BIBLIOTECA SCELTA
DI OPERE ITALIANE ANTICHE E MODERNE
vol. 297
LOD. ANT. MURATORI
GOVERNO DELLA PESTE.
[Illustrazione: LODOVICO ANTONIO MURATORI]
DEL GOVERNO
DELLA PESTE
E DELLA MANIERA DI GUARDARSENE
TRATTATO
DI L. A. MURATORI
DIVISO
IN POLITICO, MEDICO ED ECCLESIASTICO
CON AGGIUNTA
DELLA RARISSIMA RELAZIONE
DELLA PESTE DI MARSIGLIA
PUBBLICATA
DAI MEDICI CHE HANNO OPERATO IN ESSA
MILANO
PER GIOVANNI SILVESTRI
M. DCCC. XXXII.
BREVI CENNI
INTORNO ALLA VITA E ALLE OPERE DI L. A. MURATORI
Di umile schiatta nacque il dì 21 ottobre 1672 in Vignola, terra del Modenese, ed ebbe in età fanciullesca un dozzinale maestro di rudimenti di lingua latina da cui spesso distaccavasi volentieri per deliziarsi nella lettura dei romanzi della francese Scudery. Si portò giovanetto a Modena, dove vestì l’abito chericale, e dove sortir potè migliori institutori, ch’egli seguitò con fervore. Iniziato già nelle leggi e nella moral teologia, volealo il padre di nuovo in Vignola a fine che tornasse utile alla bisognosa famiglia, ma preso avendo grande affetto alla poesia, alla eloquenza ed alla conversazione di svegliati ingegni, egli ottenne di non distaccarsi da una città che ben presto riconobbe in lui un prodigio di spirito e d’ingegno. Il celebre P. Benedetto Bacchini si prese singolar cura nel dirizzarlo a’ migliori studi, come pur fatto avea col Maffei, sicchè potè quegli dirsi il padre de’ due più grandi Italiani del suo secolo. La lettura delle opere di Giusto Lipsio invaghì il Muratori dell’antica erudizione, e, voglioso d’impadronirsi della lingua greca, seppe riuscirvi da sè solo dopo ostinata fatica. La fortuna gli rise intanto propizia nell’incontrare a mecenati il march. Gio. Gioseffo Orsi, bolognese, e monsig. Anton Felice Marsigli, vescovo di Perugia, e col mezzo loro potè esser invitato dal conte Carlo Borromeo di Milano a prender posto nella famosa biblioteca Ambrosiana. Laureatosi prima in leggi con istraordinario applauso, si recò subito a Milano alla fine dell’anno 1694, dov’ottenne titolo di dottore dell’Ambrosiana, e prima che terminasse l’anno susseguente venne ordinato sacerdote. Primo e nobil saggio del suo utile rovistare i codici della biblioteca furono gli Aneddoti latini, a’ quali succedettero gli Aneddoti greci, e sì agli uni come agli altri aggiunse illustrazioni di antichità cristiana, e di disciplina ed erudizione ecclesiastica. Salì in rinomanza; e non toccava ancora il suo vigesimoquinto anno, che già i primi letterati italiani, un Noris, un Bianchini, un Ciampini, un Sergardi, un Magliabecchi, un Salvini, e que’ di oltremonti, un Mabillon, un Ruinart, un Montfaucon, un Gianningo, un du Pin, un Baillet, un Papebrochio gli dimostravano grande benevolenza e considerazione. Cinque interi anni si passarono da lui nell’Ambrosiana, frammischiando a’ serj studi anche i più gentili, intervenendo alle accademie che allora s’instituivano, e strignendo amicizie considerevoli, siccome fu quella del valente numismatico Gio. Antonio Mezzabarba, e l’altra del valoroso poeta Maggi, che mancato a’ vivi l’anno 1699, ebbe nel Muratori lo scrittore della sua Vita.
Le indagini genealogiche che allora per commissione dell’elettore di Hannover si facevano a fine d’illustrare l’origine italica della casa di Brunsvico derivata dal ceppo Estense, impegnarono il sovrano di Modena, Rinaldo I, a richiamare il Muratori alla contrada nativa, ed egli, rassegnato ad obbedire al suo signore, quantunque con pena lasciasse gli amici di Milano, l’anno 1700 fu reduce a Modena, dove si tenne costantemente fermo pel mezzo secolo che tuttavia visse, rinunziando poi ad ogni offertaglisi più splendida fortuna, ed il più bel fregio diventando della biblioteca Estense. Concepì in patria il grandioso disegno dell’opera delle Antichità Italiane del medio evo, libro immortale e senza cui non avremmo forse oggidì nè le storie del Gibbon, nè quelle del Sismondi. Nacquero intanto in Italia piati e puntigli per lo dominio di Ferrara e di Comacchio, e ’l nostro Bibliotecario non poche scritture pubblicò, che ’l misero anche in voga d’uno de’ più scienziati pubblicisti, ed in fatti riuscì tale da rapir di mano la palma al Fontanini, bellicoso campione dei diritti della corte romana. Da questa controversia nacque nel Muratori il pensiero della famosa Raccolta degli Scrittori delle cose d’Italia, che ordinò e rese ricca di cognizioni storiche risguardanti la gente italiana dal secolo V al XV; e nel frattempo che sì sontuosa impresa andava progredendo colle stampe in Milano, quasi per sollievo e diporto compose il Trattato della perfetta poesia, in cui spiegò un sistema conforme a’ pensamenti di Bacone da Verulamio. Di altro disegno fu l’opera che colorì poco dopo del Buon gusto, o sia Riflessioni sopra le scienze in genere; ed anche questo libro, dettato con facile stile, e pieno, pe’ suoi tempi, di novità, ebbe alto grido, e collocò l’autore tra que’ filosofi che precipuamente adopravansi all’incremento del sapere italiano. Tra le amene sue distrazioni vanno ricordate le Vite che scrisse del Petrarca, del Castelvetro, del Sigonio, del Tassoni, del march. Orsi, del P. Segneri juniore. Era tale e tanta la fecondità del suo ingegno, che due opere ad un tratto stava per ordinario scrivendo, e non solo di erudizione o di critica, ma attenenti eziandio alla teologia, all’ascetica, alla filosofia, alla politica, e sin alla medicina, come il comprovano il suo _Trattato del Governo della peste_[1], e la sua Dissertazione De potu vini calidi; e tutto questo faceva senza mancar mai un istante all’adempimento più scrupoloso de’ doveri del religioso suo stato. Egli era Proposto della Pomposa in Modena con cura di anime, e con zelo vivo e indefesso vi attendeva esemplarmente, rendendosi sino benemerito della umanità colla filantropica instituzione di una così detta Compagnia della Carità. Quanto fosse vivamente compreso di vero spirito di religione può conoscersi dall’unico suo Trattato della Carità Cristiana, che intitolò all’imp. Carlo VI, il quale lo regalò di ricca collana d’oro; e quanto fosse maestro profondo in divinità scorgesi dalla sua opera De ingeniorum moderatione in religionis negotio, opera che non soltanto in Italia, ma in Germania ed in Francia ebbe assai credito. Ma libri tanto frequenti e di genere sì disparato non poterono talvolta non promovere opposizioni, dibattimenti, censure; il Muratori poi niente inquieto di quelle che ad argomenti scientifici si riferivano, con rigido occhio mirava soltanto le teologiche e le ecclesiastiche.
