DEGLI
ULTIMI CASI
DI ROMAGNA
DI
MASSIMO D’AZEGLIO
Verba utilia quaesivi.
Eccl. XII.
VENEZIA
COI TIPI DI LORENZO GATTEI EDIT. LIBRAJO
1848.
A CESARE BALBO
_Ti dono questo mio scritto, non perchè intenda che l’autorità del tuo nome abbia a farsi scudo a tutte le opinioni ch’egli esprime ma perchè so esser tu ed io concordi sulla più importante, su quella della nostra indipendenza; perchè so esser tu convinto, come io lo sono, della necessità di soffocare in Italia ogni favilla di discordia con larghe e reciproche concessioni sulle opinioni di minor conto, purchè da tutti si dia mano alla grand’opera della nostra nazionale rigenerazione; della necessità di discutere liberamente e senza mistero le cose nostre, discussione alla quale hai degnamente aperto il campo pel primo, e te ne è dovuto il vanto; perchè finalmente mi legano a te stretti vincoli di sangue e di lunga ed immacolata amicizia, e vincoli ancor più stretti, anzi i maggiori che possano stringere due cuori, quelli d’un eguale ed ardente amore di patria, e del desiderio di porre le forze e la vita per la sua liberazione._
M. A.
Sui moti di Rimini del settembre scorso (1846) pochissimi, e forse que’ soli che si trovarono al fatto, hanno saputa la verità: ed in Italia, ove le corrispondenze particolari non osano, ed i pubblici fogli non vogliono dirla, non può essere altrimenti. Stando alle loro notizie, copiate dai fogli stranieri, e sparse così in tutta Europa, poche centinaia di disperati, guidati da un uomo condannato a dieci anni di galera, hanno turbata la pace pubblica, e rovesciata in Rimini l’autorità pontificia: poscia, spargendosi in piccole bande per l’Apennino, e fuggendo dinanzi alle baionette svizzere, in pochi giorni sono stati del tutto dissipati, e lasciando la città, hanno commesso disordini e ruberie, riportando taccia di perturbatori, ladri e codardi.
Io stimo intempestivo e dannoso il moto di Rimini, come stimerò sempre intempestivi e dannosi siffatti moti parziali, ed aggiungerò a fronte alta, che li stimo perciò biasimevoli, non avendo diritto una ristrettissima minorità di farsi giudice se sia o no opportuno spinger la propria nazione nella gran lotta dell’indipendenza, non avendo diritto di giocar su un tiro di dadi la sostanza, la quiete, la libertà, la vita di un numero incalcolabile de’ suoi concittadini, e, quel che più importa, l’onore e le sorti future della intera nazione. Io disapprovo dunque il moto di Rimini; e questo scritto cadrà probabilmente in mano di molti che di tal disapprovazione potrebbero rendermi larga testimonianza, essendosi per tutta Italia sparsa molti mesi innanzi la voce prepararsi un moto in Romagna, ed avendo io cento volte ripetuto tenerla per cosa inconsiderata e dannosa.
Ma se ho creduto e credo che i suoi autori non abbiano posto mente a quel che v’era d’impossibile, d’intempestivo, perciò d’ingiusto, nella loro impresa, ciò non vuol dire che s’abbiano a tenere per ladri e codardi, come hanno ripetuto i fogli italiani e stranieri; ed ora che sono vinti, ora che sono parte ricacciati in esilio, parte chiusi in carcere e sottoposti a giudici che non dirò prevaricatori, non avendo il diritto d’accusar chicchessia senza chiare prove, ma che dirò esposti a molte tentazioni di prevaricare, non piaccia a Dio che in tutta Italia non sia chi alzi la voce per la verità, per dirla imparzialmente ai vinti, come ai vincitori.
Il nasconderla o tacerla, sarebbe oggimai vano, puerile e forse peggio.
I casi di Romagna, per quanto di poco momento, sono pur sempre un episodio della questione dell’indipendenza italiana, questione che tanto più fervidamente viene agitata nel segreto de’ cuori e de’ colloqui, quanto più severamente le è vietato palesarsi in liberi discorsi ed in libere dimostrazioni: questione che ogni giorno più si estende, accendendosi anche in quella parte del popolo italiano, che, mal osservata, sembra inerte e senza pensier di sè stessa: questione che deve necessariamente agitare ogni nazione cui sia stata rapita la celeste eredità, lasciatale dal padre comune di tutti gli uomini, l’indipendenza: questione, finalmente, che può paragonarsi ad una gran mina scavata sotto l’intera Penisola, alla quale non s’ha diritto dar fuoco senza il consenso e l’approvazione dei più, tanto meno poi per desiderii o patimenti parziali; ma questione generale, necessaria, giusta, e che tutti giustamente e virtuosamente abbiam diritto di trattare.
Ora, nascondere la verità su questa questione sarebbe vano, come dicemmo, e puerile. Tutti i governi, tutte le polizie italiane sanno, quanto lo sappiam tutti, che essa si discute, si agita, è in tutti i cuori, su tutte le lingue, e nessuno certamente riuscirebbe a dar loro ad intendere che non ci si pensa. Lo stesso s’ha da dire della polizia dell’Austria e de’ suoi uomini di Stato, i quali debbono bensì pel loro ufficio adoprarsi a danno anche dell’Italia, onde mantener validi i legami che uniscono le varie parti dell’Impero tendenti a dissolversi, e sono perciò politicamente da tenersi come nemici; ma che comprendono essi stessi non esser possibile che la cosa stia altrimenti, ed hanno poi, ne siam certi, mente troppo elevata (co’ nemici s’ha a spinger la giustizia sino allo scrupolo) per osar condannare la tendenza dello spirito italiano, e non rendergli anzi quell’omaggio che vorrebbero fosse reso a loro, se si trovassero nelle nostre circostanze.
Se sarebbe puerile il creder di nascondere le nostre tendenze, le nostre speranze; il volerle poi tacere, il non osar parlarne moderatamente, e saviamente sì, ma liberamente ed a viso aperto, sarebbe peggio, sarebbe oramai viltà.
Ma i governi? le polizie? le Commissioni? mi si potrà rispondere.
Prima di tutto non vedo che a chi ha osato stampare liberamente le sue opinioni sulle sorti presenti e future d’Italia (e gl’invidierei questo vanto se gli fossi freddo amico), pubblicandole col suo nome in fronte, sia stato torto un capello. Cesare Balbo è testimonio vivente che io affermo la verità, e Niccolini ed altri vivono liberi e tranquilli.
L’epoca de’ tiranni è molto lontana da noi. Il duca Valentino, Bernabò Visconti, Pierluigi Farnese non sarebbero più possibili. Chi volesse rinnovarli cadrebbe percosso dalla possente mano di quella che è oramai la vera dominatrice del mondo, de’ principi come de’ popoli, l’opinione. Il dir tirannici i governi attuali d’Italia è fanciullaggine alfieriana, come è fanciullaggine di poeta cesareo chiamar ladro chiunque si muove per desiderio d’indipendenza.
I principi italiani, dovendo camminare tra due impossibili, o almeno tra due estremi difficilissimi, e guidati quasi esclusivamente dall’istinto della conservazione, non sono ne’ loro atti pubblici quali si potrebbero desiderare; ma nel loro privato sono generalmente uomini di temperato costume ed illuminati, ed al più potranno tagliar la via degl’impieghi a chi scrivesse anche con moderazione e verità cose che a loro non fosser grate, o non paressero opportune: ma certamente non lo faranno nè imprigionare, nè impiccare; ed i libri, comunque poi siano, non chiameranno sicuramente nelle parti d’Italia non soggette all’Austria, le baionette tedesche.
