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RACCONTI

DI
FERDINANDO MARTINI

PECCATO E PENITENZA.
L’ORIOLO. — GITE AUTUNNALI.
LA MARCHESA.

MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1888.

PROPRIETÀ LETTERARIA

Riservati tutti i diritti.

Tip. Fratelli Treves.

L’ORIOLO.

Alla signora Caterina Pigorini-Beri.

I.

Nel bel mondo fiorentino le stravaganze della marchesa Adriana erano da un pezzo famose. Per dirne una: le ragazze sono fatte, sì o no, per prendere marito? Che restino in casa, aspettando chi non viene, le brutte e le povere si capisce; ma che lei, Adriana di Roccamare, lei ricca, lei bella, lei di una delle famiglie più illustri d’Italia, avesse aspettato i ventisei anni per sposare un uomo di quarantacinque, addirittura non si capiva. E pazienza, se il padre non si fosso curato di accasarla, o nessuno l’avesse chiesta! Ma il buon principe aveva fatto tutto quanto può fare un padre diligente o impaziente; e prima ch’ella arrivasse a’ diciotto anni la domandavano in moglie giovani nobili quanto lei, ricchi più di lei. Li scartò tutti. Se almeno si fosse saputo perchè! Niente. Una volta parve disposta a risolversi e si parlò di un matrimonio con un conte di San Salvario, gentiluomo piemontese elegantissimo, speranza occulta di molte madri, desiderio manifesto di molte figliole. Se non che, una sera venne in testa a quel benedetto conte di parlare di Napoleone e della sua guerra contro Pietro il Grande.

— Alessandro — osservò Adriana.

— Ah! sì, Alessandro il Grande — corresse sollecito il San Salvario.

— No, Alessandro... e basta.

E l’altro piccato:

— O grande o piccolo, io ho avuto qualcosa di meglio da fare in vita mia che studiare la storia di Russia.

— E di Grecia. Paesi scismatici non contano.

E il matrimonio dopo le mal celate ironie andò a monte. C’è egli senso comune a mandare a monte un matrimonio di quella fatta per un errore di cronologia?

Una mattina di luglio a Posillipo dove i Roccamare solevano passare l’estate, il principe alzatosi da colazione chiamò Adriana e, baciatala sulla fronte, le porse un astuccio di velluto rosso.

— A te, Nuccia mia, eccoti il mio regalo.

Adriana aprì; l’astuccio conteneva due mirabili perle nere, due orecchini da regina. Buttò le braccia al collo del padre e gli rese il bacio con grande espansione d’affetto.

— Di’ la verità, tu credevi che io me ne fossi scordato? Mai. Diciotto luglio, tuo compleanno. Son date, Nuccia mia, che non si scordano. Nascesti proprio a quest’ora: mezzogiorno e un quarto. Mi par ieri. E sono nientemeno che venticinque anni! Eh! Nuccia mia, il tempo passa.... E bisognerebbe anzi che facessimo un discorso....

— Facciamolo pure — riprese gaia Adriana; e mostrando l’astuccio: — Se la conchiusione somiglia all’esordio....

— Eh! no, no, si tratta di un discorso serio. Stammi a sentire. Tu vedi, figliola mia, ch’io non dimentico nessuna delle nostre care solennità di famiglia, e voglio che oggi il tuo compleanno si festeggi in tutte le regole. Ma, Nuccia mia, bisogna anche pensare che è il ventiquattresimo che noi festeggiamo. Figurati, Adriana, che dolore sarà per me il giorno che te n’anderai.... Sono strappi.... Basta, voialtri figlioli non li imaginate neppure. Io vorrei che tu rimanessi con me tutta la vita, ma.... Eh! sicuro se tu fossi storpia o senza dote.... Ma con cotesto visetto.... Eh! è così... non c’è da abbassare gli occhi.... Non te lo dice mica un giovanotto, te lo dice tuo padre. E con mezzo milione di dote e le speranze....

— Babbo!

— Sì, va bene, non saranno le speranze tue, ma saranno quelle di tuo marito e de’ tuoi figlioli, se ne farai. Si sa; si deve morire, e una volta o l’altra toccherà anche a me... tardi, preghiamo Dio, più tardi che sia possibile.... Te lo ripeto, vorrei tu stessi sempre con me, ma tuo fratello ha trent’anni e bisogna che prenda moglie. Prima di tutto, lo sai, io son tutto affezione e non mi rassegnerei a chiuder gli occhi senza aver tenuto in collo dei nipotini; poi se tuo fratello non si ammoglia non smette di giocare, e se non smette di giocare io non smetto di avere ogni momento dei sopraccapi. Dunque, stammi a sentire. Sai il bene che ci vogliamo Guglielmo ed io; ma il mondo è mondo; chi vuoi che venga qui in casa...?

S’interruppe. Adriana, fissati gli occhi in quelli del padre, soggiunse:

— Una cognata è un impiccio.

— Ecco....

E poichè l’altra seguitava a guardarlo senza battere palpebra, il Principe riprese compunto:

— Figurati, te lo dico con le lacrime agli occhi perchè, in fondo, una nuora sta bene che è la moglie del proprio figliolo, ma non è sangue del nostro sangue.

— E... dunque? — domandò dopo pochi secondi di silenzio Adriana.

— Dunque, io non mi provo più a proporti nessuno perchè tanto è fiato sprecato. Ma desidero tu sappia che io qualunque sia la tua scelta l’approvo fin d’ora. Tu non puoi scegliere che un uomo per bene.... Eh! bambina mia, ci s’intende! Dillo a me. Credi che non lo vegga quanto valgano poco i giovani al giorno d’oggi? È una disperazione! Ma e d’altra parte? Quando non c’è di meglio? Lorsque l’on n’a ce que l’on aime, il faut aimer ce que l’on a — dice la vecchia canzone. — Ah! tu eri fatta per rimaner sempre vicina a me ed essere il bastone della mia vecchiaia. Ma!...

E postosi innanzi allo specchio si ravviò i capelli e sclamò con un sospiro:

— Non è allegra la vita!...

— Ma, babbo....

— No, no, non mi dir nulla, Adriana mia, non mi dir nulla. T’intendo a volo. Non facciamo discorsi dolorosi, per carità. Io ho compito il mio dovere; te l’ho detto: voialtri giovani non lo credete, ma pur troppo è così: la vita non è allegra. Bisogna farsi animo e con un po’ di coraggio ci si strascica come me, bene o male, fin verso la sessantina. Dunque siamo intesi, Nuccia mia; io approvo fin d’ora, approvo a occhi chiusi, approvo senza discussione.

Affacciatosi alla finestra, gridò: — Vicè, preparate la lancia — e se n’andò fischiettando un motivo dell’_Africana_.

II.

Adriana passò la più gran parte di quella sera nella terrazza prospiciente sul mare. Era una sera incantevole, la quale io non descriverò, perchè se anche fosse stata diversa e il vento di ponente avesse sconvolto i marosi e i fulmini guizzato di là dal Vesuvio, Adriana chiusa tutta in sè stessa non avrebbe sentito o pensato diversamente. Teneva volti gli occhi al cielo stellato senza guardare, senza vedere. Quando il marchese Gaudenzi, antico frequentatore della casa e che l’aveva giovanotto conosciuta bambina, le si accostò e con la confidenza che viene dalla consuetudine le domandò scherzevolmente:

— Che cosa cerca lassù?...

— Una ispirazione — rispose Adriana senza scotersi: poi, volgendosi a un tratto verso di lui: — E l’ho trovata.

— Tanto meglio. E... si può sapere?...

— Eccome!... L’ispirazione di cercare il suo aiuto.

— Per che fare?

— Per trovare marito.

— Pessima ispirazione. Se avessi di queste abilità me ne sarei servito io per trovar moglie, prima di arrivare a questi benedetti quarantacinque e sentirmi addosso un po’ grave il peso del celibato.