Era già il Muratori alla sessagenaria età pervenuto; nè potendo più reggere alle parrocchiali fatiche per la indebolita salute, rinunziò alla propositura della Pomposa, attendendo soltanto con perseveranza a comporre e pubblicare opere sempre nuove. Deonsi a quest’epoca i suoi Compendj in lingua italiana delle Dissertazioni delle Antichità d’Italia del medio evo; la seconda parte delle Antichità Estensi; il Nuovo Tesoro delle iscrizioni, ed i libri di brieve mole, ma non men rilevanti, della Morale Filosofia; delle Forze dell’intendimento umano; della Forza della fantasia; dei Difetti della Giurisprudenza, e quelli risguardanti antichità profane, come la Dissertazione de’ Servi e Liberti; quella de’ Fanciulli alimentarj di Trajano, e quella dell’_Obelisco di Campo Marzo_. All’erudizione sacra ed a materie ecclesiastiche spettano i volumi che scrisse contro l’inglese Burnet; le Missioni del Paraguay; l’_Antica Liturgia romana_, e sopra tutto il classico _Trattato della Regolata divozione_[2], con cui volendo estirpare certe pratiche superstiziose volgarmente in corso, erasi proposto di assuefar meglio i fedeli al culto interiore. Il cardinale Gerdil chiama aureo il suo Trattato della Pubblica Felicità, e dice essere la voce del cigno, perchè lo scrisse un anno prima della sua morte. Anche i celebratissimi Annali d’Italia sono un frutto di sua vecchiaja, e di essi ne diede un ponderato giudizio il valente ultimo biografo del Muratori il ch. Francesco Reina.
Egli già già toccava l’anno settantesimosettimo della sua vita quando dopo avere languito per lunga malattia, ed essere sin rimaso privo della luce degli occhi, per colpo di paralisia passò da questa a più gloriosa e durevole vita il dì 23 gennaio 1750.
PREFAZIONE E DEDICAZIONE
AGL’ILLUSTRISSIMI SIGNORI CONSERVATORI DELLA CITTÀ E SANITÀ DI MODENA.
Grande apprensione e paura, o illustrissimi signori Conservatori della città e sanità di Modena, se vogliam confessarla schietta, ci han recato nel prossimo passato anno 1713 i romori di peste. Inoltratasi ella dall’Ungheria nell’Austria, e quindi in Praga, in Ratisbona e in altri paesi, e nello stesso tempo svegliatasene un’altra, ch’io suppongo diversa, in Amburgo, aveva un tal malore col miserabile scempio di que’ popoli spinto il terrore anche in tutti i vicini. Già i men coraggiosi quasi la miravano passeggiar per le contrade d’Italia e andavano divisando le maniere di scamparne; anzi non lasciavano i più saggi di dubitarne anch’essi sul riflesso di varie circostanze che si adunavano a rendere fondato il dubbio, e non irragionevole il sospetto.
Imperocchè gran tempo è corso che l’Italia non ha provato questa, che alcuni chiamano guerra divina; ed essendosi dall’una parte osservato nel corso di tanti secoli addietro, che dopo il periodo ora di molti, ed ora di pochi anni, ma non già quasi mai aspettando un secolo, suol tornare la peste a visitar i popoli; e dall’altra parte, costando che dal 1630 e 1631 fino all’anno 1713 ne avea goduto la Lombardia una totale esenzione, poteva probabilmente temersi che tal disavventura omai venisse spedita anche a noi dall’adorabil Provvidenza di Dio, e massimamente considerando le colpe nostre, degne di questo e di peggio. Aggiungevasi aver noi in pochi anni provato tanti mali, ora di guerre, ora di carestie, ora di freddi acerbissimi con seccamenti di viti e d’altri alberi, ed ora di spaventose inondazioni che in altri tempi si sarebbe facilmente creduto vicino il giudizio finale. Quando si cominciano ad infilare l’un dietro l’altro i malanni, sembra che non ne finisca il corso e la catena sì tosto, e che anzi il compimento di tutti gli altri soglia essere il terribile del contagio.
Parimente dava e poteva dar moto ai timori d’alcuno la fierissima e compassionevole mortalità de’ buoi, che, non ancor ben estinta da tre anni in qua, è andata e va desolando la misera Lombardia con tanti altri paesi, fino a temere alcune città ne’ lor territorj il totale eccidio di bestie sì necessarie all’uomo. Non è già che a simili epidemie tenga sempre dietro quella degli uomini; imperocchè d’una peste de’ buoi accaduta nel 1514 fa menzione il Fracastoro nel suo Trattato del Contagio; e pure ella non venne seguitata dalla strage del genere umano. D’un’altra preceduta dalla sterilità delle viti lasciò memoria il Poeta Sassone all’anno 809 con tali parole:
............ Sævior omni Hoste nefanda. Lues pecudum genus omne peremit, ec.
Ma nè pure allora passò sopra gli uomini il micidiale influsso. Così per attestato di Rolandino storico nell’anno 1238: Fuit hyems aspera et horribilis, ita quod nivis et frigoris superfluitate insolita, mortuæ sunt vinæ, olivæ, ficus et aliæ multæ arbores fructiferæ (altrettanto noi provammo nel principio del 1709). Et post illam pestem eodem anno pestis sequuta est avium, et præcipue gallinarum, boum et multarum utilium bestiarum. Ma non si legge accaduto lo stesso agli uomini ne’ seguenti anni.
Contuttociò non mancavano giusti fondamenti al timore, mentre, per sentimento di celebri autori, l’infezione del genere umano non rade volte è stata preceduta da quella dei bruti; ed eccone gli esempi. Infin l’antichissimo Omero, narrando nel lib. I dell’Iliade la peste (vera o finta, non importa) che fu scagliata dall’arco d’Apollo, cioè dal soverchio calore del sole, nell’esercito de’ Greci, scrisse che prima ella fece strage delle bestie, e poscia penetrò negli uomini:
Assalì prima e muli e cani, e quindi
Scagliò le sue mortifere saette
Contra gli uomini stessi.
Livio nel lib. 41 delle sue Storie fa menzione d’un’altra con queste parole: Delectus consulibus eo difficilior erat, quod pestilentia, quæ priore anno in boves ingruerat, eo verterat in hominum morbos, ec. Così Ovidio, descrivendo una peste nel lib. VII delle Metamorfosi, la dice prima toccata anche ai buoi:
Strage canum primo, volucrumque, aviumque, boumque, Inque feris, subiti deprehensa potentia morbi est, ec. Pervenit ad miseros, damno graviore, colonos Pestis, et in magnæ dominatur mœnibus urbis.
Ammiano Marcellino nella sua Storia attribuisce a’ vapori corrotti che escono dalla terra le pestilenze, inferendone perciò prima la morte de’ bestiami che pascono l’erba, e poi quella degli uomini. Affirmant alii, dice egli, _terrarum halitu densiore crassatum aera, emittendis corporum spiraminibus resistentem, necare nonnullos. Qua caussa, animalia præter homines cetera, jugiter prona, Homero auctore, et experimentis deinceps multis, quum tales incessunt labes, ante novimus interire_. Così Claudiano nel lib. I contra Ruffino:
Ac velut infecto morbus crudescere cœlo
Incipiens, primo pecudum depascitur artus,
Mox populos, urbesque rapit.
E l’antico medico Paolo da Egina nel lib. II, cap. 36, lasciò scritto che la morte degli animali reca una gagliarda coniettura di una futura pestilenza anche degli uomini.
