DELLE
SPERANZE D’ITALIA
DI
CESARE BALBO
Porro unum est necessarium
(LUC., X, 42).
VENEZIA
TIP. REPUBBLICANA DI TERESA GATTEI
1848
A
VINCENZO GIOBERTI
DEDICA PRIMA
Pochi anni sono io scrissi sulla storia d’Italia e sugli insegnamenti pratici a trarne, un libro ch’io serbava a rivedere e pubblicare in altri tempi. — Ma ora voi. Signore ed Amico, trattando quasi il medesimo assunto nel vostro libro del Primato, avete fatte inutili molte parti del mio. A che ridire men bene tante cose magnificamente dette da voi, e nelle quali consentiamo? A che, per le poche nelle quali dissentiamo, ripor io con fatica quelle fondamenta dei diritti e dei doveri pubblici italiani, da voi poste, a parer mio, irrevocabilmente? A che ricominciar sempre, rinnegando i predecessori, per profferir sè solo capo di scuola e d’idee, come fanno taluni a grave danno delle scienze, e, che è peggio, delle pratiche più importanti? — Meglio edificare sull’edificato da voi; accettar da voi ciò che mi par dirittamente sancito dalla vostra eloquenza ed autorità; e partir indi per progredire, se mi sia possibile, poi.
Così ho tentato fare. E non, riprendendo e troncando il mio libro or invecchiato, ma facendone uno nuovo, che mi parve meno ingrata fatica, non, del resto, riferendomi di continuo a voi, in quella forma polemica che suol riuscir poco grata a’ leggitori, per l’obbligo imposto loro di tener a mente due libri insieme; ma facendone uno che possa star da sè, e sia piuttosto una sintesi delle mie idee, che non un’analisi di quelle di nessuno.
Ad ogni modo questo libro ebbe occasione ed origine da voi; e mi venne incominciato con impeto, appena io m’ebbi in quattro o cinque dì, studiato, annotato, e, come si suol dire, divorato il libro vostro; e incominciai riconoscendo ed avvertendo tale origine. Ma finito ora, e sperando non aver offeso nel dissentire voi, che stimo, venero ed amo in vostra persona, ed aver espressa la mia ammirazione per tante parti de’ vostri scritti, ho pensato dedicarvi questo come protesta di tali mie intenzioni e speranze.
Novembre 1843.
CESARE BALBO.
A
VINCENZO GIOBERTI
DEDICA SECONDA
Quando voi, Signore ed Amico, mi faceste il favore di accettar la mia prima dedica, voi mi esprimeste il generoso timore che il vostro nome «recasse forse pregiudizio nel concetto di alcuni alle pagine mie». Ma uno più grave e più certo io ne previdi loro, dall’aver io mirato a moderazione politica non dissimile dalla vostra. È naturale, immanchevole: non si può camminar diritto in mezzo ad una via accalcata, senza urtare di qua e di là, dalle due parti, a destra ed a sinistra, bianchi e neri. E questa è anzi la bellezza, questa la fortezza della vera moderazione politica: che, mentre le parti estreme non si propongono se non un avversario a rimuovere e combattere, la nostra se ne propone due. Noi dunque (se mi concediate continuar a mettere in queste cose il nome mio dopo il vostro), noi non abbiamo raccolto qui se non ciò che seminammo; non abbiamo se non la guerra che movemmo. Se non l’avessimo preveduta, noi avremmo avuta poca cognizione degli affari umani; se ce ne meravigliassimo ora, avremmo senno poco costante; se ci fermassimo o, peggio, ci arretrassimo, poco cuore.
In tutti i paesi dove duran parti (e patenti o latenti elle durano all’età nostra dappertutto), molti sono i quali amano la patria meno che non una frazione di essa, men che la parte o talora il ceto proprio; molti che amano la stessa parte propria, meno che non odiano gli avversari; molti che pretendono tutto conservare, e molti che tutto mutare, e molti che vorrebbero non solamente conservazioni o mutazioni, ma rivoluzioni od all’indietro od all’innanzi; e queste stesse, men come mezzi di profitti patrii, che di propri, profitti chi di roba, chi di gloria, chi di vendette. E a tutti questi è bello, è santo l’opporsi di qua e di là, il porsi fortemente in mezzo, in tutti i paesi del mondo. — Tuttavia, in quelli dove sono patenti le parti, dove apertamente si può combattere, e per esse e contro ad esse, è minore il pericolo senza dubbio, e per ciò la fortezza de’ moderati. Colà essi possono colla parola, cogli scritti, colle azioni quotidiane e pubbliche, dimostrare la sincerità e virtù della propria moderazione; possono distinguersi da tutti quegli uomini deboli, dubbi o doppi, che sono gl’impostori della parte moderata, il pervertimento della virtù della moderazione; e se non possono scartar tutta la noia vegnente loro e dagli avversari e dalla «compagnia empia e malvagia», che è in qualunque parte, anche buona, essi possono pur prevedere non lontano l’accrescimento, ed in ultimo la vittoria della propria. Colà essi hanno compenso alle ingiustizie presenti, nella certa e non lontana giustizia de’ posteri.
Ma non così ne’ paesi dove le parti latenti s’esagerano in quel segretume, che diventa lor necessità e natura. Sotto tal velo e scudo sorgono di qua e di là quelle, come che si chiamino, leghe difensive od offensive, ma principalmente esclusive, che si rivolgono poi con ardore contra a chiunque lor non si affratella e le sdegna, contro a chiunque parla chiaro e pubblicamente; sorgono quelle purificazioni sempre stolte anche quando son fatte dalle parti vittoriose, più stolte quando dalle parti ancora combattenti, stoltissime quando non è instaurato nemmeno un aperto combattimento. Qui ogni anima sdegnosa, respingendo i segretumi, riman respinta da quasi tutti; rimane non solamente, come altrove, poco accompagnata, ma quasi solitaria; non ha per difendersi in suo modo aperto nè le opere, che le sono vietate sia che soverchi l’una o l’altra parte estrema, nè le parole, che non vi son pubbliche mai; se scrive, ella ha contra sè non una, ma due censure, quella pubblica della parte soverchiante, e quella segreta della parte compressa; quella che sembra voler conservar tutto, anche gli stranieri, e quella che tutto mutare, anche gli strumenti da cacciar gli stranieri; volendo serbarsi pura secondo la propria coscienza, riman dichiarata impura di qua e di là; rimane quasi exlege, fuor delle caste onnipotenti, senza speranza di vincere vivendo la doppia guerra arditamente bandita, senza speranza di niuna giustizia di posteri vicini. — Non è dubbio; in tali paesi sono peggiori che altrove le condizioni de’ moderati; maggiori le difficoltà, i pericoli loro. E maggiore quindi il merito, la fortezza della moderazione.
