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N. COLAJANNI

L’ITALIA NEL 1898

(TUMULTI E REAZIONE)

Il quarantotto italiano, compiuto poi nel ’60, non fu neppure politico, fu strettamente nazionale e meschinamente unitario e dinastico. L’Italia attende ancora il suo quarantotto politico, che le dia le condizioni essenziali della vita moderna, e permetta di studiare il passo sulla via già percorsa dalle nazioni sorelle.

FILIPPO TURATI

MILANO
SOCIETÀ EDITRICE LOMBARDA
Corso Venezia, 13

A CHI LEGGE

_Il lettore intelligente sa che non è cosa facile scrivere la storia contemporanea e dire tutta quanta la verità, o quella, che, in buona fede, tale si crede. Non si può dirla specialmente quando essa può procurare molestie e persecuzioni agli attori o ai testimoni; quando si può sospettare, che impedimenti verrebbero posti alla circolazione di un libro, che si proponesse di farla nota tutta intera._

_Questa avvertenza serve per coloro, che mi hanno somministrati elementi preziosi sui fatti di Milano e che non li vedranno in queste pagine riprodotti, non ostante che essi si siano dichiarati pronti a sostenere la esattezza delle loro informazioni anche nei Tribunali._

_La prudenza che mi ha suggerito di ometterli non ha spiegato la sua azione nello interesse mio personale; ma in quello del libro, che potrà compiere opera utile correggendo errori e pregiudizi, che hanno falsato la pubblica opinione. Il libro mira sopratutto a far breccia in quella che lo Zerboglio ha chiamato la reazione onesta e che costituisce la forza maggiore dei politici partigiani e disonesti._

_Così è: nella massa degli avversari del socialismo e della democrazia in genere, in Italia e in questo quarto d’ora, per deficienza di cultura e di conoscenza degli uomini e delle cose, la grande maggioranza è composta di persone che, con tutta sincerità, credono che la_ reazione presente sia stata provocata dalle colpe e dagli errori dei socialisti e dei democratici di ogni gradazione; e che essa sia necessaria per salvare lo Stato e la società.

_Questo libro si rivolge alla reazione onesta nella speranza di richiamarla alla realtà e di ricondurla sopra la retta via. Vi riuscirà? Lo ignoro; per riuscire, però, ho messo ogni studio — anzi si dirà che sono stato esagerato in questo studio — per esporre i fatti quali li presentarono i giornali conservatori o reazionari — Corriere della Sera, Perseveranza, ecc., di Milano; Nazione di Firenze, Corriere e Mattino di Napoli, ecc., ecc., e il periodico I Tribunali di Milano, che pubblicò i resoconti stenografici dei processi svoltisi innanzi ai Tribunali di guerra della stessa Milano col visto del Regio Commissario straordinario Generale Bava-Beccaris. In quanto ai giudizî sulle cause prossime, che generarono i fatti, del pari, ho messo la massima cura nel presentarne una specie di antologia ricavata da articoli e dai libri dei monarchici più autorevoli, più colti e più onesti._

_Dai lettori invoco un benevolo compatimento per le deficienze dello stile e della esposizione, che in questo mio libro sono maggiori che nei miei precedenti. Per farmele perdonare dirò loro che scrissi in gran fretta i singoli capitoli e li mandai a stampare uno per uno nella speranza di poterli in ultimo rileggere in una volta per correggerli, coordinarli e completarli. Per ragioni da me indipendenti non potei compiere che assai incompletamente questo necessario lavoro di fusione e di revisione. Ad ogni modo, tale quale esso è rimasto, spero che verrà accolto come la espressione di chi non si è proposto che la ricerca della verità e il bene del proprio paese._

Castrogiovanni, 12 Dicembre 1898.

Dott. NAPOLEONE COLAJANNI

I.

SIAMO IN RITARDO

Imprendendo a dire, con tutta la prudenza imposta dalla reazione trionfante, dei casi che si svolsero in Italia nella primavera 1898 e che, per colpa del governo, assunsero proporzioni minacciose ed impronta speciale in Milano nelle giornate dal 6 al 9 Maggio, sento il bisogno di riprodurre le pagine colle quali posi termine al libro sugli Avvenimenti di Sicilia del 1893-94, che agli ultimi intimamente si connettono.

Scrivevo adunque nell’autunno del 1894: «I segni precursori del principio della demolizione di tutto ciò che esiste in politica in Italia non mancano e presentano una grande analogia con quelli che nel secolo scorso precedettero lo scoppio tremendo della rivoluzione francese».

«Si legga l’_Ancien régime_ di Tocqueville e di Taine e si vedrà che in Francia prima del 1789, come a Napoli, nelle Puglie, in Sicilia nel 1893 e nel 1894, si sente che c’è un popolo in rivoluzione latente, che aspetta l’occasione per irrompere; che questo popolo manca ancora di organizzazione e di capi, non avendo più fiducia in quelli che hanno l’autorità legale. Anche allora si gridava: «_Pane, non tasse, non cannoni_! ch’è il grido del bisogno, dice Taine, e il bisogno esasperato irrompe e va avanti come un animale inferocito. E i magazzini, i convogli di cereali arrestati, i mercati saccheggiati. E si grida: Abbasso l’ufficio del dazio! E le barriere sono infrante, gl’impiegati vinti e scacciati... E si danno al fuoco i registri delle imposte, i libri dei conti, gli archivî dei comuni e si fa tutto al grido di: _Viva il Re!_»

«La scena descritta dal Taine per Bignolles e per altri siti non sembra la fotografia di ciò che è avvenuto a Valguanera, a Partinico, a Monreale, a Castelvetrano, a Ruvo, a Corato? Eppure i contadini di Sicilia e di Puglia non sanno o non conoscono cosa sia la rivoluzione francese, i cui preludî imitano e ripetono!»

«Non basta ancora; l’analogia continua più grande che mai sulle cause, che accelerano la catastrofe in Francia e che potranno accelerarla adesso in Italia. Si disse dei gravissimi imbarazzi finanziari in cui si dibatte il nostro paese; e Gomel ha messo stupendamente in evidenza le cause finanziarie della rivoluzione francese».

«Qualche piccola inversione nell’ordine degli avvenimenti vi potrebbe essere; quando Joly de Fleury si decise all’aumento delle imposte i Parlamenti di Francia protestarono e invocarono la riunione degli Stati Generali. Noi non abbiamo assemblee che per la loro storia si rassomiglino ai Parlamenti francesi, ma abbiamo una Camera dei Deputati, che dovrebbe equivalere agli Stati Generali, la quale sotto l’incubo dello scioglimento ha approvato le imposte proposte dall’onor. Sonnino e che potrà essere disciolta se non farà quell’_ultimo sforzo_, che si chiama ultimo per ischerzo, ma ch’è sempre seguito dalla domanda di un _altro_».

«Chi può garantire che in Italia non si cominci da uno scioglimento mentre in Francia si cominciò da una convocazione? E qualche altra differenza ci sarebbe ancora nei protagonisti del prologo. L’Italia da alcuni anni ha visti i Maurepas, i Vergennes, i Calonne, i Brienne, i Joly de Fleury ed anche i d’Ormesson; l’Italia potrà anche trovare il suo Neker; ma in tanta decadenza indarno cerca un Turgot! Dov’è il Ministro che dica coraggiosamente al Re ch’è impossibile ogni ulteriore accrescimento delle imposte; che prestiti non se ne possono fare più; che la salvezza è nelle economie e nelle riforme?»

«E tutto ciò disse Turgot al buon Luigi XVI; ma non fu ascoltato!»