Poi se tutto ciò non bastasse o non fosse vero, concediamo pure vi sia pericolo a parlar liberamente, pubblicamente e moderatamente degli affari nostri in casa nostra. Dirò allora che questo pericolo si deve incontrare dall’uomo virtuoso e d’onore pel proprio paese, come incontrerebbe quello della mitraglia quando la necessità o l’utile della patria lo domandasse. Dirò che il pericolo che s’incontra per la giustizia non deve trattenere dall’adempierla. Dirò che il coraggio civile non è inferiore al valor militare, a quello delle congiure e delle sommosse, ed è talora più opportuno, più applicabile a tutte le circostanze, meno incolpabile dalla malevoglienza: che, quantunque tanto più utile quanto maggiore è il numero di coloro che lo mostrano, può tuttavia mostrarsi anche isolatamente ed individualmente, ed il difetto del numero è allora compensato dall’esempio: allora, se non altro, si giuoca la posta d’un solo, non quella di tutti o di molti, senza aver avuto missione o consenso per arrischiarla. Dirò, finalmente, che, se una nazione non si cura della sua indipendenza, non deve muover nè rivoluzioni nè lamenti: se se ne cura, la desidera e la cerca, deve saperla meritare: e si merita non con iscosse parziali, intempestive, inconsiderate, che possono assomigliarsi all’atto rabbioso d’una fiera che s’ostini a insanguinarsi il muso battendolo invano contro i ferri della sua gabbia, più che alla generosa temerità di esseri ragionevoli che si mettano ponderatamente ad impresa pericolosa sì, ma non senza speranza di buona riuscita.
Si merita col mostrare che quella prepotente forza che ha potuto materialmente sottomettere la nazione, non ne ha sottomesso la volontà, chè in ciò soltanto consisterebbe la vera degradazione.
Si merita col mostrar virilmente, utilmente e tenacemente questa volontà sempre ed in tutti i modi possibili.
Si merita col saper a tempo patire e sopportare con operosa rassegnazione, ed a tempo osare con opportunità e con giudizio.
Si merita col pertinace studio d’ogni individuo per dotar sè stesso della maggior forza morale possibile.
Si merita, finalmente, colla virtù degli opportuni, de’ lunghi, de’ grandi sacrifizii. E noi Italiani possiamo forse alzar la fronte, metterci la mano al petto, e dire a Dio ed agli uomini: Ce la siam meritata?
Prima di prendere a dimostrare le mie proposizioni, cioè essere il moto di Rimini stato intempestivo, dannoso, e perciò biasimevole, sento il bisogno di dichiarare che mi è costato assai aggiungere quest’ultimo aggettivo, e non mi ci sono indotto se non dopo stretto esame e lunga ponderazione.
L’alzar la voce per dir parole di biasimo ad uomini miei concittadini, che credo bensì indotti in errore, ma contro i quali son ben lontano dal muover le turpi accuse de’ fogli officiali, e che anzi hanno il merito incontrastabile d’aver praticata la difficil virtù del sacrificio, ed esposta la vita e quanto l’uomo ha di più caro per ciò ch’essi stimavano giovevole alla patria, il contristarli ora che la loro condizione, già assai dolorosa, s’è fatto peggiore, ora che soffrono, ora che vivono del duro pane de’ vinti e degli sbanditi, mi costa un vero sforzo, essendo nella natura mia sentirmi sempre più inclinato a favorire il vinto, che il vincitore, e stimando non esservi al mondo atto più vile ed abbietto di quello di lanciare il sasso a chi fugge. Ma sento nella mia coscienza non commettere, con questo scritto, atto che somigli a cotale viltà. Sento che mi muove soltanto il desiderio di dire ciò che credo utile alla causa comune; di dire il vero con tutta la moderata ed imparziale libertà di cui è capace l’animo mio. Sento di non essere ora, come la Dio grazia non sono stato mai, adulatore a persona, nè ai governi, ai quali non domando oro, onori od impieghi, nè ai miei concittadini, dei quali, Dio lo sa, desidero, sopra ogni cosa al mondo, la benevolenza e la stima, ma purchè non mi costi, non dirò una menzogna, un’adulazione, ma neppure una reticenza, trattandosi d’opinioni.
Risoluto ad esporle, perchè credo utile alla patria, non il mio povero ingegno, ma il fatto di tener vivo un’aperta e moderata discussione; perchè stimo sia per me debito d’onore mettermi francamente per quella via, pericolosa o no, nella quale conforto ad entrare, parlerò senza riguardo di persone: ho però voluto dir prima che sacrifico questi riguardi alla verità ed all’utile della causa italiana, ma li sacrifico col rammarico che si prova quando il dovere v’impone rimproverare o contristare persona che si stimi e che s’ami.
Ora, ritornando al mio assunto, dico che l’opportunità è la massima delle condizioni in tutte le cose umane; nelle cose di stato poi è tutto. Per decidere dell’opportunità d’un atto convien prima aver concepito chiaramente lo scopo al quale si tende, gli ostacoli che gli si oppongono, i mezzi onde superarli.
Lo scopo degl’Italiani in tutti i loro moti dal 1820 in qua, se ne togliamo i fatti del 21, è stato il sottrarsi ad abusi e patimenti locali, e ciò isolatamente, senza molto pensiero de’ loro vicini parimenti Italiani; e se in alcuni di codesti moti traspariva il desiderio di riordinar meglio l’intera nazione, di spingere a scopo comune le forze comuni, questo desiderio s’è sempre mostrato, per dir così, in seconda fila, e si è poi fatto tacere del tutto appena si è temuto potesse far pericolare l’impresa, che più premeva, tutta u vantaggio locale.
E gl’Italiani hanno avuto quello che meritavano pel loro egoismo e per la miseria dei loro disegni.
Lo scopo dell’ultimo moto, come degli antecedenti, tutto parziale e, per dir così, provinciale, come sia stato ottenuto, lo possiamo vedere: e le cose sono andate come dovevano necessariamente andare, ed anzi come si è meritato che andassero.
Ed il consigliare gl’Italiani a mettere in prima fila la causa della nazione. In seconda quella delle singole parti di essa, non è soltanto consigliare a disegni più generosi de’ passati; è indicare un calcolo di puro interesse, è indicare la sola via che possa, presto o tardi, condurci ad ottenere prima il bene di tutti, poi, per necessaria conseguenza, il bene d’ognuno.
E perchè è la sola utile, la sola buona? Perchè è la via della giustizia, d’una giustizia talmente ammessa, talmente incontrastata, talmente consentanea all’opinione di tutto il mondo, che, seguendola, si può incontrar forse sventure e patimenti, ma non vergogna nè avvilimento maggiore. Anzi i patimenti e le sventure sofferte per la giustizia, per la difesa d’un santo diritto, ottengono l’omaggio ed il rispetto dell’opinione universale, ritemprano il carattere delle nazioni, e le rendono capaci e meritevoli di sorti migliori.
Questa via è la migliore, perchè riunisce la maggior forza col riunire il maggior numero di volontà. Si potrà, di fatti, esser di diversa opinione in Italia sul miglior modo di riordinare i singoli stati e sulle forme del reggimento (e questa diversità emerge naturalmente dalla disuguaglianza de’ gradi del soffrire), ma da Trapani a Susa s’interroghi ogni Italiano se è utile all’Italia liberarsi dal dominio e dall’influenza straniera, e nessuno, vivaddio, risponderà se non affermativamente, nessuno ricuserà porre l’ingegno o la mano a questo fine. Persino i nostri principi, se altrimenti dicessero, mentirebbero alla loro coscienza, all’onore della loro dignità: tra le straniere nazioni i popoli indipendenti mentirebbero al loro principio, i popoli servi alle loro speranze, ai loro desiderii più cari.