Peggio ancora ne’ paesi (come Italia) dove durando da lungo tempo la compressione e i segretumi, le parti estreme abbian fallito più volte l’una e l’altra nell’imprese che pretesero fare per la patria. Allora, provata da sè, dimostrata altrui, la propria impotenza, esse sogliono attribuirla alla patria; allora molti di coloro di qua e di là a cui questa non diede retta, sorgono ad impedire che ella la dia a nessuno; allora di qua e di là si rivolgono molti non solamente contra chiunque fa o dice diverso da essi (caso consueto dappertutto), ma contra chiunque fa o dice qualunque cosa in qualunque modo (caso eccezionale in questi infelicissimi paesi); allora sorge e si spande non solamente la generazione degli indifferenti (caso consueto anche questo), ma la generazione de’ disperanti (caso eccezionale e pessimo fra tutti). Perciocchè è vero che alcuni disperanti talor si veggono anche ne’ paesi di parti patenti[1]; ma in quelli essi sono sempre pochi al paragone, non si moltiplicano, non fanno schiatta; nè il possono, spinte innanzi come sono ivi le parti dalle discussioni quotidiane. Ma ne’ paesi di parti compresse, latenti e fallite, si moltiplicano, di qua e di là ed anche in mezzo, i disperanti. E si dividono e suddividono allora in generi e specie numerose. V’è quello che si potrebbe chiamare il disperante truce; quello che ripete il detto classico «unica salvezza essere il disperare», che si rallegra ad ogni male sopravegnente, ad ogni nuova inimicizia, ad ogni turbamento scoppiato, perchè son tanti passi alla desiderata disperazione universale. V’è all’incontro il disperante languido, il quale langue a tutto ciò che desta l’altro, a tutto ciò che desta chicchessia; langue a tutti i fatti, a tutte le occasioni, a tutte le speranze; e quest’è la specie più numerosa e più volgare di qua e di là. E v’è di qua e di là il disperante importante, che della sua disperazione s’è fatta un’autorità, una abilità, o, come si suol dire, una posizione; dalla quale poi egli guarda di su in giù, gravemente sorridendo, a chiunque non dispera sapientemente con esso. E vi sono i disperanti allegri, che si dan buon tempo; e i disperanti speciali, che non veggono speranza se non nella loro specialità (i men cattivi forse, perchè almeno operano in essa); e perfino i disperanti pretendenti religione, pretendenti smettere ogni pensiero della patria, verso cui è pure uno de’ primi doveri della cristiana carità. Tutti questi insieme poi fanno una massa, una pluralità, una generazione fatale alla nazione intiera, che incoraggiano allo scorarsi; fatale specialmente a chiunque fa, scrive o parla per incuorare; più fatale a chi incuora a ciò che sia da fare moderatamente, cioè immediatamente, continuamente, universalmente. — E in tal paese dunque è più bello che in qualunque altro il porsi forte contro ai disperanti di qua e di là, ed anche di mezzo.
E ciò avete fatto voi, Signore ed Amico, indubitabilmente nel vostro libro del Primato; ciò spero anch’io, or seguendovi ed ora osando scostarmi da voi. E quindi non è la dedica, è il titolo stesso quello che potè nuocere al libro mio; è quella parola di Speranze sollevata contro a tutti i disperanti d’Italia. Ed io la sollevai, confesserollo, con imprudenza compiuta; non pensai, nè incominciando, nè inoltrando, ai disperanti. Mi rivolsi, incominciando, contra a coloro che trovan tutto bene in Italia, e non pensai a coloro che trovano tutto male; mi rivolsi, inoltrando, contro a coloro che han troppe speranze, e non pensai a coloro che non ne hanno nessuna: non pensai vivesse uno che disperasse intieramente di una nazione di venti e più milioni d’anime in questa età progressiva, in questa operosità universale. Stolto io! or m’avveggo, ne sono molti: alcuni alti ed altissimi, alcuni bassi e bassissimi; alcuni dentro, alcuni fuori; alcuni bianchi, alcuni neri; moltissimi. Delle Paure, e non Delle Speranze d’Italia, avrei dovuto intitolare e fare il libro mio per costoro; e lusingando negli uni la paura dello spauracchio nero, negli altri la paura dello spauracchio bianco, avrei servito a tutte le paure; servito forse a quelle persecuzioni ed a quegli apparecchi di vendette che sono sole ed impotenti operosità degli uni e degli altri disperanti; servito almeno all’ozio universale, figliuol consueto delle reciproche paure. Peccato ch’io non abbia pensato in tempo a tutti costoro, a tutto ciò!
Ma ora non v’è rimedio: il libro è fatto, ed è lì; manifesto di speranze moderate, co’ suoi tre capitoli rivolti contro a quelle di tutto mutare, e co’ suoi dieci contro a quelle di tutto conservare; ondechè il meglio che se ne possa fare oramai è compararlo, co’ manifesti delle due parti estreme. Perciocchè molti di questi furono fatti da gran tempo; e si possono fare facilmente da destra e da sinistra tutto dì, che che si dica in contrario. Que’ di destra si possono fare e pubblicare più facilmente in Italia, que’ di sinistra più facilmente fuori, che non si potè da me. Il mio libro ebbe incontro a sè quelle due censure, la pubblica e la segreta, testè dette; mentre i libri estremi non avrebbero se non l’una o l’altra. Ma il fatto sta che non sono queste censure altrui l’impedimento massimo a far libri di parti estreme; è la censura propria, è l’impossibilità di far gravi, sinceri, leggibili o almeno durevolmente letti tali libri. Di corsa, in segreto, tra pochi, tra consenzienti e confratelli tutto è facile ad esprimersi, tutto facile ad esagerarsi; e l’una esagerazione s’accavalla anzi sull’altra continuamente. Ma in iscritto, ma in istampa, in un libro che pretenda a qualche gravità, crescono per le mani poi le difficoltà, e talora le impossibilità intrinseche agli scrittori estremi, ma sinceri. Ed a questi è che io dico: vogliate prendere la penna in mano, e distribuir capitoli ed argomenti, e pesar ragioni l’une con le altre, e cassare contraddizioni, ed aggiungere complementi; e vedrete quali libri usciranno dalle esagerazioni, o piuttosto vedrete che non farete libri o che vi modererete da voi. — In tutto il corso del presente scritto io ho fatto poco conto di letterati e di libri, e il rifò; perchè un libro è in somma poca cosa dappertutto, pochissima in Italia, dove colle due censure un libro di interessi italiani è ingrato a fare, difficile a pubblicare, impossibile a diffondersi, ondechè non può avere se non effetto minimo sull’opere nazionali. Ma i libri, inutili sempre a chi non li legge, poco utili talora a chi li legge, hanno almeno questo di buono per chi li fa: che non si posson fare se non più moderati di gran lunga che non i semplici detti, e talor che le azioni; hanno questo vantaggio, di non potersi scrivere da niun uomo sincero senza moderar le proprie opinioni. Ei fu già osservato e detto da gran tempo: che la pratica degli affari pubblici suol moderar gli uomini più estremi; che le opposizioni venute al governo si moderano naturalmente. Ma la pratica dello scrivere modera e deve moderare anche più: chi scrive non ha nè verso altrui, nè verso la propria coscienza la scusa qual che ella sia delle passioni momentanee[2]. — E fu pur detto che la carta tollera tutto; ed è vero; ma quella che tollera troppo, riesce poi intollerabile, e non è a lungo tollerata.
