il giuoco e lo sforzo del giuoco nell’uso e nell’abuso dei vocaboli e dei suoni, quell’abilità della parola che presto empiè di retori galli le scuole di Roma e trasse gli oratori a impallidire dinanzi l’ara di Lione e produsse gli ultimi panegiristi e gli ultimi poeti dell’impero, quell’abilità della parola rifiorisce di pien medio evo un tal poco nella canzone provenzale. Nella quale la rima piena, ricca, varia, difficile, rara, che si raddoppia, s’intreccia, si propaga per echi, con un calcolo di consonanze e desinenze verbali e nominali, maschili e femminili, mescolate, opposte, assortite, non pure incatena piú versi, non pur riapparisce in mezzo ai versi, ma domina e lega tutte le stanze riproducendosi dalla prima nelle altre, senza turbarne l’ordinamento, con disposizione varia, tanto che in fine la canzone resulta un solo sistema di rime in tanti mazzi di versi legati con eleganza in agile armonia.
Ora certe proprietà singolari di sí fatta lirica non possono nel concetto moderno della poesia aver piú valore, e i pregi di forme e di suoni in una traduzione si perdono. Giaufré Rudel, con tutta l’aureola, che lo irraggia, di confessore e martire dell’amore, rischia di passare innanzi alle signore per un povero poeta. E grande, oh!, non fu, ma fu dei primi dell’età nuova; e di quell’ippocrene cavalleresco non dispiacerà, spero, gustar qualche stilla.
La primavera, sfiorita oggi in troppi versi, era già mortificata in quelli de’ trovadori. Ma Rudel, dal chiuso inverno del castello feudale uscendo su le belle rive della Gironda, la sentí con freschezza. La sentí nella gioia dell’essere:
Quando il rusignolo entro le foglie dà amore e ne chiede e ne prende e move il suo canto allegro e giocondo e spesso riguarda la sua compagna, e i ruscelli son chiari e i prati son vaghi, allora, pe ’l novello piacere che regna nel mondo, gran gioia vienmisi a posare nel cuore.
La sente come ispiratrice di poesia:
Assai ho intorno a me insegnatori del canto, prati e verzieri, alberi e fiori, trilli e lai d’uccelli per mezzo a dolce stagione soave. Quando il ruscello scaturendo di fonte schiarisce, e apparisce il fiore della rosa selvatica, e il rusignuolo tra i rami modula e ripete e spiana e affina il dolce suo canto, è ragione che anch’io ripigli il cantar mio.
Dei fatti dell’amore, Rudel in alcun luogo rende con efficace novità l’impazienza del rivedere:
Di questo amore tanto io son cupido, che, quando piú corro verso lei, pare di tornarmene indietro e che ella vada fuggendomi; e il mio cavallo andando verso lei è sí lento che difficile sarà omai raggiungerla, se amore non la mi fa rimanere.
E con nativo accoramento esprime la gelosia:
Lungi è il castello e la torre ov’ella si posa e il suo marito.... E piú me ne cresce il dolore perché io odo lei essere in luoghi agiati; che tanti non faccio io sospiri e pianti, quanti ella per disposizione di destino dà baci.
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Questo è dei pochissimi luoghi della lirica provenzale ove apparisca ingenuamente la gelosia pe ’l marito. Nella poesia cavalleresca l’amore è fuori del matrimonio e incurante del matrimonio.
Fu detto e ridetto che a formare il culto, come si convenne chiamarlo, della donna, quale apparisce nella società cavalleresca, concorsero per una parte lo spirito cristiano e per l’altra la tradizione germanica. Io credo che il motivo piú prossimo ed efficace fosse la barbarie del matrimonio nella società feudale. Le donne — primo osservò Claudio Fauriel — nel mezzogiorno della Francia erano abili a posseder feudi: per ciò le nozze servivan di mezzo ad afforzare i dominii e arrotondare i possedimenti, furono al piú considerate come trattati d’alleanza tra due case. Unioni cosí fondate sopra interessi e còmputi di convenienze si disfacevano innanzi ad altri interessi e còmputi che sopravvenissero maggiori e piú utili. Quindi nessuna considerazione alla donna come moglie e madre: quindi la scandalosa frequenza dei repudii, a cui la Chiesa troppo facilmente prestavasi: e quindi, essendo l’amore nel suo piú alto senso un bisogno degli animi quanto piú sono privilegiati di nobiltà da natura e per educazione, quindi la riazione, e non di sole le donne, a riporre il perfetto amore fuori del matrimonio. «Ciò che le donne soffrivano come mogli spiega fino a un certo punto ciò che esigevano e ottenevano come dame dai cavalieri»: sono parole del Fauriel. L’ammirazione ch’è in ogni anima ben fatta per la bellezza virtuosa e conoscente, il rispetto e la difensione ch’era nei doveri della cavalleria innanzi alla debolezza potentissima della donna, l’influenza della donna che non potendo dominare vuol essere adorata, esaltarono in quelle condizioni domestiche della società feudale le speranze i desiderii la devozione dell’amore fino a convertirli in un entusiasmo, che fu il principio movente d’idee e d’azioni per una parte magnanimamente disinteressate e per un’altra aliene assai dal nostro modo di vivere e di pensare.
Strano dee parere oggi ai piú l’innamoramento di Giaufré Rudel per udita. Ma nelle constituzioni, per cosí dire, dell’amore cavalleresco prevaleva la intenzione morale. Cosí cavalieri e poeti non amavano per incontro di súbite simpatie, ma nella elezione delle signore dei lor pensieri preferivano le dame che piú avessero nome di grazia, di cortesia, di virtú. Onde, a mezzo il secolo decimosecondo, in quella meravigliosa stagione che fu il fiore del medio evo, in tale esaltamento di animi che respiravano di generazione in generazione l’entusiasmo e l’avventura, Giaufré Rudel, gentiluomo di razza, poeta di natura e guascone, poté eleggere ed amare e cantare, senza conoscerla d’appresso, una dama della piú gloriosa nobiltà occitanica, trapiantata nelle mistiche plaghe d’oriente, la cui fama di bellezza e virtú, attraente dalla lontananza, piú grata, come vedremo, nella sventura, tornava a risplendere con mite fulgore su la madre patria. Attenuata cosí l’apparente stranezza dell’amore di Rudel, vien poi ridotta nei termini del naturale da questo, che il principe trovadore navigò ad ammirare e adorare in effetto e da presso la donna celebrata da lontano: che se morte lo colse, ciò non fu certo per piacer suo, ma la natura aggiunse la idealità che vien dalla morte in tali circostanze alla realità d’un fatto, che del resto era nel sentimento e nel genio del secolo.
Delle canzoni dedicate da Giaufré Rudel all’amore lontano una ve n’è che resiste, credo, al tempo e può anche oggi piacere. Niuna abilità di verseggiatura potrebbe affrontare la bellissima costruzione di quelle stanze a novenari, cosí ben variati e rispondentisi nelle cesure, con le stesse rime per tutta la canzone e con la iterazione, a indicare il pensiero dominante, della voce lonh [lungi] in ogni stanza. Possa da una fedele versione in prosa spirare almen l’alito, come profumo di fior secco, della rêverie del secolo decimosecondo.
Allorquando i giorni son lunghi in maggio, piacemi un dolce canto d’augelli di lungi, e quando indi mi parto ricordami d’un amore di lungi: vo chiuso nell’animo e chino, sí che né canto d’uccelli né fiore di biancospino mi piace piú che verno gelato.