Nel secolo in cui la schiavitù dell’individuo è oggetto d’abominio universale, in cui le nazioni più potenti e civili tanto s’adoprano per cancellarne dal mondo la macchia, nel secolo in cui si crede ingiusto che l’uomo tenga incatenata la volontà, l’azione d’un altr’uomo, le diriga al proprio utile, profitti della sua fatica, senza lasciargli altro che la vita ed il più ristretto necessario per sostenerla, chi potrà affermare che sia giusto da nazione a nazione quello che è tenuto ingiusto da individuo ad individuo? Chi potrà negare all’Italia sola quella nazionalità alla quale tendono tutte le razze, tutte le lingue che vivono sparse sulla superficie del globo?
Per non essere entrati francamente e generosamente in questa via, gl’Italiani sono stati e sono tuttavia, più che compatiti, derisi.
E considerando attentamente le condizioni attuali d’Italia e d’Europa, si conosce se era possibile che in questo momento una mossa d’armi ottenesse vittoria.
Mentre non le idee generose e d’onor nazionale, non le idee di giustizia, ma lo studio del miglior impiego de’ capitali, decidono in tutto il mondo della pace e della guerra, mentre il re Luigi Filippo si mostra mantenitore ad ogni costo in Europa di quella pace che crede utile alla Francia, si vorrà credere che per tenerezza dell’Italia rinunci al suo sistema, metta in forse le questioni per lui più vitali, vietando all’Austria di scagliar sull’Italia duecentomila soldati e duecento pezzi di cannone? E gli agitatori di Rimini, di tutto lo stato, di tutta l’Italia, che cos’hanno da opporle? Contro venti pezzi in batteria, non dico più, voglion esser palle e non chiacchiere. E se la Francia non arresta gli eserciti dell’Austria, li arresterà la Russia? Sua rivale, lo concedo, per la dominazione delle razze slave dell’Europa orientale, ma prima, e più di tutto, nemica per principio e per gelosia della mal compressa Polonia, d’ogni moto nazionale, di ogni idea di liberazione ottenuto col mezzo di moti popolari.
Gli arresterà la Prussia, anch’essa, è vero, rivale dell’Austria nell’influenza sulla nazionalità germanica, ma anch’essa gelosa del suo brano dì Polonia, ed avversa perciò a favorire quel principio che, ammesso, dovrebbe turbargliene il possesso?
Gli arresterà l’Inghilterra, antica alleata dell’Austria, e giunta a quell’apice di potenza e ricchezza, dal quale per una gran guerra europea potrebbe soltanto discendere?
Chi adunque impedirà all’Austria di soffocare in Italia la prima favilla d’un incendio che minaccia null’altro che la sua esistenza?
Se poi i fautori del moto di Rimini dicessero, come hanno detto in altri casi consimili: Se non ci avessero lasciati soli, se gli altri Italiani tutti in massa si fosser levati?
Rispondo: che per chi si mette a cose di stato, la qualità più necessaria è avere il senso pratico, veder il mondo, gli uomini come sono realmente, e non come forse dovrebbero essere; nè può dopo la mala riuscita scusare il suo errore col dire: e se avessero fatto.... ed avrebbero dovuto far questo o quest’altro. Chè gli accusati potrebbero rispondere: non ci avete interrogati se volevamo o credevamo opportuno cooperare all’impresa, e non avendovelo perciò promesso, non avete diritto di farci rimproveri.
Ma, anche consultati, gl’Italiani in massa avrebbero ricusato di levarsi in armi, perchè nella massa, tanto più in Italia, esiste quel senso pratico che talvolta non si trova negl’individui: chi è guidato da questo senso sa che gli uomini dotati di educazione, e principalmente d’educazione politica, posson talvolta muoversi per patimenti, desiderii o bisogni morali, ma costoro son dappertutto il minor numero, e tanto più in Italia. Il numero maggiore privi d’educazione civile, e non avendo il primo principio della politica (ed in tale stato sono le masse tra noi), non si muove che per bisogni, desiderii, patimenti materiali, e conviene sieno grandi ed insopportabili; chè ai piccoli e sopportabili è avvezzo, usato com’è dallo stato della società a sostentarne con virile rassegnazione i pesi più gravi.
Ora, tanto generosa a’ suoi figli è la natura nella terra italiana, che giammai la dappocaggine o la malignità degli uomini è bastata a disperderne o consumarne i doni del tutto. Ed una delle cagioni delle lunghe servitù d’Italia è forse, che la nostra terra ha potuto sempre saziare ad un tempo l’ingorda avidità del vincitore straniero e la fame dell’indigeno vinto. Il volgo italiano, a fronte di tante altre nazioni, ignora, si può dire, la miseria, ignora la fame: e la fame è la più potente tra le agitatrici de’ popoli.
Ma, soffrisse il doppio di quel che soffre, il senso del vero e del positivo, sempre più pratico nel popolo, che ne’ signori, perchè il popolo è più strettamente e continuamente alle mani cogli ostacoli della vita, e s’avvezza a giudicarne meglio; questo senso, dico, mostrerebbe al nostro la difficoltà, dovrei dire la impossibilità di dar mano a moti simili a quello di Rimini.
Egli conosce che l’accordo di levarsi in pochi è inutile; di levarsi in molti impossibile. E sarebbe strano certamente se nella patria di Machiavelli, ov’egli proclamava non eseguibile la congiura di poche diecine d’uomini, si tenesse eseguibile quella di migliaia e migliaia.
E se il popolo italiano non istudia la politica, non legge gazzette, non sa d’equilibrio e d’interessi europei, sa poi tuttavia che, quand’anche riuscisse a sottrarsi al giogo del suo governo locale, non avrebbe fatto nulla, e gli toccherebbe combattere, disordinato ed inerme, contro l’Austria, disciplinata ed armata.
Ma alla nostra destra, alla nostra sinistra, mi si potrà rispondere, la Spagna e la Grecia non ci mostrarono forse quello che può un popolo contro il dominio straniero?
A me sembra invece che queste due nazioni abbiano mostrato appunto quello che non può il popolo, quando non è che popolo, e non ha nè esercito, nè tesoro, nè buoni ordini.
Cominciam dalla Spagna.
La sollevazione di Madrid del 2 di maggio 1808 fu il primo grido d’indegnazione che gettò la nazione contro la mostruosa violenza che volea usarle Napoleone. Di pari indegnazione arse l’intera Penisola, che si coprì di guerillas; ma se togliamo la giornata di Baylen e la sua famosa capitolazione, dovuta più all’avarizia del general Dupont, che alla perizia degli Spagnuoli, se leviamo l’assedio di Saragozza, di Girona e Tarragona, gli Spagnuoli giammai poteron far testa all’aquile di Napoleone. Ed eran pur già prima riuniti in corpo di nazione, buono o cattivo, avean pure esercito e materiale di guerra, eran soccorsi dall’oro dell’Inghilterra, dai suoi soldati, e li guidava il duca di Wellington.
E se Napoleone non commetteva l’errore di aver due guerre ad un tempo, accese alle due estremità del suo impero: se la Provvidenza non mandava l’angiolo sterminatore a sorprendere il suo esercito nelle steppe della Russia, cosa sarebbe divenuta la Spagna, anche aiutata dagl’Inglesi?