— Ah! un’altra ispirazione!... Lei è una brava persona.

— Eh! si fa il possibile....

— E io una buona figliola....

— Questo non lo mette in dubbio nessuno.

— Dunque?

— Dunque che cosa?

— Dunque mi pare che la seconda sia proprio un’ispirazione stupenda.

— Non capisco — soggiunse dopo una pausa breve il marchese.

— Oh! via, capisce benissimo. Lei si lamenta d’esser celibe, io devo maritarmi. Ragazza non si può rimanere, perchè Guglielmo gioca e una cognata è un impiccio....

— Come, come?

— Non ci badi, non importa. Se le dicessi che sono innamorata di lei, direi una bugia per la prima volta da che sono al mondo e lei si metterebbe a ridere. Le dico: non sono innamorata ma sono una buona figliola. Ci pensi.

Rientrò in salotto; e accostandosi al principe che se ne stava sdraiato leggendo un giornale, gli sussurrò all’orecchio:

— Ho chiesto la mano del marchese; spero che me la concederà.

Passarono otto giorni prima ch’ella si risolvesse a dire un’altra parola al Gaudenzi. Il quale, intontito dapprima, s’era dato poi pian piano a vagheggiare quel disegno. Non si faceva bensì una ragione del movente d’Adriana e desiderava spiegazioni, dilucidazioni; ma quanto più la perseguitava e s’affaccendava a preparare un colloquio, tanto più Adriana lo sfuggiva e qualche volta lo scansava addirittura. Una sera si rincontrarono sulla porta della scala; egli scendeva per cercarla in giardino, ella saliva credendolo nel giardino. Presa fra l’uscio e il muro, Adriana, prima che l’altro avesse tempo d’aprir bocca:

— Ho detto: non sono una donna innamorata, ma sono una brava ragazza; proprio non saprei che altro dire.

E andò a chiudersi in camera sua.

Quella medesima sera il marchese Gaudenzi domandò al principe la mano della figliola. Il principe, abbracciandolo e asciugandosi gli occhi:

— Se è destinato — gemè — che qualcuno me la porti via, meglio tu che un altro.

III.

Due anni dopo la contessa Montani scriveva da Firenze a una cugina dimorante a Palermo:

“Sai, cara Lilì, che sei molto, ma molto curiosa? Stai un anno senza scrivermi, poi mi mandi dieci righe; non mi dici nulla nè di te nè de’ tuoi, e mi sfilzi invece un rosario d’interrogazioni. Meriteresti che non ti rispondessi neppure; ringrazia Dio che fa un tempo orribile o che ho da consumare in qualche modo l’ora della trottata.

“Passiamo alle interrogazioni.

“Prima: Com’è stato il carnevale a Firenze? Bellissimo. Balli tutte le sere; balli piccoli, ben inteso, ma pieni di brio; di quelli che vanno a me, dove non si corre rischio di presentazioni. Su questo argomento le mie opinioni, i miei gusti li conosci da un pezzo. Mi piace la Firenze quale è ora; senza visi novi, dove i cognomi sono inutili, dove quando si dice Pierino, Masino, la Giulia, la Bice, l’Eufrosina, s’intende subito di chi si tratta.

“Seconda: A che punto sono le nozze di Guglielmo Roccamare? Al punto fermo. Sono otto mesi che ha sposato la Zanhoff. Quand’era scapolo giocava; ora ha lasciato le carte per i cavalli e non fa che guidare; la moglie, viceversa, non si lascia guidare. Così dicono.

“Terza: Che fa la coppia Gaudenzi? Adriana, mi pare d’avertelo scritto, ebbe un bambino. Volle allattarlo lei e ora l’ha mandato in campagna perchè nei salotti, dice, i ragazzi non possono crescere sani e vegeti. D’inverno va due volte la settimana a vederlo; a maggio si pianta in campagna anche lei, e a rivederci a Natale. Quand’è a Firenze riceve il mercoledì. Tre mesi abbiamo durato a andare puntualmente ogni mercoledì sino in fondo al Lung’Arno per vederla. Il portiere si cava il cappello, s’inchina da portiere beneducato e ripete serio, come se fosse convinto di dire la verità, una volta: — La signora si sente poco bene; un’altra: — La signora è dovuta uscire. — Io non mi ci provo più, tengo d’occhio il calendario e so quando tocca l’assenza e quando la malattia. In società vien di rado e se ne va alle undici. Buon sonno. Puoi intavolare qualunque discorso con lei: sì, no, no, sì — più d’un monosillabo non le cavi di bocca. Metteva conto d’imparare quattro lingue per tacere poi in tutte e quattro! Suo padre ci va a desinare ogni tanto e dice che non ci va per il pranzo, ma per il chilo, perchè non c’è caso che la figliola glielo disturbi con le discussioni. Gli domandai l’altra sera se Adriana parlava almeno con suo marito. Mi rispose: “Nel matrimonio quel che conta è l’azione, il dialogo è un di più.„ Non capisco bene che cosa abbia voluto dire, ma una birichinata di certo; quello sarà un birichino anche a ottant’anni. Il marchese è la contentezza personificata; pare, a vederlo, che abbia dieci anni di meno; quand’è con la moglie, la guarda come se la vedesse per la prima volta. E fin qui ha ragione; Adriana è ora più bella che mai; gli uomini dicono di no perchè non hanno nulla da sperare, le donne ne convengono perchè non hanno nulla da temere. Anche il marchese va e viene di città in campagna e di campagna in città. Fa grandi coltivazioni, utilissime a suo tempo per Mimì che tirato su a quel modo diventerà un bel contadino e potrà lavorare sul suo.

“C’è altro?

“Ah! sì! Quarta ed ultima. Che n’è di Carlo Sismondi? Da parecchi mesi non si vedeva più; è ricomparso questo carnevale mutato addirittura e senza quella solita musonerìa che ti dava tanta noia a Saint-Moritz. Ha ballato ogni sera, sempre con le ragazze, la qual cosa fece supporre che si disponesse al santo matrimonio; ieri ho sentito dire che parte per il Madagascar. Che ci va a fare al Madagascar? Se lo domandi a me, non lo sa nemmeno lui. È un benedetto figliolo!... non sta mai bene altro che dove non è; destinato, secondo il mio modesto parere, a non esser contento mai. Ha il cuore troppo buono, il cervello troppo guasto, il gusto troppo delicato; e come dice La Fontaine:

Les délicats sont malheureux,
Rien ne saurait les satisfaire.

“E con questo resto dell’erudizione acquistata alla SS. Annunziata, ti lascio e vado a vestirmi. V. S. è pregata di scrivermi più spesso e meno concisamente. Una stretta di mano a tuo marito, un saluto alla Conca d’oro, a te un abbraccio con tutta l’anima.„

IV.

Quell’istesso giorno di marzo all’ora medesima in cui la contessa Montani scriveva, la marchesa Adriana se ne stava sola nel suo salottino pompadour; stanza che non le piaceva, ma che entrando sposa nel palazzo Gaudenzi volle lasciata tal quale, perchè la madre del marchese l’aveva arredata a quel modo negli ultimi anni della vita ed ella temeva, mutandola, di far dispiacere al marito. L’oriolo di porcellana di Sassonia posto sull’architrave del camino innanzi allo specchio, fra due candelabri di vecchia Sassonia essi pure, segnava le quattro e trentasette minuti. Pioveva a dirotto. La marchesa aveva più volte percorso il breve spazio onde il camino era separato dalla finestra che dava sull’Arno; ora appoggiata la fronte a’ cristalli pareva seguire col guardo le nebbie che a mano a mano velavano il colle di Montoliveto, ora ritornava a sedere sulla poltrona ad attizzare con le molle la legna ardente nel caminetto. Compieva un di que’ brevi e frequenti tragitti quando il cameriere entrò.

— Il signor avvocato Sismondi domanda se la signora marchesa può riceverlo.