«Lo sarebbe adesso in Italia?»

«Nessuno può dirlo; ma tutti devono riconoscere che gli avvenimenti incalzano e che la scintilla partita dalla Sicilia, che nell’arte, nella coltura, nella organizzazione sociale, in tutto, si trova — come direbbe Giuseppe Ferrari — in ritardo di fronte alle fasi di sviluppo percorse dalla Francia e da altre regioni dell’Alta Italia, che sentirono l’alito della rivoluzione francese: quella scintilla, ove non si provveda in tempo, potrà, varcando lo stretto, far divampare l’incendio nel resto d’Italia».

«Comunque, se insipienza di uomini di governo o fatalità di cose vorranno che gli avvenimenti non abbiano quel corso pacifico ed evolutivo, che dev’essere vagheggiato da quanti conoscono i danni e gli orrori delle cruenti rivoluzioni, io faccio voti ardenti pel bene del mio paese che il grido: «_morte a li cappedda_» non possa acquistare quella triste celebrità che al di là delle Alpi acquistò il grido: _Les aristocrates à la lanterne!_»[1]

Il riavvicinamento tra i prodromi della grande rivoluzione francese e gli avvenimenti di Sicilia, che riporta il nostro paese ad un secolo fa, può oggi essere completato con un altro riscontro storico che somministra l’Inghilterra.

Al di là della Manica l’evoluzione politico-sociale non fu tranquilla e pacifica sempre, come, nelle sue grandi linee, si è andata svolgendo nella seconda metà di questo secolo.

Vi furono due grandi periodi di sommosse, di tumulti, di repressioni sanguinose e di reazione, che ricordano la fase che attraversa l’Italia dal 1893 in poi. Il primo va dal 1799 al 1824; il secondo dal 1837 al 1848. Tra i due periodi non mancarono le agitazioni, che terminarono qualche volta in conflitti sanguinosi — specialmente nel 1819, nel 1831, nel 1832, nel 1839, ecc.; — e non fecero difetto completamente dopo il 1848: astraendo dall’Irlanda — dove gli avvenimenti presentarono sempre caratteri complessi non paragonabili mai con quelli italiani — per tutti basta ricordare la domenica sanguinosa — the bloody Sunday — 13 novembre del 1887.

I due periodi storici inglesi, classici per le turbolenze, il secondo dei quali comprende il movimento cartista, vanno rievocati oggi in Italia per concludere dal confronto — da completarsi più tardi — che se in Inghilterra fossero stati adottati i criteri di governo che formano ormai la gloria non invidiabile della borghesia italiana, il boja avrebbe dovuto lavorare in permanenza; gli anni di galera distribuiti ai ribelli e ai sovversivi avrebbero dovuto contarsi non più a secoli, ma a migliaia di secoli; la costituzione anzichè svolgersi sempre più e continuamente nel senso democratico avrebbe dovuto essere soppressa; la reazione sfrenata, insomma, quale del resto la vagheggiò e consigliò in Inghilterra il partito dell’_ultratorismo_, vi si avrebbe dovuto insediare sovrana e incrollabile.

Qualcuno potrà obbiettare, che accennando al lavoro del boia si vien meno alle condizioni di una buona comparazione e che viene a mancare ogni analogia, perchè condanne a morte ci furono in Inghilterra — benchè non eseguite — ma non una — eccettuato il caso Barsanti, che non entra nel periodo in discussione — ne inflissero i mal giudicati Tribunali militari Italiani nel 1894 e nel 1898.

All’obbiezione si trova risposta nelle differenze tra i due paesi: nella natura degli avvenimenti, nella proporzione e durata delle repressioni, nella giustizia delle altre pene, nella serena imparzialità dei giudici ordinari — e non eccezionali — nella sapienza e moderazione delle classi dirigenti e dei governanti.

Le differenze ci sarà occasione di rilevarle, nella misura consentita dall’indole di questo scritto, man mano che procederà la narrazione; e le differenze eloquenti non potranno non richiamare alla realtà triste della nostra enorme inferiorità politica e morale, quanti leggeranno coll’animo intento alla ricerca del vero.

Per ora basta fermare questo: che i tumulti, le sommosse, i tentativi coscientemente insurrezionali che afflissero l’Inghilterra per cinquant’anni circa spesso tolsero a pretesto le riforme politiche; ma il fondo dei movimenti fu e rimase sempre economico. Non cade dubbio sulla natura del movente nel primo periodo dei torbidi inglesi; invece qualcuno vorrebbe negarla pel secondo. E in verità, guardando alla superficie e alle dichiarazioni di alcuni capi del cartismo, si potrebbe credere che questo movimento celebre, durato circa dieci anni, sia stato essenzialmente politico. Erano, infatti, d’indole politica i famosi sei articoli della Charta del popolo; ma nella intenzione dei cartisti delle due scuole, essi dovevano servire come mezzo per ottenere il miglioramento economico delle masse lavoratrici.

I promotori ed organizzatori del movimento trovarono grande seguito per lo appunto perchè tristissime erano le condizioni economiche degli operai nella grandissima maggioranza.

Ciò era a conoscenza dei capi del cartismo; tanto che il reverendo Stephens, uno dei più audaci e dei più infervorati, predicava che il cartismo era sopratutto una quistione di forchetta e di coltello!

Risalendo dal caso particolare all’indole generale dei movimenti politici inglesi, il Rise, ch’è uno degli scrittori che ha iniziato la illustrazione della cosidetta Era Vittoriana, ha scritto queste parole significative non per i soli inglesi ma per tutti i popoli che hanno coscienza delle proprie sofferenze: «John Bull al verde, egli osserva, è il più persistente dei malcontenti e svolge principî politici — ma sempre con un occhio volto agli affari futuri. Quando è sazio di carne e di birra ha poche idee e la sua soddisfazione è colossale». (Rise of democracy. London. Blackie et Son 1897 pag. 129). A provare l’esattezza del giudizio, un poco più oltre aggiunge: «Appena R. Peel risolvette la quistione tributaria, la stabilità fu assicurata alle industrie, alla società, alle istituzioni». (pag. 130).[2]

Il 1848 trovò disarmato il cartismo dalla precedente riforma; così l’eco della proclamazione della repubblica in Francia, invece di trascinarlo ad una rivoluzione trionfante, ne segnò la morte. La sua, però, non fu opera inutile: destò dal letargo le classi dirigenti, mise sotto i loro occhi i pericoli cui andavano incontro ostinandosi nella resistenza e contando sulla repressione e le costrinse alle trasformazioni economiche e politiche indicate dai tempi, reclamate dal popolo.

I sei articoli della Charta, dichiarati da principio irrealizzabili, incontrarono la sorte di molte utopie e in gran parte oggi sono stati tradotti in leggi; con questo in più: che ogni riforma politica fu seguita — più raramente preceduta — da una riforma economica. Così da questa lezione dei fatti svoltisi in Inghilterra emergono insegnamenti non solo per le classi dirigenti italiane, ma anche per una parte degli elementi avanzati, che — almeno sino a poco tempo fa — tenevano in grande dispregio la politica. La tenne anche in dispregio Roberto Owen, più di sessant’anni or sono, al di là della Manica e smarrì la diritta via per conseguire quelle riforme economiche e morali di cui fu apostolo geniale.

Ma è per le classi dirigenti italiane, che sopratutto sono ricchi di ammaestramento questi raffronti storici dell’Italia colla Francia da una parte e coll’Inghilterra dall’altra.