Andarono unite nell’anno 820 molte disgrazie mentovate negli Annali Fuldensi, perciocchè _hominum et boum pestilentia longe lateque ita grassata est, ut vix ulla pars regni Francorum ab hac peste immunis posset inveniri. Fruges quoque vel colligi non poterant, vel collectæ putruerunt; vinum etiam propter caloris inopiam acerbum et insuave fiebat._ Così per attestato di Matteo Paris nella Storia Anglicana all’anno 1103: Pestifera mortalitas animalium maxima quoque hominum hoc tempore fuit. Aggiungasi Ermanno Contratto, il quale nella sua Cronaca scrive che dell’anno 1044: Maxima pestis pecudum et hyems satis dura et nivosa magnam vinearum partem frigore perdidit, et frugum sterilitas famem non modicam effecit. Poscia all’anno 1046 aggiunge, che magna mortalitas multos passim extinxit. Anche nelle Memorie stampate dalla città di Ferrara per la preservazion dalla peste del 1630, si legge che nel marzo di quell’anno fu replicata la proibizione di mangiar carni di bestie morte da sè, perchè in quelle parti _si cominciava a sentir la mortalità nelle bestie bovine, non cagionata, come pensavano alcuni, dall’inondazione di tre anni avanti del Po nella Diamantina, ma sì bene da contagio speziale comunicato dalle bestie bovine del Mantovano, rifuggite nel Ferrarese, come si conobbe evidentemente_. Ma io non so dire se questo contagio precedesse quello degli uomini. Dirò bensì che il cardinal Gastaldi nel suo Trattato della Peste accenna anch’egli qualche mortalità d’animali e nominatamente de’ buoi, la qual precedette la pestilenza del 1656. Che più? S. Ambrosio nel lib. de Noe et Arca, cap. 10, così scrive: _Si quando est pestilentia corrupto cœli tractu, prius ea quæ sunt irrationabilia lues dira contaminat, et maxime canes, equos, boves; atque ea inficit, quæ cum hominibus conversari videntur. Sic morbi vis etiam genus humanum implicat_. E nella sposizione sopra S. Luca nel lib. X: Quæ omnium fames, lues pariter boum, atque hominum, ceterique pecoris, ut etiam qui bellum non pertulimus, debellatis tamen nos pares fecerit pestilentia? E però il Quercetano ed altri, in ragionando della peste riposero tra i segni che minacciano il contagio agli uomini il precedente dei buoi, avendolo probabilmente imparato anch’eglino dalla sperienza. Alcuni sono d’avviso che gli aliti pestilenziali de’ buoi o de’ lor cadaveri infetti, sieno finalmente cagione che anche gli uomini contraggano il morbo. Verisimilmente ciò non sussiste, veggendo noi e sapendo da tanti altri esempi che la peste d’una spezie d’animali d’ordinario non passa nell’altre. Ma senza questo, perchè potevasi dubitare che da alcuni anni in qua fosse corrotta in qualche maniera l’aria o pure il sugo stesso della terra, mentre non solamente si mirava il suddetto luttuosissimo morbo de’ bestiami, ma di più una fiera ed insolita copia di vermi, che rodevano i grani in erba, e qualche, per dir così, inclinazione del terreno alla sterilità o a produrre assai loglio con tante altre immondezze, e a non istagionar più i frutti che sì facilmente poi marcivano (colpa forse tutta delle stagioni sconcertate); certo non pareva sprezzabil coniettura che di qui ancora potesse venir danno agli alimenti e agli uomini de’ corpi umani, ed essersi potuto formare o disporre qualche fomite anche per la loro pestilenza. Maggiore ancora poteva temersi questo pregiudizio, mancati quegli animali che guadagnano il pane all’uomo, e il cibano colle lor carni e coi lor latticinj, riconoscendosi che una tal disavventura poteva tirar seco delle peggiori conseguenze.
Quel nondimeno che, prescindendo anche dalla considerazione de’ nostri peccati e delle circostanze accennate, solo bastava a porgere giustissimo fondamento di timore agl’italiani, si era il vivo e strepitoso contagio della Germania ch’io di sopra accennai. Non s’intenderebbe punto di peste chi non sapesse qual gran facilità ella s’abbia d’innoltrarsi e di far conquiste nuove qualora non le sia posto argine. Per tacere di tanti altri tempi, l’anno 1630, in cui avvenne l’ultimo contagio della Lombardia, ben trovò maniera il veleno pestilenziale di penetrar per l’Alpi e d’infettar poi e di desolare assaissime città d’Italia. Molto più poi ragion di temere c’era in questi tempi, durando la scarsezza de’ viveri e la guerra, e tanti altri sconcerti del mondo che la sperienza ha fatto conoscere, non dirò solo per forieri, ma per mirabili disseminatori e veicoli de’ contagi. Quindi pertanto nell’anno prossimo passato si credette obbligata a tante diligenze e a tanti rigori, la prudenza di molti principi d’Italia e massimamente della sereniss. Repubblica di Venezia, sempre acuta in prevedere e sempre attenta a provvedere, per quanto possono le forze umane, acciocchè non passino nel suo dominio mali stranieri. Quindi medesimamente venne il gravoso interrompimento di commercio fra tante città con tanti stabilimenti di guardie, di cancelli, di fedi, cose tutte che andavano dicendo che si temeva e si doveva temere.
Ma finalmente in Vienna, in Praga, in Ratisbona e in altre città e contrade della Germania è terminata col benefizio del freddo la terribile e minacciosa influenza, di maniera che sembra estinta col male anche ogni ragione di non paventarlo più per ora in Italia. Già è restituito il sospirato commercio fra le città della Lombardia; ed essendo spuntata in questi tempi anche la pace a consolare i popoli cattolici, moltiplicate ragioni abbiam tutti di dar lode e di render grazie immortali all’onnipotente Dio che ci vuol far sentire in varie guise gli effetti della sua misericordia. Ora in tal congiuntura due cose abbiam potuto imparare, meritevoli di somma attenzione. L’una è che il temere ed anche l’eccedere in timore, ove nascano sospetti di contagio, suol conferire assaissimo a preservarsi dal contagio medesimo. Imperciocchè allora si moltiplicano i ripari e si mettono in opera que’ ripieghi sì spirituali come temporali che la religione e l’umana prudenza suggeriscono per fermare il corso a un sì poderoso nemico. Certo che non alle diligenze degli uomini, ma alla provvidenza benefica di Dio si dee attribuire il gran benefizio di conservarsi immune dalle pestilenze e da altri flagelli. Contuttociò, essendo anche certo, piacere a Dio che le creature ragionevoli operino dal canto loro ciò che si conviene alla natural preservazione, valendosi egli dell’operar nostro per effettuare i suoi incomprensibili disegni; perciò utile e necessaria cosa è, e sempre sarà, il non perdonare in casi tali a precauzione e industria alcuna, di cui sia capace l’intendimento del saggio. A certe persone di mezzana comprensione pare un augurio di peste il solo udir parlare di peste, e ad altri poi compariscono facilmente eccessivi i timori e i rigori che nei sospetti delle pestilenze si usano da alcuni principi ne’ loro stati. Ma in fine ci vuol poco a capire che il ragionarne, il paventare e il provvedere, per quanto mai si può, in pericoli sì fatti e per precauzione dell’avvenire, non è quello che metta l’ali alla pestilenza e la faccia calare dai paesi stranieri o confinanti. Certo altresì ha da essere, che il non aver paura, o l’occultarla, questo sarebbe uno spedirle solenne ambasciata, invitandola a venirci a visitare il più presto che ella può. E perciò ogni ragion consiglia l’imitare in altre simili congiunture più tosto i rigori, benchè forse superflui ed anche molto dispendiosi, ultimamente praticati da parecchie città della Germania e dell’Italia, che l’uso di altri popoli men paurosi o meno guardinghi. Sarà, anche molto più da desiderare che occorrendo tali sconcerti, a niuna delle città d’Italia venga impedito dalla positura de’ suoi siti ed affari il camminar concorde con le altre, a fine di tener lungi con egual diligenza un malore che minaccia tutti, ma che però suol portare rispetto a chi rigorosamente si oppone ai suoi passi.