Ma andiamo più oltre, ed aggiungiamo arditamente che fra speranze destre, sinistre e moderate, queste hanno pure più probabilità di adempimento, non solo ne’ paesi dove sono costituite e patenti le parti, ma in quegli stessi dove elle sono latenti. In politica come in meccanica due forze perfettamente eguali ed opposte producono immobilità senza dubbio; ma per poco che sieno disuguali, l’una avanza moderata dall’altra, e per poco che sieno non opposte del tutto, ne risulta in mezzo una forza diagonale. Non chiamerò a testimonianza tutte le età, per non rifare di que’ sommari storici, in che (cedendo forse troppo agli abiti dell’arte mia) io abbondai. Bastino pochi esempi contemporanei, più alla mano per gli uomini di pratica, e più convincenti per tutti. — Cinquanta ed alcuni anni fa incominciarono in Francia le due parti estreme che volean tutto mutare e tutto conservare, e quella di mezzo che mutar solamente il necessario. E vinse prima quella del tutto mutare: e si mutò tutto, repubblicanamente prima, imperialmente poi; essendo fatale che chi muta tutto sia tutto mutato, facilmente e sovente. Poscia vinse la parte del tutto o almen troppo conservare. Ma si tornò in ultimo al mutare ciò all’incirca che avevan desiderato i moderati primitivi del 1789. — In Inghilterra, già costituite e patenti e combattenti da cento anni alla medesima epoca le parti mutatrice e conservatrice, erano molto meno estreme tutte e due; e tuttavia anche fra queste sorse una parte di mezzo moderatrice. E chi vinse anche là? Anche questa indubitabilmente. E quanto alle mutazioni che pur vi si desiderano di qua, e si respingon di là, ogni probabilità è, che elle si faranno di nuovo moderatamente. — In Ispagna, all’incontro, dove non era stato mutato nulla da secoli, sorsero intorno al 1809 molto estreme le due parti mutatrice e conservatrice; tanto che non sorse o si ridusse a pochissimi scelti (quasi a due, un Jovellanos ed un Saavedra) la parte moderatrice. E quindi molte vittorie di esagerati si contano, o sono innumerevoli ne’ trentacinque anni corsi d’allora in poi; tantochè quella si potrebbe dire a’ nostri dì la terra classica delle esagerazioni e di lor conseguenze, le rivoluzioni, le purificazioni, le persecuzioni. E tuttavia (contro all’affettata commiserazione d’alcuni) in quel tempo comparativamente breve de’ trentacinque anni, quella nobile e troppo disprezzata nazione sembra giunta alla vittoria de’ moderati. Che anzi un grande insegnamento esce da queste vicende spagnuole. Questo periodo de’ trentacinque anni è la media contata da tutti per la mutazione d’una generazione in un’altra; e questo è forse appunto il normale, a compiere colla moderazione una rivoluzione incominciata dalle parti estreme, perchè è il periodo necessario a mutar le vite, a mutar gli esagerati primitivi in moderati nuovi, una nazione vecchia in una giovane: chi nasce in una nazione invecchiata, è sopra ogni cosa ferito dai vizi vecchi, e per rinnovarla vi fa rivoluzioni; ma chi nasce in mezzo a queste, è ferito dai vizi nuovi, e le fa cessare. Noi avemmo nomi ed imposture di giovani Francie, giovani Germanie, giovani Italie esagerate; ma tutte queste giovani sono ora vecchie; e il progresso naturale della nostra età fece nascere una giovine Spagna moderata.
Ma un altro esempio mi si affaccia qui così bello, che, quantunque antichissimo, non so trattenermi dal ricordarlo per dimostrare: antico essere questo costume della Provvidenza di mutar le generazioni per adempiere i suoi disegni. Quando il popolo di Dio giunse la prima volta all’orlo della terra a lui promessa, molti furono che vollero contro ai divini cenni immediatamente progredire, e molti che, spaventati dagli stranieri occupatori di quella terra, vollero all’incontro indietreggiare. E i primi, acceleratori de’disegni di Dio, furono puniti da Lui colla sconfitta; Dio parve unirsi ai propri nemici. Ma contro ai dubitatori di sua onnipotenza e provvidenza, Dio si rivolse in modo speciale, e, se sia lecito esprimerci così; inventò allora questo modo, consueto poi, di rinnovar le generazioni. «Vivo Io», diceva divinamente eloquente il Signore: «vivo Io, e della gloria Mia si empirà tutta la terra. Ma tutti costoro che videro la Mia Maestà e i segni ch’Io diedi in Egitto e nella solitudine, e tentarono Me già dieci volte, e non obbedirono alla voce Mia, non vedranno la terra per cui giurai a’padri loro, nè la vedrà nessuno di coloro che da Me detrasse.... In questa solitudine giaceranno i cadaveri vostri; di tutti voi quanti siete, di venti anni e sopra, e mormoraste contra Me.... I vostri pargoli, di cui diceste che sarebbon preda de’nemici, questi introdurrò Io, affinchè veggano la terra che a voi dispiacque. I cadaveri vostri giaceranno nella solitudine[3]». — Che più? Mosè, il duce del popolo, Aronne, il gran sacerdote, che s’eran tenuti fermi contro a quelle prime dubitazioni, dubitarono una volta della provvidenza divina; ne dubitarono un sol momento, e così tacitamente, che non è nemmeno chiaramente espressa nella storia! E duce e gran sacerdote trassero pure contro a sè la medesima riprovazione: «Perchè non fidaste tanto a Me da santificarmi dinanzi ai figli d’Israello, non introdurrete voi questi popoli nella terra ch’Io darò loro[4]». — L’esempio mi sarà scusato naturalmente non solo da voi, sacerdote, a cui mi rivolgo; ma da tutti que’leggitori i quali pur credono duri quella medesima Provvidenza; e quanto agli altri è inutile ch’io mi scusi; siamo troppo discosti per intenderci mai.
E ritorno ai nostri tempi, alla patria. Cinquanta e più anni fa si progrediva, si mutava troppo lentamente (a parer mio), ma in somma moderatamente in Italia. E fatto a cui mi son riferito parecchie volte, e che è ad ogni modo incontrastabile a chiunque abbia qualche memoria o lettura del secolo scorso. Di fuori ci vennero le due parti estreme, del tutto mutare, e del tutto conservare; nativa italiana è la sola parte moderata; e ciò è naturale, perchè l’Italia è antica, è la primogenita tra le nazioni moderne in quella civiltà, che è sopra ogni cosa moderatrice. Ma mosse di fuori, soverchiarono le due parti estreme a vicenda per molti anni; sieno trenta o quaranta, che non mi fermerò a disputare; ma in somma da dieci o quindici o più, è innegabile la ripresa delle mutazioni lente (troppo lente e troppo poche pure, a parer mio), ma ad ogni modo reali e moderate; ed è innegabile l’accrescimento che si fa della parte moderata a spesa e diminuzione delle due estreme. — Lasciamo dire, lasciamo tentar di fare. Anche qui, anche nella misera e dipendente Italia vien meno la generazione degli esagerati, sorge dopo una giovine Italia esagerata, una più giovane moderata.
E quindi anche qui, a malgrado gli svantaggi e gli accoramenti presenti, può, deve sorgere a’moderati una speranza di giustizia ultima, più o men lontana. Saranno essi ascoltati? riusciranno a distorre la patria da quelle due male vie che conducono del paro a rivoluzioni, e quindi inevitabilmente a delitti, vergogne e danni? Allora que’ moderatori che abbiano dinanzi a sè una vita sufficientemente lunga, vedranno forse sè stessi giustificati come accennatori della buona via da’contemporanei riconoscenti; ed essi e i troppo vecchi morranno almeno colla certezza d’essere così giustificati da’posteri. — Non saranno eglino all’incontro ascoltati, seguiti? Le esagerazioni originariamente straniere riprenderanno elle forze da noi? Allora, oh allora sì, più certamente che mai, i loro nomi saranno giustificati pur troppo da’rincrescimenti, da’ patimenti di coloro che patiranno or nell’una, or nell’altra delle due male vie. — Quale delle due giustificazioni è più probabile? Se guardiamo al passato, certo l’ultima ed infelice; se al progresso presente, universale ed italiano, forse la prima e felice. Ma pronta o tarda, felice od infelice, la giustificazione de’moderati è immanchevole anche in Italia.