E dove sono gl’Inglesi, dov’è il duca di Wellington dell’Italia?
E per maggior prova, quando il popolo spagnuolo non ebbe più nè l’uno nè gli altri; quando ebbe solo a dirla con una nazione grande, ordinata e non occupata altrove, come andarono le cose?
Il duca d’Angoulême corse la Spagna dai Pirenei al Trocadero, come un soldato viaggia col foglio di via, e tutto fu finito.
E la differenza corsa tra queste due guerre serve poi di nuova prova all’altra mia proposizione: essere la causa dell’indipendenza tanto più potente a riunire e render forte un popolo, che non la causa delle istituzioni e della libertà. Per l’indipendenza gli Spagnuoli, riuniti in una sola volontà, travagliarono per cinque anni Napoleone nel colmo della sua potenza. Per le nuove istituzioni, divisi ed inerti, si diedero, dopo un mese, a discrezione d’un duca d’Angoulême.
Poichè parliamo di Spagna e di guerillas, risponderò anche a chi dicesse: che in Italia si avrebbero ad usare, che il paese montuoso vi sembra atto, ec., ec. Chi così la pensa, sappia che non è guerillero nè capo di guerilla chi vuole, e dove e quando lo vuole. La guerilla in Ispagna ha combattuto co’ Romani prima, poi coi Goti e coi Mori, e, se parve spenta sotto i discendenti di Carlo V e di Filippo V, ha mostrato sotto Napoleone che nel riposo non avea perduta la mano del tutto; onde si deve riconoscere che è nella natura stessa dello Spagnuolo, e, come ora si dice, una sua specialità. La guerilla, anche in Ispagna, non si scosta mai dal proprio paese, e quando se ne scosta perde ogni forza; e si potè vedere nell’impresa tentata da don Carlos contro Madrid. La guerilla vuol larghi tratti di paese spopolato e senza strade, ove non possan le truppe regolari, le artiglierie, i cavalli correr facilmente e raggiungerla, ed è sempre, per dir così, l’espressione armata dell’opinione di quello nel quale opera; e così essendo, trova pane, ricovero, aiuto, avvisi, protezione per tutto, purchè, ben inteso, stia sempre tra chi la conosce e pensa come lei.
Basta questo semplice ritratto della guerilla, o debbo aggiungere altre parole per mostrare che in Italia è impossibile?
Un capo di guerilla in Italia, dopo un mese, se non fosse preso, avrebbe la scelta tra il morir di fame, o il diventar capo d’assassini.
Ora veniamo alla Grecia, e poche parole basteranno, essendo tra i casi de’ due popoli grande analogia. Dall’epoca del Congresso di Vienna, il pensiero della Russia di rannodare a sè la razza greco-slava, diede animo a quanti volevano liberar la Grecia dal giogo ottomano. Scoppiò l’insurrezione, e durò la guerra sino al 1827: finì, si può dire, colla battaglia di Navarino. Questa battaglia, intendiamola bene, finì la guerra. E da chi fu combattuta? Dalle armate di Francia, Inghilterra e Russia, e non dai Greci.
E chi vede tra i possibili a favor dell’Italia una battaglia di Navarino? Ho scelto quest’ultimo fatto come il più importante, come quello che tutti li spiega, di tutti è la conseguenza, e taccio degli infiniti soccorsi d’uomini, di denari, d’ingegni europei che furon profusi in aiuto della causa dei Greci, i quali (si notino queste circostanze) avevano a combattere un nemico fiacco, male ordinato e da non potersi paragonare all’Austria per nessun verso; erano più del nostro popolo usi all’armi, indurati alla fatica, pronti a mettersi ad ogni ventura, e n’hanno dato gloriosa e mirabil prova nella lunga guerra che fu (e questo è di gran peso) non solo d’indipendenza, ma insieme guerra di religione. E la storia del mondo c’insegna, che nessuna più di questa riunisce la volontà, le forze, accende il furore d’una nazione e la rende invincibile.
E finalmente ambedue le nazioni suddette non posson paragonarsi all’italiano; ambedue già dapprima formavano, bene o male, corpo di nazione; ambedue soffrivano più assai della nostra; e certo non si trovano in Italia, neppur nelle Calabrie o nell’interno della Sicilia, tipi che somiglino al guerillero spagnuolo ed al Palicaro od al Clefto Greco, perchè questi tipi si formano in uno stato più selvaggio, sotto giogo più duro e patimenti più atroci di quelli che abbia mai conosciuti il popolo in Italia, la quale meno calpestata o calpestata assai più, avrebbe forse potuto meglio riprender forza e riaversi.
Colle dette ragioni credo aver dimostrato che il moto di Rimini è stato intempestivo ed inutile: ed è lo stesso che averlo inoltre dimostrato dannoso. Si potrebbero tuttavia aggiungere molte altre riflessioni sulla questione presa sotto quest’ultimo aspetto, e dire:
Che se in Italia sono in copia nature d’uomini potenti ed ardite che non si perdono d’animo per la mala riuscita di quelle prove, ve ne sono eziandio moltissime che ne vengono abbattute, e si rassegnano poi a tener la causa italiana per ispacciata: simili a certi infermi che, dopo aver tentato molti modi di cura, si tengono per incurabili, mentre non tanto la perversità del male, quanto l’imperizia del medico è cagione che non possano riaversi.
Che siffatti moti, ed il volerli degli uni e il non volerli degli altri; le accuse, le recriminazioni, i dispetti e le quistioni che partoriscono tra uomini dissenzienti sui mezzi, consenzienti per lo scopo, seminano disunioni, sospetti, inimicizie ove più importerebbe non fosse se non concordia, fiducia ed amore scambievole.
Che i governi, insospettiti e tementi non si rinnovino tali disordini, e stimandoli fors’anche indizio di dio sa quali trame, quali macchinazioni generali e sotterranee, e nutrendo timori, credo io, assai più del bisogno, come sempre accade, ove si tratti di pericoli oscuri ed indefiniti; ogni dì più moltiplicano le difese, le precauzioni, le vessazioni di polizia, che pur tanto incagliano l’onesto esercizio delle facoltà mentali e materiali della nazione, il suo commercio, le transazioni, il suo generale sviluppo.
Che in questi inutili ed intempestivi sforzi si sprecano i più vitali elementi del popolo italiano, si perdono gli uomini più arditi, di maggior energia e di più potenti facoltà, i quali son costretti abbandonar la patria o vivervi sotto il peso d’un oltraggioso perdono, tenuti, per dir così, in quarantena, e ridotti alla più assoluta inoperosità.
Che queste miniature di rivoluzione, di grave momento nel ristretto cerchio ove succedono, e per coloro che ne sono attori, sono appena avvertite fuori d’Italia, presso le nazioni ove, per la piena libertà della parola e della stampa, si agitano apertamente le più importanti questioni politiche e sociali; ove è per conseguenza il supremo tribunale dell’opinione europea, l’officina, per dir così, d’onde viene sparsa per tutto il mondo. E Dio volesse non fossero avvertite, o fossero condannate e biasimate soltanto! ma sono derise, schernite. Servon di tèma a brevi articoli di giornale, pieni d’una compassione protettrice, di un ammonire sardonico, che ti fa dar di volta al sangue più di qualunque improperio: ed il lettore straniero sorride e passa; e l’opinione che di noi si sparge e si ferma è d’esser un popolo inetto, privo d’ogni idea, d’ogni educazione politica, incapace di disegni maturi e ponderati, incapace del lungo e pertinace lavoro, che conduce finalmente alla rigenerazione; incapace egualmente di soffrire e di combattere, e perciò degno della sua presente fortuna. E saremo dunque tanto caduti, che la miseria, le lagrime, il sangue italiano abbiano persino a dar materia di riso?