La marchesa si fermò e guardò fissa il servitore senza rispondere. Quegli credendo leggere nell’occhiata un rimprovero:

— Gli ho già detto — soggiunse — che la signora riceveva il mercoledì, ma....

— Passi.

E si sedè sulla poltrona accanto al camino.

— Lei mi perdona, non è vero, marchesa — disse entrando il Sismondi — d’avere insistito? Ma desideravo tanto di vederla prima di partire.

— Dunque è vero? — domandò la marchesa stendendogli la mano.

— È vero.

Gli accennò la poltrona dirimpetto, poi:

— E quando parte?

— Domattina forse, domani sera al più tardi.

— E va al Madagascar?

— Neanche per sogno. Chi glielo ha detto?

— Mio padre che pranzò qui ieri sera e che l’aveva sentito dire non mi ricordo da chi.

— Non ho potuto nascondere i preparativi del viaggio e ognuno s’è voluto levar la curiosità di sapere dove andavo. Ad alcuni ho detto: vo nel Madagascar, ad altri: a Nizza. Ieri sera dalla Sangiacomo dove speravo di trovarla ho annunziato la mia partenza per Londra; e al Torriani che è venuto stamani di levata a casa mia per prendere informazioni, ho confidato in gran segretezza che m’imbarco per le Isole Filippine. A lei, e a lei sola dico la verità. Vo ad Amburgo, dove stanno preparando una spedizione per il polo Nord; ho chiesto e ottenuto di farne parte.

— E come mai le è venuto ad un tratto questo entusiasmo per la scoperta del mare libero?

— Ma!... È nato dal desiderio di fare qualcosa.

— E c’è bisogno per questo di andare al polo?

— Che vuole che faccia a Firenze?

— È avvocato, perchè non esercita? Vogliono farlo deputato, perchè non accetta?

— No, marchesa, l’esercizio dell’avvocatura non è per me. Ho paura della dialettica. Quando la si adopera per professione, quando si mette l’amor proprio e il proprio interesse nel vincere ogni giorno la dialettica d’un oppositore, una volta su dieci si rintraccia la verità, le altre nove si persuade sè e gli altri della verità di un sofisma. E questo non mi va.

— E allora accetti la candidatura.

— Peggio che mai. Nella politica una cosa è buona se la fa il tale, è cattiva se la fa il tal altro. E poi sono troppo orgoglioso o troppo modesto. Non sente? In tutti i paesi d’Europa lamentano la mediocrità degli uomini politici, e hanno ragione; ma la maggior parte di quelli uomini valevano assai più, prima di entrare ne’ parlamenti. Chi si caccia nella folla rinunzia a far parte da sè stesso; e nelle assemblee quel che uno può avere in sè di singolare, di rilevante, bisogna rassegnarsi o a perderlo o a nasconderlo. Poi, non ho i requisiti necessari.... Non sono capace nè di rancori implacabili, per esempio, nè di egoismi profondi. Non ho nemmeno ambizione, o, per lo meno, non ho la smania di comandare. Per quanto.... se è davvero la smania del comandare quella che muove gli uomini politici, i più, creda, la scontano. Ne conosco parecchi; per comandare a un sindaco o a un medico condotto obbediscono tutti i giorni alla forza del numero, piegano il capo innanzi agli ordini di uomini che sentono minori di sè, sono costretti ogni giorno a battagliare contro l’intelligenza e la coscienza.... No, no; non son fatto per quel mestiere.

— Tutte bellissime cose; ma, insomma, per non andare al tribunale o a Montecitorio non c’è bisogno di andare al polo.

— Dunque, mi consiglia di restare a Firenze?

— Non ha bisogno de’ consigli miei; dico mi par singolare che un uomo che come lei ha cento ragioni per esser felice a Firenze....

— Non dica di queste cose, marchesa. Non si è mai felici per cento ragioni; sempre per una sola. E poi, felice.... Si fa presto a dirlo.... E lei è felice?

— Io? Che c’entro io?

— Ma sì; se non ha raggiunto la felicità lei che la merita tanto, nessuno ha diritto di ottenerla.

— Senta, Sismondi, se ha dei madrigali belli e fatti, è giusto che li smaltisca per non portarli con sè al polo artico; ma se li deve fare apposta, lasci correre; con me è fatica buttata.

— Scusi, non mi conosce da ieri; si ricordi ciò che le ho detto da Lady Drummond, la prima volta che l’ho riveduta dopo tre anni. Avrò molti difetti, ma sono incapace di una volgarità. Non fo madrigali pur troppo; ho conosciuto in vita mia molte donne, nessuna....

S’interruppe con una lunga pausa; tanto lunga che la marchesa fu alla fine obbligata a domandare:

— E così?

— Che vuole? Temo che mi accusi ancora di fare dei madrigali. Ma insomma quel che è vero è vero. Ho conosciuto molte donne, nessuna che abbia stimato tanto quanto lei, nessuna che mi sia parsa meritare la devozione che sento per lei. Non vede? Do ad intendere a questo che vado verso Gerusalemme, a quello che vado verso l’Egitto; solamente a lei dico la verità tutta intera. Lascio alle altre dei biglietti di visita per non avere occasione di vederle, da lei vengo quasi in pellegrinaggio, poche ore prima di andarmene o quando non ho più da vedere nessuno, perchè partirei anche più triste se non avessi ancora nell’orecchio, partendo, l’eco della sua voce e nell’animo il ricordo di una buona parola d’addio e di una stretta di mano.

La marchesa stese il braccio verso la parete, compresse col pollice il bottone del campanello, poi, voltasi al cameriere che entrava:

— Portate il thè.

E dopo che ebbe non sorbito, come soleva, ma trangugiato il thè tuttavia fumante, s’accostò alla finestra e:

— Anch’io dovrei andare a lasciare de’ biglietti di visita — disse — ma fa un tempo così indiavolato.

— È la prima volta che il diavolo impone un’opera di misericordia. Ed è davvero sa? un’opera caritatevole il permettermi di rimaner qui fino all’ora del suo pranzo. Pensi, che starò molti anni senza vederla, se pure la rivedrò.

— Resti pure, — rispose sorridendo la marchesa, rimettendosi a sedere — ma non dica di coteste cose. Sta bene che va in capo al mondo, ma anche una spedizione al polo....

— Oh! la spedizione non durerà più di un anno o diciotto mesi, credo; ma è molto difficile ch’io ritorni a Firenze.

— Ma che cosa le ha fatto, Dio mio, questo povero paese che in fondo è il paese suo, dove è nato, dove è cresciuto, dove non le mancano di certo gli amici?

— Il paese non mi ha fatto nulla; ma io ho fatto qui tutti gli spropositi che hanno sciupato la mia vita... e sebbene fossero spropositi necessari....

— Mi dà della pedante se le dico che secondo me gli spropositi non sono mai necessari?

— Della pedante no, il cielo me ne guardi; ma non credo che sia competente a giudicare di certi fatti e di certi sentimenti....

La Marchesa scrollò il capo in segno d’incredulità. Il Sismondi riprese:

— Stia a sentire. Fino da ragazzo ebbi la smania de’ viaggi; volevo fare il marinaro; mi sentivo addirittura portato a quella professione che ci avvicina alla natura e ci tiene per lunghi tratti lontani dal mondo.... Non faccio il misantropo, sa? Non odio nè disprezzo il prossimo, ma non sono quel che si dice un uomo di società.... Mio padre, avvocato insigne, si cacciò in testa di far fare l’avvocato anche a me. Era buono, ma ruvido e imperioso; mi rassegnai. Fu uno sproposito. Sono diventato difatti inutile a me e agli altri; ma potevo fare diversamente?