Cioè a coloro che si sieno assicurati l’attenzione dei posteri. Perciocchè, guai ai poco attesi; meglio era per loro essere dimenticati. Chi non fa nulla ed è dimenticato, non ha almeno bisogno di giustificazione; ma chi fa poco, ed oscuramente, sia scrittore, uomo di stato o principe, egli avrebbe bisogno di giustificazioni sovente, e negletto, non le suole ottenere. Una grande azione o almeno un grande scritto si vuole aver fatto, o almeno una grande ingiustizia sofferta, per isperare attenzioni e giustificazioni da’posteri. E voi, Signore ed Amico, vi siete già assicurata tale attenzione co’vostri lavori filosofici e co’politici, e principalmente (se mi concediate scegliere tra’vostri scritti) con quella Teorica del Soprannaturale, di che avete dimostrata la necessità nella filosofia, e con quel libro su’destini di Italia, che aprì una carriera nuova di moderazione politica agli scrittori italiani. E voi siete de’maggiori e più generosi di quella letteratura italiana esterna, che mi pare una delle più vicine e più feconde speranze italiane; ondechè siete voi stesso una di queste nostre speranze. E voi, giovane e forte ancora, avete, così Dio voglia, lunghi anni da emulare e superare voi stesso; e così (se di nuovo mi facciate lecito esprimervi un voto di molti amici vostri), così lasciando i vostri avversari, voi vogliate rivolger tutta a nostro pro quella vostra forza e potenza. E ad ogni modo, e per quel che farete, e per quello che avete fatto, non può mancare a voi morto la gloria, a’voi morente la coscienza d’aver bene e grandemente operato per la patria. — Vecchio combattitore di parte moderata, e per ciò appunto cacciato già dalla vita attiva, ed entrato tardi in quella di scrittore, io non lascerò nome che giunga al tempo della tarda giustizia. Ma che importa, se avrò anch’io, a difetto del talento, moltiplicato l’obolo commessomi? se avrò recato, secondo mie forze, un sasso all’edifizio, un rivo al fiume, un seme al campo? se avrò la coscienza che quel sasso è «tetragono», quell’acqua è limpida, quel seme non è di danni, infamie o delitti alla patria nostra?
Del resto, ho parlato qui di quelli fra gli avversari vostri e miei, che sono avversari della moderazione politica in generale; perchè mi parve degno assunto da trattare in capo a un libro fatto appunto per istudiare in che stia ora da noi questa moderazione. Ma di rivolgermi poi agli avversari particolari del libro mio, alle critiche più o men generose mossemi, io non mi sento nè voglio farlo; salvi pochi luoghi ove il pensier mio mi pare gravemente alterato, e dover restituirlo. E queste stesse risposte ho fatte in note a’lor luoghi, affinchè sien men noiose a chi voglia pur leggerle; ovvero, anche meglio, sien facilmente tralasciate. — Andiamo avanti, anzichè tornar su’nostri passi; non rimaneggiam le idee già espresse, cerchiamone piuttosto delle ulteriori; ed anzichè disputare, correggiamo ed accresciamo. Ciò ho tentato fare nella presente edizione. Così possa ella aggiugnere a quel poco di bene che voi ed alcuni altri buoni speraste dalla prima. — Uno di questi ne giudicava già colle poche parole: Gutta cavat lapidem. Io accetto il giudicio e l’augurio; e continuo.
5 luglio 1844.
OCCASIONE DI QUESTO SCRITTO
§ 1.º Come il sanno oramai tutti i colti italiani e non pochi stranieri, il Gioberti è uno de’ filosofi principali della Cristianità. Fattosi conoscere ed ammirare a un tratto colla Teorica del soprannaturale, egli pubblicò successivamente parecchie altre opere, con quella fecondità che è prima virtù e primo segno di grandezza. E, filosofo cattolico, egli è uno de’ maestri senza dubbio (giudichi altri de’gradi) in quella scuola italiana che si distingue dalle simili per una cattolicità, una teologia più esatta o sola esatta. — Ma l’assunto mio non è filosofico. Il Gioberti, abitatore di paesi stranieri, aveva da questa sua situazione una libertà di scrivere che non è nella penisola italiana. Ed il Gioberti non era uomo da non valersene. Italiano sviscerato, e, se fosse lecito dire, esagerato, frammischiò in tutte le sue speculazioni di filosofia non poche considerazioni di storia, ed anche di pratica italiana; e, lasciando ora, non il genio, ma la forma filosofica, facendo di ciò che era accessorio nell’altre, assunto principale di una nuova opera sua, ei ci ha dati testè due importantissimi volumi Del Primato morale e civile dell’Italia.
§ 2.º Questo titolo è molto indeterminato. Di qual primato vuol parlare l’autore? Di quei due che furono tenuti già dall’Italia romana e dall’Italia del medio evo tra il secolo XI e il XVI? Ma questi sono noti e conceduti da tutti gli uomini di qualche coltura; nè, spogliati di narrazione e ridotti a discorso, sarebbero stati degno assunto del potentissimo scrittore. — Ovvero, il primato rivendicato sarebb’egli uno presente? Ma questa sarebbe illusione così contraria pur troppo ad ogni fatto, che niuno amor patrio, per quanto accecato egli sia, non se la può fare; ondechè nemmen questo non sarebbe stato assunto concordante coll’incontrastabile sincerità dell’autore. — Quindi fin dal titolo, il leggitore entra naturalmente in pensiero, che il primato così asserito da tale scrittore sia piuttosto un primato futuro, in potenza, in isperanza, e da procacciarsi per opera di coloro che tengono in mano i patrii destini. E tale mi pare in fatto il primato di che si discorre nella parte incomparabilmente maggiore dell’opera[5].
§ 3.º E quest’è che distingue l’autore da quel volgo o gregge di scrittori i quali assonnan l’Italia, rimescolandole passato, presente e futuro. Del passato, dei due primati veri e certi di lei, costoro le parlano a quella guisa che i servi adulatori a’nobili e degeneri padroni; vantando le glorie antiche quasi presenti, le azioni degli avi quasi dispensa d’azione ai nepoti, la nobiltà quasi non memoria, ma eredità dì virtù. Non contenti delle glorie vere, costoro ne inventano delle false; perchè, a modo d’ogni avvilito piaggiatore, o non capiscono le prime, o sanno di farsi più merito colle seconde. Così è, che all’Italia, dominatrice già di tutto il mondo occidentale, riunitrice di tutte le maggiori civiltà antiche, serbatrice poi delle reliquie di esse, centro predestinato della religione cristiana, ordinatrice prima e rinnovatrice poi della disciplina ecclesiastica, rinnovatrice ed accrescitrice dei Comuni, rinnovatrice della civiltà e di tutte le colture, all’Italia, scopritrice dell’Asia Orientale e dell’America, all’Italia, madre, oltre ai Latini, di Gregorio VII, di Marco Polo, di Dante, di Raffaello, di Michelangelo, di Colombo, di Galileo e di Volta, costoro vanno dissotterrando tuttodì non so quali glorie ignote, non so quanti grandi uomini oscuri, non so quali disputabili princìpi di qualsivoglia scoperta straniera. — Peggio assai quando costoro toccano al presente. Qui è il campo degli adulatori; qui versano consolazioni, incoraggiamenti agli ozi, ai vizi, al beato far nulla, al far male. Non siamo noi felici, operosi, gloriosi quanto ogni altro? Quai campi più colti, quali città più crescenti, quali popoli più sapienti o più virtuosi, quali aure (perciocchè del clima stesso fan meriti), qual clima, qual cielo, qual paradiso? Quante opere soprattutto e quanti uomini utili, grandi, immortali? I quali si ringrazino dunque e si benedicano essi prima a essersi fatti immortali: ma se ne ringrazino poi anche il principe, i mecenati, il buon popolo, il paese, tutti quanti. Chiaro è: non è nulla da fare, nulla da rifare o mutare; nulla se non vivere gaudenti. — E chiaro è massimamente poi: non è da far nulla per il futuro. Anzi, di questo, meglio è non parlare, non fiatare, non nominarlo. Chi ne parla, chi vi fruga, chi ne spera o teme o s’inquieta, è uomo inquieto, pericoloso, perseguitabile, sotto i nomi nefandi di progressista, liberale, rivoluzionario e repubblicano.