In Francia la cecità dei governanti nel secolo scorso condusse alla grande rivoluzione con tutti i suoi eccessi e con tutti i suoi orrori, che potranno ripetersi se la degenerata borghesia, che ha in mano le sorti della terza repubblica, non si libera dalle strette del militarismo. In Inghilterra le classi dirigenti, imitando gli esempi dei buoni tempi di Roma, seppero sempre cedere a tempo. Se ricorsero alla repressione, anche energica, non la resero sistematica, facendola assurgere ad esclusivo metodo di governo e risposero ai tumulti da disagio economico con riforme economiche; ai tumulti ed alle agitazioni politiche fecero seguire le riforme politiche. Sinanco quando i movimenti vi assunsero forme decisamente criminose le classi dirigenti inglesi guardarono al fondo e alla sostanza e pensarono di eliminare il delitto allontanandone le cause. Così la borghesia e l’aristocrazia, e sopratutto gli industriali, allarmati ed indignati pei famosi delitti di Sheffield, cominciano nel 1867 una grande inchiesta colla intenzione di riuscire alla repressione severa del fenomeno criminoso; ma appena constatatolo, anche per la confessione di qualche reo, si cambia rotta e si riesce alla sapiente prevenzione colle leggi del 1870 e del 1875, che accordarono agli operai la più ampia libertà di organizzazione, di sciopero e di quel picketing, che sembrerebbe anche una enormità a molti democratici italiani[3].

Di fronte ai tumulti, alle sommosse, alle insurrezioni, adunque, alle classi dirigenti italiane la storia addita due vie tracciate senza incertezze e quasi senza alcuna di quelle oscillazioni e deviazioni ordinarie nel corso degli avvenimenti sociali. Sull’una sta scritto al termine: rivoluzione; è la via battuta dai governanti francesi. Sull’altra, al principio risplende una insegna sulla quale si legge: riforme. È l’insegna antica di casa nostra — l’insegna di Roma; ma l’Inghilterra l’ha rimessa a nuovo e l’ha circondata di affascinante forza di persuasione[4].

L’Italia è in ritardo nella sua evoluzione rispetto alla Francia e all’Inghilterra; ma se questo ritardo sotto molti aspetti è deplorevole, esso ha almeno un lato buono: consente al nostro paese di trarre profitto dei risultati degli esperimenti politico-sociali che furono fatti altrove.

II.

LA MARCIA DELLA SOMMOSSA

La formula: riforme o rivoluzione, — formula adottata dal partito repubblicano parlamentare nel manifesto indirizzato al paese all’indomani della repressione dei tumulti di Aprile e Maggio 1898 (Rivista popolare. Anno III, 21) — sembrerebbe adatta a chiudere questo studio; invece la si è allogata nel proemio. Non a caso. Al lume del dilemma che la storia pone ai governanti d’Italia si può esaminare quali le tendenze che si possono constatare per prevedere, entro i limiti delle previsioni sociologiche, se si otterranno le riforme o se si arriverà alla rivoluzione.

Queste tendenze non si possono indurre dalla osservazione degli avvenimenti svoltisi nel corso di pochi anni; nè si può assicurare che le riforme non verranno più tardi solo perchè esse non vengono fatte immediatamente. Ogni riforma la quale vuole raggiungere lo scopo prefisso dev’essere preparata e maturata con intelletto e con amore, con conoscenza piena delle condizioni da modificare e delle altre, che alle medesime si spera sostituire.

Il malessere economico, politico e morale in Italia non data da pochi anni, perchè dal 1870 in poi è andato crescendo, quasi senza interruzione; i segni ne furono manifesti e indussero allo studio delle cause che lo generarono i privati e lo Stato.

Questi studî sono notissimi e non occorre enumerarli; tra i tanti basta ricordare l’_Inchiesta parlamentare agraria_, che se ha poco valore in alcune parti, ne ha uno sommo nel Proemio e nella conclusione magistralmente esposta da Stefano Jacini.

Dal volume breve di mole e ricco di contenuto dell’illustre senatore lombardo sono scorsi alcuni lustri e di rimedî adottati tra quelli indicati come necessari ed urgenti si ha scarsa notizia e magrissimi risultati. Sicchè da allora ad oggi i mali deplorati, anzicchè diminuire, andarono crescendo in guisa da rendere facile a qualunque osservatore mediocre la previsione di qualche catastrofe, per la innegabile persistenza delle classi dirigenti nel sistema di governo che era riuscito disastroso per tanti anni.

Se il periodo dell’osservazione in Italia fosse soltanto durato da Caltavuturo — 21 Gennaio 1893 — alla primavera del 1898, si potrebbe dire che esso sarebbe stato insufficiente per indurre le tendenze? Ciò potrebbe dirsi pel passato remoto; non più oggi. Nella esperienza sociale c’è acceleramento rapidissimo ch’è in ragione diretta del tempo trascorso e dell’esperienza aumentata in ragione composta dei mezzi di studio sempre più copiosi e perfezionati e degli altri per divulgare i risultati raccolti.

Infatti in Inghilterra non si comprende la lentezza delle nostre Inchieste e l’oblìo cui vengono condannate dopo compiute — condizioni tra noi divenute inseparabili e che destano un sorriso d’incredulità quando qualcuna nuova ne viene annunziata. Il pubblico, anzi, l’accetta come una indecente mistificazione; ed a giudicarne dalla ordinaria inutilità, non sbaglia.

Dell’Inghilterra, invece, si sa questo: che cominciato lo studio delle condizioni delle Trade-Unions nel 1867 in seguito ai delitti di Sheffield, si venne ai primi provvedimenti nel 1871; che constatata con una inchiesta nel 1868-69 la poca diffusione dell’istruzione, si ebbe il primo Education act nel 1870; che ripreso, con un’altra inchiesta lo studio dell’Irlanda nel 1879-80 il Gladstone dette il grande land act per l’isola Verde nel 1881. Gli esempi potrebbero continuare; e il significato di questa lodevole rapidità nel far seguire il rimedio alla diagnosi non può essere infirmato dalla relativa lentezza sui provvedimenti radicali per combattere la disoccupazione; a riguardo della quale, del resto, alcune misure parziali lenitive si sono prese. Ma qui conservatori, liberali, radicali e socialisti, che hanno rivolto le loro cure al grande problema, con pari ardore, si capisce che devono procedere coi piedi di piombo, perchè si tratta di una delle manifestazioni più salienti della questione sociale.

Quanto diversa corre la bisogna in Italia! Quel capitolo degli Avvenimenti di Sicilia che intitolai dalla desolante inazione del governo di fronte ai mali constatati — Nulla è mutato! — potrei ripeterlo oggi applicandolo all’Italia tutta, e potrebbesi rendere il titolo più espressivo e corrispondente alla verità affermando che da allora ad oggi: Molto s’è peggiorato! Al lume dei fatti si vedrà che questo pessimismo è giustificato.

La necessità e l’urgenza di opportuni provvedimenti che dalla Sicilia si estendessero a tutta la penisola ed alla infelicissima tra le sue regioni, la Sardegna, emergevano evidenti dalle discussioni parlamentari del 1894, continuate ed allargate successivamente.

Furono gli ardenti unitari come Fortunato, Imbriani, ecc., che insistettero nel dimostrare che il disagio che affliggeva le popolazioni al di là dello Stretto, imperversava del pari in tutto il resto del regno. Era vero; ed erravasi soltanto affermando che in Sicilia il malessere non avesse caratteri particolari, che lo rendevano più sensibile.

