MONSÙ TOMÈ
RACCONTO
DI
ANTON GIULIO BARRILI
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI.
1885.
PROPRIETÀ LETTERARIA.
Riservati i diritti di traduzione.
MONSÙ TOMÈ
CAPITOLO PRIMO.
La presentazione dell’eroe.
«Niente si perde, a questo mondo, e tutto viene in taglio, quando è la sua ora.» Così dice la filosofia popolare, espressa in proverbi, e così ripeteva spesso la mia carissima nonna, filosofando la parte sua. È poi vera, la sentenza? Pensandoci bene, mi pare che ella debba intendersi con qualche restrizione. Vedete, per esempio; mi viene oggi in taglio anche il ricordo di Monsù Tomè, ma pur troppo si è perduta nell’animo mio la memoria del suo riverito cognome. L’ho io mai saputo, del resto? Dubito, in verità, di non aver conosciuto quell’ottimo personaggio altrimenti che col nome di battesimo, raccorciato alla piemontese, e nobilitato dal suo titolo accompagnativo. Comunque sia, scrivo oggi di lui, prima che si perda anche, cancellato dalla mia memoria, il suo nome di battesimo.
Bartolomeo, Tomè, Monsù Tomè, fu un nome proprio assai comune nel secolo scorso e nei principii del secolo presente. Ora hanno preso il sopravvento gli Ettori, gli Alessandri, i Cesari, gli Attilii, tutti nomi d’eroi, che fanno augurar bene delle nuove generazioni. Ma anche Monsù Tomè fu un eroe; per lui l’esperimento è fatto, e non c’è più da temere che gli augurii si sperdano, o che le speranze vadano in fumo.
Conobbi il brav’uomo a Loano, dove, nei primi anni della mia adolescenza, andavo spesso a passare qualche settimana, in casa d’una mia zia. Tommaso Marchesani, il mio vecchio amico loanese, che aveva forse trent’anni più di me, e trenta meno di Monsù Tomè, aveva i requisiti necessari per un ottimo anello di congiunzione. Mercè sua, io quattordicenne entrai in una certa dimestichezza con quell’uomo, che già era a mezza strada fra i settanta e gli ottanta. Anche così avanti negli anni, Monsù Tomè era tuttavia di buon osso. Alto ed asciutto, leggermente curvo nelle prime vertebre, ma sostenuto in vista dalla rigida andatura soldatesca, il viso incartapecorito, ma con la punta del naso rosseggiante come una miniatura di vecchio antifonario sul bianco delle basette sempre irte a guisa di stecchi, Monsù Tomè aveva il tipo dell’antico ufficiale napoleonico; e cert’aria di malinconia che regnava su quel volto d’altri tempi, pareva rimpiangere un lontano periodo di cadute grandezze, di eroiche imprese, di memorabili gesta, non più in armonia con la prosaica mediocrità del giorno presente. Sarà forse per questo, che io, quando penso a Don Chisciotte, il triste cavaliero della Mancia, non so figurarmelo altrimenti che con la fisonomia di Monsù Tomè, ufficiale di sanità, o comandante di spiaggia (il titolo non lo rammento più esattamente) nella fedelissima città di Loano.
In quel modesto ufficio egli era stato sbalestrato, dopo i trattati del Quindici e il ritorno dei reali di Sardegna a Torino, con rispettivo accrescimento di territorio sulla riva del mare ligustico. Era solo, oramai, del suo sangue; in gioventù non aveva avuto agio di prender moglie, e a prenderla in vecchiaia non c’era più sugo; perciò viveva i suoi ultimi anni da scapolo, aspettando il bacio nuziale della morte e contentandosi dei servigi d’una vecchia fantesca. Parlava poco, di solito; anzi, per sei giorni della settimana, non diceva che le parole necessarie al disbrigo delle facende d’uffizio, le quali, in verità, non gli davano molto travaglio. Ma egli era solo, anche in uffizio; i registri li teneva in ordine lui, e, quando aveva segnati i suoi arrivi e le sue partenze in libera pratica, trovava ancora il modo di riempire con certe note storiche la colonna delle osservazioni.
Era una specie di letterato, il povero Monsù Tomè; uno scrittore andato a’ cani. La sua prima vocazione era stata di farsi prete; perciò aveva fatto un corso di studi classici nel seminario di Mondovì; ma la guerra era scoppiata improvvisamente tra il Piemonte e la Repubblica Francese, ed egli aveva barattato la tonaca e il nicchio del seminarista, con la falda mostreggiata e la lucerna del granatiere di Monferrato. Ciò basti a spiegarvi la letteratura di Monsù Tomè; ora torniamo alla settimana del vecchio comandante di spiaggia. La domenica, giorno sacro al riposo dei registri, Monsù Tomè scioglieva volontieri la lingua, se trovava qualcheduno con cui passare un’oretta. Se non lo trovava, niente paura; egli mostrava con l’esempio che un uomo può bastare a sè stesso. Quel giorno di riposo, egli non lo dava più al re, lo concedeva alla propria persona, ma cercando egualmente di far onore al re Carlo Alberto, che egli serviva fedelmente, dopo aver servito i suoi antecessori, e lo stesso Napoleone, ficcatosi in mezzo a loro, come una bietta enorme nella spaccatura d’un tronco di quercia. Prima di tutto, si metteva in gran divisa, come ne aveva il diritto per il suo grado di luogotenente; calzoni di nanchino, uniforme di verde indugio, o di verde bottiglia, se vi piace meglio, bottoni dorati e mostreggiature gialle, la spada alla cintura, e sulla testa un gran casco di cuoio lucido, in forma di pentola rovesciata, con una grossa nappa gialla che faceva capolino dallo spigolo. Così vestito, passeggiava pomposo per le vie di Loano; poi, ritornava a casa, nella sala da pranzo, dov’era ancora la tovaglia sul desco, e sulla tovaglia un bel fiasco di vino, con dieci bicchieri schierati in battaglia. Perchè dieci? Non so; forse rappresentavano l’ultima misura di capacità del bevitore. Perchè in fila? Or ora vedrete. Monsù Tomè li riempiva tutti, uno dopo l’altro, per non aver da durare altra fatica; li contemplava un tratto, con occhio benevolo; poscia si adagiava sul seggiolone, accanto alla tavola, con la spada raccolta fra le ginocchia, e il suo casco tirato un po’ indietro verso la nuca, come un buon guerriero che non è in mostra sulla piazza d’armi, o in volta per le strade, e non deve più dare esempio di perfetta compostezza agli inferiori, nè di euritmia militare ai borghesi.
Così seduto, contemplava con aria di suprema soddisfazione i suoi dieci bicchieri; stringeva l’occhio ammiccando; poi stendeva la mano al primo della fila e lo sorseggiava beatamente, facendo schioccare la lingua contro il palato, e ad ogni schioccata brontolandosi un «bene!» Quindi, deposto sulla tavola il bicchiere vuoto, metteva mano al secondo, e ripeteva l’operazione. Il terzo andava come il secondo e come il primo; ma dopo il terzo incominciavano le novità, perchè Monsù Tomè sentiva il bisogno di farsi qualche complimento in piemontese, che era la sua lingua preferita delle grandi occasioni.
— Beva, Monsù Tomè! Beva pure liberamente! Questo è un vino generoso; non c’è pericolo che dia alla testa.
E obbediva alla sua esortazione, e beveva il quarto.
— Coraggio, Monsù Tomè! Perchè non beve? — domandava egli, dopo un’altra pausa di qualche minuto. — Animo, via, non pensi alle malinconie; mandi giù quest’altro!
E tracannava il quinto, come potete immaginarvi.
Gli occhi del comandante brillavano sempre più vivi, volgendosi dai cinque bicchieri vuoti ai cinque bicchieri pieni.