§ 4.º A chiunque abbia per poco conosciuto o letto il Gioberti, non è mestieri dire che egli è scrittore opposto a costoro. Non entro a cercare s’ei distingua sempre con sufficiente precisione il passato, il presente e il futuro italiano; se nel suo labile argomento egli eviti sempre la esagerazione delle lodi; se le témperi colla virile comparazione dei biasimi; se, virile uomo quanti altri mai, ei sia sempre virilmente severo, come quei Dante ed Alfieri, da lui meritamente lodati. Quando il Gioberti fosse caduto in questi ed altri difetti, essi sarebbero un nulla rispetto ai meriti. E non dico de’letterarii, non della lingua facile e pura di tutte le pedanterie, non della ammirabile eloquenza, nè della sapienza; il merito sommo di lui è l’aver parlato di quel futuro della patria, di che tanto si parla in altre patrie, di che tanto si tace nella nostra; d’averne parlato, egli apertamente, egli più grandemente e più moderatamente che nessuno de’predecessori; ondechè, contro all’aspettazione forse di alcuni derisori, ne parlò egli filosofo, in modo molto più pratico, che non fecero que’ pochi storici od uomini pratici, i quali toccarono timidamente il pericoloso assunto. Questo fa del libro di lui più che un libro, un’azione; ed un’azione che non può se non giovare alla patria. Il tema è oramai riaperto. Seguiranno altri, criticando, correggendo; scemando, ampliando. Il tema sarà sempre stato riaperto da lui; le discussioni non faranno se non aggiungere al merito ed all’utile di colui che lo trattò in modo da metterlo in mente e in cuor di tutti.
§ 5.º Io non sono se non uno di questi che verranno, così voglia Iddio, numerosi sulle pedate del Gioberti. Se così fo, egli è perchè, consentendo in grandissima parte co’ pensieri di lui, pur mi scosto o mi pare scostarmi da parecchi, che sono o mi paiono importanti alla nostra patria comune. Se la gravità dell’argomento potesse lasciar luogo qui alle vanità letterarie, io non vorrei correre nè il pericolo di essere confrontato, nè quello d’essere contraddetto da uno scrittore così potente. Ma da ogni confronto spero mi salvino la forma e la mole stessa del mio scritto; e quanto alla contraddizione, ella mi si rivolgerebbe in onore scendendo da uno scrittore maggiore. — Del resto, attendendo io a discutere le opinioni pubbliche diffuse nella patria nostra, anzichè non quelle personali del Gioberti o di nessun altro, se nominerò lui più che altri, egli è perch’ei mi pare scrittore più importante; ma nol nominerò nè dappertutto dove abbiamo pensieri comuni, nè dappertutto dove diversi; ondechè io prego i leggitori di non applicare a lui niuna critica dov’io nol nomini, siccome quella la quale o non volli applicare a lui, ovvero applicherei con riserve e spiegazioni, nelle quali non posso entrare in così breve scritto.
§ 6.º Niuna patria è più amata che la nostra da’ figliuoli. Ma, colpa delle rare e difficili discussioni degli interessi di lei, colpa del non poterci intendere, niuna è forse più diversamente amata; ed è grande sventura. Non perdiamo il tempo almeno in discussioni, nomi ed interessi personali. E del resto, qualunque protesta mia d’avere scritto con animo libero, ma moderato, d’aver cercato il ben della patria, ma non il mal di nessuno, nemmeno degli avversari di lei, sarebbe inutile qui a chi non abbia letto; e non sono senza speranza che abbia ad esser anche più inutile poi, a chi avrà letto con pari intenzioni.
DELLE
SPERANZE D’ITALIA
CAPO PRIMO.
L’ORDINAMENTO POLITICO PRESENTE DELL’ITALIA NON È BUONO
1. Io parto dal fatto che l’Italia non è politicamente ben ordinata, posciachè ella non gode tutt’intiera di quello che è primo ed essenziale fra gli ordini politici, quello che anche solo procaccia tutti gli altri buoni necessarii, quello senza cui tutti gli altri buoni son nulli o si perdono, la indipendenza nazionale. Se tal fosse fra’ miei leggitori, a cui l’arguzia dell’ingegno, l’abito soverchio del distinguere, o qualunque altro più o men sincero motivo persuadesse che l’Italia ha quest’indipendenza politica; ovvero che senz’averla ella possa essere e dirsi ben ordinata, tant’è ch’ei non continui. Questo scritto si appoggia tutto sulla incontrastabilità e sulla importanza di quel fatto; non si rivolge se non a coloro che prendendo la parola d’indipendenza nel senso comune, accettato dentro e fuori, credono che una gran parte d’Italia non l’ha; e che una nazione di cui gran parte non l’ha, non è nè può dirsi politicamente ben ordinata.
2. E continuando dunque con questi, osserverò soprabbondantemente: che la dipendenza di una provincia nostra dallo straniero, non solamente distrugge ogni bontà, ogni dignità dell’ordinamento in quella provincia; ma guasta, fa men degni gli ordini dell’altre provincie; non lascia compiutamente indipendenti nemmeno i veri stati, i principati italiani. Gli esempi di ciò sarebbero facili a darsi, e moltiplici; ma forse noiosi ed odiosi. Ed io me ne rimetto a tutti gli Italiani, e più ai più informati, a quelli che son più su ne’ segreti e nelle pratiche de’ nostri governi. Niuno di essi negherà che nei disegni, nei fatti, sovente nelle massime, talor nelle minime azioni governative, si senta, sia grave, sia più grave che qualunque altra potenza straniera, quella che signoreggia una provincia italiana. Non parlo di forme, e nemmeno di trattati; i quali so che riconoscono le nostre indipendenze come assolute. Ma non son eglino altri trattati che le infermino? E dove non sien questi, non è egli il fatto, l’abito, la prepotenza inevitabile nelle discussioni tra più e men forti? Ma, non che contraddirmi, io credo che questi uomini di governo sorrideranno, e fors’anco si sdegneranno che facciasi questione di ciò che è difficoltà: scusa loro quotidiana e grande; che non si tenga conto di lor condizione, la quale implica scusa di ciò che non fanno, lode di ciò che riescono a fare, ingiustizia in chiunque li giudica senza tenere tal conto. In tutti i paesi, in tutte le età del mondo, noi governati parlammo, giudicammo de’ governanti; or tanto più che se ne parla e giudica pubblicamente in molti paesi; e molto più male ne’ paesi dove non se ne parla così. Se fosse una pubblica tribuna in Italia, il primo che vi salisse, vi salirebbe probabilmente ad accusare i nostri governi; ma il secondo a scusarli colla dipendenza, in mezzo a cui essi vivono. Ed ho fede nel senno italiano, che, ammessa in generale tale scusa, non si disputerebbe d’altro se non del sapere se sia sufficiente in ogni caso particolare. Finchè non è discussione pubblica, è naturale che si passi da molti il segno della critica; è naturale, dico, nel volgo; ma non ne’ mediocremente informati e che vogliano esser retti. Questi non hanno scusa mai, di non ammettere, di non cercare essi stessi le scuse altrui.