E non vorremo trovar modo una volta, che le nostre sventure déstino, come quelle della Polonia e dell’Irlanda, nostre sorelle (poste in condizioni, se non pari alle nostre, analoghe almeno alla nostra in molti punti), lo sdegno che i generosi provano contro chi opprime, l’antica ed onorevole pietà, che è conforto, speranza, e non oltraggio agli oppressi? E l’Irlanda, la Polonia perchè l’ottengono? Perchè soffrono più di noi, e più degnamente, più operosamente di noi. L’opinione, la simpatia, il voto della civiltà intera sta per loro, e sono pure oggidì i potenti alleati! E di noi? Di noi si ride.
Collo svolgere il filo del mio ragionamento, mi si presenta sempre più evidente la verità espressa nella prima pagina; l’opportunità esser tutto nelle cose di stato: e m’appare perciò pedantesca e superflua la divisione da me adottata, che intende provare successivamente e separatamente le mie proposizioni, mentre senz’avvedermene trovo che nel dimostrare inopportuno il moto di Rimini, l’ho insieme e perciò dimostrato dannoso e biasimevole.
Ciò nondimeno, poichè ho tenuta questa divisione, che non è per avventura del tutto inutile ad esporre più ordinatamente le mie idee, la manterrò sino al fine: ma al punto di volgermi alla coscienza di chi è stato cagione si versasse inutilmente il sangue italiano, al momento di chiedergliene ragione, m’accora, lo ripeto, il pensiero che questo mio scritto cadrà probabilmente in mano di quelli che scontano ora un errore di mente, non dico una colpa o un delitto, colla più amara delle umane miserie, l’esilio; che contristerà forse le pensose veglie dell’esule, di chi ha pur offerto in olocausto alla patria i tranquilli colloqui della città, del tetto nativo, le domestiche gioie, l’amor d’una madre, d’una sposa, dei figli; di chi s’è volontariamente spogliato di questi tesori, ed insiem colla vita li ha gettati nelle bilancie ove stanno in bilico le nostre sorti; di chi tende ora l’orecchio ad ogni vento che spiri dalla terra d’Italia, sperando in guiderdone di tanto sacrificio, gli porti almeno il suono d’una parola di conforto, di compianto, o forse di lode.
Ed io dovrò esser quello che invece gli faccia suonar all’orecchio, e più nel cuore, parole di biasimo?
Sì: lo stimo utile, lo stimo per me debito di onore, e più d’uno in Italia penserà ch’io ho ragione. Non ch’io abbia la presunzione di credermi l’interprete assoluto della verità; ma credo, e posso credere, d’aver diritto come ogn’altro di esporre il frutto delle mie riflessioni: credo utile eccitare la discussione, ed il mio più caldo desiderio sarebbe che un ingegno più elevato e sottile del mio rispondesse a questo scritto, ne additasse gli errori, indicasse migliori e più prudenti risoluzioni; io benedirei la mano che scrivesse e dimostrasse ch’io ho dato improvvidi consigli, a patto che ne suggerisse altri non avvertiti da me e più profittevoli alla causa italiana.
Credo l’avvenire gravido di diverse e grandi fortune per molte tra le nazioni europee, che Iddio per gli arcani suoi fini spinge ad una meta comune più o meno lontana, e credo possano assomigliarsi alle vergini evangeliche aspettanti lo sposo. Le prudenti, che avean saputo tenersi apparecchiate, vennero intromesse al convito; le stolte rimasero escluse e derise.
Onde non sia tale la nostra sorte, discutiamo le cose nostre, parliamone schiettamente, apertamente, con reciproca fiducia, senza pensieri di amor proprio, senza cura d’individui, d’opinioni, di parti. Cerchiamo la verità, diciamola senza pretendere aiutarla con esagerazioni d’odio o di amore, di calunnie o d’adulazione. Invece d’aiutarla, a codesto modo le daremmo impaccio, le torremmo vigore: chè la verità, figlia di Dio primogenita, è forte per sè stessa abbastanza, è forte quanto la sua origine celeste; e la causa della nostra indipendenza, vincitrice o vinta, sarà sempre gloriosa sotto la sua bandiera.
In nome di questa verità, io dico dunque che è fatto gravissimo, anzi è il fatto il più grave di quanti possa l’uomo intraprendere, quello di spingere la propria nazione nella sanguinosa via delle sommosse; perchè è il fatto nel quale è più difficile fissar precisamente il limite tra il giusto e l’ingiusto, tra l’utile ed il dannoso; è il fatto che può condurre egualmente a quanto v’è di generoso, di grande, di virtuoso al mondo, come può trascinare ai più fatali errori: che può esser la sorgente d’immensi beni, come d’immensi mali; d’immensa gloria, come d’immensa infamia; che, finalmente, può essere la salute d’un popolo o la sua totale rovina.
L’intraprenderlo di propria autorità, il porvi mano e dargli la mossa pel primo, può essere il sublime o dell’ardire o della temerità o della pazzia, ma è sempre atto tremendo per chi abbia in pregio la giustizia, la carità di patria, l’amore degli uomini, la fama propria e della propria nazione. Chi se ne fa autore, si fa arbitro al tempo stesso, come già dissi, delle volontà, dell’avere, della libertà, della vita d’un numero d’uomini, che nè egli nè alcun altro, se non Iddio, può prevedere e calcolare; e se ne fa arbitro per usare i più preziosi beni, la più gelosa proprietà de’ suoi concittadini ad eseguire i propri giudizi; se ne fa arbitro quasi sempre senza il loro consenso, senza diritto, senza essere stato a ciò eletto da loro. E se a questo fatto, invece d’esser uno, sono parecchi, ciò non muta lo stato della questione, salvo che la responsabilità l’avranno parecchi invece d’un solo.
Ora quello o quelli che si fanno arbitri delle cose altrui, senza averne avuto l’incarico da chi n’era giusto e legale possessore, sarà benedetto se le migliora, ma se le peggiora sarà maledetto, e giustamente: e non vale scusarsi colle intenzioni, che possono far perdonare l’imperizia di chi è posto ad un ufficio da altri, non di chi vi si pone da sè.
E per esser giusti, per non usar due pesi e due misure, quando noi popolo ci lagniamo dei principi assoluti e del modo col quale amministrano la cosa pubblica, che mai rispondiamo a quelli che per iscusarli dicono: Hanno buone intenzioni; credono fare il bene? Rispondiamo: L’intenzione non basta, e chi non sa fare, lasci fare a chi sa! E rispondiamo bene. Ma la verità è una sola, e se l’applichiamo ai principi, dobbiamo egualmente applicarla a chi fa ciò che essi fanno, benchè con modi e con fini diversi. E se si considera attentamente a quale delle due posizioni dia vantaggio questa diversità, troveremo che l’arbitrio de’ principi genera di rado le conseguenze calamitose che quasi sempre genera l’arbitrio de’ capi di sommosse. Ed i principi hanno inoltre una posizione data, e che non si sono scelta di loro propria elezione. Non essendo però mia intenzione d’adulare i principi, aggiungerò che stimo alla lunga il loro arbitrio di maggior danno ad un popolo: ma senza volere ora cercare chi de’ due più l’offenda ne’ suoi diritti, rimarrà sempre vera la mia proposizione, che chi guasta di proprio arbitrio gli affari altrui, non può scusarsi colla sola intenzione.
