ARTURO GRAF
IL
DIAVOLO
QUARTA EDIZIONE.
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1890
PROPRIETÀ LETTERARIA.
Tutti i diritti riservati.
Milano. Tip. Fratelli Treves.
A EDMONDO DE AMICIS.
Caro Edmondo,
Questo libro lo dedico a te, che fosti soldato e non hai paura dei brutti musi.
_Non è, a dir proprio, una storia ordinata e compiuta del diavolo, perchè non credo si possa fare di tale storia un libro popolare; e un libro popolare appunto intesi far io, un libro cioè che si potesse leggere senza fatica, ma forse non senza qualche gusto, da chiunque non faccia profession di erudito._
_Perciò mi sono studiato di ritrarre il diavolo nelle sue svariate sembianze, e nei casi e nelle operazioni più notabili di quella lunga, affaccendata e rimescolata sua vita; e poichè gli anni migliori della vita di lui, gli anni, direi, della virilità rigogliosa e della maggiore operosità e potenza, sono i secoli di quello che noi chiamiamo il medio evo, così entro i termini del medio evo, assai larghi del resto, costringo la più gran parte del mio racconto._
_Narro e descrivo assai più che non ragioni, e credo d'aver fatto bene, e che di ciò tu m'abbia a dare piuttosto lode che biasimo. Assai volte, importando quelle innumerevoli tresche, mariolerie e meraviglie diaboliche, e le credenze e le superstizioni, e i sogni di cui si pascevano quelle anime dei padri nostri, intenebrate di paura e d'ignoranza, avrei potuto indicare i fatti fisiologici e psicologici d'onde il tutto deriva, e dissertar serrato, e farmi onore; ma coloro pe' quali io voleva scrivere, o non m'avrebbero inteso, presto si sarebbero stancati d'intendermi. Mi venne in mente ciò che fanno i marinai soprappresi dalla burrasca, quando, per salvare una parte del carico, buttano in mare l'altra; e, un po' a malincuore, imitai il loro esempio._
_Qualcuno potrebbe dirmi: perchè hai tu scritto di un vano fantasma? perchè non piuttosto di cose vive e reali? e confesso che questa medesima domanda fec'io più d'una volta a me stesso. Ricordo giorni in cui rimasi come sgomento in pensare che il diavolo, il formidabile re dell'abisso, la cagione di tante cadute, di tanti dolori, di tanti terrori, l'oggetto di tanti ragionamenti, di tante dispute, di tante dottrine, colui per cui furono versati fiumi di sangue e d'inchiostro, non esiste, non è esistito mai, più inconsistente della nebbia, più vano dell'ombra. E mi parve doloroso e stolto far di quel nulla un libro._
_Ma poco duravo in quei pensieri, e di non esserci durato mi applaudo. Chi segna il limite che separa la vita dalla morte, il reale dal non reale? Terribile, incoercibile è la forza delle cose che non sono, e molti fra i più poderosi fattori della storia della umanità non sono tra le cose reali, non furono, non saranno mai. Satana fu un sogno; ma un sogno che rapì nei caliginosi avvolgimenti suoi le generazioni ed i secoli._
_Non lo dimentichino coloro che rimpiangono (nè io so loro dar torto) le fedi e le speranze di un'altra età, e i conforti ineffabili che ne venivano alle anime travagliate. Il sangue di Cristo fu veramente come un balsamo prezioso versato sulle ferite sanguinanti dei figli del peccato; ma dietro a Cristo c'era Satana, e nelle ferite sanguinanti Satana stillava la velenosa sua bava. Il trepido credente era come sospeso fra il cielo e l'inferno, e dal cielo si sentiva scendere in cuore una soave letizia e dall'inferno si sentiva salire al cuore un orror disperato. L'anima di lui era come questo povero nostro pianeta, che sempre ha l'una parte rivolta al sole e l'altra immersa nel bujo; essa, come quello, rotava, ed ogni suo punto passava per una perpetua vicenda di luce e di tenebra, di speranza e di terrore. Le storie dei santi e delle sante, cui arrise da ultimo il sole della vittoria, sono là a farne fede._
_I santi e le sante, i campioni della fede e i martiri della carità, i meravigliosi asceti, i quali non d'altro cibo si pascono che di speranza, anime di foco appese ad un tenue raggio che scaturisce dalle profondità immensurabili dell'infinito! Dovunque io spinsi il piede sulle buje tracce di Satana, io li scontrai, e fui lunghi giorni in lor compagnia. I casi meravigliosi, e le formidabili istorie, che tu, Edmondo, potrai leggere in queste pagine, io raccolsi, per molta parte, nelle antiche memorie della vita e degli atti loro, isole sopravanzate di un mondo sommerso, tutte dipinte dei fiori vivaci della leggenda. Altri s'inerpica su pei dirupi, e sfida le insidie e le asprezze dei ghiacci perpetui, pur di cogliere un gracile fiorellino spuntato dal greppo vivo a uno sguardo di sole; a me giova spesso arrancarmi pei ghiareti del latino barbaro, e avvilupparmi tra' pruni del solecismo, pur di cogliere alcuno di quei fiori di leggenda, così caldi di colore, così pregni di strano ed acuto olezzo._
_Accetta, amico mio, questo libro, non pel valore suo proprio, ch'è ben poco, ma per l'antico affetto di cui vuol essere un segno, e ch'è molto. E se in leggerlo ti parrà di sentirti dentro quella mite angoscia che prepara ed annunzia lo sbadiglio, tienti il libro a ogni modo, e manda pur me a colui che mi diede materia a scriverlo. Vedendo l'opera mia, e più che l'opera le buone intenzioni; e conoscendo lo zelo, la sincerità e la liberalità con cui io scrissi dei fatti suoi, vorrà usarmi qualche riguardo, e trattarmi men male di quello faranno forse i critici._
Torino, marzo 1889.
Tuo
A. GRAF.
CAPITOLO PRIMO.
ORIGINE E FORMAZIONE DEL DIAVOLO.
Tutti conoscono il poetico mito della ribellione e della caduta degli angeli. Questo mito, che inspirò a Dante alcuni tra i più bei versi dell'Inferno, e al Milton un indimenticabile episodio del Paradiso perduto, fu da varii Padri e Dottori della Chiesa variamente foggiato e colorito; ma non ha altro fondamento che la interpretazione di un versetto d'Isaia e di alcuni luoghi, abbastanza oscuri, del Nuovo Testamento. Un altro mito, di carattere molto diverso, ma non meno poetico, accolto da scrittori così ebraici come cristiani, narra di angeli di Dio, che invaghitisi delle figliuole degli uomini, peccarono con esse, e furono in punizione del loro peccato esclusi dal regno dei cieli, e convertiti di angeli in demonii. Questo secondo mito ebbe nei versi del Moore e del Byron consacrazione perpetua. Così l'un mito come l'altro fa dei demonii angeli caduti, e la caduta rannoda a un peccato: superbia o invidia nel primo caso; amor colpevole nel secondo.
