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EMILIO SALGARI

IL TESORO
DEL
PRESIDENTE DEL PARAGUAY

TORINO
GIULIO SPEIRANI E FIGLI
Editori-Librai
1898
=Terza Edizione=

PROPRIETÀ DEGLI EDITORI

Diritti di traduzione e riproduzione riservati a norma delle vigenti leggi.

Torino — Tip. Origlia, Festa e Comp., via Ospedale, 35.

I.

Una nave misteriosa.

La notte del 22 gennaio 1869 un battello a vapore della portata di quattrocentocinquanta a cinquecento tonnellate, attrezzato a goletta, che pareva sorto improvvisamente dal mare, eseguiva delle strane manovre, cambiando rotta ogni due o trecento metri, a circa quaranta chilometri dall’ampia foce del Rio della Plata nell’America del Sud.

Le sue forme svelte, la sua prua munita di sperone, i numerosi suoi sabordi che parevano destinati a bocche di cannone o per lo meno a canne di mitragliatrici, la sua velocità di gran lunga superiore a quella delle navi mercantili, e sopratutto i suoi ottanta uomini che in quel momento occupavano la tolda tutti armati di fucili, e il suo grosso pezzo di cannone montato su di una torretta blindata che si alzava dinanzi all’albero di trinchetto, lo davano a conoscere a prima vista per un solido legno da guerra o più precisamente per uno di quei legni che chiamansi incrociatori, potenti ausiliari delle grandi navi corazzate.

Nè sull’alberetto della maistra, nè sul picco della randa, nè sull’asta di poppa portava alcuna bandiera che potesse indicare a quale nazione apparteneva, e quantunque la notte fosse oscura come la culatta di un cannone e navigasse in paraggi assai frequentati, dove una collisione poteva da un momento all’altro accadere e mandarlo a picco, non portava alcuno dei fanali prescritti dai regolamenti marittimi.

Degli strani discorsi s’incrociavano in lingua spagnuola fra i marinari, specialmente fra quelli che vegliavano sulla prua, abbastanza lontani dagli ufficiali che si tenevano ritti sul ponte di comando, occupati a scrutare il mare con potenti cannocchiali.

— Dimmi, Pedro, — diceva un giovinetto che masticava con visibile soddisfazione un grosso pezzo di sigaro, volgendosi verso un quartiermastro che stava appoggiato ad una piccola mitragliatrice mascherata da una coperta di tela cerata: — si approda, o si vira ancora di bordo?

— Non ne so più di te, Alonzo, — rispose l’interrogato. — È il capitano che comanda, e lui sa che cosa deve fare.

— Bel modo di navigare! Ecco due giorni che al calar del sole ci avviciniamo alla costa e che al sorger del sole si prende frettolosamente il largo. Che il capitano abbia paura della febbre gialla?

— Altro che febbre gialla! Teme qualche cosa di peggio.

— E cosa mai?

— I Brasiliani e i loro alleati.

— Bah! Il nostro valoroso presidente Solano Lopez li tiene troppo occupati perchè rimanga a loro tempo di pensare a noi.

— E io ti dico che a loro preme più occuparsi ora di noi che dell’esercito del Paraguay. Sai tu cosa portiamo nella stiva?

— Trecento casse piene di vesti pei nostri soldati, ha detto il capitano.

— È qui che t’inganni.

— Abbiamo adunque un carico sospetto?

— Ottocentomila cartuccie e trentamila fucili, mio caro.

— Pei nostri bravi soldati?

— Lo hai detto, Alonzo.

— E il capitano non ce lo ha detto?

— La prudenza non è mai troppa in tempo di guerra.

— Ma credi che i Brasiliani sappiano ciò che contiene il Pilcomayo?

— Quando siamo usciti da Boston per caricare in alto mare le casse del bastimento inglese, una lancia a vapore ci seguiva, e quando noi abbiamo presa la via del sud io l’ho veduta tornare a tutto vapore in porto. Quella lancia, se non lo sai, era del console brasiliano.

— Dunque tu credi...?

— Dico che al Rio della Plata ci aspettano i legni degli alleati e che appena ci scopriranno ci daranno tutti addosso.

— Uh! che brutto affare! Eppure bisognerà approdare in qualche luogo.

— Approdare! Bisogna entrare nel Rio e salirlo fino ad Assuncion, se questa città ancora resiste agli assalti delle truppe del Brasile, della Confederazione Argentina e di Montevideo.

— Se ci mandano a picco sarà un colpo terribile pel nostro presidente.

— La sua rovina, poichè oltre alle armi e munizioni noi portiamo...

— Che cosa?

— Pst! Parla piano, che nessuno ti oda. Noi portiamo nientemeno che il tesoro del Presidente, sette od otto milioni in tanti diamanti.

— Chi te lo ha detto?

— L’ha detto una sera il capitano mentre discorreva coll’agente del Governo.

— Con quel brutto señor Calderon?

— Sta zitto, se non vuoi farti mettere ai ferri.

— Mi è antipatico quell’agente.

— Pst!... Oh!... oh!... cosa c’è di nuovo? — brontolò il quartiermastro.

— Macchina indietro! — aveva gridato il capitano. — Tutti a posto di combattimento!...

I marinai si precipitarono ai loro posti, gli uni dietro alle murate, passando i fucili fra le brande arrotolate sul capo di banda[1], e gli altri dietro il grosso pezzo di cannone posto sulla torretta e dietro la mitragliatrice, che il quartiermastro Pedro aveva subito smascherata. Tutti gli occhi si fissarono ansiosamente sull’ampia distesa di acqua che si apriva dinanzi lo sperone del Pilcomayo, ma in mezzo alla profonda tenebrìa non si scorgeva cosa alcuna che avesse l’apparenza di una nave.

Tuttavia qualche cosa doveva essere stata scorta dal capitano per aver dato quel comando.

Passarono alcuni minuti, durante i quali l’incrociatore rimase perfettamente immobile e il silenzio regnò assoluto: poi si udì ancora la voce del capitano gridare:

— Eh! Cardozo, la scorgi?

Dall’alto dell’albero di maistra caddero lentamente queste parole, che parevano emesse dalla voce di un ragazzo.

— Sì, a tre o quattro miglia sottovento, capitano.

— I fanali?

— Mancano.

— Naviga?

— Verso di noi.

— Legno a vapore, o a vela?

— A vapore, capitano.

— Non è lui! Morte e dannazione! Che sia stato calato a picco? Eppure doveva incrociare in queste acque... Mastro Diego!

Un uomo sulla quarantina, di statura alta, dalle membra enormemente sviluppate, dalla pelle cotta e ricotta dal sole e dai venti del mare, dai lineamenti energici, si fece sotto la passerella[2] e attese salutando.

— Il Paranà doveva incrociare? — gli chiese il capitano.

— In questi paraggi, comandante, — rispose il mastro.

— Sei certo?

— L’agente del Governo lo ha detto.

— E il segnale doveva essere...

— ... un razzo azzurro.

— Che sia stato catturato?

— Ecco ciò che io ignoro, comandante. Ma se esso non apparisce è segno che gli è toccata qualche disgrazia o che gli alleati gli hanno impedito di prendere il largo.

— Mettiti alla ruota del timone e preparati a tutto.

— Quando il mio capitano mi ordinerà di sventrare il brasiliano con un colpo di sperone, io lo farò.

— Sta bene: al tuo posto.

In quell’istesso momento dall’alto dell’alberatura cadde l’istessa voce di prima:

— Capitano, abbiamo un altro legno a poppa!

— Ah! — esclamò il comandante mordendosi i baffi. — Si cerca di pigliarci di mezzo! Non credevo che i Brasiliani sorvegliassero così bene; ma se sperano di avere il mio carico s’ingannano di grosso.