Qualche cosa si fece per la Sicilia — utilissima l’abolizione del dazio di uscita sui zolfi, che permise la costituzione dell’_Anglo-Siciliana_; e ciò, in parte, spiega la tranquillità del 1898 di alcune provincie. Ma le condizioni peggiorarono nella penisola, o almeno non furono sensibilmente alleviate. Era prevedibile quindi, e fu previsto, che le manifestazioni del disagio, dovunque non ne erano state rimosse o attenuate le cause, dovessero presentarsi o continuare. La scintilla, perciò, che nel 1892-93, poco mancò non divenisse grande incendio in Sicilia, varcò lo stretto negli anni successivi.

Dal 1894 a tutto il 1897, in corrispondenza della varietà delle condizioni economiche, politiche, morali e intellettuali, che è propria delle diverse regioni d’Italia — fatta federale dalla natura e dalla storia — i segni del malessere profondo sono differenti nel mezzogiorno, nel centro e nel settentrione.

Mentre in Sicilia, nel Napoletano, nel Lazio si tumultua, s’incendiano le case comunali, gli uffici daziari al grido Viva il Re e si continua ad eleggere quei deputati e quei consiglieri provinciali e comunali, cui si attribuiscono i malanni contro i quali si sollevano; nel Piemonte, in Lombardia, nella Emilia, ecc., — regioni dalla maggiore coltura intellettuale e politica e dall’industria maggiormente sviluppata — la protesta assume forme e caratteri moderni e civili: le sofferenze dei lavoratori si traducono in iscioperi, in elezioni di consiglieri e deputati repubblicani, socialisti ed anche conservatori nel senso buono — appartenenti, cioè, a quel gruppo, che fa capo all’onor. Colombo e che da anni domanda un mutamento d’indirizzo nella politica e nell’amministrazione dello Stato.

La storia di questi scioperi — parzialmente illustrati con metodo positivo dall’Einaudi — e di queste elezioni come prodotto del malcontento e del disagio è ancora da farsi e deve mettersi in chiaro l’anomalia del buon successo degli scioperi agricoli a preferenza di quelli industriali. È certo, però, che i governanti, di fronte a queste proteste civili e moderne, tennero un contegno incivile e disumano: non seppero che applicare l’art. 247 ed altri analoghi articoli del Codice penale — che in Italia stanno a fare le veci del picketing inglese! — ricorrere alla violenza ed organizzare la concorrenza nel lavoro dei soldati a benefizio dei capitalisti. Questi esempi, che venivano dall’alto dovevano consigliare i lavoratori dall’affidarsi ai mezzi legali e convincerli, al contrario, che essi non potevano sperare salvezza e miglioramento se non dall’uso della forza brutale.[5]

Si accenna appena a queste manifestazioni legali del disagio illegalmente represse dal governo che sotto Di Rudinì volle acquistare fama non bella a Molinella, come altri se l’aveva assicurata tristissima a Conselice; e si è anche costretti a sorvolare sulla inattesa agitazione agraria delli Castelli Romani — inframescata di violenze, di ferimenti, di arresti e di processi; ma tanto legittima nelle sue cause da accapparrarsi le simpatie e la benevolenza degli ufficiosi del tempo — l’està del 1897 — e di alcuni rappresentanti del potere politico: Bonerba ispettore di Pubblica Sicurezza e Marchese Cassis ispettore generale al ministero dell’interno. È tutto dire! Si fa una semplice menzione della grande manifestazione di Roma contro la ricchezza mobile, che ebbe il suo epilogo tragico in Piazza Navona; e la si ricorda particolarmente: da un lato perchè sintomatica del generale malcontento della borghesia; dall’altro perchè segna la sua illogica e contradditoria condotta. Questa borghesia, infatti, che fa le elezioni, che ha in mano le redini del governo e vuole la politica dispendiosa, ha perduto il diritto di protestare contro la soverchia gravezza delle imposte: se vuole gli obbiettivi dei megalomani deve somministrare i mezzi per conseguirli.

Si sorpassa su tutte queste manifestazioni che si svolsero dal gennaio 1894 al maggio 1898 che rappresentano gli anelli della catena interminabile del malcontento e che sono degnissime dello studio dello psicologo politico, per venire a quella che rimarrà lugubremente celebre negli annali nostri come la protesta dello stomaco.

La protesta dello stomaco per un momento ridà all’Italia una unità di sentimenti, che le mancava da anni parecchi; la protesta dello stomaco assegna al nostro paese un posto speciale, perchè vide riprodurre fenomeni che non si credevano più possibili nella civile Europa occidentale in questo scorcio di secolo. Infatti solo da noi si ebbero i tumulti per carestia, per fame, per cause che agirono egualmente presso gli Stati del vecchio continente, ma senza produrre gli effetti dolorosi, che rimangono propri ed esclusivi dell’Italia.

III.

LA CRONACA SANGUINOSA

L’anno 1897 erasi chiuso per l’Italia sotto i più sinistri auspici. Nelle Marche, nella Romagna, in vari altri punti del regno, durante l’autunno, quasi per non interrompere la cronaca dei tumulti e delle sommosse, c’erano state delle manifestazioni, ora lievi, ora gravi che costituivano l’indice più eloquente del malessere generale.

A Forlì si assaltano le botteghe nelle quali si vende il pane; la sommossa dura alcuni giorni in Ancona dove si saccheggia la casa di un negoziante di grano; a Macerata gli affamati s’impadroniscono del frumento messo in vendita e si rompono i vetri della casa del Sindaco e del Municipio; a Senigallia si saccheggiano i magazzini di frumento del principe Ruspoli; a Chiaravalle vi sono colpi di revolver ed un carabiniere viene ferito; a Gallipoli si dà fuoco alla casa di un ricco cittadino; a Firenze — la mite e gentile Firenze — scene simili si ripetono e molti agenti di polizia vengono feriti; a Milano, a Napoli, a Palermo, a Ferrara, a Bologna, società operaie ed associazioni politiche protestano contro il rincaro del prezzo del pane e si moltiplicano le riunioni degl’infelici che domandano: pane e lavoro!

Non ci potevano essere e non ci furono equivoci sull’indole di siffatte dimostrazioni; erano la protesta dello stomaco. Tali vennero giudicate con singolare unanimità dalla stampa di ogni partito e dagli uomini politici, che le segnalarono in Parlamento e fuori, ed il giudizio non poteva essere modificato dal grido: Viva la Repubblica! Viva il Socialismo! echeggiato in quei giorni nella minuscola Subiaco. Era evidente l’urgenza di misure che attenuassero almeno le più crudeli sofferenze dei lavoratori e della borghesia magra. Qualche cosa fecero i Municipi specialmente in Sicilia, dove era fresca la memoria dei tumulti del 93-94: e con qualche sacrifizio ed anche con qualche strappo alla legge tennero il prezzo del pane entro limiti normali. Riuscirono con ciò a mantenere la calma. Nulla, o ben poco, fece il governo, su cui pesarono le maggiori responsabilità e che poteva prendere i più efficaci provvedimenti di sana prevenzione; esso non credeva allo spettacolo doloroso delle inaudite miserie, non sentiva il cupo muggito della tempesta che si avvicinava rapida e minacciosa.

Il timore manifestato nel 1894 era già una realtà nell’autunno del 1897: la sommossa aveva valicato lo stretto e dalla Sicilia si era propagata in tutto il continente. Sullo scorcio di quell’anno, però, essa non aveva assunto i caratteri che l’avevano distinta nell’isola. Il fenomeno si riprodusse in tutti i suoi dettagli nell’anno 1898, che rimarrà celebre nei nostri annali per la cronaca sanguinosa della sua primavera.