Ma questa è la leggenda, non già la storia di Satana e dei compagni suoi. Le origini di Satana, considerato quale personificazione universa del principio del male, sono meno epiche assai e in pari tempo assai più remote e profonde. Satana è anteriore, non solo al Dio d'Israello, ma a quanti altri dei, possenti e temuti, lasciarono ricordo di sè nella storia degli uomini; egli non precipitò giù dal cielo, ma balzò fuori dagli abissi dell'anima umana, coevo a quegli oscuri iddii delle antichissime età di cui nemmeno una pietra ricorda i nomi, e a cui gli uomini sopravvissero, dimenticandoli. Coevo ad essi e spesso confuso con essi, Satana comincia embrione, come le cose tutte che vivono, e solo a poco a poco cresce e si fa persona. La legge di evoluzione, che governa gli esseri tutti, governa lui pure.
Nessuno, che abbia qualche educazione scientifica, crede oramai che le religioni più rozze sieno nate dalla corruzione e dal disfacimento di una religion più perfetta; ma sa benissimo che le più perfette si sono svolte dalle più rozze, e che in quelle per conseguenza si debbono cercare le origini del tenebroso personaggio che sotto varii nomi rappresenta il male e se ne fa principio. Se quello che si chiama periodo terziario nella storia del nostro pianeta vide già l'uomo, forse il vide tanto simile al bruto da non potersi scernere in lui sentimento religioso propriamente detto. L'uomo quaternario più antico conosce già il fuoco, e sa far uso di armi di pietra; ma abbandona i suoi morti, segno certo che le sue idee religiose, se pur ne ha, sono quanto mai si possa dire scarse e rudimentali. Bisogna giungere a quello che si chiama dai geologi il periodo neolitico per ritrovare le prime tracce sicure di religiosità. Quale si fosse la religione dei nostri antenati in quella età noi non possiamo sapere direttamente, ma possiamo arguirlo, guardando a quella di molte popolazioni selvagge che vivono ancora sopra la terra, e riproducono fedelmente le condizioni della umanità preistorica. Sia che il feticismo preceda l'animismo, sia che questo preceda quello nella evoluzione storica delle religioni, le credenze religiose di quei nostri antenati dovettero essere simili in tutto a quelle che ancora professano i Negri d'Africa, o le Pelli Rosse d'America. La terra, che insieme con le vestigia delle loro abitazioni, con l'armi e gli utensili, ha serbato i loro amuleti, ce ne porge testimonio. Essi immaginarono un mondo ingombro di spiriti, anime delle cose, e anime di morti, e da quelli riconobbero quanto incontrava loro di bene o di male. Il pensiero che alcuni di questi spiriti fossero benefici, altri malefici, alcuni amici, altri nemici, era suggerito dalla esperienza stessa della vita, nella quale profitti e danni si avvicendano costantemente, e si avvicendano in modo che, se non sempre, assai spesso, si riconoscono diverse le cause degli uni e degli altri. Il sole che illumina, il sole che in primavera fa rinverdire e rifiorire la terra, e matura i frutti, doveva essere considerato come una potenza essenzialmente benefica; il turbine, che riempie di tenebre il cielo, schianta le piante, svelle e spazza i mal connessi tugurii, come una potenza essenzialmente malefica. Gli spiriti si raccoglievano in due grandi schiere, secondochè agli uomini pareva di riceverne beneficio o nocumento.
Ma non per questo si costituiva un vero e risoluto dualismo. Gli spiriti benefici non erano ancora nemici dichiarati e irreconciliabili dei malefici, e quelli non erano benefici sempre, nè sempre malefici questi. Il credente non era mai sicuro della disposizione degli spiriti che lo avevano in loro balìa; temeva di offendere non meno gli amici che i nemici, e con eguali pratiche si studiava di renderseli favorevoli tutti, non troppo fidandosi di nessuno. Tra buoni e cattivi non era contraddizione morale propriamente detta, ma solo contrasto di opere. Essi non potevano avere un carattere morale che mancava ancora ai loro adoratori, usciti appena dalla condizione dell'animalità, e solo in tanto si possono chiamare buoni e cattivi in quanto par bene all'uomo primitivo tutto ciò che gli giova, male tutto ciò che gli nuoce. I selvaggi adoratori li immaginavano in tutto simili a sè, mutabili, vinti dalla passione, quando benevoli, quando crudeli, e non istimavano i buoni più alti e più degni dei tristi.
Certo, nei tristi appare già un'ombra di Satana, si delinea lo spirito del male, ma del male puramente fisico. Male è ciò che nuoce, e spirito malvagio è quello che vibra la folgore, accende i vulcani, sommerge le terre, semina la fame e la malattia. Esso non giunge ancora a rappresentare il male morale, perchè il discernimento del bene e del male morale non s'è ancor fatto nella mente degli uomini: delle due facce di Satana, il distruggitore e il pervertitore, una sola è ritratta da lui. Esso non ha una propria indegnità, non ha chi gli stia sopra e lo domini.
Ma a poco a poco la coscienza morale si qualifica e si determina, e la religione acquista un carattere etico che prima nè aveva, nè poteva avere. Lo spettacolo stesso della natura, dove forze contrastano a forze, e dove l'una distrugge ciò che l'altra produce, suggerisce l'idea di due opposti principii che reciprocamente si neghino e si combattano; poi l'uomo non tarda ad accorgersi che oltre al bene ed al male fisico c'è un bene ed un male morale, e crede riconoscere in sè quello stesso contrasto che vede e sperimenta in natura. Egli si sente buono o cattivo, si concepisce migliore o peggiore; ma la bontà o reità propria non conosce come sua, come l'espressione della sua natura medesima. Uso ad attribuire a potenze divine e demoniche il bene ed il male fisico, egli attribuirà similmente a potenze divine e demoniche il bene e il male morale. Dallo spirito buono verranno allora, non solamente la luce, la sanità, tutto quanto sostenta ed accresce la vita, ma la santità ancora, intesa quale complesso di tutte le virtù: dallo spirito malvagio verranno, non solamente le tenebre, i morbi, la morte, ma ancora il peccato. Così gli uomini, spartendo con giudizio meramente soggettivo la natura in buona e cattiva, e impastando con quel buono e con quel cattivo fisico il buono e il cattivo morale che loro appartiene, foggiano gli dei e i demonii. La coscienza morale già desta, che naturalmente afferma la superiorità del bene sul male, e vagheggia il trionfo di quello su questo, fa sì che il demonio appaja subordinato al dio, e colpito di una indegnità tanto maggiore quanto più quella coscienza è viva e imperiosa. Il demonio, che in origine si confondeva col dio in un ordine di spiriti neutri, capaci così di bene come di male, se ne distingue a poco a poco e se ne stacca in ultimo del tutto. Egli sarà lo spirito delle tenebre e il suo avversario lo spirito della luce; egli lo spirito dell'odio e il suo avversario lo spirito dell'amore; egli lo spirito della morte e il suo avversario lo spirito della vita. Satana abiterà negli abissi, Dio nel regno dei cieli.