L’altra verità che abbiamo imparato in questa occasione, si è, che accadendo sospetti o rischi di pestilenza, allora si mirano in gran confusione ed imbroglio non solamente le private persone, ma gli stessi pubblici magistrati di molte città, mentre tutti in quel frangente vorrebbono pur sapere come abbiano da governar sè stessi e gli altri, ma senza per lo più poter rinvenire chi abbastanza gl’illumini. Non mancano libri, è vero, che hanno trattato questo argomento; ma i più del popolo ne patiscono inopia, e moltissimi nè pure un solo possono mostrarne, siccome opere che non si leggono mai volentieri, e che, finito il bisogno, si lasciano alla polvere o a’ pescivendoli, cercandosi poi esse indarno ove ritorni a fischiare questo pesante flagello. Che se non mancano libri tali ad alcuni studiosi, tuttavia suol avvenire che in man loro non si trovino anche tutti i migliori, che pure più degli altri sono da consultare in simili e in altre occasioni. Ora pensando io a questa non lieve necessità de’ privati e del pubblico, fattaci pur troppo avvertire dal grave pericolo che ultimamente ci sovrastava, mi applicai fin l’autunno prossimo passato a leggere quanti antichi e moderni potei ritrovare che maneggiassero questa materia; e col notare ciò che mi compariva più utile a sapersi, venni stendendo il presente Trattato del governo della peste, con isperanza che il mio studio privato potesse tornare in qualche benefizio e comodo ancora del pubblico, e spezialmente della patria mia, sì per preservarsi, e sì per sapersi regolare in casi di tanta sciagura. E l’intenzione mia è stata di fare un trattato popolare, cioè utile e intelligibile ai più del popolo, avendo io perciò fuggito le quistioni spinose e scolastiche e insino i termini astrusi, con cui alcuni professori della medicina cercano di farsi credito con poca spesa presso i meno intendenti. Per altro col fiero influsso che è passato, parrà, il so, passato ancora il bisogno; ma non è così, perciocchè i posteri nostri, anzi la nostra medesima età, avran sempre da temere di provare un dì quello che è piaciuto alla divina Clemenza di non far sentire ai presenti giorni. Non convien aspettare che sia giunto il nemico per istudiar poi allora la maniera del difendersi; ma s’hanno da aver sempre l’armi preparate e pronte. Gli altri, finita la peste, sono stati soliti a scrivere e pubblicar libri intorno la stessa; ed io altresì suggerirò quel che può essere più a proposito, affinchè essa mai non cominci, o pure acciocchè s’abbia con facilità il migliore regolamento, qualora ne tornasse mai più il bisogno. Così in Firenze si va oggidì ristampando la Relazion del Contagio del 1630 fatta dal Rondinelli, perchè ultimamente è stato avvertito ch’esse era divenuta stranamente rara, e vuolsi perciò provveder meglio all’avvenire. Così la peste che nel 1679 fece le sue prodezze in Vienna, in Sassonia e in altre parti, con grande apprensione anche allora dei popoli italiani, diede motivo al saggio maestrato della sanità di Ferrara di pubblicare nel 1680, per prudente precauzione de’ tempi venturi, un’opera molto utile, ove son registrate le regole da osservarsi ne’ sospetti di contagio. Altrettanto dunque ho risoluto anch’io di fare, o illustrissimi signori, acciocchè voi e il popolo nostro abbiate e un attestato dell’ossequio mio, e quel soccorso di più, quando mai accadessero que’ miseri tempi, ch’io desidero lontani sempre dagli stati di ciascuno e massimamente da quei della sereniss. Casa d’Este e della patria nostra. Ho pertanto divisa la materia del governo della peste in tre parti, cioè in politica, medica ed ecclesiastica, immaginandomi che maggiore con ciò possa anche riuscire il benefizio. Imperocchè gran copia di libri può ben qui mostrarci l’arte medica per quello che a lei s’aspetta; ma scarsissimo ne è il governo politico e l’_ecclesiastico_. Oltre a ciò, non solendo trovarsi uniti insieme tutti e tre i suddetti governi, sembra a me d’avere a moltissimi risparmiata la fatica di pescare qua e là ciò che per lor servigio si troverà qui raccolto in un solo trattato. Chi più degli altri avrà maneggiato e letto libri intorno a quest’argomento, quegli sarà più atto a comprendere l’utilità e il comodo che può venire al pubblico e al privato dall’operetta, qualunque sia, che io ora vi presento.
In questa impresa dunque mi son io regolato sulle notizie ed osservazioni degli antecedenti scrittori, con ponderare, scegliere, disporre ed aggiugnere, secondochè è paruto meglio al mio corto intendimento e giudizio. Che se talun chiedesse, come io, che medico non sono di professione e nè pure mi son trovato giammai a quel terribile incendio, abbia preso un tale assunto con fidanza di potervi competentemente soddisfare, risponderò, che se non ne posso io parlar di vista, ho ben potuto io parlarne con tanti morti che furono spettatori delle pestilenze, e che ce le hanno lasciate in tanti libri descritte. E se non son io medico, studiarono ben medicina per me e la praticarono in tempi di contagio quegli scrittori ch’io citerò, di maniera che non l’autorità mia, ma quella dei professori di quest’arte potrà dar credito al mio Trattato, il quale in oltre non uscirà alla luce senza l’approvazione de’ migliori filosofi e medici che si abbia la nostra città. Per altro confesso anch’io che la parte medica potrebbe promettersi maggiori chiarezze e più lustro e più ordine nella divisione dei medicamenti, ove la trattassero medici insigni tra i moderni. E spezialmente si avrebbe a sperare questo vantaggio dalla mano di que’ valentuomini che oggidì illustrano cotanto con le loro opere, stampate ugualmente, le lettere e il dominio della serenissima Casa d’Este, cioè i signori Bernardino Ramazzini, gloria di Carpi, e Antonio Vallisnieri, decoro di Reggio, che nella famosa Università di Padova empiono le prime due cattedre della medicina; e il signor Francesco Torti, splendore di Modena, medico del mio padron serenissimo, e pubblico lettore anch’esso nella patria; e il signor Antonio Pacchioni reggiano, che in Roma fa risplendere il suo sapere in pro della medicina; siccome ancora molto potrebbe sperarsi dal signor Dionisio Andrea Sancassani da Sassuolo, medico primario di Comacchio, dalle cui fatiche riconosce molte utilità la cirugia. Mi sia lecito nondimeno di dire che quantunque ingegni grandi si applicassero a trattar questa materia, pure non sarebbe subito da sperare che molti d’essi potessero produrre rimedj migliori e più efficaci di quelli che anch’io ho saputo e potuto raccogliere. Più tosto potrebbe accadere che alcuni d’essi, senza curarsi di edificar meglio, distruggessero ancora quel poco ch’io colla scorta de’ più accreditati autori ho qui esposto, giacchè questo è il costume d’oggidì, nè par difficile il mettere nella medicina quasi ogni cosa in dubbio per farla conoscere non men lei un’arte fallace e debolissima che i suoi medicamenti dubbiosi e talvolta ancora nocivi, siccome fecero già il Carrara, l’Agosti ed altri, ed hanno tentato ai dì nostri di mostrar nelle opere loro il defunto Lionardo da Capova, e il vivente signor Anton Francesco Bertini, medici rinomati, l’ultimo nondimeno dei quali l’ha del pari difesa. E assai più sarebbe questo facile, trattandosi di quel fierissimo morbo desolatore, in cui confessano tutti i medici savj che l’arte loro va più che altrove a tentone, nè ha sistema sicuro, nè medicamenti da fidarsene molto.