— Lascia dir me? O senta: suo padre io non l’ho conosciuto, ma, a quello che me ne hanno detto, era un uomo di molta esperienza e le voleva un gran bene. Può essere che il vedersi contrariato ne’ propri desideri gli dispiacesse e che per un momento anche si adirasse della disobbedienza. Ma alla fine se gli avesse aperto l’animo si sarebbe arreso e col tempo avrebbe benedetta quella indocilità e goduto lui per il primo dell’onore che si faceva il figliolo... perchè lei si sarebbe fatto onore dicerto. Scusi, ma se crede di essersi rassegnato per rispetto della volontà paterna, sbaglia; si adattò, pur di evitare un colloquio poco piacevole e risparmiarsi un brutto quarto d’ora. Devo dire il mio parere? Il suo non fu uno sproposito, fu un peccato... già... non occorre che spalanchi gli occhi... fu un peccato d’accidia, e i peccati poi non sono necessari davvero.

— Può darsi; a ogni modo non fu il primo l’errore più grave... Vuole che prosegua?

— Io non voglio nulla, ma se le piace di seguitare, seguiti pure.

— Senta, dunque, ancora. Un altro desiderio di mio padre, l’ultimo forse, fu ch’io mi ammogliassi. I figli unici, si sa, debbono prender moglie. Un’altra stortura, perchè, secondo me — non rida — si nasce maritati o celibi come si nasce poeti; e il matrimonio fa infelice molta gente non perchè sia male assortito e quel tal uomo non sia fatto per quella tal donna e viceversa, ma, il più delle volte, perchè o l’uno o l’altro o tutti due non sono nati con le disposizioni necessarie a quella specie di vita. Nel caso mio non era una stortura quella di mio padre; io son nato marito. Intendo e ho lungamente desiderato la intimità serena della casa e gli affetti che sanno essere tranquilli perchè si sentono sicuri. Bisognava trovare. Cercai e per un pezzo mi persuasi che io davo dietro all’impossibile. Che vuole? L’educazione delle nostro ragazze è così falsa, così piena di ipocrisie e di sottintesi, che il matrimonio diventa per un uomo l’atto più audace della vita. Un uomo può mutare, una ragazza deve; ed io cercavo una ragazza che non mutasse, che non stingesse, come diremmo noi fiorentini... che avesse vinto i pregiudizi della educazione e, guardato il mondo senza curiosità e senza paura, sapesse e, per così dire, confessasse la realtà della vita. Non so nemmeno s’io mi spieghi.

— Oh! si spiega benissimo.

Il Sismondi tacque e socchiuse gli occhi sospirando, quasi il proseguire gli fosse grave. La marchesa non vista volse sopra di lui lo sguardo malinconicamente profondo; poi con voce che ognuno, tranne il Sismondi, avrebbe agevolmente giudicata mal ferma, domandò: E... dunque?...

— La trovai finalmente e le offrii dal fondo del cuore un affetto così alto, così... Non è mica vero che si voglia bene una volta sola; ma è vero che si prova nella vita un affetto, il quale sovrasta a tutti gli altri e, anche dopo molti anni, si capisce, si sente che quello fu l’unico affetto nostro veramente forte e sincero. Mi parve.... non mi parve, era una donna come se ne trova di rado, e perduta quella si dispera per sempre di rinvenire la seconda; ma di gran famiglia e ricchissima; con la sua dote avrebbe potuto comprare tre volte il mio modesto patrimonio. Non osai e fu un grande errore; ho lasciato nella mia vita un forse, che mi tormenta come non le posso dire. Se mi avesse risposto di no, le parrò strano, ma oggi mi sentirei più tranquillo.

Il cielo s’era fatto più scuro, la pioggia cadeva a torrenti; la marchesa, che volgeva le spalle alla finestra, avvolta oramai nell’ombra soggiunse:

— Non fu un errore nemmeno questo, Sismondi, me lo lasci dire; fu una doppia colpa d’orgoglio e di paura.

— Di paura?

— Di paura. Previde le malignità del mondo e non ebbe animo di sfidarle; temè l’accusassero di qualche cosa d’abietto e non seppe armarsi del disprezzo che è qualche volta una virtù. Non fu degno, scusi, della donna che amava; perchè, dato che fosse veramente quale la descrive, non avrebbe, lei, dubitato della nobiltà di cotesto affetto, nè sospettati moventi che non fossero alti. Certe nature alle brutte cose credono quando ne hanno la prova, ma imaginarle non sanno.

— Oh! ma se lei, marchesa, sapesse di chi si tratta!...

— Se fossi una civetta, figurerei di non saperlo per aspettare che me lo dicesse.

— Lo sa? — mormorò il Sismondi.

— Come vuole che non lo sappia, via, se da due mesi cerca l’occasione di dirmelo, se da mezz’ora non ha altro pensiero che di farmelo intendere? Del rimanente lo so da tre anni.

— Da tre anni? — gridò l’altro trasecolato.

— Dal giorno della nostra gita a Sorrento. Quando fummo arrivati alla spiaggia, lei mi aiutò a scendere e guardandomi fisso mi strinse la mano. Che vuole che le dica? Non so perchè, ma non m’è mai venuto in mente che qualcheduno potesse scherzare con me. Ho anch’io i miei peccati di orgoglio. Aspettai. Quando dopo quindici giorni mi dissero ch’era scomparso da Napoli a un tratto, capii, e l’accusai fin d’allora di paura e d’orgoglio.

— Oh! mio Dio! mio Dio! — mormorò il Sismondi coprendosi con le mani la faccia; poi, quasi un secondo di raccoglimento gli avesse infuso intimi vigori, riprese concitato:

— Oh! se intese allora deve intendere anche oggi; deve intendere che chi le ha voluto bene non può dimenticarla, che un affetto come questo basta a sconvolgere tutta la vita di un uomo.... Oh! ma è inutile, non so, non posso parlare... lei che indovina tutto indovinerà anche quello che sento io.

La marchesa s’alzò e poggiato il braccio al davanzale del camino rimase lungamente silenziosa, con gli occhi fissi ne’ tizzi che crepitavano e mandavano nella stanza bagliori tremuli; poi:

— Dunque, parte domani?

— O domani, o mai.

— Domani.

Il Sismondi s’alzò. — Ebbi dunque ragione di non osare? — domandò; e il tono della voce rivelò assai più che le parole l’amarezza dell’animo suo.

— Ha detto di essere incapace di giudizi volgari.... Via, questa conversazione non può seguitare, Sismondi. Del rimanente io non ho più che una sola cosa da dirle, una cosa che nessuna legge divina o umana può obbligarmi a tacere; ho il coraggio di dirla, ha lei il coraggio di starla a sentire?

Il Sismondi non rispose, ma con gli occhi la supplicò che parlasse. Ed ella, prese nelle proprie le mani di lui:

— Era scritto — disse — ch’io non dovessi amare mai. Un solo uomo m’è parso degno del mio amore: lei.... credo che un solo uomo m’avrebbe fatta interamente felice: lei: credo ch’io non ero capace di fare interamente felice che un solo uomo: lei. Dio non volle, è inutile ribellarsi ai decreti della Provvidenza.... E ora, addio; dicono che sono originale e hanno ragione; difatti sono donna e il pericolo non mi piace.

Lasciò le mani di Carlo e appoggiò le spalle al davanzale. Egli, guardatala un momento, sussurrò: — Oh! Adriana, Adriana; — si mosse verso di lei, si fermò: finalmente, quasi vinto nella esitanza estrema da un impeto cieco, si slanciò e fece per accostare le labbra alle labbra di lei. Ma la marchesa alzatasi in punta di piedi curvò indietro la schiena e, stese le braccia in avanti, lo trattenne; poi con un sorriso pieno di profonda malinconia:

— No, Carlo, mai. Per esser padrona del mio rammarico, debbo essere padrona della mia volontà.

Il Sismondi la guardò ancora: coprì di baci rapidi la mano che Adriana gli stendeva, e fuggì.

La marchesa nello sforzo per togliersi al bacio di Carlo aveva dato con le spalle nell’oriolo di porcellana; il quale, per quell’urto sufficiente a spostarlo non a farlo cadere, rimase in bilico; quando, uscito il Sismondi, la marchesa si scostò dal camino, ripiombò al suo posto: fermo bensì alle 5 e 40 minuti.