— Andiamo! Non faccia tante cerimonie! — ripigliava, dopo aver passata quella seconda rassegna. — Si vive una volta sola, e poi... non si beve più.
E vuotava il sesto, con serenità di filosofo.
Al settimo, ordinariamente, la voglia c’era, ma le forze scemavano; la mano andava più lenta alla tavola e tornava un po’ più vacillante alla bocca.
— Come? Ella trema, Monsù Tomè? Non ha vergogna? Un uomo come Lei, che ha... operato su tutti i fiumi della Russia, avrebbe paura d’un bicchiere di vino?
Era l’argomento achille della sua logica, lo stimolo più acuto alla sua fibra intorpidita. Punto sul vivo, Monsù Tomè tracannava d’un fiato l’ottavo, il nono, il decimo, vedendo confusamente, come attraverso una nube, l’acqua paurosa, eppure dominata, di tutti i fiumi della Russia.
Ahimè! Dopo quel decimo bicchiere, Monsù Tomè andava regolarmente sotto la tavola. Al ruzzolare della sua pentola di cuoio, al saltellare della sua spada sul pavimento, esciva la fantesca dalla cucina, per raccogliere i morti. Prima di tutto, da buona massaia, la Teresina (era questo il suo nome) portava in luogo sicuro il fiasco e i bicchieri; poi, allontanava la tavola, per iscoprire il degno comandante, gli slacciava il cinturone, gli sbottonava la tunica, e, lavorando di fine, lo metteva bel bello in maniche di camicia e in peduli. I calzoni di nanchino, orgoglio estivo di Monsù Tomè, erano buttati senz’altro nella biancheria da portare al fossato, e quel sacco d’ossa, mezz’ora dopo il decimo bicchiere, russava pacifico nel suo letto.
La mattina seguente, sull’alba, e senza che battessero la diana, Monsù Tomè si risvegliava, scendeva da letto, magro come un chiodo, diritto come un i, e fresco come una rosa, ma non felice come un re, nè contento come un papa. Era serio, accigliato, pensoso, il nostro comandante di spiaggia. I doveri d’ufficio, i regolamenti, il servizio del re, passavano avanti tutto; non si spianavano le rughe fino alla domenica dopo.
Povero Monsù Tomè! dopo aver operato su tutti i fiumi della Russia e tra tutti i fiaschi di Loano, egli ha pagato il suo tributo alla morte, è ritornato alla gran madre antica. È proprio vero, come diceva lui, che si vive una volta sola, nella vita!
Di tanto in tanto, a punti di luna, il bravo comandante di spiaggia raccontava le sue battaglie. I vecchi guerrieri son tutti così, da Nestore in poi. Il re di Pilo ripeteva sempre la sua famosa storia dei Lapiti e dei Centauri, che non fu certamente la più piccola tra le seccature dell’assedio di Troia. Monsù Tomè, più ricco e più vario, narrava almeno quindici episodii delle campagne di Prussia, d’Austria e di Russia. Per altro, bisognava saperlo interrogare. Come la misteriosa caverna delle Mille e una notte, egli non si apriva che ad una certa parola. Il mio vecchio amico Maso, che mi aveva introdotto da Monsù Tomè, conosceva benissimo il modo di farlo parlare. Per esempio, non gli diceva mica: «racconti la battaglia di Jena, o quella di Friedland, di Wagram, della Moscòva.» Se egli avesse cercato di dargli la stura in quella forma, Monsù Tomè gli avrebbe risposto senza fallo, come rispondeva ad altri profani: «di questi racconti ne son piene le storie.» Bisognava dirgli, invece: «Si ricorda Monsù Tomè, di quel cosacco che le voleva dare una lanciata, a Smolensko, e Lei....»
— Ah, sì! — rispondeva subito Monsù Tomè animandosi al ricordo, come un cavallo generoso, al primo colpo di sprone. — Ed io gliene ho levata la voglia con un colpo di baionetta. Era l’alba; il cannone aveva incominciato a brontolare. Marciavo alla testa della mia squadra, quando l’imperatore passò, per andare sul punto minacciato....
E via di corsa. Il racconto era attaccato, e ne avevamo per due ore, per tre, e magari per quattro, nelle quali il narratore dimenticava perfino di bere, ma pronto a ricattarsene quando aveva finito. Perchè, storia o non storia, accompagnato o solo, Monsù Tomè, nelle sere dei giorni festivi, voleva finire sotto la tavola, da quell’uomo metodico che era. Il metodo è la bussola dell’esistenza; e col metodo, Monsù Tomè visse fino a novantadue anni.
Voi, qui, mi direte: come si poteva aver la chiave, per farlo parlare di tante cose, se egli non parlava senza essere stuzzicato in un certo modo e con certe domande? Ecco qua; un racconto ne tirava un altro; gli ascoltatori potevano ritenere qualche particolare del fatto, qualche accenno ad altri fatti ricordati per incidenza, e farne appiglio a sempre nuove interrogazioni. Quando io conobbi Monsù Tomè, le chiavi erano cinque o sei (parlo delle maggiori, di quelle che mi sono rimaste meglio impresse nella memoria): la lanciata del cosacco di Friedland, l’artigliere morto di Wagram, le parole dell’imperatore a Smolensko, il cannocchiale raccattato sulla pianura di Austerlitz, la caduta nel fosso di Eylau, i calzoni rattoppati alla vigilia di Jena. Monsù Tomè le aveva fatte quasi tutte, le campagne napoleoniche. Lui piemontese? Sicuro, lui piemontese! Napoleone aveva desiderato così; il granatiere di Monferrato aveva dovuto prender servizio nel grande esercito. E la ragione di quella preghiera, che equivaleva ad un comando, era chiara: Monsù Tomè era stato uno tra «quei di Cosseria.» Ma non bisognava domandargli del suo primo incontro con Napoleone, se si voleva da lui il racconto di Cosseria. Monsù Tomè prendeva l’aire da un punto, e non ritornava mai indietro. Per aver la difesa di Cosseria, bisognava parlargli della vivandiera di Augereau. Ma quello era un tasto che bisognava toccare con molta delicatezza, poichè rispondeva a quel tasto il doppio ricordo del suo primo battesimo di fuoco e della sua prima pena d’amore.
L’amico Maso, come vi ho detto, conosceva il modo di farlo parlare. Una domenica, non ricordo come (ma il come importa poco al racconto), aveva condotto il discorso sul tenero. In un paese dove le donne hanno quasi tutte i capegli neri, ed egli stesso, da quel biondo che era, doveva preferire le brune per amor di contrasto, Maso si mise in testa di dar la palma alle bionde. Già, con buona pace delle brune, la donna, la donna vera, la donna tipica, non poteva essere che bionda, non s’intendeva, non si ammetteva che bionda. Eva, la madre del genere umano, era escita bionda dalle mani del Creatore, bionda come il raggio di sole che ebbe l’altissimo onore di illuminar primo quella fiorente bellezza. Del resto, anche i colori avevano il loro significato. Il biondo era la grazia, il nero la forza; bionda, per conseguenza, doveva esser la donna; all’uomo i capegli neri, con la robustezza dei muscoli, con lo scatto dai tèndini.... E andava avanti, l’amico Maso, sempre avanti così, non dubitando neanche di gettar sassi in colombaia. Io per allora ci capivo poco, in quelle sottigliezze, e niente affatto in quella fissazione dell’amico, il quale, a farlo a posta, se la voce popolare non mentiva, era in quei giorni molto addentro nelle buone grazie d’una dama di capel nero lucente. Ma non andò molto che indovinai, quando egli venne a stringere l’argomento. Era bionda, o bruna, la vivandiera di Augereau, che Monsù Tomè aveva conosciuta a’ suoi tempi? — Bionda, perbacco baccone, bionda a quel Dio, d’un bel biondo cupo, traente al cenerognolo, come sono generalmente le bionde di Francia; ed alta, poi, svelta, aggraziata, fatta proprio a pennello. E vedere come ci si animava, Monsù Tomè, a descrivere tutte le bellezze di quella figura, ormai così lontana nello spazio e nel tempo! Il povero vecchio, intirizzito dai geli dell’inverno, si riscaldava ancora in ispirito ai fuochi allegri della sua giovinezza.