Così si stabilisce e si determina il dualismo; così il concetto di esso si disviluppa per lento lavorio di secoli dal concetto che gli uomini hanno e della natura e di sè stessi. Se non che quella che ho indicata è la storia per così dire schematica ed ideale del dualismo, non la concreta e reale. Il dualismo si trova, o svolto, od in germe, o espresso o sottinteso, in tutte, o quasi tutte le religioni; ma esso corre per diversi gradi, assume varie forme e variamente si specifica a seconda della diversità delle genti e delle civiltà.
Abbiam veduto che spiriti malefici compajono già nelle religioni più rozze e manco differenziate; ma definiti malamente e come diffusi nelle cose. Nelle religioni più elevate, mano mano che l'organismo di esse si circoscrive e si compie, gli spiriti malefici si mostrano meglio definiti, vanno acquistando attributi e persona. Tra le grandi religioni storiche la religione dell'antico Egitto è quella di cui abbiamo più remota e più sicura notizia. In essa a Ptah, a Ra, ad Ammone, a Osiride, a Iside, ecc., divinità benefiche, largitrici di vita e di prosperità, si contrappongono il serpente Apep, che personifica l'impurità e le tenebre, il formidabile Set, il devastatore, il perturbatore, padre d'inganno e di menzogna. I fenici opposero a Baal e ad Aschera, Moloc e Astarte; in India, il generatore Indra, il conservatore Varuna, ebbero contrari Vritra e gli Asuri, e il dualismo penetrò nella stessa Trimurti; in Persia Ormuz ebbe a contendere con Arimane per la signoria del mondo; in Grecia e in Roma tutto un popolo di genii e di mostri malefici sorse di fronte alle divinità dell'Olimpo, esse stesse non sempre benefiche, e furono Tifone, Medusa, Gerione, Pitone, demonii malvagi d'ogni fatta, lemuri e larve. Il dualismo appare similmente per entro alla mitologia germanica, alla slava, e, in generale, a tutte le mitologie.
In nessun'altra delle antiche e delle nuove religioni il dualismo raggiunse la forma piena e spiccata che raggiunse nel mazdeismo, o religion dei persiani antichi, quale ce la fa conoscere lo Zend-Avesta; ma in tutte esso si lascia scorgere, e in tutte, per qualche parte almeno, si può rannodare ai grandi fenomeni naturali, alla vicenda del giorno e della notte, all'alternare delle stagioni. I concetti varii, le figurazioni, gli avvenimenti in cui esso prende forma e si esplica, ritraggono, non solo dell'indole e della civiltà del popolo che gli dà luogo nel sistema delle proprie credenze, ma ancora del clima, delle condizioni naturali del suolo, delle vicende storiche. L'abitatore di tale regione calda riconosce l'opera dello spirito maligno nel vento del deserto che affoca l'aria e uccide le biade; l'abitatore delle plaghe settentrionali la riconosce nel freddo che assidera la vita intorno a lui e lui stesso minaccia di morte. Dove la terra è scossa da terremoti frequenti, dove vulcani vomitano cenere e lave devastatrici, l'uomo immagina facilmente demonii sotterranei, giganti malvagi sepolti sotto ai monti, spiracoli dell'inferno: dove frequenti procelle turbano il cielo, immagina demonii trasvolanti e urlanti per l'aria. Se un nemico invade, vince e soggioga, il popolo soggiogato non mancherà di trasferire nello spirito malvagio, o negli spiriti malvagi cui crede, i caratteri più odiosi dell'oppressore. Così la religione è il risultamento composto di una moltiplicità di cause, le quali non sempre, certo, si possono rintracciare e additare. I greci non ebbero propriamente un Satana, come non l'ebbero i romani, e può sembrare strano che questi, i quali divinizzarono una quantità di concetti astratti, come la gioventù, la concordia, la pudicizia, non abbiano immaginata una vera divinità e potestà del male, sebbene abbiano immaginato una dea Robigo, una dea Febris ed altre così fatte. Non mancano tuttavia nelle religioni dei greci e dei romani potestà antagonistiche e figure che presentano come un duplice aspetto, e se per poco si approfondisce l'indole dei due popoli, e le condizioni di vita e la storia, si vede che il dualismo presso di loro non avrebbe potuto prendere forma gran che diversa da quella che prese. Si consideri tra l'altro che in Grecia e in Roma non vi fu un libro sacro di morale, un codice teocratico propriamente detto.
Il dualismo assume forma e caratteri speciali nel giudaismo prima, nel cristianesimo poi, e se in altre religioni, se nelle stesse religioni primitive, si può scorgere come una larva di Satana, o come una forma che, rubando il vocabolo alla chimica, potrebbe dirsi allotropa, diversamente qualificata, e alcuna volta ingrandita, il Satana vero, con le qualità e gli attributi che gli son proprii, e ne formano la persona, non appartiene che a quelle due religioni, e, anzi, più particolarmente alla seconda.
Satana tiene ancora assai poco posto nel mosaismo; direi che esso vi tocca soltanto l'adolescenza o la giovinezza, senza poter raggiungere la maturità. Nel Genesi il serpe non è se non il più accorto ed astuto degli animali, e solo in virtù di una tarda interpretazione si tramuta in demonio. L'Antico Testamento tutto intero non conosce Beelzebub se non come divinità degli idolatri; al quale proposito è da notare che gli ebrei, prima di negar l'esistenza degli dei delle genti, il che s'indussero a fare solamente assai tardi, credettero che quegli fossero dei davvero, ma meno possenti e meno santi di Jeova, loro dio nazionale. In fatti, il primo comandamento del Decalogo non dice già: io sono il Dio tuo, e tu non devi credere vi sieno altri dei fuori di me; ma bensì: Io sono il Dio tuo, e tu non adorerai altri dei fuori di me. Ora è noto che molte volte gli ebrei si lasciarono trascinare ad adorare altri dei che non era il loro. Azazel, lo spirito immondo a cui abbandonavasi nel deserto il capro emissario, carico dei peccati d'Israele, appartiene assai probabilmente a credenze anteriori a Mosè; ma la figura sua manca di perspicuità e di rilievo, e forse altro non è che un pallido riflesso dell'egizio Set, e un ricordo dei tempi della schiavitù sofferta nella terra dei Faraoni.
È opinione comunemente accettata che solo dopo la cattività di Babilonia gli ebrei abbiano avuto circa i demonii concetti chiari e precisi. Trovandosi durante quel tempo, in contatto, se non intimo, almeno continuo, col mazdeismo, gli ebrei ebbero opportunità di conoscerne alcune dottrine e di appropriarsele in parte, e tra queste la dottrina concernente l'origine del male dovette trovar facile accesso negli spiriti loro, preparati e predisposti a riceverla dalle recenti calamità e dalle preoccupazioni di un fosco avvenire. Tale opinione dà luogo a qualche dubbio, e più di una obbiezione le si può fare; ma non è però meno certo che se la nozione di spiriti malefici, e la credenza nelle opere loro, non mancavano agli ebrei prima dell'esilio, Satana non comincia a rivestir la figura e i caratteri che gli son proprii se non in iscritti posteriori all'esilio stesso. Nel libro di Giobbe, Satana appare tuttavia fra gli angeli in cielo, e non è propriamente un contraddittore di Dio e un perturbatore delle sue opere. Egli dubita della santità e della costanza di Giobbe, e provoca l'esperimento che deve precipitar costui dal sommo della felicità nel più basso fondo della miseria. Non è per anche un fomentator di peccato e un operator di sciagure; ma già egli dubita della santità, e alcuno dei mali che colpiscono il patriarca innocente viene da lui.
