STORIA
DEGLI ITALIANI
PER
CESARE CANTÙ
EDIZIONE POPOLARE RIVEDUTA DALL'AUTORE E PORTATA FINO AGLI ULTIMI EVENTI
TOMO II.
TORINO
UNIONE TIPOGRAFICO-EDITRICE
1874
CAPITOLO XIX.
Gli schiavi. — Guerre civili.
Se la giustizia non è una legge eterna, ma deriva da patti sociali e da decreti, non può concernere se non coloro che stipularono; lo straniero sarà un nemico, e ciascuno potrà ucciderlo a voglia; i vinti si manderanno per le spade, se pure non si trovi più utile il servarli (servi) pei proprj bisogni, e perchè facciano tutto ciò che al vincitore talenti. Così logicamente veniva stabilita la maggiore delle iniquità, e l'ulcera delle società antiche.
Gli schiavi, come in tutta l'Asia, l'Egitto, la Grecia, così in Roma abbondavano; e conforme alla giustizia suddetta, Dionigi d'Alicarnasso, parlando di Servio Tullio, trova che i Romani acquistavano i servi con mezzi legittimissimi[1], giacchè o li compravano all'incanto, o li riceveano col bottino, od ottenevano dal generale di serbar quelli ch'essi aveano presi in guerra, o li compravano da chi gli avea avuti per le vie predette. Oltre gli acquistati in guerra, alcuni eransi venduti da se stessi per vizio, o dai creditori, o dalla legge (servi pœnæ); altri erano nati in casa (vernæ); altri raccolti bambini nelle esposizioni, comunissime allora quando ogni padre poteva ricusare di levar di terra il figlio natogli. Estese le conquiste, si portarono schiave a Roma anche persone nobili ed istruite, principalmente dalla Magna Grecia e dalla Sicilia: crebbero poi a migliaja nelle guerre con Cartagine, col'Illiria, colle Gallie. Del farne nascere in casa poco s'avea cura, credendosi questi men robusti, e parendo gittato il tempo in cui si deve lasciar inoperosa la madre, e nutrire il bambino senza frutto.
Lo schiavo non è persona, ma cosa[2]: perciò non ha rappresentanza nel consorzio civile, non può deporre in testimonio, non citare in tribunale, non aver nozze legittime nè figli proprj, non testare; natural suo erede è il padrone, che subentra ad esso negli altrui testamenti. Il proprietario solo potea chieder ragione d'un insulto fatto a' suoi schiavi, e contro lui dirigevasi l'azione per colpe di questi. Poteva il dominio d'uno schiavo appartenere ad uno, ad un altro l'usufrutto; e il padrone a sua voglia batterlo, crocifiggerlo, affamarlo, far ogni infamia del corpo di esso. La legge calcola con ispietata precisione i compensi per la sua perdita o pel deterioramento: — Chi senza diritto uccida uomo o quadrupede domestico appartenenti ad altri, paghi al padrone il valore massimo che questo oggetto ha da un anno. Non si deve solamente tener conto del valer corporale, ma anche se la perdita dello schiavo cagioni al padrone un danno maggiore del valor proprio dello schiavo. Se il mio schiavo fu istituito erede, e fu ucciso prima che per ordine mio accettasse l'eredità, bisogna, oltre il prezzo, pagarmi l'ammontare dell'eredità perduta. Se di due gemelli, o di due commedianti, o di due musici fu ucciso l'uno, deesi valutare e il prezzo del morto e lo scapito che la uccisione di lui portò nel valore del sopravivente, come se s'uccida una mula d'una coppia, o un cavallo di una quadriga. Quello cui fu ucciso lo schiavo, può scegliere fra il procedere in via criminale, o il ripetere un'indennità in forza della legge Aquilia»[3]. Eccovi un'altra contraddizione di quella sapienza legale: comprendere nel diritto di natura le bestie, mentre negava la personalità agli schiavi.
Erano questi addotti sul mercato da pirati o da speculatori, che li disponeano in una trabacca (catasta) a varj scompartimenti simili a gabbie, ignudi, colle mani avvinte e in fronte un cartello, portante le loro buone e ree qualità[4]. Entro gallerie interne si esibivano i prescelti. I forestieri, di cui non si poteva garantire la docilità, presentavansi con piedi e mani legate e col pileo in capo. Il compratore espone al negoziante: — Mi fa bisogno d'un mugnajo, di un torcoliero, d'un segretario per lo scrittojo, d'una donna pel letto, di un cane per la porta, d'un pedagogo per mio figlio»: guarda, palpa, esamina la forza e l'intelligenza: il venditore è obbligato dichiarare le malattie e i difetti, se riottoso, se solito a fuggire o andar girellone. Più tardi fu stabilita una tariffa secondo l'età e la professione; sessanta soldi d'oro per un medico, cinquanta per uno scrivano, trenta per un eunuco minore dei dieci anni, cinquanta se maggiore[5]. Cittadini di gran virtù speculavano sull'educarli; Catone li comprava meschini ed ignoranti, poi fatti robusti e destri li rivendeva: Pomponio Attico ne formava letterati.
Alcuni erano schiavi pubblici, per lo più fatti in guerra e che appartenevano allo Stato o alla città, con annuo assegno perchè attendessero ai pubblici lavori, ai bagni, agli acquedotti, alle miniere; oppure servissero i generali e i magistrati anche per corrieri, carcerieri, manigoldi. A peggior condizione trovavansi gli schiavi privati, i quali nelle case esercitavano ogni ministero; essi agricoli, essi mandriani, essi pastori, essi canovaj, cuochi, spenditori, barbieri, bagnajuoli, sarti, calzolaj, cacciatori, giardinieri, funamboli, commedianti, architetti, pittori, ragionieri, medici, veterinarj, tutto. Uno si teneva legato alla porta acciocchè, fui per dire, abbajasse al venire di qualche forestiero; altri dovevano gridare le ore, umani oriuoli; altri macinavano, e un gran disco attorno al collo gl'impediva di recarsi alla bocca qualche pugno di grano; quali correano avanti il padrone per istrada a fargli dare il passo; quali annunziavano le visite; questi, ai piedi del padrone, tergevano dai tappeti orientali le sordide traccie dell'intemperanza di esso; quelli servivano da sonatori, da impudichi, da buffoni, al qual uopo alcuni sin da fanciulli erano stretti con cinghie e serrati in astucci per modo che non potessero svilupparsi. Giulia d'Augusto aveva un nanerottolo ed una schiava non più alti di due piedi. Pregiatissimi erano pure gli ermafroditi, talora artifiziali. Seneca ci addita torme di ragazzi che, all'uscire dai banchetti, nelle camere aspettavano oltraggi alla natura. Legioni intere di corrotti, provenienti principalmente dall'Asia e da Alessandria, che somministrava i più famosi per isfrontatezza di costumi e vivacità di spirito, erano disposti secondo il paese ed il colore con tant'arte, che in tutti vedevasi corporatura snella, volto fiorito della prima lanugine, nè mai uno di capellatura liscia confondevasi con quelli di crespa. Alcuni non viaggiavano che col viso bisunto, perchè il sole e il freddo non intaccassero la dilicata pellicina. Plinio e Quintiliano raccontano con quali arti infami si celavano i difetti di quelli destinati ad infimi piaceri, e con quali erbe si ritardavano gl'indizj della pubertà[6].
Uno schiavo robusto fruttava al suo padrone da venticinque centesimi il giorno; e riceveva al mese venti litri di grano e venticinque di vinello, fatto con aceto, acqua dolce e acqua di mare fracida, secondo la ricetta di Catone. Il lavoro degli schiavi era preferito, perchè non come i liberi restavano ogni tratto interrotti dal servizio militare.