E che gli autori del moto di Rimini abbiano corso il rischio di guastare gli affari di moltissimi, e forse dell’intera nazione, di ritardare indefinitamente il suo progresso, di compromettere il suo avvenire, di tirarle addosso la tremenda calamità d’un’invasione, mi pare evidente dalle ragioni addotte fin qui. Piacque a Dio nella sua bontà di mantenere il senno, e non chiudere all’evidenza gli occhi dei più. Ma se la cosa fosse andata altrimenti, se tutte le sventure da me enumerate, e che nessuno può negare possibili, si fossero versate sulla già abbastanza infelice Italia, qual terribil giudizio pesava su chi n’era stato cagione? Lasciamo stare il ludibrio, il rimprovero dell’opinione universale; ma il rimprovero della coscienza, quale di quei cuori generosi, amanti della patria e pronti (l’hanno mostrato) a dar tutto per essa, quale, dico, avrebbe potuto sostenerlo senza spezzarsi?
Io ho parlato parole severe; ho parlato di rimorsi; perchè credo ufficio d’uomo che meriti un tal nome sapere a viso aperto rendere testimonianza a quelle verità che gli appaiono evidenti ed utili, dicendole non solo al potente che ti può nuocere (virtù, della quale è gran parte l’orgoglio, e perciò non difficile), ma al debole, al vinto, cui vorresti tender la mano, consolarlo, compiangerlo, invece di riprenderlo. Bensì conosco qual eloquente risposta potrebber fare alle mie parole gli uomini di Rimini, col solo esporre e mostrare al mondo le miserie che soffrivano e che soffrono le Romagne.
Ed a chi ti dice: Io soffro troppo, come aver coraggio di rispondere: Tu non hai sofferto abbastanza? Essi hanno detto appunto: noi non possiamo sopportar più oltre; e sembrerà loro duro sentirsi dire da chi sopporta assai meno: Era dover vostro il soffrire ancora; ed a me che scrivo, non è men duro il pormi in apparenza tra coloro ai quali Cristo diceva:_ Oneratis homines oneribus quae portare non possunt, vos autem ne uno digito tangitis sarcinas_: ma voglio pur seguitare come ho cominciato, e dir il vero senza rispetti nè d’altri nè di me stesso: e domando se, col non voler sopportare, hanno trovato sollievo, o non piuttosto aggravati i loro mali?
Domando se stimano soffrir più che non soffre la Polonia? Lo sanno eglino che cosa soffre questa nobile e sventurata nazione? Che miserie soffre tacendo, orando, operando in tutti i modi che le son concessi, onde rigenerarsi prima alla virtù, alla giustizia, per esser poi rigenerata all’indipendenza ed alla libertà! Si specchino in que’ valorosi ed altrettanto disavventurati, che, immobili colle braccia intrecciate sul petto, vedono il loro popolo decimato dalla frusta del Cosacco, che lo caccia a frotte ne’ deserti gelati della Siberia; vedono oltraggiata la loro fede, profanate le loro chiese, sedotta la giovinezza, distrutto ogni viver civile; vedono coprirsi la loro terra di fortezze destinate a render più salde le loro catene. Eppur non si muovono, non danno mano all’armi, e non li trattiene il timor della morte (l’hanno mostrato se sien capaci di viltà), ma li trattiene il solo timore di dilatar le piaghe della patria ed accrescerne le sventure; e siccome sono stati al mondo esempio di virtù nel combattere, lo sono ora di altrettanta e maggior virtù nel soffrire. Evitando egualmente i due più funesti effetti della disperazione, il furor cieco e l’inerte rassegnazione, attendono taciti, pazienti ed operosi a rannodare il loro popolo, renderlo migliore e perciò più potente. I loro nobili, ravveduti ed ammoniti dal passato, tendon la mano al povero, al contadino, che opprimevano e sprezzavano: lo chiaman fratello, lo cercano ne’ suoi tugurii per portargli a consolazione del presente la speranza d’un miglior avvenire. Vizio e rovina di quei calpestati era l’abuso de’ liquori, coi quali dimenticavano per qualche ora ne’ sogni dell’ebbrezza le miserie della realtà: e la pigione delle taverne era una delle entrate dei nobili. Eppure v’hanno rinunciato, l’hanno chiuse, hanno ristrette le loro spese, onde il popolo non corrotto riprenda vigor morale e possa risorgere.... Questa è vera fortezza, vera carità di patria; queste son le vie che onorano, rendon venerabile anco la servitù, le ottengono il rispetto degli uomini, talvolta il loro aiuto e sempre la misericordia, la protezione di Dio.
Ma se gli autori del moto di Rimini non hanno tenuto queste vie, se il furore, l’intolleranza dei loro mali li ha trascinati ad atti che sono da giudicarsi intempestivi, e perciò dannosi e biasimevoli, s’avrà dunque, senza ammettere scusa, a pronunciar contro essi un’assoluta condanna?
A questo punto ringrazio Iddio, che è oramai adempiuto per me l’amaro assunto di contristare il vinto e lo sventurato, ed è venuto invece il momento di volgermi al vincitore, a chi non prova nè le angustie del carcere, nè le miserie dell’esilio, a chi è potente e gode d’ogni favore della fortuna, e sento oramai venirmi più sicura, più libera la parola.
Ma, prima di esaminare i modi tenuti dalla corte di Roma co’ suoi sudditi, e particolarmente co’ suoi sudditi di Romagna; prima d’entrare seco lei in discussione circa i suoi atti, vorrei sapere se la discussione è possibile, vale a dire se partiamo da basi tenute vere egualmente da ambe le parti; e per questo io domando se v’è un solo Decalogo, un solo Vangelo, una sola morale data egualmente a tutti gli uomini per norma delle loro azioni, o se invece vi sono due edizioni de’ suddetti codici, ad uso l’una de’ principi, l’altra de’ popoli, l’una dei governanti, degli uomini di stato, dei diplomatici, l’altra della moltitudine governata.
Dovendo necessariamente interpretare io la risposta, la suppongo consentanea alla dottrina professata in ogni tempo dalla corte di Roma; esservi cioè, una sola morale pe’ grandi come pe’ piccioli, pe’ forti come pe’ deboli, pe’ governanti come pei governati. Trovarci d’accordo su questo punto è pure assai, ma non è tutto. Un’altra cosa mi resta a sapere: e domando se a questa morale, a questa regola da seguirsi indistintamente da tutti i viventi, si può applicare l’assioma che ogni regola ha la sua eccezione, ovvero se le regole eterne della giustizia e dell’onestà sono le sole alle quali non abbia mai l’uomo nè ragione nè pretesto per disubbidire. Anche a questa domanda son costretto rispondere da me, interpretando la decisione della corte romana favorevole a quest’ultima opinione, che è necessaria conseguenza delle dottrine da lei insegnate.
Posti d’accordo su questi due punti, e partendo essa ed io da questo dato comune, che la morale è una sola, costringe egualmente tutti gli uomini alle sue leggi, e non ammette possibile nessun caso, nessun motivo di trasgredirla, la discussione divien possibile, e una cosa sola resta ad esaminare: quali conseguenze tragga la corte romana da queste premesse, e quali conseguenze ne ricavi, non dico io, chè non conto nulla, o non conto che per un solo, ma il raziocinio, l’opinione della civiltà universale.
O questa via di scoprire il vero è buona, anzi la sola buona, e non dà motivo di lagnanza a nessuna delle due parti contendenti, o bisognerà dire che la verità è una chimera, il cercarla un tempo perso.