A poco a poco Satana cresce e si compie. Zaccaria lo rappresenta quale un nemico e un accusatore del popolo eletto, desideroso di frustrar questo della grazia divina. Nel Libro della Sapienza, Satana è un perturbatore e un corruttore dell'opera divina, colui che instigò per invidia i primi parenti al peccato, e per invidia introdusse la morte nel mondo. Egli è il veleno che guasta e contamina la creazione. Ma nel Libro di Enoc, e propriamente nella parte più antica di esso, i demonii altro non sono che angeli innamoratisi delle figlie degli uomini, e impigliatisi per tal modo nei lacci della materia e del senso, quasi che si voglia con sì fatta finzione evitar di ammettere un ordine di enti originariamente diabolici; mentre in altra parte, più recente, dello stesso libro, i demonii sono i giganti nati da quegli amori.
Nelle dottrine dei rabbini Satana acquista sembianze e caratteri nuovi, ma nell'Antico Testamento la sua figura spicca ancora assai poco, e può dirsi evanescente confrontata con quella che egli ebbe di poi. Le ragioni di ciò possono essere parecchie: tuttavia la principale è da rintracciare senza dubbio nell'indole stessa del monoteismo giudaico, il quale è così fatto che assai difficilmente può dar luogo a una concezione dualistica un po' risoluta. Jeova è un dio assoluto, un signore despotico, estremamente geloso della potenza e dell'autorità propria. Egli non può soffrire che gli si levino a fronte esseri, sia pure di lui meno possenti, ma che si arroghino di contrastargli, si atteggino ad avversarii suoi, osino attraversare l'opera sua. Il voler suo è unica legge, la quale governa il mondo, e ha obbedienti sotto di sè le potestà tutte, meno forse quelle divinità delle genti di cui non si nega l'esistenza, ma che non entrano come elementi vivi nell'organismo della religione di Jeova. Perciò nel Libro di Giobbe Satana apparisce più che altro come un ministro di Dio, un provocatore di giudizii e di esperimenti divini. Ma c'è di più. Basta por mente alquanto all'indole di Jeova per avvedersi subito che dove è un tal dio, un demonio non ha più troppa ragion di essere. In Jeova le contrarie potenze, gli opposti elementi morali che, distinti e separati, dànno luogo al dualismo, sono ancora come confusi insieme, il che certamente non dà un alto concetto della morale degli ebrei primitivi. Jeova è geloso, feroce, inesorabile; le pene che egli infligge son fuori d'ogni proporzione con le colpe commesse, le sue vendette sono spaventose e bestiali, colpiscono senza discernimento rei ed innocenti, uomini e bruti. Egli tormenta i suoi devoti con prescrizioni assurde che li fan vivere in un perpetuo terror di peccato, e impone loro di passare a fil di spada le popolazioni delle città espugnate. Egli dice per bocca di Isaia: “Io formo la luce, e creo le tenebre, faccio la pace, e produco il male: io sono il Signore che faccio tutte queste cose.„ In lui dio e Satana sono ancora congiunti: la separazione che lentamente si va facendo di essi, e l'antagonismo risoluto cui mette capo, sono sintomi di un più squisito senso morale, e segni dell'approssimarsi del cristianesimo.
Satana è già in parte formato, ma non raggiunge la pienezza dell'esser suo se non nel cristianesimo, nella religione che dice di voler compiere il giudaismo, ond'è uscito, e che per tanta parte lo nega. Qui noi ci troviamo dinanzi un intreccio e un viluppo di cause morali e di cause storiche, le quali han tutte per effetto di rilevar sempre più, colorire, ingrandire la sinistra figura di Satana. Anzi tutto Jeova si trasforma in un dio incomparabilmente più sereno e più benigno, in un dio d'amore, che necessariamente respinge da sè, come elemento non assimilabile, ogni elemento satanico; e quando Cristo sarà ancor egli assunto alla divinità, la mite e radiosa figura del nume che per amor degli uomini si fece uomo, che per essi versò il suo sangue e patì la morte ignominiosa, farà per ragion di contrasto spiccare in modo al tutto nuovo la truce e tenebrosa figura dell'avversario. La tragedia umana, fusa con la tragedia divina, rivelerà le intime ragioni del suo meraviglioso processo, suscitando negli animi nuovi concetti morali, nuove immagini delle cose, nuova pittura del cielo e della terra. Gli è dunque vero che Satana indusse i primi parenti a peccare, e che in virtù della colpa provocata da lui, tolse a Dio l'umana famiglia, ed il mondo in cui questa vive. Quale non deve essere la potenza di lui, la saldezza dell'usurpato dominio, se a riscattare i perduti è forza che lo stesso figliuol di Dio si sacrifichi, si dia in preda a quella morte che per fatto appunto del nemico penetrò nel mondo! Prima che Dio dèsse mano all'opera della redenzione Satana poteva posare nella sicurezza del possesso; ma ora che la redenzione si compie, anzi è già compiuta, non dovrà egli far l'estremo d'ogni sua possa per contendere al vincitore il frutto della vittoria, e racquistare, almeno in parte, il perduto? Ecco; egli osa di tentare il redentore medesimo, e l'apostolo lo dipinge quale un leone ruggente, in traccia di preda da divorare.
Ma se le condizioni del riscatto, se la qualità di colui che l'aveva a compiere, davano a Satana una grandezza e un valore che non avrebbe avuto altrimenti, la redenzione stessa non toglieva a costui tanta preda quant'egli ne aveva fatta e quanta ancora era per farne, e la vittoria di Cristo non prostrava così la potenza di lui come il desiderio dei riscattati poteva sperare. San Giovanni dice che il mondo aveva ad essere giudicato e discacciato il suo principe; San Paolo afferma che la vittoria di Cristo era stata piena ed intera, e con la sua morte aveva distrutto il re della morte: ma il principe di questo mondo veramente non fu spodestato; ma il re della morte non fu ucciso, anzi seguitò come prima a spargere intorno la morte, non meno l'eterna che la temporale. Cristo frange le porte dell'inferno, irrompe nel regno delle tenebre, spopola l'abisso; ma dietro di lui le porte si risaldano, le tenebre si ricongiungono, l'abisso si ripopola. Strano a dire! mai fra gli uomini fu tanto parlato di Satana, mai Satana fu tanto temuto quanto dopo la vittoria di Cristo, dopo la redenzione compiuta.