Si volse verso i due ufficiali che gli stavano ai fianchi e disse: — Forse quelle navi, che appartengono certamente agli alleati, non ci hanno scorti; ma le precauzioni non sono mai troppe. Che i fucili e le cartuccie finiscano in fondo al mare piuttosto che servano ai nostri nemici sia pure; ma il tesoro lo dobbiamo salvare. Fate portare sul ponte la cassa.

— E poi?

— Adattate il tubo al primo cilindro e attendete i miei ordini. Prima che le navi degli alleati ci raggiungano, tutto sarà pronto.

I due ufficiali fecero aprire il boccaporto, un palanco fu calato nella stiva e poco dopo rimontò, sotto i giri dell’argano, portando con sè una enorme cassa che venne calata sulla tolda con grandi precauzioni.

I marinai strapparono il coperchio e ai loro occhi meravigliati apparve un ammasso di un tessuto che sembrava seta, coperto da una maglia di solide funicelle che finiva in un grande anello di metallo. Sotto si vedeva sporgere un gran cerchio di acciaio che sembrava vuoto, sul quale venivano ad annodarsi tutte le corde.

Ad un ordine degli ufficiali due gherlini[3] furono fatti calare dagli alberetti di maistra e di trinchetto e furono legati all’anello.

— È fatto, — dissero gli ufficiali al capitano.

— Il tubo?

— È già stato adattato e basta introdurlo nell’orifizio.

— Si chiami l’agente del Governo.

Un marinaio scese nel quadro di poppa e poco dopo ritornava accompagnato da un uomo tutto vestito di nero e che pareva si fosse appena allora svegliato.

Era un uomo sui trentacinque o trentasei anni, di statura alta, assai magro, dalla tinta pallida e la faccia accuratamente sbarbata. I suoi occhi, piuttosto piccoli e che avevano qualche cosa di falso, le angolosità del suo viso, il sarcastico sorriso che errava continuamente sulle sue labbra sottili, non lo rendevano troppo simpatico, e fino dal primo momento in cui aveva posto piede sull’incrociatore, fra i marinai aveva destato un senso di viva antipatia.

— Signore, — gli disse il capitano, muovendogli incontro, — noi siamo inseguiti e il brigantino del capitano Avellana non è comparso.

Il viso del signor Calderon rimase perfettamente impassibile, nè le sue labbra si schiusero per rispondere.

— Mi avete ben compreso? — replicò il capitano.

L’agente del Governo fece un cenno affermativo col capo.

— Voi che avete avuto pieni poteri dal Presidente, che cosa mi consigliate?

— Fate il vostro dovere, — rispose l’agente con voce pacata e secca.

— Vi prevengo che, se mi vedo stretto da vicino dalle navi degli alleati, darò fuoco alle polveri piuttosto che le armi e le cartucce cadano nelle loro mani.

L’agente questa volta trasalì e corrugò leggermente la fronte.

— E il tesoro del Presidente? — chiese.

— Ho quanto mi occorre per salvarlo.

— Se noi tutti saltiamo, anche i milioni salteranno.

— No, signore.

— Spiegatevi.

— Ciò riguarda me.

— Ho diritto di saperlo, comandante, — disse Calderon con tono imperioso. — Io sono l’agente del Governo.

— A voi, signore, non spetta che dirmi se devo forzare il passo o riprendere il largo, e nulla di più, — rispose il capitano con alterezza.

— Ma il tesoro...

— Vi ho detto che possiedo i mezzi necessari per farlo giungere a destinazione, anche se la mia nave saltasse o venisse calata a fondo, e ciò vi basti. Aspetto i vostri ordini, signore.

— La goletta di Avellana non è comparsa?

— No, e credo che non comparirà per facilitarci lo sbarco. A noi non resta omai che di forzare la foce del Rio della Plata e di correre su Assuncion. Attendo i vostri ordini.

— Forzate la foce.

— Vi avverto che, giunti dentro il fiume, non ne usciremo più e che forse colà tutti ci lasceremo la pelle.

— Non importa.

— Vi avverto ancora che, se ci calano a picco nel fiume, gli alleati potranno ricuperare le armi e le munizioni.

— Basta così, si vada innanzi. Tali sono gli ordini del Governo, — disse seccamente l’agente.

— E così sia. Avrò sempre un paio d’ore di vantaggio per far partire il tesoro.

— Non vi comprendo, signore.

— Meglio così.

— Badate che il Presidente conta sui milioni.

— Gli saranno consegnati.

— Ma in qual modo?

— Macchinista, — gridò il capitano invece di rispondere all’agente, — macchina avanti. E voi altri giovanotti approntate i fucili e armatevi di coraggio. Fra poco qui farà molto caldo.

— Signore! — disse l’agente, che si era fatto pallido.

— Desiderate? — chiese il capitano con ironia.

— Sono l’agente del Governo!

— Ed io sono il capitano del Pilcomayo, e in questo momento a bordo del mio legno comando io dopo Dio. Mi avete ben compreso, signore?... Volete ora un consiglio? Riguadagnate la vostra cabina e non uscite che a lotta finita, poichè fra poco parlerà il cannone, qui le palle grandineranno fitte fitte, e gli agenti del Governo di queste cose non s’intendono e non le sanno evitare. Andate, signore, se così vi garba.

Ciò detto, volse le spalle al signor Calderon, che si mordeva le labbra a sangue, e risalì sul ponte di comando col portavoce in mano.

Quasi nel medesimo istante una striscia di fuoco si alzò in mezzo al mare, a due chilometri da poppa del Pilcomayo, e salì in aria per trecento metri, spandendo all’intorno miriadi di variopinte scintille.

Poco dopo un’altra striscia, ma appena visibile, fendeva le tenebre verso l’ovest, per poi spegnersi.

— Sta bene, — disse freddamente il capitano, che aveva seguìto con viva attenzione quei segnali, che nulla di buono pronosticavano. — Le navi corrispondono colla costa e si danno vicendevolmente l’allarme. Mi si aspettava e si preparano a ricevermi. La vedremo!

Estrasse l’orologio e guardò: erano le 2 del mattino.

— Ingegnere! — gridò. — Avanti a tutto vapore e che Dio ci protegga!

II.

Una pagina di storia.

Nel 1865 il telegrafo annunciava al mondo che una guerra sanguinosa era scoppiata negli irrequieti Stati dell’America del Sud, fra la repubblica del Paraguay da un lato, e l’impero del Brasile, il Montevideo e la Confederazione Argentina dall’altro.

Il grande impulso dato dal presidente Francesco Solano Lopez, nominato a tale carica il 16 ottobre 1862, al Paraguay, le sue mire, che forse erano ambiziose, avevano scatenato la guerra. Il Brasile, il Montevideo e la Confederazione Argentina, gelose dell’influenza, che poteva a loro diventare fatale e che a poco a poco esercitava il Paraguay nel cuore dell’America Meridionale, collegatesi, avevano deciso di schiacciare la giovane repubblica. Lopez, abile presidente e valoroso condottiero, aveva subito raccolto il guanto della sfida, e, malgrado l’enorme sproporzione delle sue forze di fronte a quelle numerosissime degli alleati e i grandi ostacoli che aveva da superare in paesi quasi vergini e quasi privi di comunicazioni, radunate in furia le sue truppe, si era messo in campagna, fidando nella sua buona stella e nella propria abilità in materia guerresca.

Alla metà del 1865 le ostilità erano cominciate da ambe le parti con accanimento senza pari.

Lopez non aveva con sè che un esercito molto debole, male armato, ma pieno di buona volontà e risoluto a tutto. Fortifica le rive settentrionali del Paranà, accumula provvigioni in varî luoghi, fa centro della sua difesa Stapira, e di Assuncion e della fortezza di Humaïta i suoi parchi di riserva; poi corre a contrastare il passo al generale brasiliano Porto Alegre, che si avanzava nel territorio paraguayano colle forze alleate.