Io dico dunque per prima cosa, che dalle suddette proposizioni emerge necessariamente la conseguenza, che l’antico argomento della ragion di stato, col quale si è voluto sin qui da moltissimi giustificare i governi di quegli atti che si sarebbero condannati e tenuti ingiusti in un privato, è argomento vano ed immorale; poichè o la giustizia è legge universale, ed il mentire, il mancar di fede dovrà condannarsi tanto in uno, come in molti individui, vale a dire nello stato e negli uomini che ne regolano le risoluzioni; ovvero bisognerà almeno trovar una regola che definisca qual numero d’individui riuniti è necessario per far che l’ingiusto divenga giusto, l’immorale divenga morale.
E l’addurre in favore della ragione di stato l’utile dell’universale è misero pretesto, non è ragione: o diversamente s’avrà a concedere che la giustizia ammetta casi d’eccezione, ed allora parimenti non sarebbe male dare una regola che insegnasse conoscere quali sono codesti casi.
Concederò che per l’utile dell’universale siano giusti per parte dello stato certi atti che dovrebbero esser tenuti ingiusti per parte di un privato; ma la difficoltà è soltanto apparente, e per iscioglierla dobbiamo distinguere la giustizia positiva dalla giustizia relativa.
È ingiusto, verbigrazia, l’uccidere, ma divien giusto ove sia in propria difesa: e questo è esempio di giustizia relativa.
Invece è ingiusto il mancar di fede, e lo è in tutti i casi, in tutte le occasioni possibili: e questa è giustizia positiva.
Così, scegliendo ad esempio il caso più comune, nel quale è concessa e tenuta giusta per lo stato un’apparente ingiustizia (e che per il privato sarebbe ingiustizia vera), il caso d’espropriazione forzata, consideriamo che in quest’atto sono da distinguere due casi; l’uno dell’espropriazione violenta, assoluta, senza compenso, che con una sola parola vien detta rapina, ed è caso d’ingiustizia positiva, e perciò non vien permessa nè all’individuo nè allo stato, il quale difatti, ove sia ben regolato, giammai la commette, e se toglie il suo ad un privato per utile pubblico, usa l’avere del pubblico a dargli un competente compenso.
Il secondo caso, questo appunto dell’espropriazione con compenso, non è più rapina, nè caso d’ingiustizia positiva, poichè non si toglie violentemente nulla al suo giusto possessore; e se gli si toglie parte del libero esercizio della sua volontà, che potrebbe essere di serbare ad ogni modo ciò che gli viene occupato, non gli si toglie pel principio che uno debba essere sacrificato ai più, che, per quanto abbia apparenza di giustizia, sarebbe cionnondimeno principio ingiusto; ma gli si toglie perchè, essendo questo suo sacrificio necessario all’esistenza o al bene almeno di quella società alla quale appartiene, che lo protegge e lo difende nei suoi diritti, egli vien realmente compensato con questi vantaggi della perdita d’una porzione della sua libertà. E siccome questi vantaggi può darli in compenso lo stato, e non il privato, è ingiusto occupare l’altrui violentemente per utile privato, è giusto occuparlo per utile dell’universale.
Con ciò mi par dimostrato che la distinzione di giustizia positiva e relativa può bensì usarsi per facilitare l’intelligenza della questione, ma che di fatto è distinzione inesatta; bastando il dire che l’ingiustizia è vietata e condannabile assolutamente, e che perciò nè la ragion di stato, nè l’utile pubblico, nè alcun altro motivo la può mai coonestare.
Queste idee sono talmente elementari, che al lettore farà meraviglia ch’io abbia voluto il disagio di scriverle; e certamente pare un sogno che s’abbia a prender la questione a questo modo e da questi principii, che sembrerebbe non bisognassero di dimostrazione, e s’avessero a tenere per sottintesi. Ma come fare altrimenti a voler entrare in discussione con chi, facendosi al mondo nuncio della buona novella, la rende poi cotanto trista a coloro che gli sono più immediatamente affidati da Dio? con chi è custode e banditore del divin Codice della giustizia, dell’amore e del perdono, e commette o permette almeno l’ingiustizia, muta l’amore in odio, e non ha perdonato giammai? con chi predica l’umiltà sul trono, la carità, chiudendo l’orecchio ad ogni reclamo, l’amor del prossimo colle inique commissioni militari? Se a costoro, vivaddio, si domanda: — Credete o non credete nella giustizia? Credete o no in quello che predicate? — non se lo possono aver per male, e nessuno al mondo lo potrà trovare strano.
E queste rigide parole io non le dico per odio del papato. Lo dichiaro solennemente, prima di aggiunger altro, affinchè il lettore non mi prenda in iscambio. Io venero il cristianesimo, venero il cattolicismo, e stimerei l’ultima delle sventure per l’Italia se si turbasse la sua unità religiosa, la sola che le sia rimasta. Di più; io neppur sento astio od avversione contro la corte di Roma, dalla quale non ricevetti giammai offesa veruna, e n’ho invece talvolta ricevuti favori, e perciò le mie parole, per quanto acerbe, non s’hanno a prendere come espressione dell’odio d’un nemico, ma piuttosto come effetto del dolore che si desta in noi per l’amico che s’ostini alla sua rovina.
Io ho accusato d’ingiustizia il governo papale. Suppongo che egli, interrogando, dica: — Che cosa dunque debbo fare? — Io gli darò una risposta alla quale forse nè esso nè il lettore s’aspetta: gli domanderò cosa che non parrà indiscreta, gli chiederò pe’ suoi sudditi la grazia di essere un po’ più assoluto, un po’ più dispotico di quello che è: anzi d’esser governo veramente assoluto e dispotico, ch’egli crede essere, e non è.
Per governo assoluto s’intende quello d’un uomo che a suo pieno arbitrio comandi ad un popolo; tanto è vero che la parola monarchia altro non significa fuorchè comando d’un solo.
Ora si potrebbe affermare, che questo modo di principato, preso nel suo stretto senso, non è possibile a nessun uomo, ed è possibile a Dio soltanto: perchè Dio solo, e non altri, può esser simultaneamente presente alle azioni di tutti i viventi, e dirigerle a suo piacere. Ma lasciamo questa troppo stretta interpretazione.
Io dico che neppur in un più lato senso (salvo uno solo, che dirò or ora), non è possibile all’uomo il governo assoluto. Perchè nessun uomo, sieno pur immense quanto si voglia le sue facoltà corporee e mentali, può giungere a provvedere coll’azione immediata della sua autorità a tutt’i casi che si moltiplicano all’infinito giornalmente nel reggimento di più milioni di sudditi.
Vi sono però due vie d’esercitare approssimativamente, dirò così, il principato assoluto. Una illusoria pel principe stesso: l’altra reale, per quanto lo può essere nelle condizioni della nostra natura.
La prima consiste nel far fare ad altri quello che non si può far da sè; cioè nell’investire altri d’una porzione della propria autorità, onde l’eserciti a sua discrezione. Ma questo è modo, non d’esercitare il principato assoluto, bensì di spogliarsene. Questo è modo usato in terra di Turchi, ed anche colà vien meno a misura che vi cresce e s’estende la civiltà: ma non vien meno però tra’ Cristiani e più particolarmente nello stato papale. Questo è modo più d’ogni altro rovinoso pe’ sudditi e pieno di pericoli pel principe, il quale non comanda, come abbiamo osservato, e non ha perciò i benefizii dell’impero, ma ne ha invece tutti gli odii e le responsabilità; ed ove gli uomini, investiti da lui del potere, ne abusino, incontra necessariamente o taccia di crudele, se non li corregge, o di stolto e poco avveduto, se, correggendoli, confessa implicitamente di non aver saputo scegliere e conoscere i suoi ministri. Perciò, o disprezzo od odio non lo può fuggire.