Nè ciò avveniva per un semplice error di giudizio, per una contraddizione logica. Il male è con sì fatti caratteri impresso nel libro di nostra vita che non basta una dottrina religiosa, non basta un sogno di fede e di amore a cancellarnelo. Lo spettacolo desolante di un mondo in dissoluzione si offriva da ogni banda agli sguardi dei nuovi credenti: il fior delicato e odoroso della dottrina di Cristo spuntava di mezzo al fimo di Satana. Non era opera dell'eterno prevaricatore quel politeismo variopinto che aveva affascinati e sedotti gli spiriti? Non erano Giove e Minerva, Venere e Marte, e gli dei tutti che popolavano l'Olimpo, incarnazioni di lui, o ministri del suo volere, esecutori de' suoi disegni? Quella civiltà rigogliosa e gioconda del paganesimo, quelle arti fiorite, quella filosofia temeraria, quelle ricchezze e quegli onori, quegli amori e quegli ozii, e quelle infinite lascivie, non erano trovati suoi, inganni suoi, forme e strumenti della sua tirannide? Non era l'impero di Roma l'impero di Satana? Sì, veramente; Satana era adorato nei templi, celebrato nelle pubbliche feste; Satana sedeva in trono con Cesare, Satana saliva coi trionfatori in Campidoglio. Chi sa quante volte i pii fedeli, raccolti nelle catacombe, udendosi passar sopra il capo il fremito e il mugghio di quella vita, paventarono non fosse la procella diabolica per sommergere in tutto la navicella di Cristo, e fra le braccia stesse della croce si sentirono minacciati e premuti.
Così Satana ingigantiva di tutta la grandezza del mondo pagano raccolta in lui. In ogni parvenza di quella vita che la stringeva tutto allo intorno il cristiano ravvisava una sembianza del forte armato che Cristo era venuto a vincere, e che, vinto, era fatto più audace e più impetuoso di prima. E l'anima sua si riempiva di costernazione e di terrore; giacchè come guardarsi dalle insidie, come difendersi dagli assalti di un nemico più velenoso dell'Idra, più moltiforme di Proteo? Tertulliano ammonirà, ed altri ammoniranno, di non frequentare pagani, di non partecipare alle feste e ai giuochi loro, di non esercitar professione alcuna che possa, direttamente o indirettamente, servire al culto degli idoli; ma come osservare tale divieto e vivere? o come, osservatolo, assicurarsi di serbar puro il cuore, se la terra che si calca, se l'aria che si respira è fatta d'impurità e di peccato?
E Satana non si contenta del lenocinio o della insidia; con altre armi ancora egli tenta di riconquistare il perduto. Egli assalta d'ogni parte la Chiesa appena fondata, e come un ariete dal capo di bronzo, ne percote giorno e notte e ne sfalda le mura. Suscita le persecuzioni spaventose, e la nuova fede cerca di annegare nel terrore e nel sangue. Promuove le grandi eresie e sbranca innumerevoli agnelle dal gregge di Cristo. Tristi tempi, vita piena di periglio e di dolore! No, il regno di Cristo non è giunto ancora; ma gli spiriti contristati cui dà le sue ali la fede, credono di scorgerne da lungi, nei sogni apocalittici, i rutilanti bagliori, e annunciano la seconda venuta del redentore, e la finale sconfitta dell'antico serpente.
Sogni vani, deluse speranze! Il redentore non viene, e l'antico serpente, fatto più velenoso che mai, moltiplicale sue spire, avvolge più sempre il mondo. Una prova tra l'altre se ne può avere dalla dottrina di alcune sètte che travagliarono la Chiesa, più particolarmente nei primi tre secoli, e che tutte s'industriarono d'introdurre nel cristianesimo un dualismo poco diverso da quel dei persiani. Quelle dottrine formano nel loro complesso ciò che si chiama lo gnosticismo, e le più eccessive hanno per comune tendenza di attribuire a Satana assai più importanza che non avesse innanzi, di considerar Satana quale creatore della natura corporea, di far del male un principio originario e indipendente, non sorto da defezione o scadimento, ma coeterno al bene e in lotta con esso. Per tal modo cresceva la potenza di Satana, e l'opera della redenzione si faceva più difficile, la salute più incerta. Clemente Alessandrino e Origene avevano sostenuto che tutte le creature tornerebbero a Dio, loro comune principio; ma Sant'Agostino pensò che Dio salverebbe solo alcuni eletti, e che la massima parte del genere umano sarebbe preda del diavolo.
Non è punto agevole, nel cozzo delle opposte dottrine e nella contrarietà degli influssi, traverso le speculazioni della filosofia, specie neoplatonica e cabalistica, le brillanti fantasie della gnosi, il dogma ortodosso ancor vacillante, farsi un chiaro ed esatto concetto delle variazioni e degli accrescimenti di Satana nei primi secoli della Chiesa. Chi sa a quale sincretismo strano e mostruoso fosse giunta la religione di Roma, facilmente immagina che da quell'indefinibile miscuglio di credenze assurde e di pratiche pazze Satana dovesse derivare più d'uno degli elementi della sua rinnovata persona. Veramente il Satana cristiano esce dallo scontro, dal mutuo penetrarsi di svariate civiltà, di filosofie repugnanti, di religioni nemiche, e quando la Chiesa trionfa, quando il dogma è fermato, egli stende sul mondo uno spaventoso dominio.
La insanabile corruzione pagana dà nuovo rilievo all'idea del male e fa giganteggiare colui che personifica quell'idea. I cristiani credevano il mondo pagano fattura di Satana; invece gli è il mondo pagano che foggia in gran parte Satana nella fantasia dei cristiani. Senza l'impero di Roma Satana sarebbe riuscito molto diverso da quello che egli è, o fu. Tutto il turpe e tutto il diabolico diffuso per entro la civiltà pagana, si raccoglie in lui, si condensa in lui; egli diventa il natural richiamo di quanto appar peccato alla timorata e ritrosa coscienza cristiana, cioè una varietà infinita di pensieri, di costumanze, di opere. I numi che avevano avuto altari e templi non muojono, non dileguano, ma si trasformano in demonii, perdendo alcuni l'antica formosità seduttrice, serbando tutti la pravità antica, accrescendola. Giove, Giunone, Diana, Apollo, Mercurio, Nettuno, Vulcano, Cerbero, e fauni e satiri, sopravvivono al culto che loro era reso, ricompajono fra le tenebre dell'inferno cristiano, ingombrano di strani terrori le menti, provocano fantasie e leggende paurose. Diana, mutata in demonio meridiano, invaderà i disaccorti troppo obbliosi di lor salute, e la notte, pei silenzii dei cieli stellati, si trarrà dietro a volo le squadre delle maliarde, instruite da lei. Venere sempre accesa d'amore, non meno bella demonio che dea, userà negli uomini l'arti antiche, inspirerà ardori inestinguibili, usurperà il letto alle spose, si trarrà fra le braccia, sotterra, il cavaliere Tanhäuser, ebbro di desiderio, non più curante di Cristo, avido di dannazione. Un pontefice, Giovanni XII, reo, diranno i suoi accusatori, di aver bevuto alla salute del diavolo, invocherà, giocando a dadi, l'ajuto di Giove, di Venere e degli altri demonii. Satana sarà spesso rappresentato in figura di fauno, di satiro, di sirena.