Ma comunque sia, penso io che troppo importi il non atterrire, nè far disperare il popolo in tali congiunture con biasimargli e screditargli tutto. E però avendo io composto il presente libro, non per desiderio di gloria, ma per brama unicamente di giovare in ciò, per quanto io posso, alla patria mia, e a chiunque non avrebbe altri migliori aiuti, per regolarsi, almeno con qualche prudenza, nei pericoli e nei tempi di tanta calamità, io mi auguro ch’essa riesca veramente utile; ma di gran lunga più auguro a tutti che non se n’abbiano mai a valere, se non per un mero divertimento della loro curiosità. Che se pure avesse un giorno da arrivare ciò che nessuno di noi desidera di vedere, probabilmente non si pentirà alcuno d’aver prima in questo mio libro imparato alquanto a premunirsi col conoscere la faccia di questo terribil nemico, e i disordini e gli strani suoi effetti. Pur troppo ne abbiam mirato anche un picciolo abbozzo, ma però esempio vivo, nella funestissima mortalità della spezie bovina, penetrata nel prossimo passato settembre anche in varj siti del ducato di Modena, Reggio, ecc. Da questo flagello si è già potuto apprendere non poco qual cura più esatta si dovesse avere in pericoli di contagio degli uomini, per non restar delusi dalle guardie che si dicon fatte, ma certo non bene; e per vietare a tempo i mercati e le fiere nostre e l’adito alle straniere, benchè non apparisca entrato colà peranche il malore, e con quai rigori e ripieghi si possa precedere per disputare a passo a passo il terreno a questo male, facendo su i principj e finchè la sciagura è fuori di casa, grandi strepiti, intimazioni rigorose, visite frequenti ed improvvise, e quanto mai si può far concepire, se pure è possibile, ai contadini e alle guardie, il pericolo che loro non pare mai imminente, e il gravissimo danno di chi è colpito da simili disavventure, il che non s’intende mai bene se non dappoichè non c’è più tempo di rimedio.
Pensano alcuni che questa crudel pestilenza dei buoi non solamente si comunichi pel contatto delle bestie, o degli uomini che abbiano conversato con bestie infette, ma ancora spontaneamente salti fuori in alcune stalle, lontane talora più miglia dal paese infetto e custodite con rigorose diligente. Lo stesso vien sovente e sospettato e creduto anche nelle pestilenze degli uomini. Non voglio io mettermi qui a negare assolutamente questa partita; ma dico bene che non è se non difficilmente da credere, avendo noi veduto illese tante stalle, nelle cui bestie sarebbe stato pronto e tosto si sarebbe acceso il fomite del male, se queste avessero comunicato con altre infette. Per ogni buon fine saggiamente si fa e si farà sempre in ogni peste, ad operare, come se il morbo non si pigliasse mai se non per via di contagio. Bisogna figurarsi che ancorchè non si sappia trovare, pure ci sarà stata qualche persona o roba che avrà portato il veleno in quella casa. I cani, le guardie, i medici stessi possono disavvedutamente portarlo con seco; e dall’accuratissimo nostro signor Vallisnieri nel T. X dei Giornali d’Italia è stato anche avvertito che fra le molte maniere di propagarsi la peste de’ buoi c’è stata quella di condurli senza precauzione alcuna a farli benedire con altri, o pure il permettere che taluno andasse a benedire indifferentemente tutte le stalle. Quello che più d’ogni altra cosa affligge e spaventa, si è il verificarsi in questa mortalità de’ buoi ciò che già Virgilio nel fine del lib. III della Georgica, ed altri osservarono in simili pestilenze d’animali, e vien confermato nel suddetto tomo X de’ Giornali dell’anno 1712 dall’autorità di varj valentuomini, cioè che nessun rimedio può dirsi fondatamente che vaglia; e se bene alcuni paiono talvolta giovevoli (essendo guarita ancora in queste parti una porzione d’essi buoi infetti), pure non servono poi a tanti altri; anzi voglia Dio che talora alcun d’essi non affretti loro la morte, e non faccia perire chi senza rimedi sarebbe risanato. Pur troppo avvien lo stesso anche nelle pestilenze degli uomini. Perciò egli è cosa da savio il non fissarsi mai tanto in alcune massime, precauzioni e rimedj, che sopravvenendo lumi migliori, non si voglia più, nè si sappia mutar registro. E più lumi per l’ordinario avrà una persona giudiziosa sul fatto che un intero magistrato in lontananza. Ma veniamo finalmente a trattare l’argomento nostro nel nome di quell’onnipotente Signore, la cui giustizia dobbiam tutti temere, la cui misericordia dobbiam tutti implorare, tanto nelle prosperità, quanto nelle tribolazioni.
Modena, 15 giugno 1714.
DEL GOVERNO POLITICO DELLA PESTE
LIBRO PRIMO.
CAPO I.
_Spiegazione della peste: origine e durata d’essa. Differenze fra l’una peste e l’altre. Suo orribil danno ed aspetto. Obbligazione e possibilità di difendere il paese da questo flagello. Diligenze umane utili e necessarie_.
La peste, uno de’ più terribili mali che possano affliggere il genere umano, benchè non sia propriamente lo stesso che il contagio, pure suol avere fra noi il nome di contagio, perchè col toccare i corpi, o l’aria degli appestati, o le merci, o robe loro, se ne infettano i sani, con più forza e strage che non accade in altri morbi epidemici e attaccaticci; dilatandosi la peste sino a spopolar le città, le campagne e le province d’abitatori. Consiste la pestilenza in certi spiriti velenosi e maligni, che, corrompendo il sangue o in altra maniera offendendo gli umori, levano di vita le persone, spesso in pochi, e talora in molti giorni, o pur all’improvviso. Quella che nasce dalla totale infezion dell’aria, mai, o quasi mai non suol accadere, benchè per accidente succeda che l’aria ambiente gli appestati s’infetti anch’essa, e tanto più cresca tal infezione, quanto più copioso e vicino è il numero di quegl’infermi. All’incontro bensì frequentemente accade quella che è infezion di corpi contagiosa, cioè, che s’attacca agli altri col contatto e che riesce maggiormente pericolosa nelle città molto popolate e ristrette, e dove non soffiano venti che purgano l’aria.