— Calvisio Sabino ricchissimo, e dei più inerti ch'io m'abbia conosciuti (racconta Seneca), stava sì male a memoria, che or dimenticava il nome d'Ulisse, or quello di Achille o di Priamo; nè altri mai storpiò tanto i nomi, quanto egli faceva quei di greci e trojani. Volendo ciò non ostante passare per letterato, udite cosa pensò. Comprò due schiavi, uno che imparasse a memoria Omero, l'altro Esiodo, e nove altri che sapessero i nove poeti lirici. Gli costarono un occhio, perchè, non trovandosene d'incontro, bisognò farli apposta. Formatosi questa banda, cominciò a bersagliare i suoi convitati: aveva ai piedi gli schiavi che gli suggerivano de' versi quando gli occorressero, e ch'egli lanciava a ogni proposito ai commensali, per lo più storpiandoli. Satellio Quadrato, gran motteggiatore, ne rise; Calvisio gli rispose ch'erangli costati centomila sesterzj; e questi: A meno compravate altrettante biblioteche. Eppure Calvisio arrogavasi di saper tutto quel che i suoi servi sapevano. Satellio stesso gli propose un giorno di far seco alla lotta ; e perchè Calvisio gli mostrava d'esser pallido e sfinito, Che? replicò l'altro, _non avete una turba di schiavi forzosi?_»
In qual modo trattati fa orrore il pur pensarlo. Quei che lavoravano i campi, aveano i capelli e le ciglia rase: quei che portavano i padroni nelle eleganti lettighe, trascinavansi dietro le catene[7]. Palla, accusato di complicità con alcuni liberti, dimostrò che non comunicava con essi se non per segni o per iscritto. Antonio e Cleopatra sperimentavano sopra gli schiavi i veleni. Pollione ne fe gittar alle murene uno che gli ruppe un vaso: del che lo rimbrottò Augusto, il quale non pertanto fece appiccare all'antenna uno che gli aveva mangiato una quaglia. Ai lunghi pasti si facevano assistere, digiuni, in piedi, e guai se avessero tossito, starnutato, sospirato, anzi pur mosso le labbra. Alcuni ricreavano le cene con atroci combattimenti, e i padroni applaudivano, fischiavano, e dicevano: — Fatti lontano, canaglia, che il tuo sangue non mi chiazzi la tunica».
Così degradati da inumana severità o da turpi favori, vittime della sensualità prima ancora che si svegliasse l'istinto, senza coscienza d'altro dovere che del soddisfare il padrone, anzi prevenirne i desiderj onesti o infami, cresceano nell'abitudine dell'intrigo, della menzogna, del furto. La notte poi erano chiusi in ergastoli o grotte, su giacigli o per terra ammonticchiati uomini e donne. Fatti vecchi o incurabili, si portavano all'isola d'Esculapio sul Tevere, colà abbandonavansi a morire. Claudio imperatore pensò riparare a quest'ultima crudeltà col decretare che il servo così esposto rimanesse libero: e allora i padroni gli uccisero.
Il senatoconsulto Silaniano dei tempi d'Augusto portava che, quando un cittadino si trovasse ucciso da uno schiavo, tutti gli altri schiavi di lui si mettessero a morte. Essendo Pedonio Secondo, prefetto di Roma, ucciso da uno schiavo per gelosia di un basso amore, quel mandare a morte quattrocento schiavi innocenti eccitò qualche susurro: ma il giureconsulto Cassio, gran conoscitore del giusto e dell'ingiusto, si alza in senato, e rimbrotta cotesti novatori: — E che! cercheremo noi ragioni quando già pronunziarono gli avi, più saggi di noi? Possibil mai che fra quattrocento schiavi nessuno avesse notizia dell'uccisore? eppure nessuno lo rivelò, nè arrestollo. Voi dite che periranno degli innocenti: ma quando un esercito che mancò di coraggio vien decimato, i prodi come i vili non corrono la ventura? In ogni grand'esempio v'è qualcosa d'ingiusto; ma l'iniquità commessa verso alcuni uomini è compensata dall'utilità che tutti ne traggono»[8]. E per tale ragionamento salvata la dignità della legge, quei miserabili furono menati al supplizio fra una doppia ala di soldati e fra le urla del popolo che malediceva la legalità.
Altri orrori ci rivela Costantino Magno là dove, guidato dai nuovi lumi della religione dell'avvenire, proibisce di appiccare gli schiavi, di precipitarli dall'alto, d'insinuare il veleno nelle loro vene, nè di bruciarli a lento fuoco, o lasciarli basir dalla fame, o putrefare dopo sbranatine i corpi[9].
Per le donne vi andava connesso il prostituirsi o ai brutali signori, o agli indistinti consorti, o ai dissoluti nei lupanari, aperti come un altro guadagno avventizio dei padroni. Il severo Catone avea prefisso una tassa per gli amplessi delle sue schiave. E dopo che giovani erano state esibite alle ubriache voluttà dei convitati; vecchie, s'insultava al loro obbrobrio, imprimendo osceni motti sul seno avvizzito. Inoltre esse doveano sopportare i capricci delle dame: e mentre queste s'adornavano, molte tenevansi loro attorno, nude sin a mezzo il corpo, intenta ciascuna ad un particolare ornamento; la signora aveva in pronto un aguto, col quale pungerle nelle braccia o nel seno ad ogni lieve mancamento, o quando l'arte loro non fosse da tanto d'emendarle i difetti della natura o di rinverdirne la bellezza.
Quella monotonia di patimenti era interrotta una volta all'anno, quando, nell'orgia de' Saturnali, gli schiavi ricuperavano una momentanea libertà, quasi per sentire più grave la severa disciplina abituale.
Eppure questi infelici, dalle istituzioni, dai pregiudizj e dalla consuetudine posti fuor della legge civile e dell'umana, erano la parte attiva delle nazioni antiche, indispensabili alla sussistenza di tutti. Scrittori e statisti s'accordano a riguardare come qualcosa d'ignobile e disonorante il lavoro e l'industria: Cicerone trova indegna d'uom libero qualunque professione laboriosa, a mala pena eccettuando la medicina e l'architettura; il commercio tollera sol quando rechi ingenti guadagni: fin l'agricoltura non ischermiva dal disonore gli operaj dipendenti. La classe attiva era dunque tutta di schiavi: Varrone classifica gli stromenti dell'agricoltura in vocali, cioè gli schiavi, semivocali, cioè le bestie, e muti, cioè le cose inanimate; Aristotele vi dice che «il bue tien vece di schiavo al povero»[10]; Catone, che per coltivare ducenquaranta jugeri d'oliveto si richiedono tredici schiavi, tre bovi, quattro asini»[11]. Gli schiavi cavano le miniere, lavorano negli opifizj, son noleggiati perle costruzioni; ne hanno i tempj, ne hanno le città e le corporazioni; essi adempiono gli ordini dei magistrati, curano gli acquedotti, le vie, gli edifizj, remano sulle flotte, prestano servizj negli eserciti; tanto più necessarj quanto men conosciuti sono i soccorsi della meccanica; ed usati ed abusati colla negligenza che si ha per cose nè rare nè di prezzo.
Che più? il servo e il liberto erano gli amici, i confidenti, il tutto. Gli amici non s'incontravano che al fôro o nella gozzoviglia; venerate non amate erano le mogli: lo schiavo, al contrario, era un animale istrutto, fedele, intelligente meglio ancora del cane; seguiva il padrone in ogni dove, gli prestava mille servizj da cui un libero rifugge, il ricreava colle buffonerie, gli componeva le orazioni con cui farsi applaudire in piazza o al senato, gli radunava i testi con cui vincere le cause, i passi di cui compaginare un libro; e così aspirava all'affrancazione. Fatto liberto, ottenuto il berretto, poi la toga, poi l'anello, riusciva ancora più utile al suo padrone, che gli aveva comunicato il proprio nome, che lo considerava come interamente devoto al suo vantaggio o ai capricci suoi negli uffizj domestici, ne' pericoli, nei piaceri, nelle faccende proprie e dei clienti.