Ciò accade ad ogni momento sotto il governo papale: e, per citare un esempio tra mille, e dir cosa recente e notissima, tutti si rammentano del fatto, accaduto or fa l’anno, d’un vescovo dello stato, che bandiva un editto per dar nuovi regolamenti in materia matrimoniale, rafforzato di gravi pene minacciate ai contravventori. Io ero in Roma. L’editto girava di tasca in tasca, di conversazione in conversazione; e non ti dico che risate se ne facesse. Convenne al governo annullarlo, chè, con tutto il buon volere di salvar la riputazione del vescovo, non v’era modo a far altrimenti, essendo la più pazza cosa del mondo: ma qual guadagno vi facesse invece la riputazione del governo, e qual guadagno faccia ne’ casi consimili, che pur troppo si ripetono di continuo, te lo puoi immaginare: odio o disprezzo; di qui non s’esce.
Dunque un cotal modo d’esercitare il principato assoluto è pericoloso pel principe, ed inoltre illusorio, ed il principe che lo segue crede essere assoluto, e non è: e la sua autorità è meno ubbidita di quella del sovrano dello stato più democraticamente rappresentativo del mondo.
Resta un altro modo, il migliore, il solo praticabile, il solo che (data la monarchia assoluta) possa conciliare la possibile felicità dei popoli colla sicurezza del principe, il solo non illusorio, e mediante il quale il principe può realmente dire: Io comando ai miei sudditi quanto è possibile che un uomo, e non un Dio, comandi ad altri uomini.
Questo modo è semplicissimo, e consiste in ciò: che il principe, di suo proprio moto ed autorità, e per ispirazione divina se vogliamo, chè non cerco briga sulle parole, decida una volta quali siano i suoi voleri, li traduca in altrettante leggi, le promulghi, e dica ai suoi sudditi: dal maggiore all’infimo tutti le dovete egualmente ubbidire.
Ciò fatto, fissi un’ora, un giorno, ogni settimana, ogni mese, nel quale ad ogni suo suddito sia lecito presentarsegli e dirgli: il tal vostro ministro m’ha fatto ingiuria per aver disubbidito al tal articolo della vostra legge. Provata la verità dell’accusa, punisca il ministro, e faccia giustizia all’offeso; e questo principe potrà veramente vantarsi d’esser principe assoluto, potrà dire: La mia volontà è ubbidita da’ miei sudditi sino all’estremo limite cui può giungere l’autorità di un uomo; potrà dire: Il mio principato è vera monarchia.
Domando ora se tanto può dire il papa? domando se ai suoi sudditi non tornerebbe meglio che potesse dirlo? Domando ai Romagnuoli se non preferirebbero ubbidire a leggi buone o cattive, ma stabili, senza eccezione di persone, uguali per tutti, piuttosto che all’arbitrio de’ loro monsignori, legati, vice-legati, delegati o che so io? domando se non vorrebbero (essendo pur sudditi del papa) ubbidire almeno al papa, e fosse il suo principato più assoluto che non è, anzi veramente e realmente assoluto?
Ho fatto professione di dire la verità senza nè reticenze, nè passioni, e mi trovo sforzato a lodar l’Austria. Il suo codice (salvo pe’ casi di stato, ove è assolutamente iniquo) è uguale per tutti, non ammette eccezioni nè di persone, nè di classi, nè di religione. Colla legge alla mano l’ultimo facchino ha ragione contro il primo de’ signori o degli stessi ministri del governo. E non dico per questo che le sue leggi sieno buone, che sieno adatte ai bisogni degl’Italiani che le ubbidiscono, ed intese al loro vero bene, e meno ancora che il suo governo sia perciò accetto o debba essere accetto nella Lombardia e nella Venezia, mentre è sempre governo straniero, e che anco nel far il bene ha in mira il pessimo de’ mali, quello d’impedirci d’esser nazione padrona di sè ed indipendente; ma dico che gli uomini si rassegnano talvolta anche a mali gravissimi, quando è pure in essi regola certa, imparziale ed uguale per tutti, e, contenti o no, vi s’accomodano. Ma non s’accomodano giammai a veder, verbigrazia, di due delinquenti, l’uno assolto, l’altro condannato per lo stesso delitto, a veder il prete immune da quel castigo che percuote il laico inesorabilmente[1]; non s’accomodano alla vita di continuo sospetto, all’incertezza di tutt’i momenti, al dubbio tormentoso ed incessante di esser o spogliati dell’avere, o carcerati, od offesi arbitrariamente in qualsiasi modo, senza aver via di richiamo, senza aver legge certa che li difenda.
E lo sa bene l’Austria, e ne fa pur troppo il suo profitto: ma tra i governi italiani tutti più o meno mostran co’ fatti d’ignorarlo, e più di tutti il governo papale; e se i suoi sudditi non amano il governo straniero, e non cercano, come molti hanno detto e creduto, d’esser riuniti all’Austria, se que’ ribaldi dei Castagnuoli e del Baratelli, che s’ingegnavano propagarne il pensiero colla infame società Ferdinandea, ed hanno avuta quell’accoglienza e que’ trattamenti che meritavano, non hanno ottenuto il loro intento; se n’ha a rendere grazia all’indole generosa de’ Romagnuoli, al loro spirito nazionale e veramente italiano, pel quale voglion piuttosto soffrire ogni peggior male, che sottoporsi allo straniero, al maggior nemico della patria comune: ma dal canto suo, bisogna dirlo, il governo papale avea fatto ogni opera onde venisser ridotti a questo doloroso partito.
Aver un codice (e per codice intendo non solo leggi, ma istituzioni, ordini stabili e certi) è il primo dovere d’ogni governo, qualunque sia la sua forma: è dunque il primo dovere, e dovrebb’esser la prima cura del governo papale: e se i suoi sudditi lo chiedono, chiedono il giusto, e se il governo lo nega, commette una iniquità.
Ma poichè non hanno ordine o legge certa, generale, imparziale; poichè hanno pure a vivere, o, dirò meglio, ad ingegnarsi di vivere tirando innanzi alla meglio, schermendosi contro le cento autorità che sono tra loro in continuo contrasto, che si contendono l’amministrazione, e si giuocano a palla i poveri sudditi, i loro averi, i loro interessi, la loro libertà, avessero almeno questi disgraziati un modo d’alzar la voce, e farsi sentire quando son troppo assassinati; avessero una porta che s’aprisse ai loro richiami, un orecchio che li ascoltasse!
Ora dirò cosa che nell’anno 1845 parrà enorme, impossibile: chi non conosce Roma la crederà una calunnia.
Il capo dello stato non ha giorno d’udienza pubblica, come hanno tutti i sovrani assoluti. Ma questo è nulla. Se un suddito dello stato domanda di parlare al papa, non gli viene concesso se non promette formalmente prima, che non gli parlerà d’affari.
Questo fatto non ha bisogno di comenti, e chi non lo crede è padrone di verificarlo. E se qualcuno m’opponesse, che è lecito presentar memoriali, ricorrere ai tribunali, ai governatori, ai legati, alla Segreteria di Stato, ec., ec., ringrazierei dell’avviso questo valentuomo, e ringrazierei Iddio per lui di non avergli mai mandate tribolazioni che gl’insegnassero qual fondamento si possa fare su codesti modi.