Per un anno intiero il valoroso presidente tenne la campagna, combattendo con varia fortuna, finchè, esausto di forze e di munizioni, in procinto di venire circondato dalle preponderanti forze degli alleati, si vide costretto ad abbandonare quei luoghi, dopo d’aver incendiato il suo campo di Stapira.

Ma il 23 aprile 1866 il leone dell’America del Sud ritornava gagliardo ancora alla riscossa e si fortificava nuovamente a Humaïta, erigendo numerose batterie sull’alto fiume. Assalito dal generale argentino Mitre, lo sconfigge completamente sotto Humaïta, rigetta le condizioni di pace e riannoda le comunicazioni con Assuncion.

Sul finire del 1867 la febbre gialla fa strage fra le sue truppe, ma ancora non cede, e ai primi del 1868 affonda parecchi legni brasiliani che avevano tentato di avvicinarsi al campo trincerato di Humaïta.

Ma questi sforzi giganteschi dovevano alla fine sfibrare il suo valoroso ma scarso esercito. Infatti, verso la metà dello stesso anno, incalzato dagli alleati, che ricevevano nuovi e sempre freschi rinforzi, Lopez era costretto a ritirarsi. La divisione navale corazzata e i Brasiliani ne approfittavano per rovesciare gli sbarramenti e risalire il fiume; ma le batterie paraguayane, erette al nord di Humaïta, riescivano ancora a tenerla in iscacco, mentre la signora Lynch, una valorosa inglese, alla testa dei suoi battaglioni di amazzoni, cagionava agli alleati danni rilevanti.

Il 25 luglio Lopez è nuovamente alle strette. Il suo esercito, decimato da quella lunga campagna e circondato dagli alleati, più non resiste e abbandona Humaïta, dopo però sei giorni di sanguinosi combattimenti. La metà era rimasta sul campo di battaglia.

L’ardito condottiero si rifugia cogli scarsi avanzi a Tebicuary, poi a Timbo, che fortifica, indi a Villarica, città posta a dieci leghe sotto Assuncion, e finalmente a Villeta.

Gli alleati, che lo inseguono accanitamente, lo assaltano in quest’ultima città e lo costringono a rifugiarsi ad Angostura dopo un combattimento di sei giorni. Il 27 dicembre gli si intima la resa.

Ma Lopez non si crede ancora vinto e fieramente la rigetta. Gli alleati montano all’assalto, s’impadroniscono del ridotto centrale, e la flotta entra nel porto di Assuncion, dove egli si è rifugiato.

Impotente ormai a resistere, si vede costretto nuovamente a fuggire, lasciando nelle mani dei nemici la capitale, tre mila uomini e sedici cannoni, quanto cioè rimaneva del suo esercito, che da tre anni lo aveva seguìto su tutti i campi di battaglia.

. . . . . . .

Dieci giorni dopo che il telegrafo aveva recato agli Stati d’Europa e d’America la notizia della caduta della capitale del Paraguay, della completa sconfitta delle truppe e della fuga del presidente Lopez, e quando già ormai da tutti si considerava la guerra come definitivamente terminata, un dispaccio cifrato, spedito da Valparaiso, giungeva a Boston all’agente consolare del Paraguay.

Il suo significato era il seguente:

«Tenetevi pronto a ricevere l’agente governativo signor Josè Calderon, partito il 29 dicembre da Rio Janeiro. Reca le istruzioni necessarie pel comandante dell’incrociatore il Pilcomayo, dato che questa nave sia ancora in porto.

«SOLANO LOPEZ».

Il 10 gennaio, verso il tramonto del sole, un uomo in abito da viaggio, che portava a bandoliera una piccola valigia, si presentava all’agente consolare, che si trovava occupato nel suo gabinetto.

— Io sono la persona indicatavi dal dispaccio mandatovi da Valparaiso, — disse con voce lenta e misurata.

— Il signor Calderon? — chiese l’agente consolare, muovendogli precipitosamente incontro e stringendogli vigorosamente ambe le mani.

— In persona.

— Dunque il Presidente...?

— È vivo ancora e si prepara alla rivincita.

— Dunque hanno mentito i dispacci qui giunti che lo dicevano fuggitivo su di un legno degli Stati Uniti o nascosto in Bolivia.

— Hanno mentito.

— Si trova ora...?

— Lo ignoro, avendo preso imbarco due giorni dopo la caduta di Assuncion. Un dispaccio che trovai qui, mi dice che sta riorganizzando le sue disperse truppe e nulla di più.

— E voi credete...

— Basta così, signore, — disse l’agente del Governo con rigido accento. — I minuti sono preziosi.

— Desiderate, signor Calderon...?

— Il Pilcomayo è in porto?

— Sì.

— Sorvegliato?

— Una corvetta brasiliana incrocia dinanzi al porto ed aspetta che esca per catturarlo.

— Mandate a chiamare il capitano.

L’agente consolare chiamò un servo e gli diede le istruzioni necessarie.

Un quarto d’ora dopo un uomo di statura quasi gigantesca, dalle membra poderose, il viso abbronzato e adorno di due grandi baffi nerissimi, la capigliatura folta, ricciuta e che aveva dei riflessi metallici, entrava nel gabinetto dell’agente consolare. I suoi occhi, che avevano degli strani bagliori e nei quali si leggeva un indomito valore ed una fierezza più unica che rara, si fissarono subito con profonda attenzione sul signor Calderon, come se volessero penetrargli fino in fondo al cuore.

— L’uomo annunciato dal telegramma, forse? — chiese egli con un accento che aveva qualche cosa di metallico.

— Sì, signore, — rispose l’agente consolare. Poi, volgendosi verso l’agente del Governo e indicandogli il gigante:

— Il signor Candell, comandante dell’incrociatore.

I due uomini s’inchinarono.

— Aspetto i vostri ordini, — disse il capitano poscia.

— Signor Candell, il presidente Lopez chiede a voi uno di quei favori che vi possono costare la vita.

— Un marinajo non guarda indietro quando deve giuocare la propria esistenza. Parlate, signore.

— Si tratta di prendere il mare.

— Lo prenderò.

— Vi avverto che un legno brasiliano sorveglia l’uscita del porto.

— Lo colerò a fondo, o lui colerà me.

— Bisogna vivere e non morire, signore. Il nostro Governo non ha altro legno che quello che voi comandate, e questo è assolutamente necessario per la salvezza della nostra patria.

— Dovrò uscire in mare come un ladro? — chiese il capitano, aggrottando la fronte. — Non temo il brasiliano che mi spia.

— È necessario.

— E sia; ma se quel cane mi attraversa la via gli farò assaggiare un po’ del mio ferro.

— Farete ciò che vi parrà opportuno. Ascoltatemi ora.

— Parlate, signore.

— Voi uscirete in mare stasera e andrete a incrociare alla intersecazione del 310º meridiano col 40º parallelo. Colà una nave proveniente dall’Inghilterra vi consegnerà trecento casse contenenti ottocentomila cartuccie e trentamila fucili destinati alle truppe che il nostro presidente sta radunando sotto la sua bandiera.

— Ma come faremo noi a farlo pervenire al nostro presidente?

— Una nave mercantile, comandata dal capitano Avellana, vi attenderà alla foce della Rio della Plata e imbarcherà il carico.

— Come faremo a farle sapere che noi l’attendiamo?

— Tutte le notti Avellana lancierà un razzo azzurro; il che significherà che voi potrete imboccare il fiume senza timore degli alleati. Al momento opportuno vi dirò dove troverete il brigantino.

— E se il brigantino per un caso qualunque venisse catturato prima del nostro arrivo?

— Allora forzerete la foce del fiume.

— E dovrò misurarmi contro tutta la flotta degli alleati?

— Avreste paura? Ad altri allora il comando, — disse l’agente del Governo con accento secco.

Il capitano lo guardò con due occhi che mandavano fiamme.