La legge dovette porre limiti all'affrancazione: richiedeva che lo schiavo avesse almeno trent'anni, e venti il padrone: chi possedesse dieci schiavi poteva emanciparne solo la metà; un terzo chi n'avea da dieci a ventisette; da ventisette a cento, un quarto; al di là di quel numero soltanto un quinto, e in niun caso più di cento[12]. Nè l'emancipazione veniva da sentimento di eguaglianza morale o di umana fraternità, ma da capriccio, da orgoglio, da corruzione: le schiave compravanla coll'arti che oggi rendono infami le libere; i liberti diventavano ministri di sedizione, di brogli, di misfatti ai ricchi, codazzo ai loro passeggi, ornamento ai loro funerali.
Tanti erano questi infelici, che nelle case più grandi stipendiavasi un nomenclatore per tenerne a mente i nomi. Crasso possedeva cinquecento muratori che noleggiava a opera; un avvocato andando ad arringare, traevasene dietro un nembo; nel campo di Cepione, su ottantamila soldati contavansi quarantamila schiavi; in coda alle legioni di Cesare nelle Gallie ne venivano tanti, da metterle un giorno a pericolo; Cajo ne possedeva cinquemila; e se anche esitiamo a credere che moltissimi[13] Romani ne possedessero le dieci e fin le venti migliaja, sappiamo che quattrocento schiavi cedette con una villa al figliuol suo una vedova africana privata, la quale riserbavasi per sè la maggior parte del patrimonio[14]; e ci rimane il testamento ove Claudio Isidoro querelasi che, pel molto perduto nelle guerre civili, non lasciava che quattromila cencinquantasei schiavi, cinquemila seicento paja di bovi, venticinquemila teste di bestiame minuto, e seicento milioni di sesterzj[15]. Erasi una volta proposto di dare agli schiavi un abito particolare; ma i prudenti avvertirono che troppo pericolo sovrastava se essi avessero con ciò potuto vedere quanto pochi erano i liberi[16].
È egli vero che senza industria non può sussistere una società? è egli vero che l'industria deve esercitarsi solo da schiavi? La servitù è dunque un diritto naturale, un assioma politico; non sapevasi figurare un consorzio civile senza questa infelicità; gli schiavi stessi, qualora insorsero, non negavano la giustizia della loro condizione, ma solo protestavano contro gli eccessi dei padroni. Però di tempo in tempo era dovuta una soddisfazione all'umanità, una protesta contro la nequizia, un principio di giustificazione alla Provvidenza.
La Sicilia massimamente reputava sua prosperità l'avere molti servi, i quali erano marchiati con un ferro da cavallo rovente, e oppressi d'ogni peggior trattamento, fuorchè nelle annuali feste Argirie istituite da Ercole. I possessori ricchissimi e superbi, che ne compravano ergastoli interi, per risparmio di spesa gli avvezzavano a rubare, assaltare alla strada, invadere villaggi. Armati con mazze, lance e noderosi randelli, avvolti in pelli di lupo, e accompagnati da grossi mastini, viveano a cielo aperto di ladronaja e di minaccie. I pretori non osavano mettervi freno vigoroso, per rispetto ai loro padroni, che essendo cavalieri romani, e perciò arbitri de' giudizj, avrebbero potuto, chiamandoli a sindacato, fare scontar caro l'adempimento del loro dovere.
Tra quei padroni si segnalava per ricchezza ed arroganza Damofilo di Enna, che possedeva ampie campagne, molto bestiame, moltissimi servi, e «per lusso e crudeltà emulava gl'Italici viventi in Sicilia». Scorreva egli il paese accompagnato da una caterva di servi, di ragazzi, d'adulatori; ed ai primi non risparmiava contumelia veruna, benchè persone nate civilmente, e fatte prigioni in guerra; li marchiava in viso a punte di stilo, alcuni teneva incatenati negli ergastoli, altri mandava a pascolare gli armenti, con pane quanto solo bastasse a prolungarne le miserie, e non passava giorno che non ne facesse sferzare alcuno per punizione od esempio; e fin Megalide sua moglie dilettavasi ai supplizj di costoro e delle ancelle.
Per quanto curvi ed avviliti dai patimenti, si risentirono quei miseri dell'eccesso di essi, e fatta un'intelligenza, si levarono coll'impeto di chi spezza una durissima catena.
Roma, già quando meditò il primo sbarco in Africa (anno 257), avea fatto leva di quattromila Sanniti, obbligandoli al remo; i quali repugnando, s'accordarono con tremila schiavi per far movimento, e minacciarono la quiete de' loro tiranni: ma Errio Potitio, ch'e' s'erano preso per guida, li tradì. Alla fama della nuova sollevazione in Sicilia, risposero tutti gli schiavi, cui la servitù (135) lasciava parte dell'anima: in Asia un Aristonico, spacciandosi figlio d'Eumene II re di Pergamo, chiama gli schiavi a libertà, e accozza un grosso esercito; nell'Attica insorgono ventimila cavatori di miniere; altri a Delo, altri nella Campania; in Roma cencinquantamila servi congiurano. Nè proclamavano già la liberazione e l'eguaglianza degli uomini, voce che dovea tardare un secolo e mezzo a sonare da una capanna e da un patibolo; solo volevano scuotersi di dosso l'intollerabile giogo.
Tra gli schiavi di Sicilia viveva un Euno, nativo di Apamea in Siria; pratico d'incanti e divinazioni, dava ad intendere gli si rivelasse l'avvenire prima in sogno, poi anche desto; or maneggiava ferri roventi, or esalava fiamme per la bocca, ammirato dall'ignoranza. Vantava gli fosse comparsa la Gran Dea Sira, predicendo ch'egli diverrebbe re; e lo ripeteva ai compagni ed al padrone Antigene, il quale spassandosi di tal fantasia, soprannominollo il re, e per tale mostravalo a' suoi amici, domandandogli come avrebbe trattato questo e quello, giunto ch'ei fosse al trono; Euno rispondeva cose or bizzarre or sensate, e la brigata rideva, e gli gettava alcun che de' rilievi del pingue banchetto.
Maturata la sommossa, gli ammutinati si ricordano dell'indovino e del re; corrono ad Euno per consultarlo, ed egli prestigiando risponde che gli Dei consentono, anzi incorano alla ribellione. Facilmente si crede quel che piace: quattrocento schiavi restringonsi, ed esserne capo chi poteva meglio di Euno? Dal quale guidati, irrompono in Enna, mandando a macello e stupro, non perdonando a fanciulle o a matrone: altri schiavi fanno turba, scannano i proprj padroni, ajutano a trucidare gli altrui: Damofilo e sua moglie, da una villa vicina strascinati in città, sono esposti sul teatro, quivi regolarmente giudicati, poi ad obbrobrio ucciso l'uomo, Megalide abbandonata alle squisite vendette delle ancelle. Solo fu risparmiata una loro fanciulletta che, quando vedeva maltrattati i servi, li compativa, li soccorreva in prigione, li curava infermi, li pasceva affamati.
Euno, gridato re da senno come prima era per chiasso, assume diadema e porpora, dichiara regina sua moglie, chiama sè Antioco e Sirj i sollevati; sceglie a consiglieri i più destri e accorti; e propone di uccidere tutti gli Ennesi, eccetto quelli che sappiano o vogliano fabbricare armi. Fra tre giorni ebbe a' suoi comandi mille settecento uomini, armati alla meglio, e si diede ad infestare il paese colla brutalità d'un branco, in cui d'uomo non erasi alimentato che l'istinto della vendetta. Cresciuto sin ad avere diecimila combattenti, osò affrontare in campo Lucio Ipseo, indi altri generali romani, e più d'una volta ne partì vincitore; poi con accortezza trasse a sè Cleone cilice che in altra parte ammutinava gli schiavi, e un mese dopo l'insurrezione trovossi fin ducentomila guerrieri, ed assalì Messina, da cui però lo respinse il console Calpurnio Pisone[17].