V.

E fermo alle 5 e 40 minuti l’oriolo del salottino Pompadour rimase per de’ mesi parecchi. Un giorno che la contessa Montani, credendo di far bene stese la mano per rimetterlo, ebbe a mala pena aperto il cristallo e già la marchesa le si precipitò addosso e le afferrò con tanta forza il polso da lasciarle la lividura. E la contessa ne’ ritrovi serali andava dicendo:

— A voi, andate a fare il bene; guardate qui come mi son ridotta per rimettere l’oriolo a quella stravagante d’Adriana; — e mostrava agli amici il cerchio paonazzo.

Intanto il marchese Gaudenzi stava in gran pensiero. Sua moglie non era più quella di prima, la malinconia di lei s’era mutata addirittura in tristezza. Non parlava quasi più, non usciva più, passava le giornate intere a sfogliare degli atlanti. Suppose desiderasse e le propose di viaggiare; al solo sentir parlare di viaggi la marchesa uscì in un rifiuto così riciso com’egli non ne aveva mai avuti da lei, così aspro da dimostrare mutata l’indole sua. Interrogò i medici; ma, nonostante ella dimagrasse a vista d’occhio, i medici l’accertarono che per la salute non c’era da temere; proposero le distrazioni; proposta sapiente che al marchese parve quasi una canzonatura; licenziò i dottori e fece venire di campagna il bambino. Neanche il piccolo Luca ebbe fortuna; la madre a volte insofferente di capricci e di bizze lo voleva lontano da sè, a volte lo teneva, con affettuoso pentimento, per ore ed ore sulle ginocchia; e il buon marchese si lambiccava il cervello a indagare con diligenza trepida le ragioni di quel mutamento, ma non veniva a capo di nulla.

Un giorno la marchesa se ne stava seduta sulla solita poltrona presso al camino; aveva sulle ginocchia una carta geografica e vicini a sè aperti sopra una sedia un atlante e alcuni libri; e via via ora dava un’occhiata a questo e a quel volume, ora tracciava sulla carta con le dita profilate linee invisibili. Luchino scorazzava per la stanza gridando e ogni tanto tornava con risate squillanti a scombuiare carte e volumi. Più volte la marchesa s’era rassegnata a riordinarli; ma Luchino aveva preso gusto al gioco e non c’era verso di farlo smettere nè con preghiere nè con ammonimenti. Alla fine la marchesa gli domandò in tono di rimprovero:

— Vuoi star buono, sì o no?

— No — rispose il bambino.

— E allora ti meno via. E s’alzò, e di peso se lo prese in collo e fece per avviarsi alla porta.

Luchino, vedendo la minaccia prossima a verificarsi, strillò, si divincolò; e Adriana, accostandolo allo specchio che stava sopra al camino:

— Guarda come sei brutto quando sei cattivo.

Il bambino, mirando la propria imagine riflessa nella caminiera, stese le braccia in avanti e sarebbe caduto, se la marchesa non lo avesse stretto più forte: ma squilibrato piombò con le mani sull’oriolo e lo scosse; quando le ritrasse s’udì il pendolo ricominciare il suono isocrono e lieve.

La marchesa cacciò un grido, baciò e ribaciò il bambino e dette in un pianto dirotto.

Il marchese tornando a pranzo scorse la traccia di quelle lacrime; e impensierito più che mai domandò a sua moglie se non era possibile di trovar fine a quelle tristezze; avrebbe data la vita per vederla sorridere; chiedesse. N’ebbe in risposta:

— Fa’ mutar la mobilia del salottino.

Credè di sognare, ma non mise tempo in mezzo ad appagare quel desiderio. Sparirono i canapè dalle stoffe fiorite, la lumiera di Murano, sparirono i candelabri e l’oriolo di porcellana di Sassonia, e ad un tempo, se non sparì, si diradò l’afflizione d’Adriana. E il marchese da quello, che fu de’ pochi casi notevoli della sua vita, trasse questo ammaestramento: che le donne hanno tutte quante un ramo di pazzia; tanto è vero che la sua, la quale certamente valeva più delle altre, s’era tormentata e lo aveva tormentato un anno e più per la mobilia d’un salottino.

Monsummano, 1886.

PECCATO E PENITENZA.

A Vittorio Bersezio.

IO A UN ALTRO.

Airolo (Canton Ticino), 21 ottobre 1867.

Mio caro, restando a Lucerna hai avuto più giudizio di me; sono arrivato ieri sera ad Airolo e vi resterò fino a Dio sa quando. Succede in questo paese come all’inferno, dove ogni momento arriva gente e non se ne va mai nessuno. Sul serio: il Ticino ha rotto la strada da Quinto a Faido e buttato all’aria il ponte presso Dazio-Grande; sicchè per ora è impossibile partire colla diligenza. Se ti punge il dulce ridere suos, se ti preme veramente arrivare a Firenze prima del 25, va’ subito a Coira e passa per lo Spluga; ma prima di partire di’ a’ nostri compagni dello Schweizerhof come stanno le cose; che non venga anche a loro il ticchio di pigliare la via del Gottardo. Qui non c’è che una locanda sola; i letti son tutti pieni, e chi viene da ora in là sarà giocoforza che dorma all’ombra degli abeti.

Sai chi c’è? Paolo Carpi. Ho letto il suo nome sul libro de’ viaggiatori. M’hanno detto che è andato stamani a visitare i luoghi dove il danno della inondazione è maggiore e tornerà qui stasera. Son quasi cinque anni che non ci siamo veduti, e non puoi imaginarti che piacere mi faccia il trovarlo qui.

Chiacchierando col cameriere ho saputo che c’è anche un Conte di San Vittore. Mi son messo in testa che sia compagno nel viaggio a Paolo. I San Vittore e i Carpi non sono un po’ parenti? M’accorgo che la domanda è inutile; tu non potrai rispondermi che a Firenze e Paolo mi risponderà stasera. Se avessi qualche altra cosa di bello da dirti, passerei volentieri scrivendoti il tempo che manca per arrivare all’ora del desinare.... A proposito; come si pranza male su queste montagne repubblicane! Fremi pure di sdegno, ma io non veggo l’ora di essere a Milano per mangiare un risotto appestato dall’alito della monarchia.

Serbami un posto nella tua memoria; nel cuore ci hai troppa gente ed io odio la calca.

Il tuo M.

* * *

Airolo è un paesetto all’imboccatura della Val Canaria, tra Bellinzona e Hospental. Le sue poche e povere case sono poste lungo la via del Gottardo, la quale sale verso il monte serpeggiando a settentrione del paese; l’occhio l’accompagna sino alle pericolose balze della Val Tremola, ove si perde tramezzo agli abeti. Di là dalla via il terreno scende con ripido declivio verso il Ticino che quivi, ancora prossimo al lago Sella onde nasce, pare un fiumiciattolo di poca o nessuna importanza. Oltre il fiume altri monti, coronati da piccoli ghiacciai o solcati dalle morene, sono le ultime ondate di quella tempesta che sollevò le Alpi Lepontine.

Scritta la lettera, uscii. Cadeva una giornata d’ottobre; dalle falde delle montagne scendevano torrentelli recando acque al Ticino; nuvole di una tinta unita, fredda, coprivano a poco a poco il cielo, e nascondendo lentamente la parte superiore della montagna, ne arrotondavano i vertici. Pareva che la natura si mettesse in quell’ora la sua veste più squallida; che il vento di ponente strisciando sulle brevi praterie della valle e sui folti muschi delle falde montane, mutasse in giallognolo il loro verde vigoroso. I soli abeti, geometrici, serbavano il nero delle loro piramidi e si staccavano mirabilmente sul fondo grigiastro del quadro.