Ed è la Sicilia, dove sono i centri del dolore, che suona la diana: a Modica ed a Troina si tumultua per fame e rinnovansi le stragi del 1893-94. Sorpassano la decina gli affamati uccisi in Febbraio in quelle due città, e centinaia di feriti cercano salvezza nella fuga, perchè la polizia non contenta delle generose somministrazioni di piombo cerca vittime nuove per le patrie galere.

Passano due mesi in una calma relativa, che non inganna i veggenti, e quando verso la fine di Aprile si esauriscono le provviste locali di frumento e si eleva rapidamente il prezzo per la guerra ispano-americana, che rese più scarsa l’importazione, l’incendio divampa da un capo all’altro d’Italia con una rapidità prodigiosa spiegabile colla facilità e rapidità dei mezzi di comunicazioni di ogni genere; i tumulti e le sommosse assumono le proporzioni di una vera epidemia alla cui diffusione, oltre le cause economiche, politiche e morali persistenti, somministra un contributo considerevole il mimetismo, il contagio psico-sociale.

Ecco la cronaca sanguinosa fatta di date e di cifre; ed avverto che, pur troppo, essa non è completa[6].

I tumulti, le sommosse cominciarono il 26 Aprile a Faenza ed a Finale-Emilia. Si ripetono il 27 a Faenza e Bari; il 28 a Faenza, Foggia, S. Giovanni a Teduccio, Arzano, Benevento, Secondigliano; il 30 a Modugno, Aversa, Palermo, Piove, Pesaro, Ferrara, Rutigliano, Castelsanpietro, Forlì, Rimini, Camerino, Napoli; il 1.º Maggio a Monopoli, Molfetta, Minervino-Murge, Benevento, Ferrara, Napoli, Rimini, Bagnacavallo, Ascoli Piceno, Resina, Ponticello, Giuliano, ecc.; il 2 a Bagnacavallo, Ascoli Piceno, Cesena, Piacenza, Parma, Ferrara, Ariano di Puglia, Salerno, Palermo, Pesaro; il 3 a Pesaro, Figline Valdarno, Avellino, Soresina; il 5 a Pavia, Livorno, Sesto Fiorentino; il 6 ad Avellino, Livorno, Firenze, Pisa, Padova, Palermo, Milano; il 7 a Livorno, Pistoia, Fermo, Porto Maurizio, Milano; l’8 a Firenze, Monza, Como, Padova, Pescia, Genzano di Roma; il 9 a Milano, Napoli, Pontedera, Monza, Saronno, Como, Brescia, Rovigo, Vicenza, Reggio-Calabria, Siracusa, Bologna, Monsummano, Tropea, Castelvetrano, Foggia, Matelica, Livorno, Pisa, Siena, Roccastrada, Bologna, Ferrara e dintorni, Ancona, Velletri, Messina, ecc., ecc.; il 10 a Napoli, Livorno, Genova, Porto-Maurizio, Chiavari, Ravenna, Castelferretti, Tropea, Velletri; l’11 a Caserta, Aversa, Cimitile, Novara, Luino, Messina, ecc.

Col giorno 11 Maggio si può dire che cessa il periodo acuto delle dimostrazioni. I governanti che per oltre quindici giorni sono stati in preda del terrore — altrettanto grande quanto era stata grande la loro precedente incosciente serenità — hanno compiuto la repressione, hanno consolidato lo stato di assedio in tre grandi regioni, delle quali due tra le più agiate e le più colte della penisola, la Toscana e la Lombardia — e possono trionfalmente annunziare che: l’ordine regna in Italia.

La gravità dei fatti non fu da per tutto uguale; ma fu identica la loro fisonomia da Messina a Luino. Per un momento le manifestazioni politico-sociali di questo regno d’Italia malconnesso, lo ripeto, assunsero impronta rigidamente unitaria: da Luino a Messina, unica fu la causa che sollevò la protesta ed uguale dappertutto la forma di questa protesta dello stomaco. Il primo grido che si sentì per ogni dove fu quello di pane e lavoro, cui successivamente e in varia misura si aggiunsero altri gridi sovversivi — altri evviva! ed altri abbasso! secondo il diverso temperamento locale. Ai gridi più spesso si aggiunsero minaccie contro le autorità, contro le persone invise; alle minaccie seguirono i fatti: rotture di fanali, di vetri delle case, devastazioni, incendi, saccheggi; ed a questi le repressioni ora miti ora feroci; gli arresti a migliaia e i massacri.

Una prima e necessaria constatazione: la ferocia della repressione non sta menomamente in rapporto colle gravità ed un poco anche coll’indole dei tumulti. A Bari ed a Foggia i fatti sono gravissimi e stante la importanza delle due città possono riuscire pericolosi; eppure non ci sono i morti di Molfetta e di Modugno. A Faenza, che inizia il movimento e dove sin dal primo giorno si concede il pane a 30 centesimi, si arriva alla costruzione di vere barricate; ma non si deplora un eccidio come a Bagnacavallo. Tra Prato e Sesto Fiorentino, tra Parma e Piacenza da un lato, Monza, Luino e Soresina dall’altro, in ambienti tanto diversi, intercedono le medesime differenze dianzi accennate e che si verificarono anche in Sicilia nel 1893-94. Ciò prova che dovunque le autorità furono longanimi e prudenti si evitò o si ridusse a ben poca cosa il versamento del sangue.

Se in questa diversità di risultati c’entrano le differenze individuali delle autorità locali, c’entra in misura maggiore la mancanza di savia ed uniforme direzione dal centro.

Ho enumerato senza alcun ordine le città, i paesi, i villaggi che somministrano elementi alla cronaca sanguinosa perchè l’apparente disordine si presta a considerazioni d’indole apparentemente geografica che assurgeranno più tardi ad importanza maggiore per giudicarne l’indole. Anzitutto, se in generale si può affermare che i tumulti cominciano nel mezzogiorno per propagarsi gradatamente al settentrione, non è meno vero, però, che la prima scintilla si parte dal centro e dal nord della penisola — Faenza e Finale Emilia — e divampa più qua e più là, mostrando che le cause determinanti esistono in tutta la penisola ed agiscono disordinatamente e contemporaneamente sui grandi e sui piccoli centri, senza che possa affermarsi esservi una prevalenza decisa dei primi o degli ultimi in guisa che possano stabilirsi i primitivi centri d’irradiazione. Solo può rilevarsi che i casi di Milano esercitarono maggiore influenza degli altri se si deve giudicarne dal numero delle località che furono tumultuanti il giorno nove Maggio.

Il fenomeno è naturale ed ha la sua ragione di essere in quella specie di egemonia, che la capitale morale esercitava ed esercita in gran parte d’Italia ed a cui si sottraggono l’estremo mezzogiorno e la Sicilia. Si noti intanto che Firenze non ricordava forse da secoli tumulti quali quelli del 1898; che Napoli abbandona la sua proverbiale indifferenza apatica e memore delle prime prove dell’agosto 1893, persiste per più giorni nei tumulti senza lasciarsi intimidire dagli apparecchi micidiali di guerra teatralmente allineati nelle sue piazze e vede le sue donne smunte, i suoi fanciulli laceri, le sue larve di lavoratori sfidare la forza pubblica ed in qualche momento affrontare serenamente la morte. Il contegno di queste due città da solo somministra all’osservatore politico qualche indicazione, che non dovrebbe andare perduta per valutare al giusto lo intervento delle cause, che riuscirono ai tumulti.

Un’ultima constatazione mercè la quale la geografia e la cronologia alleate rivelano l’indole dei luttuosi avvenimenti in discorso.