Siffatte turbe ragunaticcie, se hanno impeto per avventarsi alla vittoria, agevolmente sono raggirate dalla politica scaltrezza, o superate dalla calcolata disciplina. Le sommosse che accennammo in altri luoghi, restarono soffocate col pronto accorrere e cogli atroci supplizj. In Sicilia Rupilio Nepote assediò Taormina (133), riducendola a tali strettezze, che l'uno mangiava l'altro; e quando il siro Serapione ebbe tradita la rôcca, i rifuggiti in essa furono, dopo orribili tormenti, dall'alto di quella precipitati. Enna pure per tradimento fu presa, (132) dopo ucciso Cleone in una tremenda sortita, e ventimila Sirj trucidati. Euno, cui mancava il valore indispensabile a un capo d'insorgenti, fuggì con seicento uomini, i quali vedendosi irreparabilmente inseguiti, si uccisero l'un l'altro; ed egli, preso in una grotta ove erasi ricoverato col cuoco, il panattiere, il bagnajuolo ed il buffone, fu gettato nelle prigioni di Morgantina, ove morì consunto dai pidocchi. Rupilio ridusse in quiete la Sicilia, nel modo che ognuno può pensare.
Tumulti minori rinnovavansi tratto tratto per Italia, più pericolosi perchè i Cimri aveano passato le Alpi, e risvegliavano la spaventosa memoria di Brenno. A Nocera trenta servi insorsero, e furono puniti; ducento a Capua, e perirono. Tito Minucio Vezio, cavaliere romano di ricchissimo padre, s'innamorò d'una schiava altrui, e non potendo vivere senza di lei, l'ebbe a sue voglie pel convenuto prezzo di sette talenti attici. Venuto il giorno del pagamento, non trovandosi denari, chiese trenta giorni di proroga; scaduti i quali, nè essendo ancora in grado di soddisfare, e andando ognor più pazzo della schiava, pensò ricorrere alla violenza. Comprate a respiro cinquecento armadure, e portatele in campagna, eccitò quattrocento schiavi ad ammutinarsi, ed a capo loro prese la corona, maltrattò i suoi creditori, invase le ville, arrotando chiunque volesse, uccidendo chi rifiutasse, dando asilo ai servi fuggiaschi. Il senato fu pronto ai provvedimeti, e Lucio Lucullo dopo molta resistenza vinse Minucio, il quale si uccise: i suoi seguaci furono morti, eccetto Apollonio che gli avea traditi.
Allorquando Cajo Mario s'apparecchiava a campeggiare (104) i Cimri, avuta dal senato autorità di chiamare ajuti d'oltremare, ne chiese a Nicomede II re di Bitinia: ma questo rispose non esserne in grado, perchè la più parte de' suoi sudditi erano stati rapiti dagli esattori e venduti schiavi. Allora il senato proibì che verun libero, di nazione alleata al popolo romano, venisse ridotto schiavo in provincia; quelli già ridotti, fossero dai proconsoli e dai pretori vindicati in libertà.
In forza di tale editto, Licinio Nerva pretore della Sicilia ne affranca ottocento in pochi giorni. Allora sorge in tutti gli altri la speranza e la smania della libertà: del che spaventata la gente onesta, a denaro induce Nerva a desistere; e quel buon pretore rinviava con superbi rimbrotti quanti si presentavano con titoli per divenire franchi. Questi irritati dall'insulto, cospirano: trenta schiavi di due ricchi fratelli, presso a capo Oario, trucidano i padroni, poi levano a rumore le ville vicine; più di centoventi compagni trovano prima dell'alba; occupano un luogo forte, e lo muniscono con ottanta uomini armati di tutto punto. Nerva accorre, e non riuscendo la forza, s'ajuta col tradimento. Promette impunità a Cajo Titinio condannato a morte, il quale con un drappello fidato s'accosta alla rôcca dei rivoltosi, fingendo volere far causa con loro contro i comuni oppressori; ma eletto capo, apre le porte: i più periscono combattendo, gli altri sono dirupati dall'altura.
Poco stante si ode che ottanta altri levarono tumulto, e ucciso Publio Clonio cavaliere, ingrossano ogni giorno attorno al monte Capriano; e imbaldanziti che il pretore non osasse attaccarli, scorrono di vicinanza in vicinanza, e cresciuti ad ottocento ben in arnese, sconfiggono il perfido Titinio. Sono ormai seimila, e creano re un Salvio (Trifone), valente aruspice, sonatore di tibia e guidatore di pompe. Lasciando le città come luoghi di mollezza e memori del servaggio, egli divide i redenti in tre squadre, con capitani che battano la campagna, e il saccheggio portino a un luogo stabilito: e trovatosi duemila cavalli e ventimila pedoni feroci nel fresco acquisto della libertà, assalta Morgantina, volge in rotta i Romani dopo avutone seicento uccisi e quattromila prigionieri, giacchè avea promesso la vita a chiunque cedesse le armi.
Dalla vittoria duplicatogli l'esercito, batte francamente la campagna, e annunzia la libertà a quanti vivono schiavi in Morgantina. Quivi l'eguale promessa avevano fatta i padroni; onde gli schiavi in città combattendo ostinati, respinsero Salvio: ma perchè, cessato appena il pericolo, fu dal pretore abolita la promessa dei padroni, gli schiavi delusi uscirono in frotta per unirsi ai sollevati.
Altri ancora levarono il capo a Segesta, al Lilibeo, (103) altrove. Atenione cilice, forte della persona e astrologo, in cinque giorni ne adunò mille: ma prudentemente non accoglieva tutti i fuggiaschi, sibbene i soli valorosi; gli altri persuadeva a rimanere agli uffizj, e procurargli vettovaglie e informazioni. Voleva ancora fosser rispettati il territorio e gli animali d'un regno che a lui era promesso dagli astri. Con meglio di diecimila uomini assediò il Lilibeo, ma vedendolo inespugnabile, disse che le stelle il consigliavano a levarsi tosto d'attorno a quella fortezza; ed ecco in quel punto entrar nel porto vascelli, portando coorti maure in ajuto degli assediati, che, sortiti di notte, assalgono i rivoltosi e ne fanno macello; fatto che crebbe ad Atenione la fama di profeta.
Non occorre descrivere la condizione del paese. Chiusi i tribunali, ognuno faceva il suo talento: anche i liberi ridotti a povertà rompevano ad ogni eccesso: nessuno s'affidava ad uscir dalle mura. Salvio a Leontini radunò trentamila uomini, celebrò la festa degli eroi Palìci, principalmente venerati in Sicilia; pose residenza nel forte di Triocala, attorno a cui fabbricò una città con fossa e fôro e palazzo, vi elesse un consiglio, e assunse i littori e le insegne della maestà. Di là questo re degli schiavi, emulo degli eroi, mandò ad Atenione volesse unirsi con esso: e quegli posponendo la dignità all'utile comune, venne con tremila de' suoi, mentre gli altri scorrazzavano i campi dilatando la sollevazione.
Roma sentì necessario di finirla con un colpo decisivo, e spedì Lucio Licinio Lentulo con quattordicimila Romani, ottocento Bitinj, Tessali, Acarnani, seicento Lucani, altrettante reclute. Atenione, invece di attenersi alla guerra per bande, in cui deve consistere la tattica de' sollevati, in campo aperto con quarantamila schiavi scese a battaglia presso Scirtea. (102) La disciplina prevalse: ventimila restarono uccisi, gli altri dispersi: Atenione, ferito, stette fra i cadaveri sinchè la notte fuggì, e Triocala fu cinta d'assedio. Gli scoraggiati parlavano di rimettersi alla misericordia de' padroni; ma i più risoluti li persuadono, — È meglio vender cara la vita, che consumarla fra lenti spasimi insultati»: e colla forza della disperazione precipitatisi sui Romani, li sbaragliano e respingono da Triocala.