— Signor Calderon, siete voi che vi permettete di dire a me simili cose? — chiese egli coi denti stretti. — Forse che voi ignorate chi sia il capitano del Pilcomayo? Ho sedici ferite sul mio petto, e non credo che voi ne abbiate tante, signor agente del Governo. Ah! voi volete che io forzi il blocco del Rio della Plata? Sta bene, lo forzerò; ma dubito che il Presidente riesca a vedere i fucili che io imbarcherò.

— Così vuole il Governo.

— E così sia.

— E vi avverto che ho ampi poteri e che posso destituire chi non mi ubbidisce, signor Candell.

— Basta così, signore!

— Un’altra cosa devo dirvi.

— Parlate.

— Dalla nave inglese voi riceverete una cassetta contenente sette milioni, regalati da alcuni signori europei al presidente Lopez, onde continui la guerra.

— Saranno sicuri.

— Vi avverto che sono tutti in diamanti, onde poterli facilmente nascondere nel caso che i Brasiliani o gli Argentini catturino il vostro legno.

— Li terrò sempre con me.

— Badate che questi milioni sono assolutamente necessari al Presidente, che si trova affatto a secco di danaro.

— Il Presidente li avrà, parola di Candell, qualunque cosa possa toccare alla mia nave.

— Anche se i Brasiliani calassero a picco il Pilcomayo?

— Sì.

— Ne siete ben certo?

— Sicurissimo, purchè mi si concedano sei o sette ore.

— Cosa intendete di dire?

— Lo so io, e basta, signor Calderon.

— Arrivederci a mezzanotte sul ponte del Pilcomayo.

— Verrete anche voi al Rio della Plata? — chiese il capitano con sorpresa.

— Devo accompagnare il tesoro del presidente Lopez.

— Cioè volete sorvegliarmi, — disse il capitano con ironia. — Fate come vi aggrada; ma badate che la vostra preziosa pelle correrà dei brutti rischi. Addio, signore.

Alla mezzanotte il valoroso capitano giungeva a bordo del suo legno, le cui macchine già erano sotto pressione, e faceva imbarcare tre grandi casse, ermeticamente chiuse, che parecchi uomini avevano condotto alla spiaggia su alcuni carri. Cosa contenevano? A nessuno lo disse: però, quando furono a posto in fondo alla stiva, lo si vide stropicciarsi le mani con visibile soddisfazione e lo si udì mormorare parecchie volte: — Ora sfido gli alleati a togliermi il tesoro del Presidente.

Alle 12,20 il signor Calderon saliva sul Pilcomayo.

— Quando desiderate, siamo pronti, — gli disse il capitano, ricevendolo sulla scaletta.

— Partiamo, — disse freddamente l’agente del Governo.

Dieci minuti dopo l’incrociatore lasciava silenziosamente il quai, passava in mezzo alle numerose navi che ingombravano il porto e usciva arditamente in mare. Il capitano era sul ponte di comando fra i suoi ufficiali, tutto l’equipaggio sotto le armi, il cannone della torretta caricato e la mitragliatrice di prua pronta.

Il legno da guerra brasiliano incrociava dinanzi al porto, ma era assai lontano in quel momento e non s’accorse dell’uscita del Pilcomayo, che navigava senza fanali e tenendosi sotto la costa.

Quando si vide fuori di portata, il capitano Candell lanciò la sua nave a tutto vapore verso il sud, e tre giorni dopo incrociava all’intersecazione del 310º meridiano col 40º parallelo. La nave inglese recante le armi, le munizioni e il tesoro del presidente Lopez vi era di già da parecchi giorni. Il trasbordo del carico fu subito fatto, poi le due navi si separarono, l’una diretta in Inghilterra e l’altra verso il Sud.

Il 20 gennaio il Pilcomayo si arrestava a sole quaranta miglia dalla foce del Rio della Plata.

— Le vostre istruzioni, signore? — chiese il capitano Candell all’agente del Governo.

— Aspettare la notte e avvicinarsi alla foce del Rio, — rispose il signor Calderon. — Quando vedrete il razzo azzurro, imboccherete il fiume a tutto vapore e risalirete la corrente, finchè ve lo dirò io.

— E se non vediamo il segnale?

— Riprenderete il largo e tornerete la notte seguente.

— E se vengo attaccato?

— Darete battaglia, se sarete dentro il Rio; fuggirete, se sarete in alto mare.

— Ma se mi calano a picco nel Rio, gli alleati ricupereranno le armi.

— Ma salverete il tesoro.

— Non riesco a comprendervi.

— Non importa: tali sono gli ordini del Governo: ubbidite.

— Obbedisco per ora, signor Calderon.

— Come! per ora?

— M’intendo io.

— Spiegatevi.

— Quando sarà giunto il momento.

— Ora.

— Signor Calderon, a bordo del mio legno comando io, — disse il capitano con accento minaccioso. — Voi comanderete quando saremo a terra.

— Osereste ribellarvi?

— Anche, se la salvezza del tesoro e delle armi lo esigessero. Lasciate pensare a me su ciò che devo ora fare, poi direte al Presidente ciò che meglio crederete.

E vedendo che l’agente del Governo stava per ribattere parola: — Non una sillaba di più, — aggiunse, — o mi vedrò costretto a chiudervi nella vostra cabina. M’avete compreso? Il comandante qui sono io!

Ecco per qual motivo il Pilcomayo, come abbiamo veduto nel precedente capitolo, incrociava dinanzi la foce del Rio della Plata, che le navi degli alleati, senza dubbio messe in guardia dall’inaspettata partenza dell’incrociatore da Boston, segnalata dai loro consoli, rigorosamente guardavano, pronte a respingerlo a colpi di cannone e possibilmente a catturarlo.

III.

Le casse del capitano Candell.

Al comando dato dall’intrepido capitano Candell di «avanti a tutto vapore», il Pilcomayo aveva raddoppiato la corsa, mettendo la prua all’imboccatura del Rio della Plata. Filava con una velocità di quattordici nodi, cosa non comune a tutte le navi, specialmente in quei tempi, e che doveva procurargli un immenso vantaggio sulle navi degli alleati, di cui le più veloci non sorpassavano i dodici.

Il suo equipaggio, da tre notti preparato alla pugna e formato tutto di persone che avevano già dato prove di non dubbio valore, era a posto di combattimento: i fucilieri dietro le murate colle carabine in pugno e la sciabola d’arrembaggio al fianco e gli artiglieri attorno al grosso pezzo, posto in batteria sulla torretta corazzata, e dietro la mitragliatrice.

Il capitano sul ponte di comando, col portavoce in una mano e un revolver nell’altra, aveva a fianco i suoi ufficiali, mentre mastro Diego si teneva ritto dietro la ruota del timone, pronto a virare di bordo o a dirigere l’incrociatore dentro la foce del Rio.

Un profondo silenzio regnava sul legno, rotto solamente dai colpi precipitati della macchina e dai muggiti del vapore.

Dopo i segnali fatti, nessun altro razzo aveva solcato le tenebre, nè sul mare nè sulla costa: però il nemico tutti lo sentivano vicino. Le navi segnalate parevano scomparse, ma dovevano essersi già lanciate sulle tracce del fuggitivo, pronte a tagliargli la strada al sud e al nord nel caso che avesse da virare di bordo per riguadagnare l’alto mare.

Il Pilcomayo correva da mezz’ora, senza deviare di una sola linea dalla rotta stabilita, quando a trecento metri da prua apparve improvvisamente, quasi a fior d’acqua, un punto luminoso che si muoveva con grande rapidità.

— Oh! oh! — esclamò mastro Diego, che diede tosto un mezzo giro di ruota. — Chi è che vuole farsi tagliare dal nostro sperone? Bada, mio caro, che è molto solido e che farà di te una frittata.

— Oh! una lancia a vapore a prua! — gridò una vedetta posta sulle crocette di maestra.

— Che nessuno faccia fuoco! — gridò il comandante.

La lancia segnalata, appena accortasi della presenza del legno, aveva prontamente virato di bordo, filando verso il sud. In pochi istanti scomparve fra le tenebre.