Il 1º Maggio, giorno sacro pei socialisti e che avrebbe potuto fornire occasione a dimostrazioni facilmente degeneranti, passa tranquillo dove i socialisti sono forti per numero e per organizzazione. Solo a Rimini, a Bagnacavallo ed un poco a Ferrara, contrade pervase discretamente dalla corrente delle nuove idee, nel giorno della festa del lavoro vi furono tumulti; prevalsero questi nel mezzogiorno — Napoli, Monopoli, Minervino Murge, Molfetta, Benevento, Resina, Ponticello, Giuliano, ecc. — dove possono esservi socialisti, ma non esiste affatto un partito socialista, nemmeno in embrione.

E chiudo questa cronaca sanguinosa con cifre, che, per quanto incomplete, riescono dolorose ed eloquentemente rivelatrici.

Bisogna rinunziare ad enumerare gli arresti. In un giorno c’erano oltre 500 detenuti per causa dei tumulti nelle carceri giudiziarie della sola Bari; 300 cittadini in una volta furono imprigionati a Livorno; un migliaio circa in più volte in Napoli. In Italia gli arresti, senza timore di esagerare, si può affermare, che nel periodo dei tumulti dovettero contarsi a decine di migliaia.

La statistica dei ferimenti tra i cittadini è ancora più incerta; chi è ferito nei tumulti si presume che abbiavi preso parte. Non si ammette che sul luogo ci si sia trovato accidentalmente o trascinato dalla marea; perciò se fa noto il suo stato è sicuro che egli verrà sottoposto a processo. In questo caso sarà fortuna se uscirà assolto; ma nessuno lo risarcirà mai dai parecchi mesi di carcere preventivo sofferto. Si comprende perciò che il numero dei feriti tra i cittadini denunziati dai giornali dal 26 Aprile alli 11 Maggio debba essere molto al disotto del vero; riuscii a raccoglierne circa duecento, ma con molta probabilità avranno passato il migliaio.

Più sicuro è il numero dei morti e ce ne furono cinquantuno oltre quelli di Milano. La forza pubblica non ebbe che un morto e ventisette feriti; e tra le ferite furono calcolate le leggere contusioni. Nella forza pubblica le lesioni furono quasi tutte lacero-contuse. Il popolo in armi, che movevasi in seguito a complotto preordinato da lunga mano, non possedeva che sassi e bastoni!

IV.

A MILANO

Le notizie delle sommosse e dei tumulti che il telegrafo comunicava ai giornali e che questi diffondevano in ogni angolo d’Italia avevano eccitato la opinione pubblica nella misura consentita dalla inerzia morale e intellettuale, da cui è afflitto il nostro paese; l’eccitamento raggiunse il colmo suo in tutte le classi sociali, nelle sfere politiche, nei rappresentanti del governo, quando corse la prima voce che la sommossa incomposta per fame del mezzogiorno si era trasformata in rivolta a Milano e che la rivolta poteva divenire rivoluzione. Un pubblicista, conservatore di merito in Napoli, non esitò a ricordare la famosa risposta del Liancourt a Luigi XVI. (Corriere di Napoli).

Non poteva essere diversamente. L’importanza della città di Milano e le sue condizioni, note ed in parte esagerate, facevano presumere che i moti del resto d’Italia dovevano assumere carattere diverso riproducendosi nella capitale morale; sicchè appena si seppe delle prime dimostrazioni del giorno 6 maggio osservossi un notevole mutamento nel linguaggio dei giornali conservatori e degli altri, che rispecchiavano le opinioni delle sfere governative.

Si cominciò a tacere delle cause economiche, che avevano determinato i primi tumulti, e si segnalò con accenni vaghi e timidi da principio, più recisi e chiari in appresso, l’azione dei partiti sovversivi — repubblicani, clericali e socialisti, — il complotto, la preordinazione voluta e cosciente di tutti quei movimenti che erano stati considerati con singolare unanimità spontanei, improvvisi, e sottratti all’influenza di qualsiasi partito politico. In questa guisa tutto l’interesse e tutta l’attenzione della frazione della nazione che pensa e partecipa alla vita politica concentrossi su Milano, da cui possono prender nome tutti gli avvenimenti luttuosi della primavera del 1898. E dal carattere reale o artificiosamente attribuito agli avvenimenti di Milano presero l’intonazione tutti i provvedimenti politici, che costituiscono uno dei periodi della più stolta e ingiustificata reazione, che abbia attraversato l’Italia nuova.

A Milano, perciò, si assomma la storia dei tumulti di cui c’intratteniamo ed è indispensabile esporre colla maggiore esattezza possibile quali furono i fatti che vi si svolsero dal 6 al 9 maggio, onde assegnare le rispettive responsabilità agli attori del dramma e riuscire al giudizio complessivo equanime sull’opera del governo.

Non è facile fare la cronaca imparziale, obbiettiva, degli avvenimenti ai quali si ha assistito o si ha preso parte diretta o indiretta; l’impresa è più ardua quando chi scrive è uomo di parte. È bene, però, che chiunque desidera che la luce si faccia intera, a tale impresa si accinga, perchè su ciò che può esservi di errato nella narrazione, dai viventi possa venire la rettifica o la smentita opportuna.

Comincio, adunque, sereno la cronaca dei fatti di Milano; per la quale si ha un documento importante nei resoconti stenografici dei processi, che si svolsero innanzi ai Tribunali militari. A proposito dei quali non si deplorerà abbastanza la condotta insana del Generale Bava-Beccaris, che sottrasse elementi preziosi per la storia colla censura esercitata sulla stampa e coi tagli fatti eseguire negli stessi resoconti stenografici dei processi[7].

I tumulti di Milano prendono le mosse da un manifesto che i socialisti indirizzarono il giorno 6 ai cittadini. In esso si domandava la restaurazione della libertà e della giustizia, l’abolizione dei privilegi, la guerra al militarismo, il suffragio universale e si concludeva chiamando il paese a salvare se stesso per evitare nuove stragi.

Si può discutere sulle opportunità di questo appello; è indubitabile, però, che il suo contenuto non era criminoso: ogni singolo punto del medesimo era stato impunemente più volte e in vario modo discusso ed affermato. Pensarono diversamente le guardie di Pubblica Sicurezza pel malvezzo prevalso d’intervenire sempre e passarono all’arresto di un distributore presso Ponte Seveso.

L’arbitrio era reso pericoloso dall’eccitamento degli animi ed ebbe quelle conseguenze dolorose che la più elementare prudenza doveva far prevedere. Gli operai, in gran parte appartenenti allo stabilimento Pirelli, in via Galilei, protestarono e chiesero la liberazione degli arrestati accompagnando la richiesta con urli e fischi contro gli agenti della forza, il cui contegno fu provocante oltre misura. I sassi volarono contro la delegazione della questura in Via Napo Torriani; e sassi furono lanciati contro lo stabilimento Stigler perchè gli operai non vi lasciavano il lavoro. In questi episodi vennero operati altri arresti.

Una commissione di operai con a capo il socialista Dell’Avalle si portò dalle autorità di pubblica sicurezza scongiurando che si lasciassero in libertà gli arrestati per disarmare l’ira popolare. La preghiera fu ascoltata per metà: due furono rilasciati ed un terzo, Amadio Angelo, venne trattenuto col pretesto che era stato colto coi sassi in mano. L’ottenuta parziale liberazione incoraggiava nella insistenza da un lato, mentre la negata liberazione dell’altro esasperava gli animi maggiormente.