— A proposito, — disse Maso, che finalmente aveva gittata l’àncora, — come si è incontrato con lei? A Cosseria, se non m’inganno.
Il vecchio comandante di spiaggia mise un sospiro tanto fatto, si tirò i mustacchi grigi, mandò indietro due dita il suo casco dal sommo della fronte, intinse le labbra nel primo dei suoi dieci bicchieri, e finalmente rispose:
— Ecco qua.
Era questa la sua pròtasi favorita, il suo «Cantami o Diva.» Dopo di che, il bravo Monsù Tomè prese risolutamente il largo. Statelo a sentire, perchè, d’ora innanzi, parlerà sempre lui.
CAPITOLO II.
Lo sguardo dell’aquila.
Avevo ventidue anni; bella età che mi rincresce di avere avuta solamente una volta. Ero stato ammesso nella seconda compagnia dei granatieri di Monferrato, perchè mi avevano riconosciuto buon tiratore, e, dopo sei mesi di galloni da caporale, mi avevano fatto sergente, perchè avevo una bella mano di scritto e ci voleva uno che sapesse fare la situazione quotidiana con un po’ di garbo e tener bene il ruolino della compagnia. Aver fatto il mio dovere alla manovra ed al fuoco, in quartiere ed in campo, non mi ha mai tanto giovato, come la mia mano di scritto. Non si raccomanderà mai abbastanza la calligrafia alle nuove generazioni. La calligrafia apre tutte le porte, conduce a tutti gli onori. Io, poichè devo parlarvi di me, ci ho guadagnato il grado di sergente, che mi ha posto in condizioni di farmi conoscere e di guadagnar le spalline. Ancora un anno di fortuna per Napoleone, ed ero capitano; ancora un altr’anno ed ero maggiore, fors’anche colonnello. Perchè allora, nei gradi superiori, si camminava rapidamente. Quel benedetto uomo faceva un tal consumo di generali! Ma non precorriamo gli eventi, i quali hanno avuto il corso che dovevano avere, e raccontiamo le cose con ordine.
Anzi se non vi spiace, daremo uno sguardo d’aquila alle cose politiche e militari di quel tempo. Non si può intender bene ciò che io sono per narrarvi, se non si conosce il teatro della guerra, e la collocazione dei rispettivi pezzi sulla scacchiera d’Europa.
Si accusa il Piemonte di aver tradito in quel tempo i suoi propri interessi, muovendo guerra alla Francia: e di questo suo torto si può parlar oggi a mente fresca, leggendo le storie, e ricamandoci su ogni sorta di variazioni. Ma io vi pregherò di mettervi un momento nei panni di Vittorio Amedeo III. Egli era così poco amico dell’Austria, che stava per l’appunto meditando una guerra in Lombardia, quando scoppiò d’improvviso la rivoluzione Francese, la quale ebbe il suo primo contraccolpo nella aperta ribellione della Savoia e il secondo nella sommossa degli studenti di Torino. Il pericolo imminente, ne converrete anche voi, doveva far dimenticare gli interessi lontani. Nel 1791 ci fu il famoso abboccamento di Pilnitz, tra l’imperatore d’Austria e il re di Prussia, e forse il nostro re fu troppo sollecito ad approvare le risoluzioni bellicose dei due monarchi, perchè egli doveva pure immaginarlo, che uno di essi, l’austriaco, non si curava nè punto nè poco della sua intromissione. È bene che notiate questo, perchè c’è la chiave di tutti i procedimenti del governo di Vienna, nelle cinque campagne che seguirono, dal 1791 al 1796. L’Austria aveva conosciuto i nostri disegni sul Milanese; l’Austria non vedeva di buon occhio che il Piemonte rifacesse, dopo cinquant’anni di pace europea, la propria educazione militare; l’Austria non voleva sopra tutto, anche accettandone lo spontaneo concorso, che il nuovo e mal visto alleato affermasse con qualche successo la sua potenza guerriera in Italia.
Ed ora andiamo avanti. Scoppia la guerra nel 1792. Austriaci e Prussiani riportano qualche vantaggio. Vittorio Amedeo si accende, dimezza i suoi sedicimila uomini disponibili, ne manda ottomila in Savoia e ottomila nella contea di Nizza. Fu un errore; bisognava mandare un piccolo corpo d’osservazione sul Varo, e gittare tutto il nerbo delle nostre forze in Savoia, perchè quella divisione ottenesse il suo pieno effetto. Ma lasciamo da parte questo errore strategico. La frontiera francese era d’ogni parte sguernita. Perchè non approfittarne, marciando da Nizza su Tolone e da Mommeliano su Lione? A Nizza comandava il De Courten, vecchio ufficiale, consigliato e guidato dal cavalier Pinto, vissuto qualche tempo in Prussia e stimato in materia militare assai più di ciò che valeva. L’uno e l’altro sciuparono l’estate sul Varo, per contrastarne il passaggio ad un nemico che non c’era. In Savoia comandavano due, il conte Lazari e il marchese Cordon. Avevano un’antica ruggine, e ne sofferse la condotta dell’esercito. Il Cordon voleva tenere unite le forze in un punto; voleva difender tutti i punti il Lazari; nessuno pensava alla utilità di prendere l’offensiva. Il governatore della Savoia la diede vinta al Lazari; le forze furono sparpagliate, e non si poterono raccogliere in tempo, quando i francesi, fatto campo in sedicimila a Barreaux, sotto gli ordini del generale Montesquiou, decisero di passare essi il confine.
Non era possibile resistere in quelle condizioni, e un consiglio di guerra deliberò di ritirarsi. A Torino furono colti da timor pànico, e richiamarono anche il De Courten con la sua gente dalla sponda sinistra del Varo, dove fronteggiava un corpo di quattromila francesi, sotto gli ordini del generale Anselme. Questi non voleva credere a tanta debolezza d’animo; dubitò a tutta prima di una insidia; poscia, rassicurato da una felice esplorazione, passò il Varo, entrò in Nizza ed occupò Villafranca. Salvò da quella parte l’onore delle armi piemontesi il conte di Sant’Andrea, raccogliendo alcuni battaglioni sparsi sul colle di Tenda, ed occupando le vette sopra Sospello, di rimpetto a Saorgio, linea stretta ed eccellente per trincerarvisi. Nè ciò bastando al valente uomo, prese tosto l’offensiva, rovesciò il nemico, lo cacciò da Sospello, ed avanzò ancora la propria linea occupando tutta la valle di Lantosca.