— Di’, Diego: cosa credi che sia venuta a fare qui? — chiese una voce.

Il marinajo che così parlava era un ragazzo di sedici o diciassette anni, magro ma nervoso, che pareva dotato della straordinaria agilità delle scimmie, bruno come un indiano, ma di lineamenti belli e con certi occhi in cui si leggeva di già un coraggio più che straordinario.

— Ah! sei tu, ragazzo, — disse il mastro: quella lancia è un uccello di rapina che è venuto a spiarci.

— Allora siamo stati scoperti.

— Ora te ne accorgi?

— Lo avevo sospettato, Diego. E come ne usciremo?

— Se non sapessi che, malgrado la tua giovane età, hai nelle vene del buon sangue e che hai già dato prove di non dubbio coraggio, mi guarderei bene di dirti la verità.

— Tu vuoi dire adunque che la nostra pelle corre un serio pericolo.

— Temo che fra un pajo d’ore si vada tutti a picco, povero ragazzo.

— Non ho paura, Diego, — disse l’ometto con fierezza. — Mi vedrai combattere come un vecchio marinajo e morire da coraggioso.

— Lo so: tu sei di buona razza. Tuo padre è morto da eroe sul ponte del suo legno colla bandiera paraguayana in pugno, e tuo fratello ha mostrato ai Brasiliani come sanno morire i figli della nostra patria. Qual dolore per la tua povera madre, se anche tu le venissi a mancare!...

— Diego, — disse il ragazzo con viva emozione, — non è questo il momento di ricordarmi la famiglia, nè che una madre adorata mi attende in chissà quali ansie.

— Hai ragione, Cardozo; certe cose fanno più male che bene, quando si ha assoluto bisogno di sola audacia. Ma io veglierò su di te come se tu fossi mio figlio, e qualunque cosa possa accadere mi troverai sempre al tuo fianco.

— Grazie, Diego, — disse il ragazzo sorridendo. — Purchè una palla non ti mandi a dormire prima di me.

— Allora buona notte; ma qualcuno avrà cura di te. Il comandante ti vuole molto bene e non ti dimenticherà!... Ah! Ci siamo!...

— Cosa vedi?

— Dei lumi dinanzi a noi.

— La flotta nemica?

— Senza dubbio, e veglia proprio dinanzi all’imboccatura del Plata.

— Prepariamo gli orecchi alla musica. Udremo fra breve un bel concerto.

— Ah! tu scherzi?

— Ti dispiace, vecchio lupo?

— Tutt’altro, figlio mio, poichè ciò indica che tu non hai paura.

— Mastro Diego! — gridò in quell’istante il comandante.

— Ai vostri ordini, signore! — rispose il timoniere.

— Poggia al sud in maniera da evitare l’incontro degli alleati. Gli scorgi?

— Perfettamente.

— Sta bene! Marinai, pronti a far parlare il cannone, e possibilmente rispondete presto e picchiate sodo.

I fanali della flotta erano lontani sei o sette miglia, ma si distinguevano perfettamente sulla oscura linea dell’orizzonte. Dal loro numero era facile arguire che i legni erano molti e disposti in modo da chiudere gran parte della grandissima imboccatura del fiume gigante.

Il Pilcomayo, che divorava la via con crescente velocità, piegò verso il sud, dove non si vedeva brillare alcun fanale, e in meno di mezz’ora giunse nelle acque del Rio.

— Si vede nulla? — chiese il capitano ai marinai in vedetta sulle crocette.

— Nave a babordo! — gridò una voce.

Tutti i cannocchiali e tutti gli occhi si volsero verso la direzione indicata. Una massa nera, di dimensioni enormi, era apparsa a sole poche gomene di distanza e correva addosso all’incrociatore coll’intenzione di calarlo a fondo con un buon colpo di sperone.

— A tutto vapore! — gridò il capitano Candell. — Diego, tutta la barra all’orza!

Un istante dopo, e a sole poche braccia dalla poppa del Pilcomayo, passava la nave nemica, la quale, trasportata dal proprio slancio, passò oltre, scomparendo fra le tenebre.

— Auff! — esclamò il mastro, asciugandosi la fronte col dorso della mano. — Un momento di ritardo, ed eravamo perduti!

— L’hai veduta bene, vecchio lupo? — chiese Cardozo, che non aveva lasciato il suo fianco.

— Sì, figlio mio, e ti so dire che era una fregata delle più grosse. Se ci toccava, ci sventrava completamente.

— Tornerà alla carica?

Mastro Diego non rispose. Un lampo era balenato al largo, seguìto da una fortissima detonazione. Una palla passò fischiando sopra il ponte dell’incrociatore, perdendosi in mare.

— Maledizione! — esclamò il capitano Candell. — La partita è perduta!

— Perchè, signore? — chiese una voce.

— Ah! siete voi, signor Calderon? — chiese il comandante con ironia. — Vi credevo nella vostra cabina al sicuro dalle palle degli alleati.

— Vi ho fatto una domanda, non vi ho detto di scherzare alle mie spalle, — disse l’agente del Governo con voce pacata, ma quasi minacciosa.

— Allora vi dirò che questo colpo di cannone farà accorrere tutta la flotta nemica, la quale ci chiuderà la via. Guardate se ho ragione.

Infatti i fanali delle navi, poco prima immobili, si erano messi in movimento e si avvicinavano rapidamente. Per di più, dei razzi s’alzavano sulla costa, solcando le tenebre in tutte le direzioni.

— Passerete? — chiese l’agente del Governo, dopo alcuni istanti di silenzio.

— È impossibile, ora che siamo stati scoperti.

— E dunque che avete intenzione di fare? Se ci gettassimo alla costa?

— Non avremo fatto un miglio entro terra, che avremo addosso i soldati argentini o del Montevideo.

— E dunque che contate di fare?

— Riprendere il largo, salvare il tesoro del Presidente e poi tornare qui per farmi uccidere, onde non lasciarvi il sospetto che io abbia avuto paura degli alleati, — rispose il capitano con fierezza.

— Non so con quali mezzi intendete salvare i milioni del signor Lopez.

— È affare che riguarda me solo.

— No, signore, e vi ordino di forzare il passo, dovessimo andare a picco tutti.

— Dopo, prima no.

— Capitano Candell, voi mi ubbidirete, o darò io il comando di andare innanzi.

— Fatelo, signore, e vedremo se i miei fedeli marinai ubbidiranno a voi o a me.

L’agente del Governo, ben comprendendo che sarebbe stata una prova inutile, si morse le labbra e fece un gesto di dispetto.

— Farò rapporto al Presidente, — disse con sorda voce.

— Fatelo pure, signore; ma difficilmente io allora sarò ancora fra il numero dei viventi.

Imboccò il portavoce e, raddrizzando l’alta statura, gridò:

— Timoniere, vira di bordo e avanti al largo!

Un istante dopo l’incrociatore virava di bordo, volgendo la poppa verso la costa americana e si slanciava a tutto vapore sulle onde dell’oceano Atlantico.

La fregata poco prima incontrata riapparve ancora a breve distanza, mostrando il suo acuto sperone. Tre lampi seguiti da tre detonazioni balenarono sul suo ponte e tre grossi proiettili fischiarono fra l’attrezzatura dell’incrociatore.

— Troppo in alto, miei cari, — disse il capitano Candell, ridendo. — Ehi? mastro Alonzo, manda un confetto nel corpo di quel birbante! — Il mastro cannoniere, che non aspettava che quel comando, si curvò sul grosso pezzo, mirò alcuni istanti, poi strappò violentemente il cordone tira-fuoco.

Una gran fiamma irruppe dalla bocca, illuminando il ponte dell’incrociatore, seguita da un formidabile scoppio che fece tremare l’intera alberatura. Pochi secondi dopo, al largo si udiva uno schianto e si vide la fregata rallentare la corsa e poi fermarsi quasi istantaneamente.