Non è affatto improbabile che a differenza di altre epidemie, le quali si generano e saltano fuori spontaneamente nei luoghi per cagion dei cattivi alimenti, o degli aliti paludosi, o dei venti nocivi, o d’altri simili seminarj di morbi, la peste sia un’epidemia stabile che vada mantenendosi in giro pel mondo, e passando d’uno in altro paese, e tornandovi dopo molti o pochi anni, secondo che la negligenza degli uomini, la disposizion de’ corpi o altre circostanze le aprono la porta, quantunque sia certo che la peste d’un tempo non sia simile in tutti i suoi sintomi ed effetti a quelle degli altri tempi. E per dir vero, la sperienza ha fatto veder troppo spesso che la peste non nasce da per sè stessa in tanti paesi, ma o vi ripullula talvolta da panni che ritengono il veleno della peste antecedente, o vi entra, portatavi da altri paesi (e questo è frequente) col mezzo di persone, o di merci, o di altre robe infette e senza che alle volte si penetri il come. Chi potesse raccogliere sicure annue notizie di tante e sì varie province dell’Asia, Affrica ed Europa, troverebbe che non c’è anno, in cui la peste non vada desolando qualche paese, e dopo la strage d’uno non passi nel vicino a sfogarsi colla stessa carnificina. Gli stati massimamente suggetti al Turco, sono, sto per dire, un perpetuo seminario dì peste, perchè quasi mai non se ne disparte ella, e particolarmente si fa sentire spesso in Costantinopoli e nel gran Cairo in Egitto, di modo che è pericoloso sempre ogni commercio con que’ paesi. E appunto le più recenti pesti dell’Italia e dell’Europa, o son passate per trascuraggine d’alcuni dall’Affrica nelle isole cristiane del Mediterraneo e poi entrate in terra ferma, o pure dall’oriente penetrando nell’Ungheria, Dalmazia, Polonia ed altri confini del Turco, hanno poi afflitto varie altre parti della nostra Europa. Non occorre far qui menzione di tante pestilenze che di secolo in secolo hanno più volte desolata la terra; ma non si vuol lasciar d’accennarne una delle più terribili che si sieno mai provate, descritta da varj storici e spezialmente dai Cortusi, dal Petrarca e da Matteo Villani. Si partì questa nell’anno 1346 dalla Cina che anche allora era conosciuta, e s’andò avanzando per le Indie Orientali sino alla Soria e Turchia, all’Egitto, alla Grecia, all’Affrica, ecc. Alcune navi di cristiani partite di levante nel 1347 la portarono in Sicilia, Pisa, Genova, ecc. Nel 1348 giunse ad infettar tutta l’Italia, salvo che Milano e certi paesi vicini all’Alpi che dividono l’Italia dalla Germania, ove fece poco nocumento. Nel medesimo anno passò le montagne stendendosi in Savoia, Provenza, Delfinato, Borgogna, Catalogna, Granata, Castiglia, ecc. Nel 1349 prese l’Inghilterra, la Scozia, l’Irlanda e la Fiandra, a riserva del Brabante, ove poco offese. Nel 1350 oppresse l’Alemagna, l’Ungheria, la Danimarca ecc., continuando ad affligger poscia altri paesi; e quindi tornò indietro di nuovo in Francia e in Italia nell’anno 1361, ove desolò Milano, Avignone e Venezia con levar di vita lo stesso doge Delfino e molti cardinali. Passò dipoi un’altra volta a Firenze nel 1363 e vi morì il suddetto Villani. Ora ecco come l’un paese infetti l’altro. Così nel 1393, siccome scrive S. Giovanni da Capistrano nel suo Specchio della coscienza, da un infetto fu portata a Bologna la peste, e dalla Romagna passò ella in barca a Genova e Venezia, e un altro l’introdusse dipoi in Brescia, Verona, ecc. Tuttavia con questi ed altri infiniti esempj che si potrebbono recare, io tengo che la peste nasca talvolta da sè stessa, senza essere portata altronde, cagionata o dalla cattiva costituzione dell’aria, o dal fetore de’ cadaveri, o pure dai patimenti degli uomini per qualche fame o guerra, o da altri simili disordini, e nata poi l’infezione contagiosa, si attacchi ai vicini e si chiami contagio o peste, quando essa ha certi sintomi e fa grande strage de’ popoli.
L’ordinaria permanenza della peste in una città suol essere di nove in dodici mesi, dopo di che suol cedere. Ma in alcuni paesi ove si vive con bestiale sprezzo o troppa familiarità di questo morbo, e senza curarsi molto delle espurgazioni, e senza mettere in opera tanti altri rimedj che si usano nelle savie città, vi ha fatto soggiorno più anni, o pure vi è da lì a non molto ripullulata. Della suddetta peste del 1348, narra il Villani che essa non durava più di cinque mesi in ciascuna terra: i Cortusi dicono sei mesi. Nel 1630 la peste che saccheggiò cotanto l’Italia, entrò anche nella nostra città di Modena nel mese di Luglio, siccome appare dagli editti d’allora e cessò il dì 13 di novembre di quello stesso anno, benchè si continuasse a star senza commercio, e con tutti i riguardi sino al fine del gennaio dell’anno seguente 1631, sì per attendere all’espurgazione, come ancora per non praticare colla gente o sospetta o infetta del contado, essendo anche dopo il dì suddetto di novembre succeduto in città qualche caso di morte pestilenziale che fece proseguir le cautele. Nelle città grandi e popolate non è sì facile che la peste ceda presto, perchè il pascolo della morte è grande, e non bastano spesso tante diligenze e spurghi in campo sì vasto. Gli esempj son chiari di Venezia, Milano, Napoli, ecc. In questa ultima città si accese ella l’anno 1526, e continuò del 27, 28 e 29, come narra il Summonte. Tuttavia, ove si pratica esattezza singolare, la pertinacia del male resta vinta. In Roma entrò la peste l’anno 1656 sul principio di giugno; e verso la metà di marzo nell’anno seguente 1657, mercè del buon governo si cominciò ivi a goder buona salute. Ma succeduti dipoi nuovi casi, si replicarono le diligenze finchè il male cessò affatto sul fine del seguente luglio.
Più strage suol ordinariamente far la peste nei mesi caldi o negli autunnali che nei freddi; ma non lascia ella d’infierir talvolta anche più nel verno che nella state, forse perchè allora occorrono venti caldi, o perchè cominciata la peste nell’autunno o nella state, il suo maggior furore ed accrescimento viene a cadere nel verno. La peste del 1630 fu al sommo in Padova ne’ mesi di giugno e luglio, ma in Venezia la stessa fece strage maggiore nell’ottobre, novembre e dicembre, continuando poi quasi tutto l’anno seguente 1631 sempre diminuendo. Nella Gheldria la peste del 1636 esercitò le maggiori sue forze dal principio di maggio sino al fine d’ottobre. Gran varietà è in questo punto; ma, come dissi, la state d’ordinario mette in maggior rabbia questo perniciosissimo veleno, e il verno freddo o l’indebolisce o l’estingue.