Gneo Servilio, surrogato nel comando, a nulla profittò; mentre Atenione, succeduto al morto Salvio, prosperava la fortuna degli schiavi. Ma a loro danno (100) movevano i consoli stessi Cajo Mario e Manio Aquilio, che rincacciano i rivoltosi, li vincono più volte, e uccidono lo stesso Atenione; diecimila avanzati rifuggono a luoghi forti, ma ne sono snidati. Un milione di schiavi diconsi periti in quella guerra. Più non ne restavano che mille, attestati con Satiro; e quando si arresero, dalla romana magnanimità furono condannati a combattere colle fiere. Vollero almeno morire nobilmente; e come si videro messi nell'arena colle armi usate a tale battaglia, dispostisi presso gli altari, intrepidamente si uccisero l'un l'altro: Satiro per ultimo si confisse la spada nel petto, con grandissimo divertimento del senato e del popolo romano.
CAPITOLO XX.
Guerra Giugurtina. Mario e i Cimri. Guerra Sociale.
Lo spettro dei Gracchi era spesso evocato a turbar la quiete de' nobili, i quali aveano creduto assicurarsi il dominio coll'ammazzarli. Opimio fu chiamato a render ragione de' cittadini uccisi, ma n'andò assolto per diligenza di Papirio Carbone. Il giovane Claudio Grasso accusò Carbone perchè, da amicissimo de' Gracchi, si fosse vôlto a patrocinarne l'assassino; e talmente lo incalzò, che quegli prevenne la condanna coll'avvelenarsi.
Miglior vindice del sangue de' Gracchi contro i patrizj sorgeva la gente nuova, e tra questa formidabile Cajo Mario. Nacque di basso luogo in Arpino, (135?) e tardi venuto in conoscenza della corruzione e della pulitezza di Roma, conservò sempre dell'irto e del silvestre. Saper di greco mai non volle, dicendo ridicolo imparar la lingua d'un popolo schiavo; niente d'arti, niente di letteratura. Militando a Numanzia, mostrò severa disciplina quando negli altri si rallentava, e tal valore, che Scipione, interrogato un giorno chi potrebbe succedergli nel comando, battè sulle spalle di Mario, dicendo, — Forse costui». Se ne infervorò l'ambizione dell'Arpinate, il quale costretto a spianarsi la via da sè, come chi nasce senza avite clientele, pazientò e soffrì lunghe ripulse, finchè, col patronato de' Metelli, (218) conseguì la questura, poi il tribunato. Allora propose una nuova maniera di dare i voti, per cui il broglio restasse impedito: ed il console Cotta avendolo citato a giustificarsene in senato, Mario vi entrò minacciandolo se non desistesse dall'opposizione; e perchè Metello presidente lo appoggiava, il fece arrestare, sebben suo protettore.
Tale ardimento lo diede a conoscere ai padri e alla plebe per uomo inaccessibile a paure ed a riguardi; e viepiù allorchè non dubitò avversarsi il vulgo coll'opporsi ad una gratuita distribuzione di grano. Malgrado i contrasti fatto pretore, (216) sbrattò la Spagna dalle masnade; poi reduce a Roma, e sposata una dell'insigne famiglia Giulia, prese parte agli affari pubblici, invece di ricchezze, d'eloquenza, di politici scaltrimenti adoprandovi carattere di ferro, instancabile pertinacia al lavoro, ed un vivere popolesco.
Senatori e cavalieri spartivansi allora la padronanza; ai senatori le magistrature e l'autorità politica; ai cavalieri il denaro, le terre, i giudizj; e gli uni connivendo alle trascendenze degli altri, cospiravano a tenere mortificati i plebei. Mario, villano ricalzato, ed inavvezzo agli strepiti del fôro, male orzeggiava tra i due venti, e mostravasi inetto alle intelligenze e pusillanime nei maneggi civili quanto intrepido in una giornata campale. Conobbe dunque che le guerre erangli necessarie per poter primeggiare; e non gliene mancarono in Roma.
Dominava questa allora, oltre l'Italia propria, le nove provincie che enumerammo (vol. I, pag. 438). Sul rivaggio meridionale della Gallia era primamente approdata la civiltà greca ai tempi favolosi di Ercole, che dicono fondasse Monaco (Portus Herculis Monœci), cioè solitario in mezzo a quella barbarie. Da poi una colonia di Massalia era venuta a fabbricarvi Marsiglia, la quale estendendo il dominio, fondò Karsiki, Kitharista, Olbia colla cittadella di Heyron; più lungi stabilirono Antipoli (Antibo), cioè città avanzata; e ben presto Nicea (Nizza), cioè la vittoria, a ricordo d'un insigne combattimento co' natii. Però di questi mai non acquistarono l'amore, e i Marsigliesi in nuovo bisogno contro de' Liguri chiesero ajuto ai Romani, le cui legioni furono per la prima volta condotte di là dell'Alpi da Fulvio Flacco, l'amico de' Gracchi. Sestio Calvino suo successore, riuscito con migliore prosperità, vi fondò la città di Aix (Aquæ Sextiæ); Licinio Crasso piantò una colonia a Narbona, al cui porto stanziava la flotta, e dirigevasi il commercio d'Italia, d'Africa e di Spagna, a scapito di Marsiglia. Quinto Fabio, vinti gli Allobrogi e gli Arverni, ridusse la Gallia meridionale in provincia consolare (Provenza), dove cioè un console doveva arrivare ogni anno coll'esercito. I Baleari, pirati e fautori dei Cartaginesi, sempre indocili al giogo, furono sterminati tutti, di trentamila che erano, e nelle due grand'isole si fabbricarono le città di Palma e Polenzia: Quinto Metello vi tradusse coloni, e trionfò. Anche Cecilio Metello, ambendo gli onori del trionfo, invase la Dalmazia senza ragione, e senza ostacolo la soggiogò, e n'ebbe trionfo.
Per gran tempo questa famiglia de' Metelli tenne il primato in Roma: dodici di essa in dodici anni si trovano consoli o censori o trionfanti, e Quinto il Macedonico è menzionato dagli storici per istraordinaria felicità[18]. Nato illustre in illustre patria, robusto a prova delle maggiori fatiche, ricco l'animo di belle qualità, ebbe donna savia e feconda; ben collocò le figliuole e ne abbracciò i fanciulli; vide consoli tre de' quattro figli, e i due che ora abbiamo detto furono soprannominati il Balearico e il Dalmatico pei loro trionfi; meritò egli stesso il titolo di Macedonico, e favori, onori, dignità, comandi, quanti potè desiderare. L'insulto che dicemmo usatogli dal tribuno Atinio e la nimicizia con l'Africano Minore sono i soli dispiaceri che lo colpissero: ma il primo gli tornò in gloria; e quando Scipione fu morto, egli disse a' figli suoi: — Andate e onoratene i funerali, chè non ne vedrete di un cittadino più grande». Principe del senato, morì calmo in tarda vecchiezza, portato al rogo dagli insigni suoi figliuoli.
Domata Cartagine, i Romani ridussero a provincia la Zeugitana, e le poche città marittime del sud-est che all'emula erano rimaste fedeli. Restavano indipendenti la Mauritania, estesa dal Mediterraneo alla Getulia e dall'Atlantico al fiume Molokath (Malva), regnata da Bocco; e la Numidia, che ridotta tutta sotto il re Massinissa, teneva da esso fiume alle frontiere di Cirene. Micipsa, figlio di questo, vissuto sempre ligio ai Romani, morendo lasciò due figliuoli, Jemsale e Aderbale; e perchè della fresca età loro l'intraprendente nipote Giugurta non si prevalesse per ispogliarli, questo pure chiamò a parte dell'eredità, rammentando i tanti benefizj prestatigli, e raccomandandogli i giovani cugini. Parentela, riconoscenza, che contano mai per un ambizioso? Giugurta, intrepido in campo, scaltro in consiglio, fiero per natura, primo a ferire il leone in caccia o il nemico in battaglia, erasi acquistato l'amor del popolo, cui facilmente affascina l'aspetto della forza; mentre, praticando coi Romani, si persuase non esservi cosa che da loro non si potesse ottenere a denaro. Compratosi dunque a Roma parecchi amici, risoluto omai di regnar solo, uccide Jemsale, e circonviene con insidie e con aperta guerra Aderbale, il quale, spogliato del regno, cerca rifugio a Roma.