— Buono! — esclamò il capitano Candell.

Sul ponte della fregata si videro correre dei fanali, poi una voce distinta gridò: — L’elica si è spezzata!

— E uno, disse mastro Diego. — Quel dannato legno per ora ci lascierà tranquilli.

Altri due lampi balenarono dai sabordi della fregata, poi una serie di detonazioni, che parevano prodotte da qualche mitragliatrice, echeggiarono verso poppa.

— Quei galantuomini vanno in bestia, — disse il giovane Cardozo, che non si prendeva la cura di porsi al riparo da quella grandine di palle. Bah! siamo duri noi: è vero, vecchio lupo?

— Sì, finora, — rispose il mastro. — Vedremo dopo però, se la nostra pelle resisterà ai cannoni della squadra intera.

— Che ci insegua?

— Senza dubbio, figlio mio. Guarda quei fanali come corrono.

— Ma noi corriamo di più, mastro.

— Se durerà il carbone. Temo che noi ne abbiamo poco nel ventre. Ah..... Ancora quei dannati di jeri sera!

Verso il nord due razzi si erano innalzati e un altro verso l’est. Certamente partivano dalle due navi segnalate alcune ore prima e che dovevano ancora incrociare al largo. Vedendo quei segnali, la fronte del capitano Candell si corrugò.

— Temo di finirla male, se non mi spiccio a salvare il tesoro, — mormorò. — Ho almeno tre ore di vantaggio: ciò può bastarmi. — Discese dal ponte di comando, facendo segno agli ufficiali di seguirlo, e si avvicinò alla misteriosa cassa che era stata trasportata in coperta.

— Tutto è pronto? — chiese agli ufficiali.

— Tutto — risposero.

— Allora affrettiamoci.

— A che fare? — chiese una voce.

— Ah! ancora voi, signor Calderon, — disse il capitano. — Ora lo vedrete.

— Ma che cosa contiene quella cassa?

— Un pallone, signore.

— Un pallone!... E per che farne?

— Carrai! Per salvare i milioni del Presidente.

— Non vi comprendo.

— Comprenderete dopo. Ora lasciatemi tranquillo; ho i minuti contati.

Poi disse lentamente e con voce perfettamente tranquilla: — Ingegnere, fate spegnere i fuochi!...

— Ma, signore! — esclamò l’agente del Governo. — Non vedete che la squadra degli alleati ci dà la caccia?

— La vedo.

— Se fate spegnere i fuochi, non avrete più scampo.

— Lo so; ma mi preme che le scintille che potrebbero uscire dalla ciminiera non facciano scoppiare il mio pallone.

— È una pazzia, un voler farsi uccidere.

Il valoroso comandante alzò le spalle.

Fece un cenno ad alcuni marinai che si erano riuniti ai piedi degli alberi di maestra e di trinchetto. Tosto i due gherlini legati all’anello che si vedeva emergere dalla misteriosa cassa, portata poco prima sul ponte, vennero ritirati, e si vide innalzarsi un pallone, sgonfiato ancora, ma che doveva avere dimensioni enormi a giudicarlo dalla sua lunghezza.

Quando l’estremità giunse quasi a livello degli alberi, un tubo che saliva dalla stiva fu introdotto nell’apertura inferiore, la quale venne sollecitamente legata.

— Aprite la valvola — comandò il capitano ad un ufficiale.

Si udì un fischio acuto, che pareva prodotto da una violentissima fuga di gas e si vide a poco a poco il pallone gonfiarsi con un dondolamento marcatissimo, e tendendo a salire.

— Ma dove avete questo gas? — chiese il signor Calderon, che sembrava eccessivamente sorpreso di quanto vedeva.

— Immagazzinato a forza dentro solidissimi cilindri di acciajo, che ho portato con me da Boston, — rispose il capitano. — Basta adattare il tubo e aprire il rubinetto: una cosa facilissima, come ben vedete.

— E quando il pallone sarà pronto, cosa farete?

— Faccio entrare nella navicella due o tre uomini dei più fidati e dei più valorosi, affido a loro il tesoro e taglio la fune, — rispose pacatamente il comandante. — Vi assicuro che gli alleati non si prenderanno i milioni.

— Ma neanche il Presidente.

— E perchè no, signor Calderon? Il vento in questa stagione e in questa regione soffia quasi sempre dall’est; il pallone verrà spinto verso terra, passerà sopra le teste degli alleati o andrà a cadere molto lontano. Agli uomini che lo montano non sarà difficile guadagnare il Paraguay.

— Ma se il vento, per una circostanza qualsiasi, cambiasse e lo portasse invece al largo, assai lontano dalla costa?

— Meglio che i milioni cadano in mare, che nelle mani dei nostri nemici. Ora vi prego di lasciarmi tranquillo, onde io sorvegli attentamente il gonfiamento.

L’aerostato si gonfiava rapidamente, assorbendo l’idrogeno carbonato pressato nei cilindri d’acciajo. Ormai si librava nell’aria tendendo le funi che parecchi marinai trattenevano. Ancora pochi cilindri, e sarebbe stato pronto a prendere il largo.

Ad un tratto si udì in lontananza una detonazione e una palla venne a cadere a poche braccia dalla poppa dell’incrociatore, facendo rimbalzare l’acqua.

— Ah! sono qui, — disse il capitano con voce perfettamente tranquilla. — Presto, un altro cilindro, e poi fate attaccare la navicella.

Guardò verso il punto ove era balenato il lampo e scorse a circa sei chilometri un gran vascello, il quale si avvicinava rapidamente. Un po’ più lontano si vedevano altri legni i quali si disponevano in modo da circondare il povero incrociatore.

— Quando saranno a buon tiro, il pallone sarà libero, — disse egli.

Lanciò uno sguardo sul suo equipaggio, che aspettava intrepidamente l’attacco della flotta nemica, poi gridò:

— Mastro Diego!

Il timoniere si fece innanzi, salutando.

— Mio vecchio amico, — disse il comandante, — affido a te un grave incarico.

— Comandate, signore.

— Tu devi salire in questo pallone e tentare la sorte.

— Vi salirò, mio capitano, — rispose il mastro senza esitare.

— Affido a te i milioni del Presidente.

— Sta bene, comandante.

— Giurami che, se tocchi la costa, glieli recherai in qualunque luogo egli si trovi.

— Lo giuro sul mio onore e sulla bandiera della nostra patria.

— Grazie, mio valoroso. Scegli un compagno di tua fiducia.

— Eccolo, capitano, — disse il mastro, additandogli il giovane Cardozo. — Non avrai paura tu, figlio mio?

— No, Diego, — rispose il ragazzo; anzi ti ringrazio di aver pensato a me.

— Signor Calderon, — disse il capitano, rivolgendosi verso l’agente del Governo, — preferite morire, o vivere?

— Perchè questa domanda? — chiese l’agente.

— Perchè, se voi rimanete con me, fra un’ora sarete morto, mentre, se salite sul pallone....., chissà, potreste salvarvi.

— Il mio posto è presso il tesoro del Presidente.

— Sta bene, signore.

Un altro colpo di cannone rimbombò sul mare e una seconda palla cadde a pochi metri dal Pilcomayo.

Il capitano gettò uno sguardo sull’aerostato, il quale era quasi interamente gonfiato.

— Togliete il tubo — comandò egli, — legate l’orifizio e attaccate la navicella.

Quei diversi comandi furono tosto eseguiti.

— Manca nulla? — chiese poi volgendosi verso gli ufficiali.

— Nulla, signore, — risposero. — Armi, viveri, vesti, zavorra sono a posto.

Un’altra palla partita dalla fregata attraversò il ponte dell’incrociatore, sfiorando questa volta il pallone.

— Imbarca! — comandò il capitano con voce un po’ commossa.

L’agente del Governo, mastro Diego e il giovane Cardozo salirono lestamente nella navicella.