Frattanto, si era commesso l’errore di chiedere aiuto all’Austria, che spedì ottomila uomini, coi generali Strasoldo, Colli e Provera, quindi il barone De Wins, generale d’artiglieria, il quale fu posto a capo di tutto l’esercito piemontese, forte di quarantamila combattenti. Si fecero apparecchi per la campagna del 1793, volendo tenere la difensiva su tutta la lunga linea dagli Appennini liguri fino al Monte Bianco. Quattordicimila uomini furono mandati nella contea di Nizza sotto gli ordini del conte di Sant’Andrea, al quale poscia si aggiunse l’austriaco Colli. Cinquemila andarono a munire la valle di Stura, sotto gli ordini del generale Strasoldo, ed altrettanti seguirono il generale Provera nell’alta valle del Po. Ottomila si raccolsero a Susa, col marchese di Cordon, per difendere i passi del Moncenisio e della valle di Oulx; seimila in Aosta, col duca di Monferrato; il resto nelle guarnigioni, aspettando di andare di qua e di là secondo il bisogno. Nel mese di giugno, dopo molte lentezze e diverse scaramucce, ventottomila francesi si rovesciarono sul conte di Sant’Andrea e sul Colli, al campo di Brois, vincendo a fatica, con la perdita di quattro mila uomini, ma non riuscendo a forzare la linea di Saorgio, e lasciando il fiore dell’esercito nei vani assalti di Raus e dell’Authion. La campagna era promettente; il nemico, in due giornate, aveva perduto diecimila combattenti; allora Vittorio Amedeo meditò un’impresa su Lione, che era insorta contro i repubblicani e domandava soccorsi. L’Austria, nel disegno di farla andare a male, propose che si tentassero due colpi simultanei, dalla parte della Savoia e dalla parte di Nizza. Di lì una fatale spartizione di forze; combattimenti bellissimi ed egualmente inutili; finalmente una doppia ritirata, necessaria in Savoia, davanti all’ingrossare dell’esercito di Kellermann, non necessaria sul Varo, dopo parecchi ed importanti successi, ma voluta dal generale De Wins, che obbediva alle istruzioni del governo di Vienna.
Siamo al 1794; non si è voluto ascoltare il conte di Sant’Andrea che suggeriva di occupare il marchesato di Dolce Acqua, per coprire il fianco della linea di Raus e dell’Authion, formidabile di fronte, ma facilmente girabile se i francesi avessero risoluto non di rispettare la neutralità del territorio di Genova; per colmo di sventura si è richiamato il valoroso uomo dalla contea di Nizza, e il suo comando è stato affidato al Colli. L’Austria è padrona ormai delle nostre sorti. I francesi, ricacciati una volta dai passi del Cenisio, ritornano in forze, ottengono col tradimento il piccolo San Bernardo e calano giù, senza pagare all’ufficiale straniero le trecentomila lire pattuite per la consegna del monte Vallaisan. Dall’altra parte, il generale Colli perde la battaglia di Colla Ardente e della Tanarda, sgombra la contea di Nizza, e i francesi raggiungono le sorgenti del Tanaro. Un altro generale austriaco, il D’Argentau, accorre con alcune soldatesche, per difendere l’importante posizione del ponte di Nava; e vi giunge in tempo per essere solennemente battuto. Di là non curandosi di occupare le alture, che offrivano buoni e numerosi punti di difesa, corre a riparo fin sotto il cannone di Ceva, lasciando che il nemico s’impossessi di Ormea, Garessio e Bagnasco. Già, non era un’aquila, questo signor D’Argentau, e le alture non gli piacquero mai. Lo vedrete fare il medesimo giuoco a Montenotte, dove per altro aveva incominciato col vincere.
Il general Colli, frattanto, si era trincerato a Borgo San Dalmazzo, tra il Gesso e la Stura, in un campo imperfettissimo, che non difendeva nè la città di Cuneo, nè la pianura del Piemonte. Diciottomila austriaci, acquartierati in Lombardia, vennero alla riscossa; diecimila di essi fecero campo a Morozzo, tra Mondovì e Cuneo; i francesi diedero indietro, o perchè non fossero in forze sufficienti, o perchè, dopo il supplizio del Robespierre e consorti la Convenzione avesse altro da fare che occuparsi dell’esercito suo, ancora bisognoso di aiuti. Ma verso l’ottobre, che è che non è, i francesi riprendono l’offensiva, non più dalle Alpi, ma dalla riviera ligustica, e da Savona si fanno avanti per il colle d’Altare. Sono sconfitti a Dego dal generale Wallis; ma questi, dopo la vittoria, ordina la ritirata sopra Alessandria. La provincia d’Acqui e più di venti miglia di paese sono abbandonate al nemico, che si concentra a Savona, e si trinciera sulla linea del Settepani. Il re Vittorio Amedeo si lagna a Vienna; il generale Wallis è richiamato; ritorna al comando il De Wins, e incomincia la campagna del 1795 col disegno di cacciare il nemico dalla riviera di Genova, e di inseguirlo fino al Varo. Ventimila uomini, raccolti al Bosco sotto Alessandria, marciano su Acqui e Dego; incontrano i francesi a San Giacomo, li rovesciano su Vado. Kellermann, battuto in posizione, cacciato dal Settepani, ridotto da dodicimila a novemila uomini, è in piena ritirata verso ponente. Ma il De Wins non insegue; il governo austriaco vuole che egli si stabilisca tranquillamente a Vado. Si fanno istanze presso di lui, ma egli lascia capire che ha le mani a dirittura legate, e domanda che anche il Colli, con l’esercito piemontese a’ suoi ordini, si disponga a fare dal canto suo qualche cosa. E il Colli fa qualche cosa, molto male, secondo il solito; intanto la Spagna ha fatta la sua pace con la Repubblica francese, e si prevede che l’esercito dei Pirenei si rovescierà sull’Italia. Il generale Scherer, succeduto al Kellermann, attacca nel novembre su tutta la linea piemontesi ed austriaci, è respinto sulla destra dal De Wins e sulla sinistra dal Colli, ma riesce a sfondare il centro, dove comanda l’Argentau, e s’impadronisce della posizione di Settepani; si rovescia su Vado e si rifà della resistenza incontrata il giorno prima, si avanza su Dego, e il De Wins, perduti diecimila uomini in due giorni, si ritira in fretta ad Alessandria, obbligando anche il Colli a ripiegarsi da Garessio su Ceva.
Ed eccoci finalmente al 1796. Il De Wins, infermo e disgustato, chiede di andarsene, ed ottiene di ritirarsi a Vienna. L’Austria sostituisce il generale Beaulieu, vecchio, ma riputato per alcuni vantaggi ottenuti sui francesi nei Paesi Bassi. I francesi, dal canto loro, si preparano a tentare uno sforzo decisivo, per penetrare in Piemonte. Lo Scherer è mandato altrove; giunge in suo luogo un giovanotto di belle speranze: Napoleone Buonaparte.
Questa chiacchierata, amici miei, era necessaria, non foss’altro, per dimostrarvi che i piemontesi si erano battuti bene, e che i francesi, dopo essersi inutilmente provati a passare le Alpi, si disponevano finalmente a girarle. Il concetto era dello Scherer; la esecuzione fu del Buonaparte, del giovanotto di belle speranze. E adesso, con vostra licenza, un sorso di vino. Coraggio, Monsù Tomè, che ora viene il difficile!
CAPITOLO III.
Il battaglione d’acciaio.
Per girare le Alpi, l’esercito francese aveva dovuto violare la neutralità della vecchia repubblica di Genova. Fatto il primo passo, si poteva fare il secondo ed il terzo, e i nostri vicini non si fecero scrupolo di marciare sulla città capitale, dove le teste incominciavano a riscaldarsi per la libertà francese e dove i parrucconi dell’antico governo si sentivano mancare la terra sotto i piedi. Il popolo, amante di novità, chiedeva i liberatori; e i liberatori, che potevano trovare a Genova una buona piazza fornita di tutto il necessario, insieme con una buonissima base di operazione per calare nella pianura d’Alessandria, non si fecero pregar molto. Il loro quartier generale era a Savona; la loro avanguardia (quattromila uomini, condotti dal Massena, che aveva sotto i suoi ordini il generale Cervoni) si spinse per la via di levante, oltre Albissola e Varazze.