Infido asilo per chi non vi recava che la ragione! Ben egli al senato enumerò i benemeriti di Massinissa e la scelleraggine di Giugurta, e come federato ne invocò la protezione; ma Giugurta avea mandato non tanto a scolparsi, quanto a spendere e spandere oro. Fece effetto, e quantunque pochi onesti sorreggessero Aderbale, i più ricusarongli il chiesto patrimonio, e fu spedito chi fra' due superstiti dividesse il regno, e raccomandasse a Giugurta di rispettare il cugino. Giugurta, quantunque nella spartizione sapesse a denaro farsi attribuire la parte migliore, mal soffriva compagni nel regno, ed assalse Cirta (Costantina) capitale di Aderbale. (113) In questo emporio dell'Africa aveano stanza e banco molti mercadanti italiani; onde il senato romano, udito il costoro pericolo, decretò d'inviar tosto un esercito. Frattanto una nuova deputazione, alla cui testa Scauro presidente del senato, uomo di severità catoniana, cita a Utica Giugurta, il quale presentatosi, e uditi i rimproveri e le minaccie, v'oppone frivole scuse, e incolpa Aderbale d'aver attentato a' suoi giorni. Potenza dell'oro! l'integerrimo Scauro gli mena buone le ragioni, e tornasi a Roma. Giugurta incalza l'assedio; e Aderbale, persuaso dagli Italiani a conservarsi in vita, chè certo Roma lo rimetterebbe in istato, rende la città, salve le persone; Giugurta promette, (112) poi tosto scanna Aderbale e tutti i mercadanti italiani.
Ne fremette ogni buono; pure i comprati da Giugurta sarebbero riusciti a coprire d'un sasso il grave misfatto, se Cajo Memmio tribuno non avesse svelata la turpe venalità de' patrizj: — Sono quindici anni che tu, o popolo, sei zimbello di pochi; lasci scannare i tutori de' tuoi diritti, invilire il tuo animo; prendi paura di quelli che dovrebbero tremare davanti a te. Non ti eccito a respingere l'ingiustizia colle armi: non n'è mestieri ove bastano i loro vizj per ruinare costoro. Uccisi i Gracchi col pretesto che aspirassero a farsi re, molti popolani andarono proscritti, incarcerati, quanto piacque non alla legge, ma al capriccio di qualche nobile. Dianzi tu t'indignavi in secreto di vedere il tesoro dilapidato, le imposte de' re e dei popoli carpite da alcuni nobili, in possesso delle maggiori dignità e di sfondolate ricchezze, e che dopo tradito ai nemici le leggi, la maestà dell'impero, tutti i diritti divini ed umani, non che mostrar vergogna, ostentano i loro sacerdozj, i consolati, i trionfi, quasi onoranza recassero quando usurpati. Schiavi comprati ricusano sopportare le ingiustizie de' padroni: e voi, Romani, nati a comandare, soffrite la servitù? Or chi sono costoro che invasero la repubblica? gente di mostruosa cupidigia, colmi di sangue e di misfatti, che della buona fede, dell'onore, della pietà, della virtù, del vizio fanno traffico; più sono rei, e più tengonsi sicuri; il terrore che seconda il fallire, invase le vostr'anime fiacche, mentre costoro dai desiderj, dagli odj, da' timori stessi sono congiunti non in amicizia, ma in cospirazione. Se fu gloria ai vostri padri acquistare il diritto, è dovere a voi il conservarlo. Procedete contro costoro che vergognosamente tradirono la repubblica al nemico: procedete regolarmente e per testimonj, non soffrendo una pace che lascia a Giugurta l'impunità, a pochi ricchezze immense, alla repubblica obbrobrio e scorno. E mi rassegnerei a vedere impuniti cotesti ribaldi se l'indulgenza non divenisse vostra ruina: perocchè non toglie loro il poter nuocere in avvenire, e voi dovrete o combattere per la vostra libertà, o cadere schiavi. Essi vogliono dominare, voi esser liberi: qual componimento è possibile? Nè essi soltanto dilapidarono il denaro pubblico, smunsero gli alleati, colpe ormai troppo comuni; ma al vostro peggior nemico tradirono l'autorità del senato, la maestà dell'impero; la repubblica fu venduta a Roma e nel campo».
La plebe commossa trasse a sè quella causa, e il senato impaurito decretò la guerra, e l'affidò al console Calpurnio Bestia. (111) Ma costui la considerava come un traffico, e menava seco Emilio Scauro, disposto a vendersi anch'esso: onde, fatte alcune dimostrazioni vigorose, accettarono a colloquio Giugurta, gli concedettero pace con larghe condizioni, e il senato la ratificò per rispetto a Scauro o per complicità.
Restava però la tremenda voce popolare, e il tribuno Memmio cita Giugurta a Roma perchè si giustifichi. Questi, omai scaltrito con quali armi combattere, si presenta: Memmio gli intima in giudizio di nominar quelli che comprò a denari; ma l'altro tribuno Bebio gli vieta di parlare. Che più? essendo la parte d'Aderbale vigorosamente sostenuta da Massiva suo cugino, il re numida fa assassinare costui nel bel mezzo di Roma; poi andandosene, si volge a guatarla, ed esclama: — Oh città da vendere, purchè trovi un compratore!»
Riprese le ostilità, procedono lente sotto al console Albino e a suo fratello Aulo: (110) il primo con Calpurnio Bestia, Opimio Nepote ed altri è esigliato come reo di corruzione; l'altro non campa da Giugurta se non passando coll'esercito sotto la forca. A riparare tanta onta fu spedito Cecilio Metello, (109) che inaccessibile all'oro e alla pietà, mena guerra a sterminio, usa l'armi stesse di Giugurta, corrompendone i famigliari; sicchè costui ridotto ai confini del gran deserto, chiede patti. Come gli è imposto, dà ventimila libbre d'argento, cavalli, armi, tutti gli elefanti e i disertori, de' quali tremila sono o scannati od arsi vivi o mutilati; ma quando ode intimarsi di venire egli stesso al proconsole, esclama, — Uno scettro è men grave che le catene», e ripiglia la guerra, disciplina i Getùli, e solleva contro de' Romani suo suocero Bocco re di Mauritania.
A gran pro di Metello venne l'avere per luogotenente Cajo Mario, che provvido e prudente più di qualunque altro, superava pur tutti in frugalità e pazienza, e si cattivava i soldati col mangiare del loro pane, partecipare alle fatiche loro e ai pericoli, sicchè tornando in Italia essi ripeteano non si finirebbe quella guerra se non capitanando Mario. A ciò egli aspirava, secondo avealo lusingato la predizione del vincitor di Cartagine, e ordiva di soppiantare Metello: a malgrado del quale ottenuto il consolato, (107) lo accusò a Roma di trascinar una guerra, che a lui bastava il cuore di finire d'un colpo. Le lungagne di quella spiacevano ai cavalieri che vedevansi interrotti i traffici, sicchè appoggiarono Mario: lo appoggiò il vulgo, che egli primo arrolò alla milizia umile per essere venuti meno i proprietarj, e che egli lusingava col lanciare insolenti arguzie contro l'antica nobiltà, disonorata dalle sue azioni in faccia agli uomini nuovi che sorgevano per merito proprio.
Messo a capo dell'esercito di Numidia, prende Capsa e trucida gli abitanti, benchè avessero pattuito la vita; e atterrando continua le vittorie. Dalle quali sgomentato, Bocco chiede l'amicizia dei Romani, (106) e la compra col tradire l'ospite genero, consegnandolo a Silla, che lo spedì a Roma. Correvano ansiosi i cittadini a vedere colui, vivo il quale, non avevano sperato più pace; talmente sapea variar di guise, e congiungere all'astuzia il coraggio. Mario lo trascinò dietro al suo carro; e il fremere ch'e' faceva al vedersi incatenato e trastullo alla turba ingenerosa, fece dire ai Romani ch'egli fosse impazzito. Tratto in prigione, per levargli gli orecchini d'oro strapparongli l'orecchio; poi nudo il rinchiusero in un baratro, senza ch'ei proferisse altro se non, — Com'è freddo questo vostro bagno!» Colà fra sei giorni morì di fame. La Numidia fu spartita tra l'infame Bocco e due nipoti di Massinissa, Jemsale e Jarba, riservandosi Roma la parte che lambiva la provincia, e così indebolendo col suddividere. All'altro corno della Sirte eransi piantati i Greci, costituendo la Cirenaica; e Apione re di questa lasciolla in testamento ai Romani, i quali la proferirono libera, ed oltre i vantaggi d'un ricco commercio, di là sorvegliavano l'Egitto, come dalla provincia la Numidia.