Io passeggiava pensando a chi sa quante cose che ora non ricordo più e fumacchiando un di quei sigari che fanno tanto rimpiangere la Svizzera a chi ritorna in Italia, quando mi sentii chiamare per nome. Mi volto; era Paolo Carpi.

— Chi non muor si rivede, — disse l’amico correndo verso di me. — Sai che debbono esser passati quasi tre anni dacchè ci siam veduti l’ultima volta?

— Quattro, mio caro; ci siamo lasciati a Milano nel 63, ci ritroviamo sul San Gottardo nel 67.

— Quattro anni? Perdio! come s’invecchia presto! Di dove vieni?

— Dalla Germania; e tu?

— Da Spa; sono passato per Strasburgo e Basilea.

— Solo?

— Solo.

— E quando parti?

— Ma!... quando sarà possibile.

— Partiamo insieme?

— Ecco... chi sa? Devo aspettar qui una lettera... Basta.... vedremo; figurati se mi farebbe piacere passare qualche giorno con un amico come te.

Si danno in oggi alla parola amico tanti sensi e tanto diversi che conviene questa volta determinarne il significato.

Paolo ed io fummo compagni di scuola; de’ miei condiscepoli egli fu il solo per il quale sentissi un affetto vero. Usciti da rettorica, ci vedemmo di rado ed è facile capire il perchè; egli faceva il milionario ed io il giornalista; egli si divertiva con le donne leggiere, io ero costretto a seccarmi con gli uomini gravi. Ciò non ostante quando ci trovavamo qualche volta all’osteria, qualche altra al ballo di un ambasciatore, ci stringevamo forte la mano e facevamo di notte giorno parlando di noi, dei nostri studi e de’ nostri amori, di ciò che avevamo fatto o che volevamo fare; egli si congratulava meco de’ miei saggi letterari che gli parevano belli, io seco della sua amante che mi pareva bellissima.

Nel sessantatrè gli prese la voglia di fare il diplomatico e fu nominato segretario del Ministro d’Italia a Costantinopoli. Allora ci perdemmo di vista; quattro anni dopo ci ritrovammo ad Airolo, il giorno stesso nel quale ha principio questo racconto.

La conversazione cadde, al solito, sulla nostra prima gioventù, sulle scappate scolaresche, e sulle vicende de’ nostri compagni.

— Che n’è stato — gli domandai — di Gigi Ruteni che abbandonò il Liceo per entrare nella Marina sarda, perchè era sicuro, diceva lui, di diventare ammiraglio?...

— È morto a Lissa l’anno passato.

— Povero ragazzo! E il Brini soprannominato il piccolo Aleardi, che scriveva versi così pieni di tenerezza e di malinconia?

— Fa l’agente di cambio a Torino.

— E quel bel giovanetto biondo che veniva a scuola accompagnato dalla mamma più bionda e più bella di lui?... Ti ricordi?... Aveva tanta attitudine alla meccanica e noi gli predicevamo sempre che avrebbe fatto fortuna?

— Ha finito il suo studiando sul moto perpetuo. Ora l’hanno chiuso nel Manicomio di Perugia.

Non ebbi coraggio di domandare altro; tutte quelle biografie brevi e crudeli mi avevano messo di mal umore. E ripensavo tanti sogni svaniti, tanti propositi dimenticati, tante speranze deluse, stelle cadenti del cielo della giovinezza che brillano un momento, poi si perdono nell’oscurità della vita.

— E Federigo Ripàri (un altro condiscepolo) — riprese dopo poco Paolo — l’hai veduto?

— Mai; forse trovandolo non lo riconoscerei neppure.

— È qui.

— Qui... ad Airolo?

— Con sua moglie.

— È ammogliato? Da quando in qua?

— Saranno due anni ad aprile. Ha sposato una milanese, una delle donne più istruite e più simpatiche che io conosca: la figlia dell’ingegner Crolli. Oh! si va a tavola.

Difatti la campana della locanda sonava a refettorio.

— Lascia andare — soggiunsi; — pranzeremo da noi.

— Non è possibile.

— Hai qualche amico?...

— No... ma bisogna che pranzi a tavola rotonda.

— A proposito: c’è qui un Conte di San Vittore; non siete un po’ parenti?

— La madre del conte Emilio è sorella di mio padre.

— Sicchè siete cugini.

— Per l’appunto....

— E allora, perchè mi dai ad intendere che non hai qui amici?

— Sei curioso veh! mi hai domandato se ho qui degli amici e non dei parenti — e se ne andò verso la locanda in tanta fretta ch’io durai fatica a tenergli dietro. Se egli, in quel punto voltandosi avesse detto: “ho mutato pensiero, pranziamo da noi„ io gli avrei risposto: no, ho mutato pensiero anch’io, voglio venire a tavola rotonda; tanto mi pungeva la curiosità di conoscere il Conte di San Vittore. Lo avevo spesso sentito lodare come uno degli uomini più culti, più cortesi, più ricchi dell’aristocrazia fiorentina, e ora mi pareva che Paolo, con quella sua distinzione tra gli amici e i parenti, fosse lì lì per dirmene male.

Quando entrammo nella sala da pranzo, il Conte (Paolo con un’occhiata me lo indicò) era già seduto ad una delle estremità della tavola. Notai che tra i due cugini non ci fu neanche l’ombra di un saluto; i commensali crederono di certo che quelle due persone, così strette per vincoli di parentela, si vedessero per la prima volta nella modesta locanda d’Airolo.

Il Conte di San Vittore era un uomo sui trentacinque, alto, calvo nella parte anteriore del cranio; aveva il viso di un puro ovale incorniciato da una folta e finissima barba nera. Credo che il fare un ritratto somigliante di quell’uomo, sarebbe stata ardua impresa anche per Michele Gordigiani; tanto la sua fisonomia si mutava da un momento all’altro. Studiai la cagione di questa mutabilità e credei trovarla negli occhi, i quali non saprei dire di che colore fossero; ora parevano azzurri, ora grigi, ora verdognoli; qualche volta apparivano fosforescenti come quelli del gatto. E la mobilità della fisonomia non aveva relazione alcuna coi movimenti dell’animo; perchè per quanti diversi aspetti pigliasse, il volto del Conte non lasciava trasparire nulla di ciò ch’egli sentiva o pensava. Sulle prime, si sarebbe preso per una persona pulita e nulla più; ma ad un osservatore minuzioso, le mani bianche e sottili, il fare disinvolto, la studiata semplicità del vestire lo dimostravano uomo iniziato ai difficili segreti dell’eleganza e conoscitore delle consuetudini del bel mondo.

Il pranzo era cominciato da pochi minuti, quando entrarono Federigo Ripàri e sua moglie. Avevo detto a Paolo che non mi sarebbe forse possibile riconoscere Federigo, ma non imaginavo ch’egli fosse cangiato così. Quell’uomo, ch’io avevo lasciato fanciullo vegeto e fresco, aveva i capelli grigi, la pelle floscia e le palpebre inferiori cerchiate da quell’occhiaia nera e profonda che è segno di stento, di stravizio o di dolore. Noi suoi condiscepoli sapevamo che non poteva avere più di trent’anni; chiunque, a vederlo, gliene avrebbe dati oltre quaranta. Salutò freddamente Paolo del capo; me o non volle riconoscere, o forse non riconobbe neppure.

La signora Ripàri si sedè accanto al marito.

Una donna così bella si vede di rado. Alta, svelta, la maestà quasi severa del portamento era in lei temperata dalla grazia quasi infantile de’ lineamenti, puri come un profilo antico intagliato nell’agata. Il morbido volume de’ suoi capelli biondi mi fece tornare in mente i versi del poeta tedesco: Dio ha dato la donna bionda agli uomini del settentrione, per compensarli della mancanza del sole. Nulla è perfetto nel mondo, neanche le belle donne pur troppo, e spesso Pigmalione s’affatica invano a infondere la vita nelle membra mirabili e gelide di Galatea; ma negli occhi cerulei della signora Ripàri brillava il pensiero, e lo spirito illuminava quell’onesto sorriso.