3. Nè voglio entrare nell’altra trista e lunga enumerazione di quegli impedimenti a’ nostri commercii, alle nostre industrie, alle nostre arti, alle nostre lettere, a tutte le operosità anche private, che vengono dalla dipendenza diretta di una gran provincia, dalla indiretta de’ principati d’Italia. Non è peggior impegno che volere spiegare a chi non vuole intendere, o a chi intende e non conviene; e chi intende ed è sincero sa molto bene che nelle nazioni come negli uomini non suole esser compiuta operosità, senza compiuta indipendenza. — Non darò dei danni della dipendenza se non un esempio. Il papa è papa, e sarà papa non solamente durante la preponderanza austriaca presente, ma quand’anche questa s’accrescesse e diventasse usurpazione universale, come furono quelle di Napoleone e di alcuni imperadori del medio evo. Ma finchè dura quella preponderanza, finchè il papa principe italiano è sotto la dipendenza dell’Austria più che di Francia, Spagna, Portogallo o Baviera, grandi potenze cattoliche, e più che d’Inghilterra, di Prussia o d’altre potenze non cattoliche, non è dubbio che il papa non può fare il papa così bene, come farebbe se avesse nome ed effettività di principe del tutto indipendente; non è dubbio che non può fare il capo spirituale effettivo della Cattolicità, il capo in isperanza dell’intiera Cristianità, così felicemente, come farebbe se ogni governo, cattolico o non cattolico, fosse persuaso della compiuta indipendenza, della probabile imparzialità di tal capo. Certo in ogni caso, quali che sieno i decreti della Provvidenza, ogni buon cattolico tiene il papa per papa; non può essere quistione di ciò. Ma può essere: quanti buoni cattolici saranno in tale o tal caso? E posta la questione, se sian probabili più numerosi cattolici nel caso del papa tenuto per indipendente, o del papa tenuto per dipendente, non parmi che lo scioglimento sia dubbio; ognuno risponderà: certo più nel caso che il papa sia indipendente.
4. Ma io mi vergogno di trattenermi in siffatte generalità; d’aver fatto un capitolo quantunque breve sur una proposizione così ovvia e in che convengono tutti. Ed io dico che in essa convengono non solamente i governati che criticano bene o male, e i governanti ingiustamente o giustamente criticati dei principati italiani, e tanto più i sudditi degli stranieri; ma dico che vi convengono pure gli stessi stranieri signoreggianti, quanti sono fra essi di qualche buona fede, di qualche buon giudizio; e più i più alti, anche qui. Questi stranieri di alto affare, questi uomini di stato dell’impero austriaco sono nella medesima condizione che quegli uomini di stato francesi ed inglesi i quali continuamente e dalle loro pubbliche tribune professano di attendere agli interessi loro nazionali sopra tutti gli altri, ma che pur mostrano d’intendere molto bene anche quelli dell’altre nazioni, e scusano od anzi approvano ciascuna di promuovere i proprii. Gli uomini di stato austriaci professano il medesimo, benchè non da una pubblica tribuna, che non hanno; il professano come possono privatamente; veggono quant’ogni altro, più forse che ogni altro, il non buono ordinamento della penisola italiana; ma, ministri dello stato austriaco, tengono primi i loro doveri austriaci, e provvedono al mantenimento della grandezza della potenza austriaca. E, siamo giusti se vogliamo essere utili: essi hanno ragione; può esser questione del modo di adempiere tal dovere, non, che sia dover loro. Ma insomma anch’essi, a modo loro, convengono nella proposizione troppo ribattuta oramai: che l’ordinamento politico dell’Italia non è buono per l’Italia.
CAPO SECONDO.
DI QUATTRO ORDINAMENTI SPERATI — E PRIMA DEL REGNO D’ITALIA
1. E quindi ei parrebbe a cercare prima, come rimuovere il vizio manifesto dell’ordinamento presente. Ma, questo sarebbe procedere a modo de’ sovvertitori di tutti i tempi; i quali di qualunque cattivo ordinamento s’adirino, non pensano se non a sovvertirlo, senza aver pensato prima all’ordine nuovo che avranno a porre in vece. La massima contadinesca di non mettere il carro innanzi a’ buoi, è buona a seguirsi, principalmente in politica: ei si vuol pensare a’ conducenti prima che al carro condotto; e quindi all’ordine nuovo da stabilirsi, prima che al vecchio da abbandonare, allo scopo cui arrivare, prima che alla via da scegliere.
2. Ma lasciamo le idee, i disegni, le speranze troppo antiche: il principe di Machiavello, il papa de’ Guelfi, l’imperator de’ Ghibellini, e la monarchia di Dante. Tutti questi furono poco più che sogni a’ loro tempi, ed or sono sogni antiquati. Volendo fermarci a sogni, parliamo di quelli dei nostri dì. Non risaliamo oltre al 1814; ci basterà e soverchierà, anche ridotto così l’argomento. — Io crederei che il primo e più frequente sogno fatto intorno a quell’epoca sia stato quello d’una monarchia comprendente tutta la penisola, d’un Regno d’Italia. Nome e idea erano conseguenti a tutto ciò in mezzo a cui eravamo stati allevati. Il più potente uomo di nostra età (e di molte altre) aveva anch’egli fatto un gran sogno della monarchia universale, un sogno minore del regno d’Italia. Chè anzi questo esisteva già di nome, in cominciamento: eravi un regno d’Italia, corrente dall’Alpi agli Abbruzzi, e comprendente così quasi tutta la penisola orientale. — A che tal forma, informe, longitudinale, lunga e stretta? Io non credo che il possa dire nessuno, nemmeno dopo aver letto ciò che ne dice Napoleone ne’ suoi dettati di Sant-Elena. Tutto ciò è una solenne impostura. Che l’Italia s’avesse a tagliare in lungo e non in largo, e dividerla per educarla ad unità od a non so che, sono sofismi tali, che non potevano venire in capo se non a chi, avvezzo a tiranneggiare coll’opera, sperava tiranneggiare collo scritto; non pensando che, se là giova la forza, qua non serve se non la ragione. Io crederei che se Napoleone sognava una riunione d’Italia, ei sognasse quella all’imperio francese; che il suo regno d’Italia fosse destinato a sorte pari a quella del suo regno d’Olanda, e Napoli a quella d’Amburgo; che quell’ordinamento napoleonico d’Italia non fosse in somma se non ciò che chiamavasi nella lingua franca allor corrente, una organizzazione interinale o provvisoria. — Ma ad ogni modo n’eran rimasti il bel nome, la bella idea di un regno d’Italia. Il napoleonico era stato parziale, e manco male, il nuovo sognossi intiero; il napoleonico era stato dipendente, e manco male, il nuovo sognossi indipendente; il napoleonico era stato sotto un principe straniero, e il nuovo sognossi sotto uno nazionale, o che diventasse nazionale, qualunque fosse, o, per servirci della frase allor volgare, «fosse il diavolo» purchè fosse re d’Italia. E fu sognato di siffatto regno da non pochi. Prima da Gioachino Murat e suoi partigiani nel 1814 e 1815; e quasi nel medesimo tempo da’ Milanesi sollevati il dì della morte di Prina, e dai deputati che furono mandati a Parigi; poi, da altri congiurati del 1815; poi, da tutti quelli del 1820 e 1821. E ne fu sognato allora e poi, non solo da congiurati e società segrete, ma da uomini di governo e di stato; e non solamente da quelli che ebber nome di amici, ma da quelli che l’ebbero di nemici a siffatte novità. Nè di tuttociò mancheranno agli storici futuri citazioni e documenti. Ma io scrivo a’ contemporanei; i quali sanno quanto o meglio di me, che il sogno del regno d’Italia fu se non universale, molto frequente a quell’epoca.