Il generale austriaco, che aveva fiutato il disegno del nemico, non era rimasto con le mani alla cintola. Seimila uomini da Alessandria si erano avviati alla Bocchetta, per recarsi a coprir Genova da un assalto improvviso. Egli, col grosso dell’esercito mosse da Alessandria ad Acqui, e di là per Dego e Sassello, col proposito di piombare dai monti sopra Savona, e cogliere i francesi nella trappola. Ma la volpe vecchia aveva da fare questa volta con una volpe giovane e di malizia più fresca. L’avanguardia francese era giunta a Voltri, si era impadronita del paese, aveva comandato diecimila razioni per il giorno vegnente; sorpresa da quel corpo di seimila austriaci che calava dai monti, era stata anche sbaragliata; ma questo dopo tutto, era anche un modo di tastare il nemico. Il generale Buonaparte sapeva oramai che il suo avversario Beaulieu aveva spiccato un bel nerbo di forze alla difesa di Genova. Era quello il momento di penetrare in Piemonte per la valle della Bormida, che non doveva essere guardata con una massa sufficiente.
Anche il Beaulieu, dal canto suo, si affrettava. Giunto a Spigno, staccava il generale Argentau, con diecimila uomini, ordinandogli di impadronirsi della importantissima posizione di Montenotte, sloggiandone ad ogni costo i francesi. E l’Argentau ne venne a capo, ma senza darsi pensiero della punta più elevata del luogo, dove era rimasto un manipolo di nemici in difesa, e commettendo lo sproposito di scendere nella valle ad inseguire il nemico, mentre del suo esercito non restavano, a fronteggiare i difensori di Montenotte superiore, che poche truppe leggere.
Voi già indovinate la conseguenza. I francesi si rafforzarono in alto, rovesciarono la schiera sottile del nemico, piombarono sull’Argentau, lo posero in rotta. Perduti quasi tutti i suoi, e tutta la sua artiglieria, il pover’uomo si salvò a stento per la via di Sassello, e arrivò solo al quartier generale, dove il Beaulieu gli chiese notizie del suo esercito, e, siccome egli non era in caso di dargliene, lo fece legare come un malfattore e lo mandò a correr la sorte d’un consiglio di guerra a Milano.
La giornata di Montenotte era così poco decisiva, e l’Argentau aveva così poca ragione a fuggire in quella sconcia maniera, che il giorno seguente, cioè a dire il 13 aprile, il colonnello Vucasovich penetrò in quella valle combattuta, credendo che Montenotte fosse ancora tenuto dai suoi: s’incontrò coi francesi, li battè con soli quattromila uomini che conduceva, e riprese loro tutta l’artiglieria che avevano presa il giorno prima al signor Argentau. Che cosa non avrebbe egli fatto, se questo zuccone fosse rimasto al suo posto? Un altro generale, il Roccavina, che non somigliava punto all’Argentau, quel medesimo giorno che il Vucasovich ripigliava l’artiglieria austriaca ai francesi, si spingeva con un corpo di truppe leggiere fino alla Madonna di Savona, oltrepassando Montenotte di un bel tratto e minacciando di rompere le comunicazioni dei vincitori con la loro base di operazione. Ma, lo ripeto, fuggito l’Argentau, questi felici ardimenti tornavano inutili, e il Roccavina e il Vucasovich dovettero ricongiungersi al generale Beaulieu.
Noi, col generale Colli (anche questo, come vi ho detto, regalatoci dal governo di Vienna) eravamo accampati sulle alture di Montezemolo, guardando la strada di Ceva, e pronti a marciare dovunque bisognasse, per sostenere l’esercito alleato. Quel general Colli! Che uomo, creato a bella posta e messo al mondo per dimostrare che si possono fare tre passi sopra un mattone! Amici miei, lasciatemi dire quello che penso; Napoleone meritava sicuramente la sua grande fortuna; ma si è anche fatto di tutto, in quell’anno, per mandargliela tra le braccia.
Dunque, eravamo a Montezemolo, e si tenevano gli avamposti con due battaglioni di granatieri, il primo e il terzo, e col reggimento dei Granatieri Reali. Questa somiglianza di nome tra battaglioni e reggimento domanda una piccola spiegazione. Il Piemonte aveva un reggimento speciale di Granatieri reali, ma ogni reggimento di fanteria possedeva due compagnie di granatieri, uomini scelti, meglio armati e distinti da una granata rossa, ricamata nel centro della nappina di lana, che ornava il cappello a lucerna del soldato d’allora. Queste compagnie scelte si riunivano all’uopo in battaglioni separati, e un ufficiale di stato maggiore ne prendeva il comando.
Così, a comporre il terzo battaglione di granatieri, al quale appartenevo io, entravano due compagnie del reggimento di Monferrato, due del reggimento della Marina e due del reggimento di Susa. All’apertura della campagna era venuto a comandarlo il colonnello marchese Filippo Del Carretto di Camerano. Nessuno più di lui era degno di comandare ad un manipolo di valorosi. Leonida, che arrestò alle Termopili la marcia dei persiani invasori, non fu certamente più prode, nè più militarmente bello di lui. Aggiungo che il marchese Filippo lo era anche fisicamente; alto, biondo, di carnagione bianchissima, con occhi cilestri, che spiravano dolcezza, e una bocca che pareva fatta per dir parole d’amore; un angelo, insomma, ma un angelo terribile a vedersi, se aveva la spada sguainata nel pugno. Non era fermezza al fuoco la sua, ma serenità imperturbabile; una serenità consapevole del pericolo, quando si trattava della sua gente; noncurante, ma senza ostentazione, quando si trattava di sè. Giovane ancora, aveva raggiunto il grado di colonnello. Mettete pure che fino a capitano ci fosse stato sbalestrato dalle ragioni della nascita, ma non dimenticate che i gradi superiori li aveva conquistati per merito suo, e che, dopo essere stati una settimana sotto i suoi ordini, veniva voglia di chiedere: quanto aspettano a farlo generale?
Lassù, in quelle valli fra il Tanaro e la Bormida, con gli occhi rivolti al colle di Melogno e al colle di Cadibona, il marchese Filippo era proprio come in casa sua. I Del Carretto, come saprete, appartengono al vecchio ceppo aleramico, ed anche ora, divisi e suddivisi in tante famiglie, distinti con tanti nomi diversi, tengono in possesso civile una parte del territorio che possedevano un giorno per diritto di signoria e per investitura feudale.
A Montezemolo, ove eravamo accampati, si era sentito per tutta la giornata del 12 aprile un rumor cupo e sordo, che veniva dalla parte di levante. Alcuni credevano che fosse brontolìo di tuono, altri che fosse rombo di cannone. Il cielo, sulle nostre teste, appariva sereno; ma voi sapete pure che di là dagli Appennini, con tante vette che nascondono l’orizzonte, si può indovinare bensì, ma non è facile vedere ciò che avviene sul mare, e le burrasche si odono rumoreggiare in distanza, molte ore prima che il vento le porti dentro terra. Così potevano credere parecchi che quel rumore cupo e sordo fosse di temporale lontano; ma i più sostenevano che avesse incominciato a ragionare il cannone, anche per una certa regolarità ritmica del discorso e per la singolare costanza nella direzione del suono.
Verso sera nessuno credeva più al temporale. I nostri ufficiali avevano ordine di tenersi pronti per la partenza. Dove si andava? Non certamente verso Ceva, poichè il comando era di far viveri per un giorno. Far viveri a Montezemolo, sulla prima linea, e dopo tanto passaggio di soldati, era presto detto! Ed anche bisognava partir subito. Ma per dove? per dove? Si era curiosi di saperlo; si studiavano tutti i più sottili stratagemmi per cavare il segreto di bocca ai nostri ufficiali, che probabilmente non ne sapevano più di noi.