In questo primo tafferuglio non vi furono che delle contusioni, per colpi di pietra; ma non doveva tardare l’intervento della truppa invocato insistentemente dalla questura e che doveva riuscire micidiale. Il primo picchetto, del 47 fanteria alle 15,30 fu schierato verso la fronte dello stabilimento Pirelli, dove lavoravano 2400 persone. Altra truppa arriva un poco più tardi e si dispone sempre nei pressi dello stabilimento suddetto. Alle 16,30 un battaglione del 57 fanteria prese posto nell’Ippodromo del Trotter. Così si trovano di fronte gli elementi dell’incendio e non occorre che una scintilla perchè esso divampi.

Quando più viva era la dimostrazione e gli operai evocano indignati l’uccisione di Muzio Mussi, i deputati Turati e Rondani sovraggiungono sul luogo e si rinnovano i consigli di calma dati prima dal Dell’Avalle; il consiglio avvalorano colla promessa della liberazione dell’Amadio, coll’annunzio dell’abolizione del dazio comunale sulle farine e sui cereali.

Alle ore 18 comincia per gruppi l’uscita degli operai dello stabilimento Pirelli e la gente sulla via Galilei si sfoga gridando: Evviva Turati! Evviva Rondani! Abbasso il governo provocatore! Parlano di nuovo i due deputati socialisti e pare che ogni pericolo di conflitto sia scongiurato.

Ma un gruppo di persone, da 200 a 300 — in gran parte donne e fanciulli — si avviò, cantando l’Inno dei Lavoratori, verso via Ponte Seveso e Andrea Doria e fischiando gli agenti di polizia, tra i quali un certo Viola, el calabres, assai inviso perchè tra i più petulanti nelle provocazioni. Si torna a domandare la liberazione dell’Amadio e si scagliano di nuovo sassi contro l’ufficio della Questura in via Napo Torriani. Alle 19 circa esce dal Trotter una compagnia di fanteria che viene accolta anche essa a fischi ed a sassate. Una pietra, dice il Corriere della Sera, colpì in fronte un soldato. «Questo fatto, continua lo stesso giornale, le cui parole riproduco testualmente, parve l’ordine di reagire con la forza alla forza; e dalla truppa partirono otto o dieci colpi di moschetto, pare, sparati in aria. Fu quello un momento di panico e di confusione. Molti dei dimostranti parevano disposti a resistere anche di fronte alle schioppettate e seguitavano a lanciar sassi; ma i più spaventati fuggivano a rompicollo, spingendo, rovesciando quelli che si trovavano di ostacolo sui loro passi. Le guardie della sotto brigata uscivano con le rivoltelle in pugno, sparando esse pure, mentre altri colpi partivano dalla truppa. Il parapiglia durò pochi minuti, ma ebbe esito letale» (N. 124).

Infatti vi lasciarono la vita nello stesso giorno un certo Savoldi e l’odiata guardia di Pubblica Sicurezza, il Viola, ch’era in borghese e che per dare da vicino la caccia ai dimostranti trovossi insieme a loro fatto bersaglio alle scariche dei soldati. Affermasi, anzi, che fu proprio il Viola che uccise il Savoldi. All’indomani cessò di vivere uno dei feriti più gravi, l’Abbiati. Numerosissimi i feriti. La giornata lugubre ebbe uno di quegli epiloghi di una spontanea teatralità, che impressionano le menti le meno eccitabili. Il Savoldi, raccolto da pietosi operai, fu messo sul tram elettrico per essere condotto all’ospedale dei Fatebenefratelli. Ma durante il tragitto morì. Fu ricondotto, sempre in tram, ed accompagnato da operai in Piazza del Duomo, dove formossi un assembramento di circa 500 persone. La polizia voleva impossessarsene; ma i compagni di lavoro non se lo lasciarono strappare dalle mani e lo condussero al Cimitero Monumentale.

La passeggiata di quel cadavere pareva invocasse vendetta; e vendetta chiedevano gli operai. L’ucciso la meritava. Dalla testimonianza del Commendator Pirelli innanzi al Tribunale Militare si seppe che il Savoldi era un operaio che aveva lavorato tutto il giorno nel suo stabilimento e che si trovava nella folla per curiosità. (Udienza del 28 Luglio).

Qualche cosa di grave sarebbe avvenuto in Milano la sera del 6; ma un provvidenziale acquazzone alle 20 sciolse l’assembramento di Piazza del Duomo. Più tardi la Galleria, i Portici settentrionali e la Piazza del Duomo furono affollatissimi e si cantò l’Inno dei Lavoratori; ma riuscì agevolmente alla forza di fare sgombrare. Vi fu qualche arresto e qualche spiacevole incidente; ma a mezzanotte tutto era finito.

È necessario assodare la responsabilità di questa prima giornata; ciò che avvenne dopo non fu che la conseguenza fatale.

È innegabile l’illegalità dei primi arresti, che procurarono le dimostrazioni e la sassaiuola per ottenere la liberazione degli arrestati. A parte ogni altra considerazione di ordine politico e sentimentale, è del pari innegabile che si continuò nella illegalità nel momento in cui si arriva alla catastrofe. Mancarono infatti i tre squilli di tromba voluti dalla legge per intimare lo scioglimento di una dimostrazione. Il Corriere della sera, la cui narrazione dei fatti pare tutta intesa ad attenuare la responsabilità della forza pubblica e delle autorità, parla di un solo squillo di tromba dato dalle guardie di pubblica sicurezza; ma non fa menzione di alcun squillo al momento in cui la truppa fa la sua scarica micidiale.

I tentativi di resistenza dei dimostranti sono una semplice ipotesi non avvalorata da alcun elemento di fatto; le scariche sin dalle prime dovettero mirare a colpire, perchè la fuga precipitosa cui si dettero gli operai non consentiva, se non come espressione di ferocia, la continuazione del fuoco; e i morti e i feriti caddero colla prima scarica, tanto improvvisa, che non dette tempo alla guardia Viola di ritirarsi.

L’illegalità fu aggravata dalla mancanza assoluta di tatto politico. Anche se l’Amodio fosse stato un pericoloso delinquente — ed era un inerme ragazzo; anche se avesse confessato il grave reato di avere scagliato delle pietre, in quell’ora di grande eccitamento, dinanzi ad una folla numerosa e tumultuante, sarebbe stato atto savio lasciarlo in libertà — salvo a riprenderlo e processarlo più tardi, se di processo e di pena, ritornata la calma, lo si fosse ritenuto meritevole.

Che la prudenza consigliasse la liberazione lo riconobbe il comm. Pirelli, uomo d’ordine per eccellenza e tanto alieno dalla sovversione che non volle contaminato il balcone del proprio stabilimento permettendo che l’on. Turati facesse opera di pace colla sua valida ed ascoltata parola. Fu il Pirelli, che sin dal primo momento chiese telefonicamente alla Questura la liberazione dell’Amodio; e fu il Pirelli che da buon politico avvertiva il Questore dei pericoli cui si andava incontro ostinandosi nel rifiuto, che poscia confessava al Turati — che richiedevalo di notizie delle pratiche fatte inutilmente presso la Questura per rimuovere la causa occasionale del disordine. Quando le pratiche furono rinnovate con insistenza dai deputati Turati e Rondani, il signor Questore all’imprudenza volle aggiungere il mendacio; in un momento insolito di tenerezza per la legalità scusossi di non potere liberare l’Amodio perchè non era più in sua facoltà il farlo, avendolo deferito all’autorità giudiziaria. E non era vero; e la falsità del pretesto venne subito dimostrata dalla risposta data dal Procuratore del Re allo stesso Turati, che rapido era corso da lui per ottenere dall’autorità giudiziaria ciò che era stato negato dalla autorità di Pubblica Sicurezza[8].