Un’altra diversità fra peste e peste suol appunto consistere nella minore o maggior fierezza. Alcune son funestissime, ed empiono la terra di strage; altre men crudeli si contentano di un tributo più discreto di morti. Quella del 1348 che testè accennammo, levò del mondo quasi le quattro delle cinque parti della gente europea per attestato del Villani e d’altri scrittori. Nel medesimo secolo altre non men fiere pestilenze portarono un’incredibil mortalità per l’Italia, Germania, Francia e Spagna. Quella del 1564 sì rabbiosamente infierì pel Lionese, per la Savoia con istendersi ne’ confini degli Svizzeri e nel territorio de’ Grigioni, che in quelle bande uccise poco meno dei quattro quinti. L’altra che nel 1575 e nei seguenti afflisse alcune città d’Italia, fu di gran lunga più mite in Milano, che un’altra ivi pur succeduta prima nel secolo stesso; e all’incontro essa fu perniciosissima alla città di Venezia. L’altra del 1630 portò un’orribil desolazione al suddetto Milano, nella qual città e diocesi dal principio d’aprile, in cui si dichiarò per peste, fino alla metà del prossimo settembre, ascese la mortalità a 122 mila persone, continuandovi poi ancora per alcuni mesi. Si è anche osservato che qualche peste ha infettato gli uomini di certe professioni o nazioni, e lasciati intatti quei d’altra professione o nazione, benchè tutti abitassero nel medesimo paese infetto.
Questa differenza di effetti deriva o dalla qualità della pestilenza medesima, i cui spiriti sono ora più ora men velenosi; o pure dalla più o meno esatta cautela e preservazione delle città, o dalla precedente diversa disposizione dei corpi, delle stagioni e dell’aria. Nel 1628 fu gran carestia nello stato di Milano e in altre parti della Lombardia, accresciuta poi dalla guerra che sopraggiunse, di maniera che in quello e nel seguente anno 1629 morì di fame e di stento in Milano stesso non poca gente, e vi fu una sollevazione del popolo. Ora non è da maravigliarsi se succedendo poi la peste da lì a poco, e trovando sì mal nutrita e piena di mali umori la povera plebe della Lombardia, ne levò tante centinaia di migliaia dal mondo. In Modena però e nel suo contado noi sappiamo che il mal contagioso non infierì come in altri paesi. Per altro non sono d’ordinario men sottoposte a perir di peste le persone sane e ben nutrite, che le infermicce e mal nutrite, anzi talvolta è accaduto che più quelle che queste sieno restate preda del male. Un’altra differenza si può osservar fra alcune pesti, ed è che le une porteran seco flussi di sangue, petecchie, dissenterie, ed altre vomiti, frenesie, abbattimenti di forze e simili altri sintomi. Sogliono nulladimeno tutte le vere pesti generar carboni e buboni, del che ragioneremo a suo luogo.
Mi terrò io lontano dal voler qui atterrire i lettori coll’immagine orribile di qualche peste, esposta secondo la relazione di coloro che ne furono miseri spettatori, perchè piuttosto mio intento sarà di preparare e consigliar coraggio in sì funeste occasioni. Tuttavia, affinchè le persone, e massimamente i magistrati, considerando per tempo, e serbando viva davanti agli occhi l’eccessiva miseria di questo gran flagello, mettano in opera qualunque possibil mezzo e diligenza per preservarsi e per tenerlo lungi, stimo necessario di ricordare che fra i mali che possono affliggere un pubblico, non c’è il più orrido, nè il più miserabile della peste, sì per quei che soccombono alla sua fierezza morendo, come per quei che si van conservando in vita. Chi mira una città sana in questo punto e vi figura poi entrato il contagio, può senza timor di fallare dire fra sè stesso: Ecco di tante migliaia di persone robuste e sane, di tanti artefici ed operai, di tanti cittadini onorati, dabbene, utili, alcuni miei parenti o amici, e tutti fratelli in Cristo, tanti e tanti non ci saran più, e fra pochi mesi; e una gran mano d’essi morrà quasi all’improvviso, benchè sanissima dianzi, parte barbaramente abbandonata da’ figliuoli, da’ fratelli, dai mariti, da’ parenti o dai suoi più cari, parte di stento e per difetto o di soccorso o d’alimenti; e ciò ne’ lazzeretti medesimi che pure sono inventati principalmente per la salute de’ poveri appestati; e talvolta senza sacramenti e senza chi assista a quel gran passaggio, e con total disperazione, siccome fuggita o derelitta da tutti. Al prender poi vigore la peste è incredibile che terrore assalisca chi non è provveduto di buon coraggio (e questi sono i più del popolo) al mirarsi circondato di morti, all’udire il suono o al vedere il brutto aspetto delle carrette che asportano ammontati l’un sopra l’altro i cadaveri degli estinti, e al temere continuamente che da un’ora all’altra possa intervenire lo stesso a chi ora si sente benissimo di sanità. Il solo doversi tener rinchiuso per settimane o per mesi in casa (e tanto più se per ordine del magistrato) è una penosissima prigionia, aggiunti tanti bisogni che occorrono, e il non potersi allora far molto capitale d’amici, o di parenti o dei suoi contadini, per la difficoltà o impossibilità del commercio, talmente che al vedersi attorniati da tanti suoi ed altrui mali, alcuni diventano come stolidi, ed altri si muoiono anche senza essere tocchi dalla peste. E siccome i principi perdono in tal occasione il nerbo maggiore del loro dominio, cioè tanti sudditi, e la maggior parte delle gabelle e dei tributi, e ciò per molti anni appresso, essendo di più anch’eglino costretti a digerire non pochi disagi e pericoli, durante il contagio, e dipoi, giacchè i principi stessi, al pari dell’infimo de’ sudditi, son sottoposti agli assalti e alle ferite di questo tirannico male: così i sudditi si trovano allora per la maggior parte privi delle proprie rendite e del traffico, e però sottoposti a diversi altri gravosissimi incomodi delle lor case. Nè colla peste suol finire il danno della peste, mirandosi per lo più venirle dietro la carestia per mancanza di chi lavori le campagne, e non trovarsi se non difficilmente i necessarj artefici, operai e servitori, e doversi pagar carissimo tutte le manifatture dimestiche e le robe forestiere, senza rimettersi o mai più, o se non dopo lungo tempo, nello stato di prima l’abbattuta e desolata terra o città.
Ho detto molte, e pure non ho detto assai per far ben intendere i gran danni, terrori e miserie che reca seco la pestilenza. Ma si può facilmente immaginare il resto, e questo ancora è di troppo, per discendere ad una importantissima riflessione, cioè alla necessità che hanno tutti i principi, magistrati e capi de’ popoli, d’impiegare quanto mai possono sì d’ingegno e di attenzione, come di premura e spesa, per impedire alla peste l’adito nei lor paesi, e per tenerla lontana o scacciarla presto introdotta che sia. Bisogna pertanto persuadersi che le diligenze umane, purchè non vadano disgiunte da un fedele ricorso a Dio, possono preservare e preservano dal contagio i paesi, e per conseguenza che il non usarle per quanto si può e a tempo, questa è una solenne e miserabil pazzia, o pure una negligenza difficilmente degna di perdono sì presso agli uomini come presso a Dio. Nè pretendesse alcuno di esentarsi da tale obbligazione, o di sfuggire tal sentenza con dire che quando Dio vuol flagellare una città, a nulla servono le diligenze umane; perciocchè quantunque sia certissima questa conclusione, pure non tocca a noi ciechi mortali il voler entrare ne’ gabinetti dell’alta provvidenza di Dio; ma bensì a noi s’appartiene il far quanto prescrive l’umana prudenza per preservar noi e il prossimo nostro dalle infermità, morti e miserie, implorando nel medesimo tempo dal misericordiosissimo nostro Dio il perdono delle colpe e il soccorso nelle necessità. Ai soli Turchi si lascia il non provvedere, quando pur si possa ai mali o presenti o avvenire, quasi ciò sia un temerario o superfluo operare contra i decreti del cielo. Il cristiano ha da venerare in tutto i santi e sempre giusti e saggi voleri di Dio, certo superiori a tutti gli sforzi degli uomini; ma non crede egli quel fato, o destino che insegnarono i gentili: e sa che la divina provvidenza non confonde il corso della natura e delle cagioni seconde, nè toglie la libertà agli uomini, anzi comanda loro l’uso della prudenza negli affari e nella custodia e conservazione di questa vita terrena. Però in infinite altre occorrenze, e nel guardarsi da tanti altri mali, anche i più dotti e santi non debbono ommettere, nè ommettono diligenza veruna, e spezialmente ciò fa e dee fare la cristiana repubblica ne’ pericoli de’ contagi.