A me venne in mente una luminosa idea. Non chiesi nulla al cavalier Corte, mio capitano, nè al cavalier Bonadonna mio tenente, nè al conte di Masino mio sottotenente; me ne andai difilato dal servitore del colonnello, e a lui chiesi notizie.
— Ordine del quartier generale: — mi rispose Paolo Viglietti. — Si va al castello di Cosseria.
La posizione non era distante. Dalla balza di Montezemolo si vedeva nereggiare quel nido d’aquile sopra una vetta a levante, co’ suoi torrioni massicci, in mezzo a cortine sfondate, ad archi infranti, a muraglioni rovesciati. Quel medesimo giorno, mentre si stava in vedetta sull’erta, ascoltando gli strani rumori che venivano dalla parte di Altare, ci era avvenuto di contemplare a lungo quelle rovine stupende. Paolo Viglietti, che era nato a Camerano, donde il colonnello suo padrone traeva il suo titolo feudale, ci aveva raccontata brevemente la storia della ròcca, come tutti la sapevano allora, in quei paesi delle Langhe, già vissuti nell’obbedienza dei marchesi del Carretto. Intorno al Novecento, il castello di Cosseria aveva già sostenuto un assalto dei Saraceni; quattro secoli più tardi lo aveva occupato Carlo d’Angiò, nella sua famosa calata in Italia, benedetta da un papa e maledetta dalla storia. Preso e ripreso, nel secolo decimosesto, dalle armi di Francia e Spagna, era stato diroccato, nel 1536, per comando di un commissario imperiale; ma questi, riducendo in un mucchio di rovine quella bell’opera di architettura militare, non aveva potuto distruggere in pari tempo la importanza strategica della collina, donde si comanda alla gola stretta e lunga che dalla Bormida di Pallare mette alla Bormida di Millesimo, e di là, per la salita di Montezemolo, alle pianure del Piemonte. Così avvenne che intorno a quelle rovine si azzuffassero di sovente le soldatesche dei Duchi di Savoia e quelle della Repubblica di Genova, che sullo scorcio del Seicento se ne contrastassero il possesso parecchi eserciti, italiani e stranieri, e che finalmente, nel 1744, se ne impadronissero gli Spagnuoli, mettendo a contribuzione il paese. Quei poveri abitanti provarono più volte che non a torto il loro castello si era chiamato da principio Crux ferrea.
Diedi la notizia al mio capitano, come l’avevo ricevuta da Paolo Viglietti. Ma ero giovane, allora, e non intendevo l’utilità di occupare una bicocca di quella fatta, piantata sul culmine di una montagna, dove oramai non dovevano andar più che le capre.
— È naturalissimo, invece; — mi rispose giudiziosamente il bravo cavalier Corte, al quale avevo manifestati i miei dubbi. — Da Cosseria, con un pugno d’uomini risoluti, si può contrastare il passo del Piemonte, per la strada di Ceva. Il generale Beaulieu ne chiude l’entrata dalla parte di Acqui; noi la chiuderemo da questa. È strano, anzi, che Cosseria non l’abbiamo occupata prima. Comunque sia, se ci mandano lassù, è segno che i francesi hanno vinto a Montenotte, o più su, verso San Giacomo del Settepani.
— Il cannone, — osservai, — si è sentito di là, nella direzione di Altare.
— Che cosa ti dicevo io? — ripigliò il capitano. — O hanno vinto a Montenotte, i francesi, e scenderanno presto a Carcare: o si teme che vincano, ricevendo rinforzi. Ad ogni modo, è bene di coprire la via di Millesimo. —
Mentre si facevano questi ragionamenti, il capitano fu chiamato per ordine del colonnello. Ritornò alla compagnia quindici minuti dopo.
— Presto! — diss’egli. — Bisogna mettersi in rango.
— E i viveri, capitano?
— Non ce ne sono. Ma avete ancora un tozzo di pane dell’ultima razione. Per ora basterà quello; stanotte, poi, si troverà qualche cosa a Millesimo. —
Anche le altre compagnie facevano i loro preparativi di partenza. Pochi minuti più tardi, eravamo tutti schierati sulla strada, e il nostro colonnello venne sulla fronte del battaglione, per animarci con la sua calda parola.
— Soldati, — incominciò, — anche per noi si apre oggi la nuova campagna di guerra. Ricordatevi che siete granatieri piemontesi, cioè gente scelta, e che dovete far meglio di tutti; mi avete capito? Obbeditemi, ed io vi prometto da cavaliere, che il vostro buon nome sarà mantenuto. Se davanti al nemico mi vedeste fallire, dare indietro, perdermi d’animo un solo momento, vi autorizzo fin d’ora a distendermi a terra con una buona fucilata. Vi dico queste cose col rossore sul volto e col nodo alla gola, perchè mi vergogno perfino di pensarle. Ma bisogna preveder tutto, e far patti chiari, poichè si ha da compire insieme il nostro dovere. Se io, poi, vedrò dare indietro qualcheduno di voi.... ve lo prometto fin d’ora, come è vero Dio, lo ucciderò con le mie mani. Per la vita e per la morte, dunque. Andiamo contro un esercito valoroso, e non dobbiamo esser da meno; possiamo e dobbiamo esser da più. Ci siamo intesi, io spero; ricordate che non voglio fughe di Pinerolo, io; sono come il Radicati, e mi faccio ammazzare sul posto. —
Il nostro comandante alludeva ad un fatto doloroso avvenuto due anni addietro, alla battaglia della Tanarda, nella contea di Nizza. L’esercito aveva fatto prodigi di valore, e l’artiglieria cagionato perdite enormi al nemico; ma ad un assalto più furioso degli altri, un reggimento, quello di Pinerolo, colto da timor pànico inesplicabile dopo tante ore di fuoco, aveva voltate le spalle, permettendo ai francesi di penetrare nei trinceramenti piemontesi. Il prode colonnello, conte Radicati di Passerano, dopo essersi invano adoperato a trattenere i fuggenti, si era lasciato uccidere al suo posto, per non sopravvivere all’onta del suo reggimento.
— No, no! — gridammo tutti ad una voce: — Nessuno di noi darà indietro d’un passo. Ci faremo ammazzare dal primo fino all’ultimo, ma non si dirà dei granatieri piemontesi che sono scappati davanti al nemico.
— Alla Tanarda, — aggiunse il cavalier Corte, mio capitano, — il reggimento di Monferrato si è fatto decimare sulla trincea. Se il general Colli non comandava la ritirata, ci facevamo tagliare a pezzi, piuttosto che cedere un palmo di terreno.
— Lo so, lo so; — rispose il colonnello. — Vi ho parlato così; perchè voglio farvi sicuri di me, come io devo esser sicuro di voi. Non so ancora che cosa faremo, nè quando faremo qualche cosa di grande. Questo solo è certo, che noi, domani, fronteggeremo il nemico, avremo l’onore di coprire le posizioni dell’esercito del re; perciò dobbiamo far tutti il nostro dovere, ed essere un battaglione d’acciaio. Mi avete capito? Un battaglione di acciaio.
— Viva il re! Viva il colonnello Del Carretto! — furono le grida di tutto il battaglione.
— In marcia, dunque! — ripigliò il colonnello. — Cavaliere Alberione e cavalier Corte, le due compagnie di granatieri di Monferrato andranno in avanguardia. Io seguirò con le due del reggimento della Marina e con le due del reggimento di Susa. Faremo un piccolo alto a Millesimo, per vedere di trovar viveri; se non ce ne saranno, vedremo dai contadini di Cosseria. L’essenziale è di non perder tempo, e di trovarci all’alba sul posto assegnato. —
Mezz’ora dopo aver ricevuto il comando del quartier generale, il terzo battaglione di granatieri scendeva dall’erta di Montezemolo. Formavano l’avanguardia, secondo l’ordine dato dal colonnello, le due compagnie di Monferrato; seguivano, a breve distanza, le due della Marina; quelle di Susa chiudevano la marcia.