3. E che fosse sogno basterebbe forse a dimostrarlo, il fatto che non s’effettuò. Accenniamone tuttavia le ragioni, chiare ora. Principi, uomini di governo, popolani, congiurati, e sudditi varii, volevano il regno, ognuno a modo suo: i congiurati, i popolani non tanto il regno, quanto gli ordini sognati liberi nel regno sognato, un sogno allora aggiunto all’altro, la libertà all’indipendenza. I principi avrebbon voluto indipendenza, ma non guari libertà. I grandi, nobili, ricchi, notabili d’ogni maniera volevano aristocrazie; i non distinti per nulla, democrazie, secondo il solito. E secondo il solito Napoli s’avventava; e contro al solito Milano aspettava, Torino si muoveva; con una differenza, un disaccordo di mosse, da far presagire un disaccordo anche maggiore di scopo, quando fosse venuto a palesarlo ciascuno. Ed Austria era lì a valersi del disaccordo; Francia non v’era ad opporsi; Inghilterra ed altri non se ne curavano. Gli assennati l’avevan preveduto; alcuni generosi si eran sacrificati; molti ambiziosi s’eran perduti. E n’erano usciti grandi insegnamenti, non nuovi per vero dire, ma sempre utili a ritrovare: che non si debbono frammischiar le imprese di libertà e d’indipendenza; che questa deve passare prima di quella, e sopra tutto che il regno di Italia è cosa impossibile in tanta varietà di opinioni, di disegni, di provincie.
4. Del resto, fatti antichi e ragioni perpetue concordano a ciò provare. Niuna nazione fu riunita in un corpo men sovente che l’italiana. L’Italia anteriore a’ Romani fu divisa tra Tirreni, Liguri, Ombroni, Fenici, Pelasgi, Greci, Galli e forse altre genti, concorse nella nostra penisola, occidentale rispetto al mondo d’allora, a quel modo che si concorse poi nell’America moderna, o si concorre ora nell’Oceania. — I Romani riunirono sì la penisola a poco a poco, ma posero a ciò non meno tempo che a conquistare l’intiero mondo lor noto; la conquista de’ Salassi fu l’ultima fatta da Augusto prima dì chiudere il tempio di Giano, prima di fermare i limiti, e lasciar come arcano d’imperio il non oltrepassarli. Ei non fu dunque, se non insieme con tutto un mondo, che l’Italia rimase riunita sotto l’Imperio. E così poi di nuovo, insieme con molte altre provincie, sotto Teodorico, per una trentina di anni. E quindi, se si voglia parlare d’un regno d’Italia propriamente detto, dell’Italia riunita in sè senz’altre appendici, non se ne troverà in tutta la storia se non un esempio, intermediario tra la distruzione dell’imperio e Teodorico, un periodo di tredici o quattordici anni sotto Odoacre. Dopo Teodorico l’Italia si ridivise tra Goti e Greci: i Greci la riunirono per altri dieci anni; ma come provincia di lor imperio lontano. Poi fu divisa tra Greci e Longobardi; poi tra Longobardi Beneventani, Franchi e Greci; poi tra Beneventani, Imperatori Franchi, Borgognoni, Tedeschi o Italiani, Saracini e papi; poi tra Sassoni, Beneventani, Saracini e papi; poi variamente ad ogni anno, ad ogni mese, tra imperatori, papi; comuni guelfi, comuni ghibellini, Normanni, Angioini, Aragonesi; poi tra Francia ed Austria e stati come poterono indipendenti; poi Spagna e stati; poi Francia, Austria e stati; poi Francia sola, e residui di stati; ed ora Austria e stati. Io non so per vero dire qual possa dirsi sogno politico, se non dicasi questo: d’un ordinamento, che non ha nella storia patria se non un esempio di quattordici anni, e che non sarebbe se non restaurazione di un regno barbaro di millequattrocento anni fa.
5. Ma si potrebbe fare ciò che non si fece mai, diranno gl’immaginosi. — E risponderanno coloro che per parlar di cose future vogliono partire almeno da fatti presenti: Torino, Milano, Firenze, Roma, Napoli, Parma e Modena sono sette città capitali al dì d’oggi (senza contar Lucca, destinata a riunirsi con Toscana); in sei di quelle regnano sei principi; ed uomini, città o stato non diminuiscono di condizione mai se non per forza, non mai per accordo, di buon volere, nè per uno scopo eventuale. Sogno è sperar da una sola città capitale, che voglia ridursi a provinciale; maggior sogno che sei si riducano sott’una; sogno massimo che s’accordin le sei a scegliere quell’una. — E tanto più che ciò non è desiderabile, nè per le sei sceglienti, nè per l’una prescelta, nè per la nazione intiera. Si grida in tutt’Europa (bene o male, non importa), si grida ora quasi unanimemente dappertutto contro alle grandi capitali, contro a ciò che si chiama centralizzazione de’ governi, degli interessi, delle ricchezze, contro alla spogliazione delle provincie. E chi ha sette capitali si ridurrebbe a spogliarne sei a vantaggio d’una? Lo sperarlo sarebbe non più sogno, ma pazzia; sarebbe un voler fare all’opinione ciò che è più contrario all’opinione presente; ciò è impossibile quanto evitabile, evitabile quant’è impossibile; è, diciam la parola vera, puerilità, sogno tutt’al più da scolaruzzi di retorica, da poeti dozzinali, da politici di bottega.
6. E poi, quando non fosse sogno per tutte queste ragioni, tal rimarrebbe per quest’una. Che diventerebbe il papa in un regno d’Italia? Re esso? Ma ciò non è possibile, non si sogna da nessuno. Suddito? Ma allora sì, che ei sarebbe dipendente; e non solo come al peggior tempo del medio evo, suddito dubbioso del monarca universale, ma suddito certo d’un re particolare. Ciò non sarebbe tollerato dalle altre nazioni cattoliche; non sarebbe dalle stesse acattoliche; ciò anderebbe contro a tutti gl’interessi, tutti i destini della Cristianità, ciò non sarebbe tollerato da una parte della nazione stessa italiana, che nol tollerò nel medio evo. E v’ha chi dice che ciò fu male, e chi che ciò fu bene. Io dico che ad ogni modo ciò fu, ciò sarebbe in simili occasioni; ondechè il tentarlo o solamente proporlo sarebbe dividere e non riunire la nazione nostra, sarebbe quindi non migliorare, ma peggiorare le nostre condizioni. — Ed io mi vergogno d’aver fatto un altro capitolo inutile.
CAPO TERZO.
DI UN REGNO D’ITALIA AUSTRIACO
1. Ed io sono per farne uno, che spero sia il più inutile di tutti. Ma volendo noverar tutti i sogni moderni fatti sull’Italia, accennerò anche questo; il quale del rimanente non è se non una modificazione di quello testè detto. — Alcuni sono così innamorati del regno d’Italia, che vorrebbero vedere tutta la penisola soggiogata agli stranieri i quali ne tengono una parte; colla speranza, che così riunita, ella fosse per liberarsi poi tutta da sè, ovvero (non avendo io verificato qual dei due si speri più) che ella sia liberata spontaneamente dagli stessi stranieri.