Forma un contrasto stridente colla condotta inqualificabile della Questura quella ammirevole e pacificatrice dei socialisti più noti. Il Dell’Avalle sin dai primi momenti fu sul luogo e consigliò vivamente la calma e s’intese col Pirelli nel consigliare a chiedere la liberazione del detenuto. A lui si unirono tosto gli onorevoli Turati e Rondani per tale intento.

Due volte parlò nelle strade il Turati e parlò pure il Rondani e fece pena il vedere innanzi al Tribunale Militare come si accanisse l’Avvocato Fiscale nel contorcere il senso delle loro parole, astraendo completamente dalla gravità del momento in cui furono pronunziate, dalle intenzioni chiare univoche di coloro che le pronunziavano, dall’effetto prodotto e dallo scopo raggiunto.

Si ammetta pure la versione più rivoluzionaria dei discorsi dei due deputati socialisti e si riconosca pure che essi abbiano voluto scongiurare il pericolo presente promettendo una futura levata di scudi: non è evidente che essi in tal modo soltanto potevano esercitare un’azione moderatrice sulla folla esaltata? Ogni altro linguaggio avrebbe fatto perdere la popolarità agli oratori senza ammansare gli esaltati.

L’intenzione del Turati era tanto retta e pacificatrice che ai tumultuanti annunzia e promette anche ciò che non aveva ancora ottenuto: la liberazione di Amodio; egli era tanto sicuro nel tentativo di disarmare i tumultuanti che si affretta a dare la buona novella della deliberazione della Giunta sul dazio comunale sulle farine e sui cereali; e la opera sua fu così efficace, che dove essa spiegossi raggiunse l’intento. Lo riconobbe il Corriere della Sera.

Erano dunque ben strani rivoluzionari questi socialisti che nel momento del massimo fermento, quando la loro parola può trasformare il tumulto in rivolta, consigliano ed ottengono la calma! E non è una delle minori enormità di questo periodo tristissimo di reazione l’insano tentativo di attribuire a colpa degli accusati ciò che costituiva il loro migliore titolo per ricevere azione di grazie anzichè punizione[9].

V.

DAL SACCHEGGIO DI CASA SAPORITI ALLA BRECCIA DEI CAPPUCCINI

Il sangue corso nelle vie di Milano nella sera del 6 maggio doveva farne versare dell’altro nei giorni successivi. Era facile prevedere che qualche cosa di più grave poteva avvenire e all’indomani le autorità politiche, militari e amministrative avrebbero dovuto prendere provvedimenti adatti per calmare gli animi e prevenire i disordini.

Nulla di tutto ciò; le misure adottate, intese ad intimidire, non potevano che sovreccitare gli animi ancora di più. Solo nel pomeriggio del giorno 7 comparve un manifesto a firma del sindaco Vigoni, che invitava alla calma!

In quel manifesto mancava il calore sincero, che occorreva in quei momenti; era scialbo e rispecchiava lo stato di animo di coloro che lo avevano redatto — coscienti che non c’era corrispondenza di sentimenti tra l’anima del popolo e quella dei suoi rappresentanti legali; ed armonia d’intenti non poteva esservi tra un sindaco e i suoi rappresentati, quando il primo potè proclamare la sua città travolta da un’_onda di barbarie_ e potè invocare in nome della paura lo stato d’assedio, che non avevano potuto ottenere prima i telegrammi del Generale Bava e del prefetto Winspeare (Secolo, 8 Settembre 98). Mai come in questa circostanza fu avvertito il danno e il pericolo di questa dissonanza!

In quanto alle parole di pace del Comandante del corpo di armata e del Prefetto, si comprende che non potevano essere ascoltate, perchè erano ritenuti — a torto o a ragione — responsabili dei fatti del giorno precedente. A loro non restava che far sentire la voce della minaccia e la fecero sentire nelle ore pomeridiane — poco dopo che avevano fatto appello al patriottismo di Milano — colla proclamazione dello Stato d’assedio.

Intanto era dato l’impulso sin dalle prime ore del mattino al movimento, che doveva più tardi terminare tragicamente. Gli operai, addolorati e indignati pei fatti del giorno precedente, volevano manifestare i loro sentimenti astenendosi dal lavoro. La decisione fu presa in principio da quelli dello stabilimento Pirelli; gradatamente venne comunicata ed accettata da quelli di quasi tutti gli altri stabilimenti della città e dei sobborghi.

Si è scritto e detto che gli operai in grandissima maggioranza erano contrari alla cessazione del lavoro: ma la facilità colla quale venne eseguita dapertutto, anche se chiesta da sole donne — come constatano i rapporti ufficiali — prova che ciò non è esatto. Mancarono i segni di un qualsiasi dissenso.

In questa guisa la valanga dei dimostranti partita dallo stabilimento Pirelli andava ingrossandosi e verso mezzogiorno era composta di parecchie migliaia di persone. Il Corriere della Sera osserva che «all’avanzarsi di quella minacciosa marea si chiudevano precipitosamente i portoni delle case ed i negozi; e quanti ne uscivano andavano ad aumentare la folla dei curiosi.» (N. 125). E che si trattasse di curiosi lo stesso giornale ripete più esplicitamente più oltre in un appello intitolato: A casa, a casa! nel quale deplorava che «quando più grave e penoso si fa il dovere dell’Autorità militare, proprio nei punti ove il tumulto facilmente degenera in tragedia, si affolla una moltitudine di curiosi, quasi fossero devoti ad un nuovo genere di _sport_».

In questa constatazione preziosa c’è tutto lo spirito che animava la massa dei dimostranti; era composta di curiosi! E mi piace ripetere il punto ammirativo dello stesso Corriere. Che fossero curiosi verrà confermato più in là. Era minacciosa la folla? È una gratuita supposizione non corredata da alcuna prova. Se tra migliaia di persone se ne trova una — dato che il fatto sia vero — che dice ad un grande industriale, il Grondona: È venuta l’ora per noi di non lavorare più e di vedere sgobbare voi altri! ciò dimostra che non mancava qualche esaltato.

Mancò qualunque violenza, qualunque aggressione contro gl’industriali; e se questi furono previdenti ed avveduti, specialmente il Pirelli, gli operai, si potrebbe soggiungere — tenendo conto dei fatti — si mostrarono pieni di benevolenza verso i padroni. Il grido: Morte ai signori! se realmente fu emesso da qualche pazzo, non rispecchiava le intenzioni dei lavoratori.

Ma delle intenzioni pacifiche della immensa massa si ha la irrefragabile testimonianza nei fatti, che valgono più delle insinuazioni. Non c’erano armi tra i dimostranti — e in buona parte erano donne e fanciulli — e non commisero alcun atto che potesse far fede delle loro intenzioni ostili.

In quel giorno malaugurato sarebbe bastato che — come in Roma per la dimostrazione Frezzi — la forza avesse brillato per la sua assenza e Milano dopo poche ore avrebbe ripreso la fisonomia ordinaria di città colta, tranquilla e industriosa. Invece chi stava a capo del governo — invido degli allori raccolti da altri in Sicilia; forse spronato da volontà diverse — volle mostrarsi forte e dette istruzioni conformi ai propositi. Perciò, sin dalle prime ore del giorno, uno squadrone di cavalleria fece una perlustrazione nelle adiacenze degli stabilimenti industriali: adiacenze che presentavano la tranquillità abituale (Corriere della Sera).