Si tratta di valorosi, e voi mi perdonerete se mi fermerò un poco, a ricordare i nomi di tutti i miei superiori e compagni d’armi d’allora. Quei nomi non li troverete nelle storie, ed è giusto che io li rammenti, perchè qualcheduno possa registrarli, tramandarli alla memoria dei posteri. Ecco, dunque: la prima compagnia di Monferrato aveva per ufficiali, il capitano cavaliere Augusto Alberione, il luogotenente cavalier Luigi Cavasanti e il sottotenente Fava. La seconda, quella a cui appartenevo io, aveva il capitano cavalier Corte, il luogotenente cavalier Buonadonna e il sottotenente conte Masino di Reaglie. Veniamo ora alle due della Marina. Comandava la prima il bravo capitano cavalier Giovanni Tibaldè, dei conti di Rolasco, che aveva per luogotenenti il cavalier Nicolò Galateri e Vincenzo Gianolio, e per sottotenente il cavalier Carlo Birago, dei marchesi di Vische. Comandava la seconda il cavalier Vincenzo Lomellini, dei conti di Cerniago, consanguinei dei Lomellini di Genova, che aveva per luogotenente il cavalier Carlo Tibaldè, fratello al capitano sopraddetto, e per sottotenenti i signori Sebastiano Cornaglia e Giovanni Alberga. Restano le due compagnie del reggimento di Susa. La prima aveva per comandante il capitano Giovanni Calleri, per luogotenente il conte Giovanni Ollignani, per sottotenente il signor Antonio Arrò; la seconda non aveva che il luogotenente Filippo Nerand e il sottotenente Leonardo Bessano. Il suo comandante, capitano Morozzo di Bianzè, ottimo soldato, era assente per ragioni di servizio, e a lui si poteva dire due giorni dopo quel che scrisse Enrico IV ad uno dei suoi generali, dopo la giornata d’Ivry: «_Pends-toi, brave Crillon: on s’est battu, et tu n’y étais pas._»
Vi ho detti i nomi degli ufficiali, ed anche, quando li ricordavo, i nomi di battesimo e i titoli. La forza del battaglione era di cinquecento quarantotto tra sott’ufficiali e soldati. Aggiungete i diciannove ufficiali, mettete sopra a tutti il colonnello Del Carretto e il cavalier Rubin, capitano di stato maggiore, che era stato posto al suo fianco, e avrete cinquecento sessantanove uomini mandati ad occupare le rovine di Cosseria, coprire l’esercito del re, difendere la stretta di Millesimo, ed impedire la marcia del nemico su Ceva. È vero bensì che li comandava Filippo Del Carretto e che il terzo granatieri aveva ricevuto allora allora uno stupendo battesimo; si chiamava il battaglione d’acciaio.
CAPITOLO IV.
«Avanti Monferrato!»
La notte era alta, quando si giunse alle prime case di Millesimo. Il borgo era immerso nel sonno, ma fu presto risvegliato dall’abbaiar dei cani, dal calpestìo della gente e dal fragore delle armi. Quei buoni abitanti ci accolsero a festa, offrendoci tutto quello che avevano. Disgraziatamente non era molto, quello che avevano; e non bastava ad assicurarci i viveri per un giorno. Prendemmo il poco pane avanzato del giorno innanzi; frattanto, il forno avrebbe lavorato per noi, e quella brava gente si sarebbe affrettata a mandarci un carico di pan fresco nelle prime ore del giorno. La cosa piacque al colonnello, che tosto comandò di riprender cammino. Del resto, qualche cosa si sarebbe potuto trovare nei casali sparsi di Cosseria; e d’altra parte il quartier generale, sapendo dove eravamo, doveva pensare a provvederci, nè solamente di pane. Poichè il soldato, in guerra, non vive soltanto di munizioni da bocca; ma anche, e sopra tutto, di munizioni da fuoco.
Si era bevuto il bicchiere della staffa, amorevolmente offerto da quei di Millesimo. I più previdenti avevano badato a riempir le fiaschette di vino e d’acqua, secondo i gusti, e verso le quattro del mattino si esciva dal borgo, incamminati per la via in salita, che va nella direzione di Plodio. Noi, per altro, non avevamo da correre fin là; ad un certo punto, dov’è il colmo della salita, dovevamo far conversione a sinistra, per un sentiero abbastanza ripido, scavato nei tufo dagli uomini, ma più dalle acque invernali, e inerpicarci sulla vetta. La montagna di Cosseria nereggiava per l’appunto davanti a noi, mentre ne costeggiavamo le falde, e lassù, nel cielo turchino, si disegnavano i fantastici profili del castello diroccato, che doveva ospitarci. Quella vista ci aveva messi di buon umore, e, salendo a passi misurati per l’erta, intuonavamo la canzone del soldato. La chiamo così, perchè infatti era una sola a quei tempi. In materia di canzoni, e specialmente di canzoni di marcia, il soldato piemontese non ha mai fatto prova di genio inventivo. Doveva per esempio, recarsi in guarnigione a Novara? E lui a cantare, con la sua solita flemma:
Novara, Novara,
’Na bella città!
Si mangia, si beve,
Allegri si sta.
Era il suo ritornello di tutte le marce. Qualche volta si trattava di un paese che aveva il nome più lungo, e quel nome, introdotto nella misura, ci si faceva stare per forza. Se poi si trattava d’un semplice villaggio, niente paura, il villaggio era innalzato alla dignità cittadinesca, senza mestieri di un regio decreto. Così avvenne che si cantasse, quella notte:
Cosseria, Cosseria,
’Na bella città!
Si mangia, si beve,
Allegri si sta.
— Alto! — gridò tutto ad un tratto il cavalier Corte, interrompendoci nel medesimo tempo il passo e la canzone. — Vedete la prima, che si è fermata. —
Difatti la prima compagnia aveva fatto alto improvvisamente. Noi, obbedendo al comando del capitano, la imitammo subito, non senza chiederci a vicenda che impedimenti avessero potuto trovare sul loro cammino i nostri compagni, mentre si era così vicini al colmo della salita.
Il cavalier Corte si fece avanti otto o dieci passi, verso il comandante della prima.
— Alberione, che cos’è stato? — dimandò.
— Non so ancora; — rispose il cavaliere Alberione. — La mia avanguardia ha fatto alto, e non sarà certamente per trovare la strada. Ah, ecco un messo che ci mandano. —
La prima compagnia, come avrete capito, si faceva precedere, secondo le norme elementari della prudenza, da una sua squadra, comandata da un sottotenente; e questa squadra, marciando un centinaio di metri innanzi alla propria compagnia, diventava l’avanguardia dell’avanguardia. Fermandosi quella, doveva fermarsi quest’altra.
Il messo, che il capitano Alberione aveva veduto spiccarsi dalla squadra, giunse correndo alla testa della colonna.
— Che cos’è stato? — domandò alla sua volta il comandante della prima.
— Signor capitano, — rispose il granatiere, — si sente un rumore confuso, laggiù dalla parte di Plodio. Il signor sottotenente Fossa crede di distinguere il calpestìo d’una colonna in marcia.
— Non ci sarebbe da stupirne; — mormorò il cavaliere Alberione. — È più probabile questo, che una distribuzione di viveri per domattina. —
Così dicendo, il bravo comandante della prima s’inginocchiava sulla strada, per metter l’orecchio a terra. Il cavalier Corte fece lo stesso, e molti granatieri, per ispirito d’imitazione, seguirono l’esempio.