Quando la Chiesa trionfa, la storia di Satana par cognita in ogni sua parte, e piena la figura di lui. Si conoscono, cioè si crede di conoscere, le sue origini, le prime e le posteriori vicende, i procedimenti e le opere. I Padri l'hanno narrato e descritto. Satana fu creato buono, e si fece perverso; cadde per suo peccato, trascinando nella ruina un innumerevole popolo di seguaci. Si dirà più tardi che la decima parte della milizia celeste fu precipitata quaggiù, sommersa negli abissi, e s'immaginerà una schiera di angeli neutrali, non ribelli a Dio, non avversi a Satana, spettatori della pugna combattuta fra quello e questo; angeli che san Brandano incontrerà nel corso delle sue avventurose peregrinazioni; che Parzival udirà ricordare laggiù nell'ultimo Oriente, dove si custodisce la santa reliquia del Graal; che Dante porrà nel vestibolo dell'inferno insieme con gli sciagurati vigliacchi che mai non fûr vivi.
Ma Satana non ha ancora finito di crescere, la sua persona non è per anche perfetta; lunga è la storia di lui, e quando un'èra ne è chiusa, un'altra incomincia. Gli asceti, che avevano creduto fuggirlo fuggendo il mondo, e nel deserto l'avevano ritrovato, più maligno e più possente che mai, e avevano sperimentate le sue innumerevoli insidie, sostenuti gli insulti feroci, non lo conoscevano ancora sotto tutti i suoi aspetti.
Alle antiche calamità altre successero; a una età di corruzione profonda tenne dietro una età di dissoluzione violenta, che parve schiantare dai cardini il mondo. Giù dal settentrione caliginoso, i barbari irrompono come un mare che abbia travolte le dighe, e l'impero di Roma al loro urto si sfascia con fragorosa rovina. La rea e maledetta civiltà pagana si spegne, ma per dar luogo a una tenebra disperata di barbarie, per entro a cui non è possibile scorgere lume di salvezza. Par che il regno umano sia per finire, sia invece per cominciare sulla terra un regno ferino. L'immane sciagura, quale da Salviano fu narrata con eloquenza focosa, fece dubitar della provvidenza; e offrendo spettacolo di mali incogniti prima, innumerevoli, incommensurabili, diede, com'era naturale, nuovo rilievo alla figura di colui che è di tutti i mali principio e promotore. Satana cresceva dell'opera dei barbari, ma in pari tempo cresceva di molte loro credenze, attirando a sè quanto, e non era poco, nella loro religione, trovava conforme e omogeneo al suo essere. A contatto con la vita greca e romana, egli, in una certa misura, si grecizzò e romanizzò; a contatto con la barbarie settentrionale si germanizzò. Numerose figure della mitologia germanica, il dio Loki, il lupo Fenris, ed elfi, e silfi, e gnomi, si trasfondono in lui, e gli conferiscono nuovi aspetti, nuovi caratteri e nuove movenze. Così Satana si costruisce e si forma, quando con accrescimenti rapidi, quando con lenti, in virtù di stratificazioni successive, d'infiltrazioni continue, variando senza posa, passando pei gradi di una evoluzione faticosa e lunga. Semplice potenza elementare in origine, egli acquista a poco a poco il carattere morale che gli appartiene, e quando lo si guarda cresciuto, quando si scruta dentro il suo essere, si rimane stupiti e sopraffatti vedendo la sua grandezza, vedendo la moltiplicità e diversità degli elementi che lo compongono. Non solo le forze della natura, non solo gli dei di varie mitologie diventano Satana, ma gli uomini ancora. In poemi e leggende del medio evo Pilato, Nerone, Maometto, si convertono in diavoli.
Satana tocca il sommo grado di esplicazione e di potenza nel medio evo, nella torbida e travagliosa età in cui più vigoreggia il cristianesimo. Egli perviene a maturità insieme con le istituzioni varie e con le forme proprie di quella vita; e quando l'arte gotica fiorisce nei templi cuspidati, anche il mito di lui fiorisce, tetro e meraviglioso, nella coscienza delle genti cristiane. Chiuso il secolo XIII, egli declina e disviene, come declinano e disvengono il papato, la scolastica, lo spirito feudale, lo spirito ascetico. Satana è figlio della tristezza. In una religione come la greca, tutta serena, tutta irradiata di luce e di colore, egli non avrebbe potuto metter persona; a farlo crescere e prosperare son necessarie l'ombre, son necessarii i misteri di peccato e di dolore, che, simili a un velo funereo, avvolgono la religione del Golgota. Satana è figlio del terrore, e il medio evo è l'età del terrore. Presi d'invincibil ribrezzo, gli animi temono la natura gravida di portenti e di mostri, il mondo corporeo opposto al mondo dello spirito e suo irreconciliabile nemico; temono la vita, perpetuo fomite e periglio di peccato; temono la morte, dietro a cui si spalanca dubbiosa l'eternità. Sogni e farnetichi turbano le menti. L'eremita estatico, da lunghe ore ginocchioni in preghiera dinanzi all'uscio della sua cella, vede trasvolar per l'aria eserciti spaventosi, tregende di mostri apocalittici: le notti si illuminano di segni fiammeggianti, gli astri si sfigurano e si bagnan di sangue, tristi presagi di sciagure imminenti. In occasione di morbi che falciano gli uomini come spiche mature si vedono saette, vibrate da mani invisibili, fendere l'aria, sparir sibilando: e ogni po' corre traverso la cristianità esterrefatta come un brivido di finimondo, e la sinistra novella che l'Anticristo è già nato, e sta per cominciare il formidabile dramma annunziato dall'Apocalisse.
Satana cresce nella mestizia e nell'ombra delle cattedrali spaziose, dietro i massicci pilastri, nei recessi del coro; Satana cresce nel silenzio dei chiostri, invasi dallo stupor della morte; Satana cresce nel castello merlato, dove un occulto rimorso rode l'anima al torvo barone; nella cella recondita dove l'alchimista tenta i metalli; nel bosco solitario, dove il mago, la notte, ordisce le sue malie; nel solco, dove il servo affamato getta imprecando il seme che dovrà nutrire il signore. Satana è in ogni luogo: infiniti l'hanno veduto, infiniti hanno favellato con lui.
La credenza era ben radicata, e la Chiesa non mancò di darle favore, di accrescerle forza. La Chiesa si giovò di Satana, fece di lui uno strumento efficacissimo di politica, e quanto più potè gli crebbe credito, giacchè ciò che gli uomini non facevano per amor di Dio, o per ispirito d'obbedienza, facevano per paura del diavolo. Satana fu offerto sotto tutti gli aspetti, dipinto e scolpito, alla sgomenta contemplazion dei devoti; Satana venne in coda a ogni frase di predicatore, a ogni ammonizione di confessore; Satana diventò l'eroe di una leggenda senza fine, che ebbe riscontri ed esempii per tutti i casi della vita, per ogni azione, per ogni pensiero. Non poche Visioni del medio evo mostrano quale applicazione si sapesse fare del diavolo alla politica in genere: certo alla politica ecclesiastica il diavolo servì assai più della inquisizione e dei roghi, sebbene e quella e questi l'abbiano servita abbastanza. Sino dall'anno 811 Carlo Magno accusava in un suo capitolare i chierici di abusar del diavolo e dell'inferno per truffar denari e carpir possessioni.