Mario da questa aveva asportato tremila settecento libbre d'oro in verghe, cinquemila settecensettantacinque d'argento e ventottomila settecento dramme in denaro. Tale trionfo il rendeva invidiato ai nobili, cui diventava sempre più insoffribile quest'uomo nuovo e grossolano, che poneva lo splendore delle azioni di sopra al merito d'un sangue semidivino e di tradizionali ricchezze: viceversa ne pigliavano baldanza i fautori della plebe, talchè allora, per rogazione dei tribuni, fu trasferita in essa l'elezione dei pontefici; stabilito che un senatore degradato dal popolo non potrebbe ripristinarsi dal senato; che qualunque socio latino accusasse un senatore e provasse la colpa, acquisterebbe la piena cittadinanza romana: si rimise in discorso anche la legge agraria, ma una nuova invasione di popoli settentrionali sviò dalle lotte interne, e ringrandì il vincitore di Giugurta.
Delle orde cimriche rimaste di là del Reno, come altra volta abbiamo discorso (vol. I, pag. 191), la più forte stanziava in riva all'oceano settentrionale nella penisola Cimrica, che oggi chiamiamo Giutland, poco disgiunta dai Teutoni del Baltico. Spostati da una tremenda irruzione del mare, trecentomila guerrieri scesero fin al Danubio traendosi dietro fanciulli e donne, e varcatolo, piombarono sul Norico, e posero assedio a Noreja, (112) chiave dell'Italia verso le alpi Tridentine. Debellato il console Papirio Carbone, l'orda devastò quant'è dal Danubio all'Adriatico, dalle Alpi alle montagne di Tracia e di Macedonia; e onusta di spoglie, si rintanò, dopo tre anni, fra i valloni delle alpi Elvetiche.
Ambroni, Tugeni, Tigurini, tribù galliche ivi stanziate, al vederne il ricco bottino ne inuzzolirono, e insieme con essi precipitarono verso il Rodano sulla nuova provincia romana (Provenza), e riportarono insigne vittoria presso al Lemano, ove il console Cassio Longino rimase ucciso, (106) e le legioni non camparono che a patti vergognosi. Servilio Cepione, venuto alla riscossa mentre quelli indulgevano alle blandizie d'un clima beato e d'improvvisa opulenza, ripigliò Tolosa, abbandonando al sacco le miracolose ricchezze che i Volci e i Tectosagi vi aveano deposte dagli antichi saccheggi; mille libbre d'oro e quindicimila d'argento dirizzò verso Roma, ma sulla via dispose finti ladroni che li predassero per conto di lui. Tal era la lealtà.
Sopragiungendo però nuove orde di Galli, sì Cepione, sì Manlio venutogli in soccorso, (105) furono messi in tal rotta, che a gran pena con dieci cavalieri salvarono la vita: sesto esercito romano distrutto da que' Barbari. I vincitori, secondo un voto, per omaggio al dio Belen gettarono nel Rodano l'argento, l'oro, i cavalli, uccisero i prigionieri, misero a desolazione quanto siede fra l'Alpi e i Pirenei. Tornano allora in mente ai Romani i disastri di Allia ed il Campidoglio assediato dai Galli Cimri; consultasi con paurosa superstizione un tal Batabate, spacciatore di vaticinj; si vota un tempio alla Bona Dea; ogni cittadino è chiamato alle armi; e chi sarà il Camillo che salvi Roma col ferro non coll'oro? chi, se non il generale che allora appunto ritornava incoronato dei lauri numidici?
Per quanto la bellica sia lo stillato delle altre arti, molte volte un rozzo soldato si vide riuscire eccellente stratego. Mario, servendo o comandando, aveva notato i difetti della legione, la quale sin là erasi considerata come la più sublime ordinanza militare; e voltosi a riformarla da capo a fondo, la compose tutta di fanteria pesante, quantunque durassero ancora i nomi di astati, principi e triarj, e a tutti diede abito uniforme; le coorti organizzò in modo, che si adattassero a qualunque terreno. Alla riforma militare accompagnò la civile, perocchè nella legione egli ammise anche i proletarj: passo necessario, dacchè la classe de' coltivatori liberi, di cui sole vasi empirla, si andava sempre più esaurendo; e Mario potea dire come Pirro: — Quel che mi occorre sono uomini robusti; io saprò farne soldati».
A titolo di tali innovazioni, Mario si fece prorogare il consolato, che tenne per altri quattro anni in onta delle leggi, le quali anche questa volta ammutolirono davanti alle armi. L'esercito riordinato condusse in Provenza, e secondando la superstizione, con uno spediente grossolano come lui, si fece da sua moglie mandare una tal Marta, donna vulgare di Siria che indovinava il futuro, e che fingeva suggerire od approvare quel che Mario credesse opportuno. Ma nel tempo stesso abituò le sue reclute a severissima disciplina e alle fatiche, eseguendo difficilissimi lavori, quale fu il Fosso Mariano, per cui i navigli entravano nel Rodano schivando la melma e le ghiaje accumulate alla foce, e che formò la ricchezza de' Marsigliesi.
Una porzione di Cimri, seguendo il vago istinto del saccheggio, erasi diretta sopra la Spagna; ma trovando ostinata resistenza nei Celtiberi e nel pretore Marco Fulvio, diè volta verso l'Italia per l'Elvezia e il Norico, mentre Galli e Teutoni scendevano le alpi Marittime. Terribili a vedersi per gigantesca corporatura, fiero sguardo, armadure bizzarre, il loro re Teutoboco saltava quattro e fin sei cavalli di fronte, e alteramente sfidava Mario a duello, il quale rispondeva: — Se sei stanco di vivere, va e t'appicca».
Fremeva a quelle sfide la gioventù romana; fremeva allorchè i Teutoni, sfilandole innanzi, le dicevano: — Noi andiamo a trovare le vostre donne; avete comandi?» Mario ne reprimeva gl'impeti, ma come videla infervorata dal lungo desiderio della pugna, la condusse ad assalire i Barbari presso le Acque Sestie (102) ed a sconfiggerli interamente. Le donne dei Teutoni, che solevano accompagnarli alla battaglia ed esaltarne il coraggio, vedendoli cedere all'urto, presero le armi e impedirono ai Romani d'invadere l'accampamento, finchè una nuova sconfitta portò quasi a trecentomila il numero dei Teutoni morti o presi.
In questo mezzo i Cimri varcavano le Alpi, scivolando ignudi giù pel ghiaccio sui loro scudi, all'orlo d'orribili precipizj, quasi sbraveggiando il pericolo e l'intemperie; poi calati pel Tirolo in val d'Adige, smisurati pietroni rotolavano contro il ponte fatto dai Romani, e con sassi ed alberi ingombravano il letto, sicchè l'esercito del proconsole Catulo restò compreso da tale sgomento, che molti fuggirono senza arrestarsi fino a Roma. Fu tra questi il figlio di Emilio Scauro; al quale il padre mandò dire non gli comparisse più davanti, ond'egli s'ammazzò.