Il rumore confuso si sentiva anche da noi, come di gente che camminasse vociando. Ma forse era un’illusione, prodotta dal vento, che fischiava nelle gole dei monti. Ad uno dei nostri parve di sentire dell’altro, come a dire il cigolìo delle ruote d’un carro.
— Saranno i viveri; — disse ridendo un granatiere, a cui egli aveva comunicato il suo dubbio.
— Viveri in contanti; — soggiunse un altro.
— Ma da sfondar le tasche col peso; — notò un terzo, sul medesimo tono canzonatorio.
— Se non si trattasse che delle tasche! — esclamò il secondo. — Tutto consiste nel sapere come ci faranno la distribuzione. —
Frattanto il cavaliere Alberione parlava al messaggero:
— Va, e di’ al sottotenente che si avanzi fino a Montecàla, dove noi lo raggiungeremo subito.
Il granatiere battè con la palma della mano sulla seconda fascetta del fucile che portava al braccio, fece fronte indietro e andò via di galoppo.
— E tu, Corte, manda uno dei tuoi uomini ad avvertire il colonnello di quello che avviene; — ripigliò il capitano della prima, volgendosi al nostro comandante.
— Mando un sergente; — disse il cavaliere Corte.
E venne diritto da me, per darmi le sue istruzioni. Io non avevo bisogno di molte parole, perchè oramai sapevo ogni cosa che importasse di riferire al colonnello, e lavorai di gambe per far l’ambasciata al più presto. Non ebbi per altro da correr molto. Cento passi sotto a noi, veniva il nostro colonnello, col grosso del battaglione, e cavalcava al suo fianco il capitano Rubin, dello stato maggiore.
— Ben fatto! — esclamò il signor marchese Del Carretto, quando io ebbi finito di dirgli ciò che aveva operato la nostra avanguardia. — Capitano Tibaldè, faccia serrare il passo; bisogna raggiungere più presto che si può la testa di colonna a Montecàla. E voi, sergente, andate alla vostra compagnia. —
Obbedii, ma, per quanto corressi, avevo sempre il colonnello alle calcagna.
Mentre egli affretta il passo per giungere ai primi posti, lasciatemi fare una piccola spiegazione strategica. Montecàla deriva il suo nome dal mutar di pendenza che fa la strada, ad un certo punto, tra il monte di Cosseria, di cui sfiora le falde, e la Colla, che sorge di rimpetto. Poco più giù da Montecàla due strade discendono nella valle di Carcare; la prima, più diritta, costeggia il torrentello, detto per l’appunto il Montecàla, che poi, raccolte le acque di un altro fossato, prende il nome di Anta e va a scaricarsi nella Bormida; la seconda, piegando a levante, entra fra la Colla e Montenudo nella gola di Plodio, e riesce a Carcare anch’essa. Ma la prima era a’ miei tempi un sentiero campestre, erto e sassoso, donde poteva venire al più qualche drappello di truppa leggiera; la seconda, invece, essendo rotabile, era anche la sola per cui potesse avanzarsi una colonna formata, con artiglieria e munizioni. Il castello di Cosseria, rincalzato dalla sua piccola balza, conosciuta ancora col nome significativo di Spia, comandava ad ambedue le strade, che sboccavano là, sotto il tiro de’ suoi moschetti. Da quella parte, la salita al castello era sommamente difficile, e ad una certa altezza a dirittura impossibile, se non si prendeva la viottola serpeggiante sul fianco occidentale del monte; ma questo sentiero, assai ripido, poteva essere facilmente difeso con poca gente risoluta. Più agevole era l’approccio del castello dalla parte di tramontana, dove il monte spingeva innanzi due lunghi sproni, verso la Rocchetta del Cengio. Sul più settentrionale dei due, che collega anche il castello all’abitato del borgo, s’inerpicava la strada feudale, sicuramente anteriore al Mille, come appare dai lastroni irregolari, ma piani e saldamente commessi, giusta la vecchia usanza romana, che si vedono ancora per lunghi tratti aderire al terreno.
Appena fummo giunti al colmo della salita, dov’era la nostra avanguardia, il colonnello riconobbe in un batter d’occhio la posizione sua e quella del nemico. Ai primi barlumi dell’alba, che rischiaravano il cielo dietro ai vertici di Montenudo, si vedeva nereggiare d’uomini in marcia la vicina stretta di Plodio, e d’altra gente il sentiero che costeggiava il rigagnolo. L’avanguardia nemica aveva già occupato il punto di collegamento delle due strade; ci vedeva allora allora, e si disponeva all’attacco, mentre qualche palla incominciava a fischiarci agli orecchi.
— Siamo arrivati a tempo! — disse, passandoci accanto, il capitano Rubin.
— Chi sa? — mormorò il colonnello. — Ecco dell’altra gente a sinistra. —
E guardava frattanto verso l’erta di Cosseria, dove si vedevano brulicare parecchie centinaia di uomini, intenti a guadagnare la vetta.
— Sono cacciatori croati; — disse allora il sottotenente Fava. — Avevano già presa la montagna, quando noi giungevamo al posto, e devono essere stati respinti in disordine quassù dalla medesima truppa che ora si avanza sulla nostra sinistra.
— E ci hanno tre ufficiali superiori; — notò il capitano Rubin, osservando tre cavalieri, appiedati per la necessità dell’aspra salita, che conducevano per le redini le loro cavalcature.
Quei cacciatori, che s’inerpicavano su per la costa del monte, erano veramente croati, come diceva il sottotenente Fava. Riconoscemmo più tardi che erano due compagnie, con sette ufficiali; ma da principio, e non badando che al numero, credemmo di vedere un battaglione. Forse le due compagnie, già fitte di per sè, avevano raccolti gli avanzi di altre decimate a Montenotte, e perciò presentavano nel complesso un forza di cinquecento uomini. Era con esse il conte Provera, pavese, vecchio generale al servizio dell’Austria, seguito dal suo aiutante, di cui non rammento il nome, e dal conte Martonix, ufficiale di stato maggiore, che in quel giorno doveva buscarsi una gloriosa ferita.
Come mai si trovava lassù quella truppa? Erano forse sbandati del corpo del generale Argentau, che avevano scambiata la via di Dego con quella di Millesimo? O forse il generale Beaulieu, non credendo ancora perduta la giornata di Montenotte, e ignorando la fulminea discesa del Buonaparte nella valle di Carcare, aveva mandato in ricognizione il Provera, e questi, tagliato fuori dall’esercito francese, si era ripiegato sulla linea piemontese, non isperando più di raggiungere l’austriaca? Non saprei dirvelo. Il soldato, in campo, ignora molte cose, anche di quelle che accadono vicino a lui, e quasi sotto i suoi occhi. Aggiungete che di questi particolari minuti delle grandi guerre non si tien conto a cose fatte e a relazioni compiute. Dunque, io non lo so, e nessuno l’ha scritto; restiamo nel buio.
I francesi, come vi ho detto, ci avevano veduti e salutati con qualche fucilata; ma poco dopo si avanzarono rapidamente, levando alte grida, quasi volessero prenderci col terrore delle voci, come gli Ebrei di Giosuè avevano preso Gerico a suono di trombe.
— Alberione, Corte, miei buoni amici, ecco il momento; — disse il colonnello, snudando la spada. — Attaccate alla baionetta, e vivamente!
Un fremito corse per le due compagnie di Monferrato, a quelle parole del comandante.
— Per il re e per la patria! — gridò il cavaliere Alberione, dei conti di Rorà. — Avanti, Monferrato!
— Monferrato, avanti! — gridò il cavalier Corte, dei conti di Bonvicino. — Susa e la Marina ci guardano.