Allora il capitano, levandosi di tasca due grossi astucci, li consegnò nelle mani del mastro.

— Questi sono i milioni del Presidente, — gli disse. — Io li affido alla tua lealtà e al tuo onore.

— Saranno sicuri, mio comandante, — rispose il marinajo con viva emozione.

— Addio, mio valoroso.

— Che Dio vi salvi, signore.

Il capitano fece un gesto. I marinai lasciarono andare le funi e l’aerostato libero s’alzò maestosamente nell’aria, mentre l’equipaggio dell’incrociatore gridava:

— Viva il Paraguay! Viva il Presidente!...

IV.

Il combattimento.

Era tempo!

La flotta alleata correva a tutta velocità addosso al valoroso incrociatore, che si trovava completamente immobile coi fuochi spenti, nell’assoluta impossibilità di manovrare o di salvarsi con una pronta fuga.

Era composta di tre fregate e di quattro corvette, armate di trentanove pezzi d’artiglieria, quasi tutti di grosso calibro, e di parecchie mitragliatrici e montate da tremiladuecento uomini; una forza imponente, invincibile pel povero Pilcomayo, che aveva un così scarso armamento e un così poco numeroso equipaggio, quantunque valorosissimo e pronto a tutto, anche a saltare in aria piuttosto di cedere le armi e le munizioni che formavano il carico. Scorgendo il pallone slanciarsi rapidamente in alto e salire con una rapidità straordinaria, un urlo di furore scoppiò a bordo delle navi nemiche. Senza dubbio gli alleati sospettavano il bel tiro giuocato dal capitano Candell, non ignorando che il Pilcomayo portava, oltre le armi, i milioni donati al presidente Lopez.

Sopra ogni ponte di comando s’udì un solo grido:

— Fuoco su quel pallone!

A quell’ordine parecchie scariche partirono dalle navi. I marinai, inerpicatisi rapidamente sulle coffe, sulle crocette e persino sui pennoni, scaricavano le loro carabine, mentre le mitragliatrici, volte colle canne all’insù, vomitavano senza interruzione i loro messaggeri di morte. Due navi arrestarono persino la loro marcia innanzi e ripresero il largo; tirarono in aria alcune cannonate, ma ormai era troppo tardi.

Il pallone era già alto assai e continuava a salire con crescente rapidità. In pochi istanti scomparve fra le tenebre.

Era allora giunto a duemilacinquecento metri di altezza, e, incontrata una corrente favorevole, filava al disopra dell’oceano con una velocità non inferiore ai cinquanta o sessanta chilometri all’ora.

Mastro Diego, Cardozo e lo stesso agente del Governo, usciti tutti e tre sani e salvi da quello uragano di piombo e di ferro, in preda ancora ad una viva emozione, si erano curvati sul bordo della navicella, concentrando tutta la loro attenzione sui punti luminosi che solcavano l’oceano. In quel momento nessuno si occupava dell’aerostato, che li portava chissà mai verso quali terre o verso quali mari; non pensavano che al povero Pilcomayo, che avevano abbandonato in così terribili condizioni, stretto da ogni parte dalla squadra degli alleati e coi fuochi spenti.

Dopo le violenti scariche di moschetteria indirizzate allo aerostato, un profondo silenzio era succeduto. Nessun rumore perveniva agli orecchi degli aeronauti, nemmeno i muggiti delle macchine, che pur dovevano funzionare: nemmeno i comandi dei capitani, che pur in quel momento dovevano echeggiare a bordo di tutte le navi.

Ad un tratto però, un lampo balenò sul mare e una forte detonazione s’innalzò nell’aria. Poi un altro ancora, un terzo, infine molti altri, seguiti da scoppi violentissimi e da lunghi crepitii, che parevano prodotti dai fucili e dalle mitragliatrici. Linee di fuoco s’incrociavano per ogni dove, mandando in aria nuvoloni di polvere che di quando in quando si tingevano di rosso; poi in mezzo a quel furioso cannoneggiare si udivano delle grida che a poco a poco diventavano più fioche, man mano che l’aerostato si allontanava dal teatro della pugna.

D’improvviso un gran lampo fendette le tenebre salendo alto e lanciando per ogni dove dei punti luminosi, seguìto a breve distanza da un cupo rimbombo che durò qualche minuto, poi tutto tacque e tutto divenne oscuro.

Mastro Diego e Cardozo, che avevano seguìto le diverse fasi della battaglia col cuore stretto e la fronte madida di un freddo sudore, si risollevarono, guardandosi fissamente in viso.

— Sono saltati, — disse il mastro con viva emozione.

— Lo credi? — chiese Cardozo, su’ cui occhi tremolava un lagrimone.

— Lo temo.

— Ma può essere saltata una nave nemica.

— No, poichè non avrebbero taciuto le artiglierie.

— Ah! potessimo saperlo!

— Il vento ci allontana rapidamente, e quando spunterà l’alba chissà quanto saremo lontani dalla foce del Rio della Plata.

— Ma un giorno sapremo bene la sorte toccata ai nostri disgraziati compagni.

— Lo spero, purchè noi non siamo più disgraziati di loro.

— Cosa intendi di dire, Diego?

— Non voglio lasciarti delle illusioni, mio buon Cardozo. Non voglio nasconderti che noi ci troviamo forse in peggiori condizioni dei nostri compagni.

— Perchè?

— Sai tu dove finiremo noi? Il mare ci sta sotto e forse ci inghiottirà.

— Ma non corriamo verso la costa americana?

— Per ora no: il vento ci porta verso il sud.

— Ma possiamo incontrare una nave e scendere. Non hai mai manovrato simili navigli?

— Mai, Cardozo.

— E il signor Calderon?

— Credo che ne sappia quanto me.

— Pure ci sarà un mezzo per scendere.

— Per questo non occorrono grandi cognizioni: basta dare uno strappo a questa corda che scende dall’alto e aprire la valvola.

— Quando conosci la manovra necessaria per discendere, non ti domando di più, Diego.

— Vedremo se basterà, Cardozo.

— A quale altezza ci troviamo?

— A tremila metri, — rispose il mastro; — ma tendiamo ad alzarci ancora, poichè vedo che il barometro si abbassa.

— Buono! Non mi spiacerebbe salire in cielo.

— Ciò non accadrà, sta certo, ragazzo mio: anzi non tarderemo a scendere, lo vedrai. Il gas sfugge sempre, per quanto sia buono il tessuto che lo tiene prigioniero.

— Di’: non ti pare che il pallone sia stato poco riempito? Vedo che fa delle grandi pieghe.

— Se lo avessero riempito completamente, a quest’ora sarebbe scoppiato, poichè, quantunque non m’intenda di manovrare simili vascelli dell’aria, so che il gas si dilata di mano in mano che il pallone sale e che diminuisce la pressione atmosferica, in virtù della sua forza espansiva, e so ancora che parecchi aerostati sono scoppiati per averli appunto troppo gonfiati.

— Speriamo che non ci tocchi una simile sorte. Diamine! Che brutto capitombolo, mio vecchio lupo di mare!

— Un saltino di tremila metri!

— Meno male che abbiamo il mare di sotto.

— Ma nessuno di noi lo toccherebbe ancora vivo: te lo assicuro, Cardozo.

— Camminiamo molto? È strano: si direbbe che noi siamo perfettamente immobili.

— E invece io credo che corriamo con grandissima velocità. All’alba vedremo quanto saremo lontani dalla costa americana. Ah! se potessimo attraversare la Repubblica Argentina e calare in mezzo al Paraguay, fra le brave truppe del nostro valoroso presidente! Sarebbe quello il più bel giorno...

Un risolino secco secco, ironico, gli interruppe la frase. Il vecchio marinajo si volse cogli occhi in fiamma e la fronte aggrottata, e si trovò dinanzi all’agente del Governo, il quale, appoggiato al bordo della navicella, colle braccia incrociate sul petto, lo guardava in istrana guisa.