Se grande era la paura che si aveva di Satana, l'odio che si nutriva contro di lui non era punto minore. Tale odio non era certo ingiustificato, giacchè odiando lui si odiava l'autor di ogni male, e quanto più si amava Cristo tanto più si doveva odiare il suo nemico. Ma anche in questo caso la paura e l'odio produssero gli effetti consueti, stravaganza di opinioni, ed esagerazion di giudizii. La figura di Satana ebbe a risentirne le conseguenze, e l'eccesso avvertito da alcuno di mente più temperata, diede origine al proverbio che dice: Il diavolo non è poi così brutto come si dipinge.
CAPITOLO II.
LA PERSONA DEL DIAVOLO.
Gli uomini non riescono se non con somma difficoltà, se pur vi riescono, a formarsi il concetto di una sostanza incorporea, essenzialmente diversa da quella che cade loro sotto i sensi. L'incorporeo per essi non è di solito altro che un'attenuazione, una rarefazione del corporeo, uno stato di minima densità, paragonabile, anche se minore, a quella propria dell'aria, o della fiamma. Per tutti gli uomini non civili, e per la massima parte ancora di quelli che si chiamano civili, l'anima è un fiato, o un vapor leggiero, e si può vedere sotto apparenza di ombra. Gli déi di tutte le mitologie sono o poco o molto corporei; quelli della greca si nutrono d'ambrosia e di nettare, e se si cacciano, come usan di fare, nelle zuffe dei mortali, corron pericolo di toccare, come i mortali, di buone busse. Per ciò non deve sembrare strano che le dottrine pneumatologiche, così giudaiche, come cristiane, attribuiscano di solito un corpo agli angeli e ai demonii.
Dottori e Padri della Chiesa, son quasi unanimi nel credere che i demonii sieno provveduti di un corpo, già posseduto da essi quando ancora duravano nella condizione di angeli, ma fatto, dopo la caduta, più denso e più grave. La densità di quel loro corpo, assai più lieve sempre che non sia il corpo degli uomini, non è da tutti stimata egualmente: nel secondo secolo Taziano la faceva simile a quella dell'aria o del fuoco, e un corpo formato d'aria dava ai demonii Isidoro di Siviglia in principio del settimo. Altri, come san Basilio Magno, inchinarono ad attribuir loro un corpo anche più sottile. Ma ben s'intende come non potesse esservi in sì fatto argomento una opinione unica, da doversi seguire universalmente, e come potesse Dante, senza offendere la coscienza di nessuno, dare al suo Lucifero, là fra i ghiacci di Cocito, un corpo saldo e compatto, al quale egli e Virgilio si aggrappano come ad una roccia.
Avendo corpo, i demonii debbono anche avere certe necessità naturali, come hanno tutti gli esseri corporei viventi; prima fra tutte quella di riparar l'organismo, la cui trama, con l'esercizio della vita, perpetuamente si logora. I diavoli debbono aver bisogno di nutrirsi, e in fatti, Origene, Tertulliano, Atenagora, Minucio Felice, Firmico Materno, san Giovanni Crisostomo, ed altri parecchi, dicono che i diavoli assorbono avidamente il vapore e il fumo delle vittime sacrificate dai pagani; cibo poco sostanzioso a dir vero, ma non disdicevole alla complessione loro. Alcuni rabbini, largheggiando un po' più, e pensando a introdurre nella diabolica vivanda qualche maggior varietà, dissero che i diavoli si nutrono dell'odore del fuoco e del vapore dell'acqua, ma sono anche avidissimi di sangue, quando ne possono avere, e un proverbio tedesco soggiunge che il diavolo, quando è affamato, mangia le mosche.
Il popolo parla volentieri di diavoli vecchi e di diavoli giovani, e sono parecchi i proverbii che, in varie lingue, traggono il tema da quella sua credenza. Si sa che il diavolo, divenuto vecchio, si fece eremita, e parrebbe ragionevole che ancor egli dovesse invecchiare, dacchè tutti gli esseri che hanno organismo invecchiano; ma il già citato Isidoro di Siviglia afferma che non invecchiano, e noi non possiamo dir altro fino a che l'anatomia e la fisiologia diabolica non sieno meglio studiate. Se non invecchiano, non debbono neanche morire, e una grande bugia avrebbero detto quei rabbini i quali asserirono che anch'essi, come gli uomini, muojono, non tutti veramente, ma la maggior parte. Ammalare sembra che dovrebbero potere; tanto è vero che le streghe, quando ce n'erano, giunsero a dire qualche volta nelle loro deposizioni, dopo ricevuti due o tre tratti di corda, che il diavolo di tanto in tanto cadeva ammalato, e che allora toccava ad esse vegliarlo e curarlo.
Alcuni Padri e Dottori, come, per non ricordarne altri, san Gregorio Magno, vollero i diavoli al tutto incorporei; ma fu questa, come ho detto, l'opinione meno accreditata. Ad ogni modo si poteva credere così o così, come meglio piaceva, e san Tommaso, riferite le contrarie sentenze, concludeva con dire che, abbiano i demonii o non abbiano corpo, ciò poco importa alla fede. Ma se poco importa alla fede, molto importa alla fantasia, e il popolo non mancò mai di dare ai diavoli un corpo quanto più sodo gli fu possibile.
E come era fatto cotesto corpo? Badisi che qui si tratta del corpo che i diavoli hanno naturalmente, non di quello che essi possono assumere a lor piacimento e di cui dovrò parlare più innanzi.
In generale, e di regola, il corpo dei demonii aveva forma umana. Ciò non deve recar meraviglia: l'uomo che ha fatto a propria immagine gli déi, ha fatto pure a propria immagine gli angeli e i diavoli. Se non che, quando si dice forma umana, non si deve intendere forma in tutto simile alla nostra. In conseguenza del peccato e della caduta. Satana
La creatura ch'ebbe il bel sembiante,
come dice l'Alighieri, e con Satana gli altri ribelli, videro, non solo il corpo loro farsi più denso e più grossolano, ma ancora mutarsi in obbrobriosa deformità la bellezza sovrana di cui Dio li aveva vestiti. La forma dei diavoli è pertanto una forma umana deturpata e mostruosa, nella quale il ferino si mescola con l'umano, e non di rado soperchia; e se per ragion della forma si dovesse assegnare ai diavoli (mi perdonino i naturalisti) un posto nella classificazione zoologica, bisognerebbe raccoglierli per buona parte in un'apposita famiglia di antropoidi.