Si può anche opporre che poco frutto s’abbia in fine da sperare in molti paesi da sì fatte diligenze, considerata la mancanza di tante cose e massimamente di vettovaglie, per provveder le quali dovendosi necessariamente commerciar co’ vicini, troppo riesce difficile il non partecipar della loro sciagura. Ma si risponde esserci regole e maniere d’aver commercio infin co’ paesi infetti o sospetti in tempo di peste per trarne vettovaglie, senza che per questo se ne tragga ancora la peste. Le accenneremo a suo luogo. Il punto sta che tali regole non si fanno osservare, nè son bene spesso osservate, con restare perciò inutili tutte le antecedenti diligenze; e però qui ha da essere lo studio e l’attenzione più premurosa de’ magistrati, acciocchè nessun vi manchi per frode, interesse o negligenza non perdonando per questo oggetto nè a premj, nè a pene, nè a vigilanze, nè a spese.
Ma perciocchè a convincere che una cosa può facilmente farsi, non c’è il più palpabile argomento che il mostrarlo facilmente ed effettivamente fatto in tante altre congiunture: cito qui la memoria di molti a ricordarsi di quante pestilenze sono accadute a’ suoi giorni, o sono a lui note per altra via; e in ognuna d’esse troverà egli che la peste si lascia porre degli argini, e non s’inoltra dapertutto, ma si ferma ai confini, e alle porte di chi vi s’oppone con prudenti e rigorose cautele. Pochi anni passano, che non s’oda regnar la peste o in Costantinopoli, o alle Smirne, o in Grecia, Bossina ed altre province del Turco, confinanti al dominio Veneto; e pure non penetra ella d’ordinario più innanzi, stante la gran precauzione di quell’inclita repubblica, la quale può appellarsi maestra di tutti anche nella diligenza e prudenza di tener lungi questo terribil flagello. Pochi anni sono, la Polonia, l’Ungheria, la Prussia, la Danimarca ed altre province settentrionali furono gravemente infestate dal contagio; ma questo non passò già a maltrattare le contrade confinanti. Si vide il medesimo regnar in Vienna d’Austria a’ tempi di Leopoldo I, ma fu così ben posto argine alla sua furia che non si stese per tanti altri paesi. Così la città di Conversano nel regno di Napoli a’ tempi della sede vacante d’Alessandro VIII ne restò fieramente afflitta, ma mercè d’un cordone di separazione dagli altri paesi sani, non comunicò il suo malore ai vicini. Nell’anno 1576 furono oppresse dalla peste le città di Milano, Mantova, Padova, Venezia ed altri luoghi; ma la maggior parte dell’altre città della Lombardia si difesero; e fu osservato dal Cavitelli che nel Cremonese non si godè mai sì buona salute, come allora, quantunque Parma e Piacenza avessero bandita quella città per sospetto ch’ella non potesse esentarsi dal commercio con Milano. Infierì essa peste allora anche nella Sicilia, e nella Calabria e Puglia, e pure la città di Napoli tante diligenze e strettezze usò che seppe preservarsi, e ciò contuttochè per attestato del Summonte vi penetrassero di nascosto alcuni appestati, i quali occultamente furono curati senza danno degli altri. Nel 1656, Roma, Napoli, Genova ed alcune poche altre città soggiacquero alla peste; ma senza che se ne comunicasse il veleno al di qua dall’Appennino, nè alla Toscana, nè a tanti altri paesi confinanti. Anzi Castel Gandolfo, benchè vicino a quel di Marino e ad altre terre infette, si preservò per cagion delle diligenze ivi adoperate.
Ma per venire alla peste del 1630, funestissima in tutta la Lombardia, e di cui dura puranche memoria nella nostra città, egli è certo che la città di Treviso, avvegnachè assediata d’ogn’intorno dal male, restò illesa. Ferrara anch’ella si preservò; e pure, come diremo, entro d’essa accadde qualche caso di peste. La città di Faenza fu quella che col mantenersi sana tagliò i progressi al morbo, che da Bologna si sarebbe inoltrato nella Romagna. E ciò avvenne, perchè poste dai Faentini le guardie ad un fiume che scorre poco lungi dalla città, un degno prelato ch’era allora al governo e alla custodia d’esso, indefesso di giorno e notte, quando manco si pensava, compariva a cavallo a riveder le guardie e i passi del fiume più facili; e tenendo le forche in piedi fuori della città, non risparmiava nè terrore, nè gastighi ai disubbidienti. Così la città di Reggio, benchè posta fra Modena e Parma, ambedue città infette, lungamente si mantenne sana, e forse ne sarebbe andata esente, se il male non vi fosse stato portato disavvedutamente da chi era di sopra alle leggi. E in quella medesima peste del 1630, egli è noto fra noi che nel ducato di Modena le terre di Vignola, Guiglia, e tante altre castella della collina e della montagna, quantunque confinanti ad altre infette dalla pestilenza o circondate da essa, pure col mezzo delle guardie e diligenze usate schivarono così terribil disavventura.
All’incontro quasi tutte le terre e città invase dalla peste, sanno e saprebbono dire, onde sia proceduto il principio della loro infezione, cioè dall’aver trascurate le debite diligenze, e dal non aver fatto osservare le leggi prudentemente stabilite in somiglianti pericoli e disordini. Io non parlerò qui se non di Roma e Padova. Infierendo l’anno 1656 la peste in Napoli (che v’era penetrata dalla Sardegna) furono asportate molte vesti e panni, che maneggiati da persone appestate aveano contratta la semenza del male; e questi introdotti in Civitavecchia e Nettuno, passarono anche furtivamente entro di Roma stessa, accendendo poscia in tutti que’ luoghi il fuoco contagioso che a poco a poco si dilatò ne’ contorni. Penetrò la peste in Padova nell’anno 1630, perchè furono poste le guardie a’ confini del Vicentino infetto; ma queste erano malamente tenute con far anche supplire i ragazzi, e trovarsi talvolta gente ai passi, a cui bastava mostrare qualche bulletta per passar oltre. Persone potenti da un’altra parte entravano per forza nel distretto padovano, essendo in qualche paese le leggi, come le tele di ragno che fermano le mosche, ma cedono tosto a chi ha l’ali più vigorose. L’interruzion del commercio avea ridotta la città in secco di molte merci solite a condursi da Venezia, e in particolare di cordovani da scarpe, il che era di gran molestia. Fece un mercatante venire alquante balle d’essi cordovani da Venezia già infetta, e parte ne introdusse nel luogo della contumacia per farne lo spurgo e parte fece furtivamente tirarli di notte su per le mura. Questi ultimi infettarono prima i facchini e poscia ogni sorta di persone. Tralascio altri esempj.