— Cosa avete, signore, per ridere a quel modo? — gli chiese con voce ruvida.

— Rido, perchè voi parlate di scendere nel Paraguay, mentre il vento ci spinge sopra l’oceano Atlantico, — rispose l’agente con voce lenta, misurata.

— È impossibile, signore! — esclamò il mastro. — Poco fa il vento soffiava dall’est e portava verso la costa.

L’agente alzò le spalle e gli mostrò senza dir verbo la bussola.

I due marinai si precipitarono verso l’istrumento e si risollevarono entrambi pallidi, mormorando: — Andiamo al largo!...

Per alcuni istanti un profondo silenzio, rotto solo dallo sfregamento delle pieghe dell’aerostato, che il vento agitava, regnò nella navicella. Malgrado il loro non comune coraggio i due marinai del Pilcomayo si sentivano prendere da una vaga paura, ben sapendo quali disastrose conseguenze poteva produrre quella corsa sopra l’oceano Atlantico.

— Possiamo fare nulla per ritornare? — chiese Diego all’agente.

— Nulla, — rispose questi senza dimostrare la più piccola emozione.

— Quando scenderà il pallone?

L’agente crollò il capo, poi volse le spalle, si appoggiò al bordo della navicella e guardò altrove.

— Auff! — esclamò il mastro, tergendosi alcune gocce di freddo sudore. — Comincio a vedere bujo nella nostra situazione, che poco fa mi pareva tanto rosea. Bah! Dopo tutto eravamo votati alla morte come i nostri compagni rimasti sul Pilcomayo.

— Chissà che il vento cangi, Diego, — disse Cardozo.

— Speriamolo, piccino mio... Dimmi: hai paura?

— No, te lo giuro. Ho provato un po’ di emozione, ma è passata.

— Ciò mi fa piacere, Cardozo. Ora còricati, chè devi essere stanco, e lascia a me la cura di vegliare. Se avrò bisogno delle tue braccia ti sveglierò, non temere.

— Ti ubbidisco; ma quando sorgerà l’alba, tirami le gambe.

— Te lo prometto, figlio mio. Sdrajati sopra quei sacchi di zavorra e dormi tranquillo, chè per ora non c’è alcun pericolo.

Cardozo, che faticava assai a tenere gli occhi aperti, si gettò sui sacchi, si avvolse in una coperta per ripararsi dal freddo che si faceva sentire assai acuto a quell’altezza, e non tardò ad addormentarsi. Diego, dopo aver dato un nuovo sguardo alla bussola e uno al barometro, che indicava sempre un’altezza di 3000 metri, si cacciò in bocca un pezzo di tabacco e si appoggiò al bordo della navicella, guardando le fitte tenebre che si estendevano sopra l’oceano.

Un silenzio quasi perfetto regnava attorno al pallone, il quale continuava la sua rapida corsa con un dondolamento appena sensibile. Non si udivano nè il muggito delle onde, che forse il vento che regnava in quelle alte regioni lasciava tranquille, nè alcuna detonazione che indicasse la vicinanza della flotta alleata, nè alcun rumore che segnalasse il passaggio di qualche battello a vapore, nè una voce umana, nè un grido di uccello qualsiasi.

E se il silenzio era profondo, l’oscurità non lo era meno. Fitte tenebre avvolgevano la superficie della terra, che pareva ormai completamente scomparsa, nè appariva, per quanto il mastro aguzzasse gli occhi, alcun lume in nessuna direzione, che indicasse la presenza o di una costa o di un essere umano qualsiasi. Solo sopra il pallone scintillavano superbamente gli astri a milioni e milioni, fra cui spiccava vivamente quell’ammirabile croce del sud, che nell’emisfero meridionale indica il polo antartico.

A poco a poco però verso l’est cominciò a manifestarsi un vago chiarore, che ben presto fece impallidire gli astri e fugare lo tenebre. Giù in fondo, verso la terra, cominciò ad apparire una superficie bruna dapprima, azzurra poi, che si perdeva con certi riflessi d’acciajo verso il nord, il sud e il ponente.

Alla luce biancastra successe una luce rossastra, che tinse splendidamente la superficie del pallone e che fece scintillare qua e là l’azzurra superficie del mare, cospargendola di pagliuzze infuocate; poi un’onda di luce viva, brillante, spuntò sull’orizzonte, e il sole apparve in mezzo a due grandi nuvole fiammeggianti.

Il mastro, che sonnecchiava col capo appoggiato al bordo della navicella, si rialzò, si stropicciò gli occhi e guardò sotto di sè a lungo. Nulla, assolutamente nulla; la superficie del mare era completamente deserta, e sull’orizzonte occidentale, dove dovevasi trovare la costa americana, nessuna terra appariva.

— Carrai! dove siamo noi? — mormorò egli, masticando energicamente la sua cicca. — Si direbbe che il mare in queste poche ore si è bevuto la flotta degli alleati e che ha coperto l’America tutta.

Si volse e guardò nella navicella: l’agente del Governo era ancora là, appoggiato al bordo, colle braccia incrociate sul petto e gli sguardi fissi dinanzi a sè, sempre calmo, sempre freddo. La sua faccia pallida e punto simpatica non manifestava nè alcuna sorpresa, nè alcuna apprensione.

Sdrajato sui sacchi di zavorra, il giovane Cardozo dormiva tranquillamente, colle pugna chiuse, ma il sorriso sulle labbra.

— Il piccino sogna senza dubbio... — mormorò il marinajo, guardandolo con occhio amoroso. — Che peccato che io l’abbia immischiato in questo brutto viaggio, che può mandarci a bere a crepapelle in fondo all’oceano!

Guardò la bussola e lanciò una sorda imprecazione.

— Ancora verso l’est! — esclamò con ira. — Dove finiremo noi?

Guardò il barometro e vide che segnava duemila ottocento metri. Questa scoperta, ancora più grave dell’altra, lo sgomentò. — Di già scendiamo!... — E invece di avvicinarci alla costa ci allontaniamo sempre più!... Dove saremo noi fra quarantotto ore?...

S’avvicinò all’agente del Governo e gli battè leggermente sulla spalla.

— Cosa desiderate? — gli chiese Calderon senza volgersi.

— Sapete, signore, che noi discendiamo?

— Lo so... — rispose l’altro sempre calmo.

— E non vi spaventa ciò?

— Forse che io ho un mezzo per innalzarci?

— No, ma...

— Quando il sole comincierà a scaldarci, il gas si dilaterà e supereremo i tremila metri.

— Dite il vero, signore?

L’agente alzò le spalle e non rispose.

— Hum! che razza di orso è quest’uomo! — brontolò il mastro. — Il capitano già lo vedeva come il fumo negli occhi, ed aveva i suoi buoni motivi. Ma, bah! si addomesticherà.

Si avvicinò a Cardozo e lo svegliò. Il ragazzo si stropicciò gli occhi, si stirò le membra e balzò agilmente in piedi.

— Ah! sei tu, mio buon Diego! — esclamò. — Io sognavo d’essere a casa mia, anzichè in questo pallone. Ah! il sole è finalmente spuntato! E dunque, dove siamo? Si vede la costa?

— Dove ci troviamo non te lo saprò mai dire, poichè non credo che qui ci sia un ottante per fare il punto; la costa poi credo sia tanto lontana, ch’è meglio non pensarci almeno per ora.

— Sicchè la flotta degli alleati...?

— È scomparsa.

— L’avesse almeno inghiottita il mare.

— Io dico invece che naviga allegramente, portando con sè le spoglie del povero Pilcomayo. Ma lasciamo andare quei birbanti, e cerchiamo invece di porre sotto i denti qualche crosta di pane. Io spero che il capitano avrà pensato anche al nostro stomaco.

— Cerchiamo, Diego. Vedo qui una quantità di sacchi e sacchetti e casse, che qualche cosa di utile devono contenere.

— Faremo l’inventario.