I Cimri corsero a baldoria il paese ormai indifeso, e se nel caldo della vittoria si fossero difilati sopra la metropoli, questa versava in estremo pericolo; ma avendo essi data la posta ai Teutoni in riva al Po, quivi s'assisero ad aspettarli. Le delizie del clima italiano, il pane, il vino, la carne cotta, svigorivano la brutale loro fierezza; ed ecco, invece dei Teutoni, giungeva Mario con truppe imbaldanzite dalla vittoria. Avendo i Cimri spedito a dirgli — Lascia queste terre per noi e gli alleati nostri, se no ci avventeremo su Roma», egli rispose — I vostri alleati più non bisognano di terra, giacendo a marcire lungo il Ceno». Bojorice lor re negò fede all'asserto, e venne egli stesso al campo romano per accertarsi che i capi teutoni fossero prigionieri, e per determinare d'accordo il tempo e il luogo al decisivo duello. Fu convenuta la fine di luglio e una pianura nei Campi Raudj[19], dove i Cimri non poterono spiegare tutte le forze, e dove la disciplina e l'accorgimento di profittare del sole e del vento diedero la vittoria ai Romani. Le donne cimre vestite a lutto, (101 — 30 luglio) trinceratesi nel campo, chiesero si rispettasse la loro pudicizia, e d'essere consegnate schiave alle Vergini del fuoco: e disdette dell'onesta domanda, uccisero i fanciulli, quindi si appiccarono lasciando i proprj cadaveri in custodia dei mastini, che non poterono esser rimossi finchè non furono sterminati a frecciate.
I bullettini colle solite esagerazioni accertarono la plebe ignorante d'allora e la dotta di poi, che cenventimila Cimri fossero periti in quella giornata, e trecento soli Romani. I prigionieri vennero spartiti come schiavi pubblici fra le città, o destinati ai giuochi come gladiatori: e sebbene al console Catulo appartenesse il merito principale, il popolar favore lo attribuì a Mario, cui si resero onori più che umani; fu gridato terzo Romolo, paragonato a Bacco. Egli insuperbito non beveva più se non nella coppa, di cui diceano si fosse servito quel dio dopo conquistate le Indie; e ottenuto il sesto consolato, poteva quel che volesse: e diceva: — La più parte non esercitano il consolato colle arti onde ve lo chiesero, o Quiriti: da prima attuosi, supplichevoli, moderati, dappoi passano il tempo nella pigrizia e nella superbia. Altrimenti la intendo io, e vedo sopra di me fissi tutti gli occhi. M'incaricaste di far guerra a Giugurta, del che i nobili mi voller male a morte. Vedete voi se convenga meglio affidare l'impresa a uomo di antica stirpe e d'illustri avi, ma di nessun esercizio nella milizia, che tremi e s'avacci, e assuma alcun del popolo per consigliargli quel che deva fare; giacchè le più volte avviene che, chi voi nominate capo, un altro capo si prenda. Io so d'alcuni che, fatti consoli, si diedero a legger le imprese degli avi e dei Greci[20]. Ma io, uomo nuovo, le cose ch'essi leggono, le ho vedute; quel ch'essi dai libri, io l'imparai militando. Spregiano essi la mia ignobilità, io la loro indolenza; a me si rinfaccia la fortuna, ad essi le colpe; e quando agli avi loro si potesse chiedere se volessero aver generato me o loro, non credete risponderebbero voler per figlio chi è migliore? Qualora vi parlano, non rifinano di vantare gli avi, credendo rendersi più illustri per le belle imprese, mentre al contrario son quasi un lume che dà risalto alla loro degenerazione. Di questi vanti io non ne fo, ma posso narrare i miei proprj fatti; non ho da produrre stemmi e genealogie, ma aste, vessilli, premj militari, cicatrici onorate: questi sono i miei titoli, non lasciatimi in retaggio, ma con mio pericolo acquistati. Neppure so parlar con arte, non imparai di greco, ma a ferir nemici, squadronare soldati, null'altro temere che l'infamia, sopportar freddo e caldo, fame e stenti. A questo avvezzerò i soldati, non col lasciare ad essi le fatiche, a me la mollezza, il che vale essere non comandante ma padrone dell'esercito. Mi chiamano zotico perchè non so imbandire lautamente, nè tengo buffone o cuoco a maggior prezzo che il gastaldo; e lo confesso, avendo udito da mio padre che alle donne si addice la forbitezza, all'uomo la fatica; ai buoni occorre più la gloria che la ricchezza, meglio gli adornano le armi che la suppellettile. Essi dunque facciano quel che pregiano, amoreggiare, sbevazzare; come da giovani, così da vecchi passino il tempo nei bagordi, dati al ventre e ad altro: a noi lascino il sudore, la polvere e siffatte cose, che più di quelle ci sono gioconde. Ma essi nol soffrono, e dopo che s'insozzarono di colpe, si usurpano il compenso dovuto ai buoni; e la morbidezza e l'ozio ad essi non sono d'impedimento, son di ruina alla repubblica».
Dalla fazione aristocratica, ch'egli non solo compresse ma insultò, Mario fu dipinto come un furibondo, imbramosito di sangue: ma per quanto noi ci sentiamo poco propensi ad adulare gli eroi, scorgiamo in esso una premura pel popolo minuto, pei soffrenti, per gl'Italiani in generale, che è difficile attribuir sempre a scaltrezza. Di naturale selvaggio, nè mitigato dalla educazione, pure non consigliava la guerra; anzi tratto a tratto sentiva rinascersi desiderio di quiete: se non che in Roma non si giungeva a capo del popolo se non esterminando nemici in folla, ed avvezzandosi nei campi al rigido imperio, al volere dispotico, alle crudeltà. Queste abitudini avea contratte Mario, ma non le bassezze, le infedeltà, la corruttela, troppo comuni fra' suoi contemporanei; l'oro di Giugurta non fece presa su lui; a Silla giovinetto non portò invidia, anzi il volle compagno del trionfo; e quando, fatto suo nemico, fuggendo dai manigoldi il vide ricoverare in sua casa, lo salvò: pure operava da soldato, ed ebbe a dire più d'una volta che lo strepito delle armi non lasciavagli badare alla legalità.
Qui però nuovi conflitti si preparavano, e non contro Barbari, bensì nell'Italia nostra; alla cui geografia è opportuno diamo un'occhiata, prima che vada tutta a confondersi nel nome romano.
Le Alpi non ne erano ancora il preciso confine, perocchè tra esse e fin sullo scarco meridionale estendeasi la Rezia, in quelle che or sono valli dell'Ossola, Vogogna, Leventina, Valtellina, Camonica, Trompia, oltre i Breuni e i Tridentini. Gallia Cisalpina nominavasi il territorio che ha le Alpi a settentrione ed a ponente, il Varo a libeccio, a levante l'Arsa, a mezzodì la Macra, gli Appennini, il Rubicone; suddivisa in Cispadana e Transpadana secondo il Po. La regione al nord-est chiamavasi Venezia ed Istria; Liguria, quella al sud-ovest.
I Liguri, fra l'Alpi, l'Appennino, la Macra e il mare, toccavano a levante e a settentrione i Galli, a sud-est gli Etruschi; il Varo a ponente li separava dai Liguri della Gallia, stanziati sulla proda occidentale delle alpi Marittime e sul litorale, col nome di Salj o Saluvj, Oxibj, Deceati, Suetri, Quariati, Adunicati. Ad oriente d'esse alpi Marittime si trovavano i Vedianzi; al settentrione dei due porti marsigliesi di Nizza e Monaco, gl'Intimelj e gl'Ingauni; a levante dei quali trafficava Genua, porto dei Liguri forse indipendente dalle altre tribù. A levante di essa le due rive della Macra popolavano gli Apuani, cui sembra appartenesse Lucca[21].
Negli Appennini sul piovente meridionale abitavano gli Ercati, i Lapicini, i Caruli, i Friniati presso agli Apuani; sul settentrionale, fra lo Jala (Stàffora) e le Alpi, i Vibelli, i Magelli, gli Emburiati, i Casmonati, gl'Illuati, i Celelati, i Cerdiciati; ad occidente sul Tànaro i poderosi Statielli; sul corso superiore del Po i Veneni, e alle sue fonti i Vagiani di sangue celto[22].