2. Questo è sogno rinnovato dall’antico ghibellino. E quindi io chiamerei neo-ghibellini siffatti sognatori; se non che nè essi, nè i Neo-Guelfi, nè in generale le parti e le condizioni politiche da gran tempo cadute e mal cadute, non si restaurano. Il sogno ghibellino non s’effettuò, nemmen quando l’Italia era abbandonata a Germania da tutte le altre potenze cristiane; quando Germania era tenuta per posseditrice legittima d’Italia, e Italia scotente il giogo, per provincia sollevata: quando non uno o due scrittori, non alcuni congiurati, non alcuni impazienti, ma quasi tutti i principi, e la buona metà dei popoli nostri eran ghibellini; quando rimaneva talor sola a propugnar l’indipendenza or Milano, or Alessandria, or Ancona, più sovente Firenze o Roma; ondechè non è probabile nè possibile che riesca il sogno neo-ghibellino, ora che ha ed avrà contra sè tutti i principi italiani, tutti i popoli loro, e della provincia straniera, e poi Francia, Spagna, e Germania stessa, ed intiera la Cristianità. Il neo-ghibellinismo è una illusione o delusione simile a quella di tutti i sovvertitori, quando vogliono sacrificare il presente al futuro. Il Gioberti è ammirabile in questo particolare, e sarebbe tutto danno mio il voler insistere su ciò che è così ben provato da lui: che le rivoluzioni imaginate da’ pochi non si fanno da’ molti; i quali non ne fanno mai se non per oltraggi presenti e gravissimi. Ma fra le rivoluzioni non fattibili, la men fattibile fu sempre quella che sacrifichi l’indipendenza presente per una eventuale. Lo sanno adulti e bambini, che ciò che si prende non si rende, se non per forza; ondechè la proposizione del lasciar prendere sulla speranza che sarà reso, è, a malgrado di qualunque gran nome bene o male invocato di Napoleone, Machiavello o Dante, proposizione da uomini rimbambiti oltre il bamboleggiare dei bimbi. — Ma aggiugniamo per amor di giustizia verso l’età nostra progredita, che tal sogno non è fatto oramai se non da pochissimi Italiani, e non è nemmen sogno de’ nostri signori stranieri. Il neo-ghibellinismo non è, che io sappia, nè proposto, nè promosso, nè accettato, nè sofferto nemmeno da niuno di essi; se non sia stato forse da qualche capitano di bersaglieri di presidio in qualche terricciuola di Romagna, e divisante col capo-popolo di colà sulle sorti italiane future.
3. Non credendo io nè buona nè possibile nella storia l’imparzialità tra coloro che fecero meglio o peggio in ogni età, se io scrivessi storie italiane del medio evo, io starei molto più sovente per li Guelfi, che mi paiono (a malgrado i loro numerosissimi errori) la parte senza paragone migliore, più assennata, più politica, più virtuosa, più italiana. Se fosse possibile che si restaurassero mai parti simili in Italia, che i nomi di neo-guelfi e neo-ghibellini si avessero ad applicar non ad alcuni sognatori solamente, ma a due parti combattenti in Italia; io vorrei, secondo il precetto antico, combattere per la men cattiva, e combatterei per la neo-guelfa. Ma prego Dio che ci salvi da queste stoltezze di più; ed ho fermissima fiducia che ce ne salverà; non veggo possibilità nè all’adempimento di tali sogni, nè alla formazione di tali parti; non veggo di qua come di là, se non rari ed impotenti sognatori. Guardiamoli e passiamo[6].
CAPO QUARTO.
DELLE REPUBBLICHETTE
1. Temo sia molto più diffuso quest’altro sogno tutt’opposto: lasciarsi dividere la penisola in una moltitudine di tanti stati popolari, quanti ne risultassero di mezzo ad una sollevazione d’Italia. Fu sogno di coloro che il buono e sincero sognatore Carlo Botta[7] chiama gli utopisti del nostro secolo incipiente; fu, od apparve, sogno de’ sollevati romagnoli del 1830, dei congiurati con essi, e di quelli che chiamaronsi Giovine Italia.
2. Sogno di stolte restaurazioni anche questo! sogno partorito dalla monomania greco-romana che corse tra gli anni 1790 e 1800; sogno fomentato dalla monomania del medio evo, che corse tra gli anni 1814 e 1830; monomanie, fissazioni, mode, serbate, come avviene troppo sovente, in Italia, quand’erano già vilipese e derise altrove. Le repubblichette italiche e greche dell’antichità, le repubblichette italiane del medio evo furono l’une e l’altre molto belle e buone a’ lor tempi; furono l’une e l’altre princìpi di due magnifiche civiltà. Ma progredite queste, le repubblichette greche soggiacquero lene lene al regno semibarbaro macedonico, poi sotto l’ombra di questo a’ Romani; le repubblichette italiche, pur ai Romani, e le repubblichette italiane del medio evo, agli Angioini, a’ re francesi, agli imperadori tedeschi, a casa d’Austria, a Napoleone, senza tener conto che anche prima di morire elle stettero il più del tempo di lor breve vita sotto ai tiranni. E quindi ei mi pare che, quando anche fosse buono in sè, non varrebbe la pena di stabilire un tale ordinamento, il quale da ogni esempio antico o nuovo è mostrato così poco durevole, così incompatibile colle civiltà progredite.
3. Ma, quando anche potesse durare, non sarebbe buono nè desiderabile. Come? si scioglierebbero gli Stati che han costato l’opera di tante generazioni? si ridividerebbe ciò che s’è unito? si distruggerebbero questi, che sono pure edifizii della presente civiltà? si farebbe campo nudo di tutto ciò per riedificarvi le macerie del medio evo, o le pelasgiche o ciclopee? E questo si chiamerebbe liberalità, e progresso? Ma il progresso e la liberalità vanno innanzi e non indietro, edificano e non distruggono, si giovano di ciò che è, per aggiungervi ciò che manca; capiscono ogni bellezza, riconoscono ogni bontà, e fan virtù del conservarle ed accrescerle. Pogniamo che si sciolgano gli Stati italiani presenti, per esempio Toscana nelle repubblichette antiche di Firenze, Siena, Pisa, Pistoia, e nella nuova di Livorno, che ben vi potrebbe pretendere. Non sarebbe egli gran peccato veder disfatto quel bello e lieto stato di Toscana? e morte le speranze delle vie moltiplicate, del commercio accresciuto, dell’arti, delle lettere riunite in grandi studi, speranze che non possono effettuarsi oramai se non per le forze congiunte di tutte quelle città? Non parlo dell’agguerrito Piemonte, e di Napoli che s’agguerrisce. S’intende che si scioglierebbono quegli eserciti italiani ed or esistenti, che non si accrescerebbero quell’armate navali or nascenti, che si tornerebbe alle milizie ed alle navi municipali del medio evo. Se non che, ai nostri dì nè milizie nè navi non si hanno se non dagli Stati ricchi, e non sono più ricchi se non i grandi; ondechè le restaurazioni delle milizie o delle navi comunali sarebbero il più ineffettuabile fra’ sogni fatti per restituir potenza all’Italia. Quanto agli stati del papa, io non ho accertato se le repubblichette da restaurarsi sarebbono quelle di Veio, Tarquinio od Alba-Lunga? ovvero, quelle di Tivoli, Spoleto e Perugia coll’accompagnamento de’ Crescenzi, de’ Frangipani, degli Orsini e Colonna, e sotto a un Arnaldo, o ad un Cola? ovvero la repubblica romana e suoi consoli dell’anno 1799? Ed io so bene che ad alcuni tutto ciò parrebbe pur meglio che i frati, i preti, i cardinali ed il papa. Ma io non temo per costoro; non vi è pericolo; ei sono molto bene difesi dal nostro Gioberti, e si difenderanno del resto da sè[8].