Capitata in un convegno di poeti o d’artisti, la signora Ripàri sarebbe stata accolta con uno di quei gridi che erompono spontanei dall’animo di chi si sente fortemente compreso dall’ammirazione; fra gente che dava battaglia alla noia con l’arme dell’appetito passò senza che nessuno ci badasse. Tanto è vero che a questo mondo non basta aver merito; bisogna anche saperlo mostrare a chi può pregiarlo e scegliere una occasione propizia.

Il pranzo passò come al solito; si parlò del cattivo tempo, della inondazione, delle valanghe; si fecero passare di mano in mano pezzi di diorite e di cristallo di rocca, raccolti qua e là per le montagne; pochi gl’interlocutori, molte le comparse che mangiavano senza parlare. Federigo non parlò, nè mangiò; non fece altro che guardar fisso il Conte San Vittore, il quale pareva non accorgersi d’essere sbirciato, squadrato a quel modo. Carolina (era questo il nome di battesimo della signora Ripàri) tentò più volte di attaccare discorso col marito e inutilmente; alle sue domande non rispondeva o rispondeva con monosillabi e Carolina pareva si sentisse umiliata dal contegno freddo, quasi sdegnoso che egli teneva con lei. Cercava di leggere in viso ai commensali se se ne fossero accorti e si rallegrava di vederli tutti intenti nelle loro chiacchiere o nelle loro vivande; ma quando i suoi occhi s’incontrarono co’ miei, capì ch’io avevo osservato e meditato, che v’era un testimone di que’ silenzi eloquenti e divenne pallida a un tratto. Alle frutta s’alzò; stette per un momento con le mani appoggiate sulla spalliera della sedia guardando Federigo e come aspettando qualche cosa da lui. Egli, se si fosse voltato verso la moglie, si sarebbe avveduto, da una specie di moto nervoso ond’era scossa tutta la persona, che quella donna soffriva, e tanto più, quanto più si sforzava di nascondere l’intima pena; ma non si voltò; guardava il Conte di San Vittore.

A poco a poco anche gli altri commensali si alzarono e andarono chi da una parte chi dall’altra. Volevo andarmene anch’io, Paolo mi fe’ cenno di rimanere. Il Conte si alzò e andò a porsi innanzi al camino entro cui scoppiettavano gli ultimi avanzi d’un gran fuoco; Federigo restò al suo posto, rimpetto al Conte, guardandolo.

Nessuno parlava; io avevo il presentimento che stava per succedere qualcosa di grosso. Me ne sarei andato volentieri, ma Paolo mi trattenne daccapo con un’occhiata.

Il Conte cavò fuori da un astuccio di cuoio di Russia un manilla e si diresse verso la tavola sulla quale stava un candeliere acceso. Subito che Federigo ebbe indovinata l’intenzione di lui, balzò in piedi, stese il braccio verso il candeliere, accese un sigaro, spense il lume e lo posò piano piano; poi guardò il Conte come se aspettasse una parola, un gesto... che so io? un pretesto qualsiasi per attaccarla. Ma l’altro, come se nulla fosse, prese sulla tavola un coltello, tagliò la punta chiusa del manilla e con un fiammifero di cera che trasse da un astuccio di platino lo accese e tornò al suo posto. Sopra una piccola tavola presso a lui era un numero della Gazzetta Ticinese; il Conte l’aveva a mala pena toccato e già v’era piombata sopra la mano di Federigo. Il Conte lasciò andare la gazzetta e, quasi non fosse fatto suo, si mise a scrivere colla matita sopra un taccuino che aveva levato di tasca. Federigo quand’ebbe in mano il giornale, lo buttò sul fuoco; il Conte seguitò a scrivere.

Paolo pareva distratto, ma teneva d’occhio ogni mossa del Conte e di Federigo.

Quando il Conte ebbe finito di scrivere, andò verso la porta. La bussola era chiusa, Federigo vi s’appoggiò; a me parve difficile che il Conte potesse esimersi dal parlargli e mi tenni certo una parola sola sarebbe favilla secondata da grande incendio. Il Conte invece passò davanti a Federigo come se non gli fosse neanche passato per la mente d’andarsene, e si diresse verso una delle estremità della sala; colà giunto tirò il cordone di un campanello. Dopo un momento s’udì un lieve rumore dietro la porta e di fuori qualcuno girò la maniglia. Bisognò che Federigo si scostasse; il Conte invece s’era avvicinato all’uscio dalla parte opposta.

Entrò il cameriere.

— Accendete il fuoco in camera mia, — disse il Conte; — e passando tra il cameriere e la soglia uscì.

Paolo gli tenne dietro.

Federigo, o meravigliato o stizzito della abile strategia del Conte, si lasciò andare sopra un divano e parve immergersi in una meditazione profonda.

Io rimasi nella sala aspettando Paolo da cui speravo avere la spiegazione di quella difficile sciarada. Intanto, ripensando i fatti avvenuti, io andavo cercando da me la parola dell’enigma e facevo questo discorso, che mi pareva assai ragionato.

— Questi due uomini si odiano, o per lo meno Federigo odia il Conte di San Vittore. Perchè? Vattel’a pesca! Ma è chiaro che Federigo ha tanta voglia di accattar briga col San Vittore, quanta cura pone questi nell’evitare ogni contesa. Ci deve esser di mezzo una donna che non vuol compromettere... altrimenti come si spiega il contegno di un gentiluomo?.... Ma giusto, è egli poi il Conte questo gentiluomo che mi hanno detto? Che il Conte abbia paura? Non c’è che questa spiegazione; perchè quand’anche ci fosse di mezzo una donna, il contegno addirittura insolente di Federigo non avrebbe fornito all’altro un pretesto tale, da parere la ragione vera ed unica di un duello? E poi da quella partenza ad una fuga c’è scattato poco. E Paolo che fa che non torna? È chiaro anche questo: cerca di persuadere il cugino che se non si batte col Ripàri è un uomo rovinato per sempre. Riepiloghiamo. Federigo Ripàri cerca di provocare il Conte; questo è un fatto. Il Conte scansa ogni occasione di duello; il Conte ha paura. Così si spiegano le parole di Paolo sul conto del cugino e il suo contegno verso di lui. Ma e il motivo di tutto ciò? Lo troveremo, pensai con la superbiola di un uomo che ha fatta un’osservazione profondissima e ha dato prova a sè stesso di essere abile nel sillogismo. — Lo troveremo; e seccato dal ritardo di Paolo, che d’altra parte non avrebbe potuto dirmi cosa ch’io non avessi indovinata senza di lui, uscii dalla sala per salirmene in camera mia.

La quale camera mia volle il caso si trovasse precisamente accanto a quella della signora Ripàri.

Non faccia il lettore le meraviglie, non dica con quel suo sorrisetto d’incredulo “che bel caso!„ In una triste condizione sono oggi romanzieri e commediografi; il pubblico dopo le fandonie che s’è succiato per tanti anni in santa pace, s’è fatto diffidente, ombroso. Basta che un fatto semplicissimo, torni utile al commediografo o al romanziere, perchè paia al lettore inverosimile. La signora Ripàri stava al n. 18; accanto al n. 18 v’era di santa ragione il n. 19; anch’esso, in tanta piena di forestieri, dovè esser dato a qualcuno; fu dato a me; che meraviglia? Forse se l’albergatore mi avesse assegnato il n. 10, questo racconto non avrebbe veduto la luce. Albergatore malcauto! Troppo poco si concede in oggi al caso che pure ha tanta parte nella nostra vita. Come va, signor lettore, che vi trovate questo racconto tra mano? Siete andato proprio a cercarlo? No; lo avete visto per caso nella vetrina del vostro libraio. Ve l’ha prestato un amico? Siete andato in traccia di quest’amico? No; l’avete trovato per caso. O forse vi siete risoluto a comprare il libro dopo che lo avete visto annunziato in qualche giornale? Non è un bel caso che il mio editore l’abbia fatto annunziare per l’appunto in quel foglio che ha l’invidiata fortuna di numerarvi tra i propri lettori?

Torniamo alla signora Ripàri. Ella dimorava dunque in una camera divisa dalla mia per un sottile assìto ricoperto da una semplicissima carta di Francia. Poco dopo ch’io fui entrato in camera, l’uscio della stanza accanto s’aprì, e udii facilmente Federigo pronunziare queste parole:

— Buona notte, Carolina.

Udii facilmente ho detto e ripeto. Chi conosce gli alberghi de’ monti elvetici non meraviglierà di queste mie parole. Coloro che in ogni locanda alpestre della Svizzera veggono un nido di congiurati s’ingannano; co’ sottili tramezzi di legno non ci è segreto che tenga; dopo tre ore passate nella stanza accanto alla vostra, il vicino sa tutti i vostri usi, anche quelli che vorreste non conosciuti da alcuno. Nelle case delle montagne elvetiche non si congiura; meglio all’aria aperta; tanto è vero che Guglielmo Tell per preparare la rivolta abbandonò le mal sicure case di Altdorf e condusse i compagni sulle alture del Rutli.

— Aspetta, Federigo, voglio dirti una cosa.

— Son qui.

— Sai che da parecchi mesi faccio di meno anche delle lagnanze.

— Carolina....

— Lasciami dire; molti sentimenti si sono spenti in me, uno è rimasto vivo per fortuna mia e tua: l’orgoglio. Mi lagnerei ancora se giovasse a qualcosa; ma il lamentarsi inutilmente è una umiliazione che non voglio soffrire.

— E poi? — disse Federigo col tono di chi non ha pazienza da buttar via.

— Hai fretta? Va’ pure, non c’è nulla che prema... ne parleremo domani. Buona notte.

— No, Carolina, guarda, son qui... qui seduto e per ascoltarti.

— Stammi dunque a sentire; ce n’è bisogno, credilo. Io non ti chiedo che tu sii innamorato di me, queste cose non si chiedono, si ottengono; non si riacquistano quando si sono perdute, nè si risuscita un amore che doveva essere eterno e che è morto a un tratto, di etisia fulminante, dopo un anno di matrimonio. Ti chiedo soltanto che tu sii con me quale saresti con qualunque altra donna e quale ti impone di essere se non la legge del cuore, la legge del mondo; se non l’affetto, per lo meno l’educazione.

— Non ti capisco.

— No? Allora è inutile andare avanti.... Buona notte.

— Insomma, perdio! non ti capisco.

— Federigo, non alzare la voce; ricordati che siamo in un albergo; risparmia agli altri lo scandalo, a me lo spettacolo di una di quelle brutte scene da commedia che aborro tanto.... Sai quello che t’ho detto tante volte: tu non gridi che quando sei persuaso d’aver torto.

— Ebbene, dunque, sentiamo.... che cosa c’è?...

— Quando partiamo?

— Quando la carrozza potrà percorrere senza pericolo la strada di qui a Bellinzona.

— Sta bene; domani dunque, se siamo ancora ad Airolo, noi pranzeremo qui insieme, o tu pranzerai solo a tavola rotonda.

— Perchè?...

— Perchè io sopporto il tuo contegno finchè siamo soli, ma, lo ripeto, ho ancora tanto orgoglio da non tollerarlo in santa pace dirimpetto alla gente. Durante il pranzo sei stato accanto a me come accanto ad una persona che tu non conoscessi neppure.... anzi, ho tanta stima della tua educazione, da credere che il tuo contegno sarebbe stato diverso con chiunque. Io voglio dunque che tu sii meco quale un gentiluomo dev’essere con una donna. So essere disgraziata, mi ci hai assuefatta; ridicola, no.

— Carolina, tu prendi al solito le cose troppo sul serio.... Io ero distratto....

— Eppure tu mi toglierai anche l’ultima illusione. Una volta credei che tu mi volessi bene, comincio a credere d’essermi ingannata. Non puoi avermi amato, mi conosci troppo poco. Se tu mi conoscessi, Federigo, non anderesti cercando una scusa che io non ti chiedo. Oggi eri distratto... e ieri?... È un po’ lunga una distrazione che è principiata un anno fa e dura ancora. Non ne parliamo più. Sei libero di scegliere: o pranzeremo in camera insieme, o tu pranzerai solo a tavola rotonda. E ora va’, devi essere stanco della tua gita di stamani.... Buona notte.

Vi fu un breve silenzio; poi Federigo, parlando rapidamente e con voce concitata, riprese:

— Hai ragione, Carolina, tu hai ragione, ed io ho torto, lo sento, ho molto torto... ma il cuore non ci ha che fare... dipende, che so?... dal mio temperamento... dalla mia costituzione fisica. Ho qualche stravaganza, perdonamela e....

— Oh! Federigo, tu abusi un po’ troppo di me. Tu sai che nonostante le tue distrazioni, le tue stravaganze, come le chiami, io ti voglio ancora bene, lo sai, e ne abusi. Non mi venir fuori col temperamento che non ci ha nulla che fare. Non so se tu ti ricordi qualche volta che mi hai voluto bene anche tu; certamente non puoi aver dimenticato di che amore t’ho amato io; io povera donna, che ho messo in te tutte le mie speranze e tutti i miei desiderii, che t’ho creduto il solo uomo capace di tradurre in realtà i miei sogni. Ci vuole un animo molto delicato, molto giovane, per intendere di che colori io avessi vestito l’avvenire. Ho serbata viva la mia speranza per un anno intero dopo le nostre nozze. Ringrazio Iddio di avermi fatto cieca per tutto quel tempo, cieca ma felice; se avessi avuto più esperienza, se avessi saputo vedere più addentro nelle cose della vita, mi sarei accorta che tu non eri poi quel tale uomo ch’io m’era figurata.

— Carolina! — esclamò brusco Federigo.

— Non t’adirare, non ho in mente di dir nulla che possa offenderti. Il primo torto fu mio, sperai più di quanto è lecito sperare. Un uomo capace di appagare tutti i desiderii di una fanciulla buona, intelligente, affettuosa, di porsi tra lei e il mondo, perchè il mondo non violi ad un tratto la verginità dei suoi pensieri, che sappia insegnarle a poco a poco la realtà della vita senza disperdere tutti quanti i suoi sogni, i suoi inganni, le sue ubbìe, se vuoi che dica così, di ragazza innamorata, un uomo capace di un acume così avveduto, così delicato non c’è.

— Ma, Carolina... è impossibile.... bisogna prendere il mondo....

— Come è, lo so, me l’hai detto tante volte! Ma se lo confesso da me che speravo troppo.... e del rimanente ciò poco importa. Fatto sta che tu per un anno m’hai voluto bene e molto, di questo sono sicura; chi ama come ho amato io non s’inganna. Un giorno.... che cos’è accaduto, Dio mio, quel giorno? Non lo saprò dunque mai?... Un giorno, come per incanto, sei diventato freddo, noncurante, e...

— Ma ti voglio bene ancora....

— Sì... tronchiamo, Federigo, tronchiamo questo discorso. Ci sono delle cose che offendono tanto l’amor proprio di una donna, da essere impossibile persino il parlarne. Mi vuoi bene ancora.... — S’interruppe, poi con accento di dolorosa ironia domandò: — Come a una sorella?

Federigo non rispose.

— Io ti annoio, — riprese con simulata giocondità Carolina, — ti annoio, lo capisco, e mi dispiace che siamo andati col discorso tanto lontano. A che giova? A farmi almeno sapere perchè, da chi fu distrutta la mia felicità? No. È un anno che me lo domando inutilmente e oramai non voglio più saperlo. Il mistero mi ha messo paura.... Ah! Federigo.... tu hai sciupati crudelmente i più belli anni della mia gioventù.