Una bruttezza eccessiva, quando spaventosa e terribile, quando ignominiosa e ridicola, fu dunque tra i caratteri, dirò così, fisici del diavolo, il più spiccato ed appariscente; e non senza ragione, giacchè se non è vero, come si volle far dire a Platone, che il bello è lo splendore del buono, è per contro verissimo che gli uomini sono tratti da una specie d'istinto di cui non cercheremo ora le origini, ad accoppiare bellezza e bontà, malvagità e bruttezza. Dare a Satana una bruttezza eccessiva fu considerato come un'opera meritoria, che per sè stessa faceva bene all'anima, e nella quale trovava anche legittimo sfogo l'odio contro un nemico non mai temuto abbastanza. Autori di leggende, pittori, scultori, spesero in raffigurar Satana il meglio della lor potenza inventiva, e così bene, o, se vogliamo dir più giusto, così male lo raffigurarono, che Satana stesso ebbe a risentirsene, sebbene sia da credere che egli della sua bellezza non si tenga troppo. È nota la storia, narrata da molti nel medio evo, di quel pittore, che avendo dipinto un diavolo più brutto assai dell'onesto, fu da esso diavolo precipitato dal palco su cui lavorava. Buon per lui che una Madonna, da lui figurata bellissima, sporse il braccio fuor del dipinto, e lo sostenne, a mezz'aria.
Del resto non c'era bisogno d'inventar nulla di proposito. Il diavolo molti l'avevano veduto co' proprii occhi, e potevan dire com'era fatto: nella vorticosa fantasia dei visionarii, egli ad ogni minimo urto, si formava di rottami e di cascami d'immagini, a quel modo che si formano, di pezzetti di vetro multicolore, le capricciose figure del caleidoscopio.
I manichei, eretici famosi sorti verso il mezzo del terzo secolo, attribuivano al principe dei demonii, non solo forma umana, ma gigantesca, e gli uomini dicevano fatti ad immagine sua. Sant'Antonio, che sotto tanti altri aspetti ebbe a vederlo, lo vide appunto una volta in figura di smisurato gigante, che toccava col capo le nubi, e tutto nero; ma un'altra volta in figura di un fanciullo, nero del pari, ed ignudo. Il color nero si trova dato ai diavoli, come loro color naturale, sino dai primi secoli del cristianesimo, e le ragioni che suggerivano di darglielo si palesan da sè, tanto sono ovvie e spontanee. Più di un anacoreta della Tebaide vide il demonio in figura di Etiope, il che prova una volta di più come il demonio ritragga sempre de' tempi e de' luoghi in mezzo ai quali si muove, o è fatto muovere; ma infiniti altri santi di poi continuarono a vederlo a quel modo, non ultimo san Tommaso d'Aquino. La figura gigantesca non è nemmen essa senza ragione, giacchè in tutte le mitologie, i giganti sogliono essere malvagi. Nella greca i Titani sono gli avversari di Giove, e però Dante li pone in inferno. Lo stesso Dante fa gigantesco il suo Lucifero: nelle epopee francesi del medio evo i giganti sono assai spesso diavoli, o figli di diavoli. Nella Visione di Tundalo, composta verso il mezzo del XII secolo, il principe dei demonii, che in eterno cuoce sopra una graticola, non solo è gigantesco, ma ha, come Briareo, cento braccia, e simile a Briareo, con cento mani e cento piedi, lo vide nel secolo XIV santa Brigida. Per contro qualche volta il diavolo è rappresentato come nano, probabilmente per influsso di miti germanici, di cui non serve ora discorrere.
Il Lucifero di Dante ha tre facce, ma non è Dante il primo a dargliele. La Trinità fu qualche volta rappresentata nel medio evo sotto specie di un uomo con tre volti; e poichè il concetto della Trinità divina suggerisce, per ragion di contrasto il concetto di una Trinità diabolica, e poichè, inoltre, nello spirito del male si supponeva essere tre facoltà o attributi opposti e contraddicenti a quelli che si spartiscono fra le tre persone divine, così era naturale che si ricorresse per rappresentare il principe dei demonii a una figurazione atta a far riscontro a quella con cui si rappresentava il Dio trino e uno. Questo Lucifero con tre facce, che è come l'antitesi della Trinità, o come il suo rovescio, appare in iscolture, in pitture su vetro, in miniature di manoscritti, quando cinto il capo di corona, quando sormontato di corna, tenendo fra le mani talvolta uno scettro, tal altra una spada, o anche due. Quanto tale figurazione sia antica è difficile dire, ma certo è anteriore a Dante che la introdusse nel suo poema, e a Giotto che prima di Dante la recò in un suo affresco famoso: essa si trova già nel secolo XI; e di un Beelzebub tricipite è cenno nell'Evangelo apocrifo di Nicodemo, il quale, nella forma che ha presentemente, non è posteriore al secolo VI.
Come più cresce negli animi e si dilata nel mondo la paura di Satana, più la bruttezza di lui si fa orrenda e fantastica; ma s'intende bene che a fargli dare piuttosto una che un'altra figura contribuivano non poco le occasioni, le credenze, i temperamenti. La forma più semplice di cui egli sia stato vestito è quella di un uomo alto, macilento, fuligginoso o livido, straordinariamente magro, con occhi accesi e sbarrati, spirante da tutta la sua tetra persona un orrore di larva. Tale lo descrive più di una volta nel secolo XIII Cesario di Heisterbach, monaco cisterciense, il cui nome ricorrerà frequente in queste pagine, e tale lo introduce ancora Teodoro Hoffmann nel suo strano racconto, che appunto s'intitola l'Elisir del diavolo. Un'altra forma, infinite volte rappresentata dalle arti, è quella di un angelo annerito e deturpato, con grandi ali di pipistrello, corpo asciutto e peloso, due o più corna in capo, naso adunco, orecchie lunghe ed acute, denti porcini, mani e piè con artigli. Così è fatto il demonio che nell'inferno dantesco butta giù nella pegola spessa dei barattieri uno degli anziani di Santa Zita:
Ahi, quanto egli era nell'aspetto fiero!
E quanto mi parea nell'atto acerbo,
Con l'ale aperte e sovra i piè leggiero!
L'omero suo, ch'era acuto e superbo,
Carcava un peccator con ambo l'anche,
E quei tenea de' piè ghermito il nerbo.
Questa forma non esclude una certa eleganza; ma appunto perchè non l'esclude doveva facilmente trovare chi l'imbruttisse. Le corna diventarono spesso corna di bue, le orecchie, orecchie d'asino; la coda si munì in cima di una bocca di serpente; ceffi mostruosi, simili a mascheroni di fontana, copersero le giunture, boccheggiarono sul petto, sul ventre, sulle natiche; il membro virile s'inserpentì, si contorse in istrane fogge, così da ricordare certe bizzarre creazioni dell'arte antica; le gambe si mutarono in gambe di capro, reminiscenza del satiro pagano, o l'una di esse soltanto in gamba di cavallo; i piedi furono talvolta artigli d'uccel di rapina, o zampe d'oca.
Ma con ciò non si toccavano ancora gli ultimi termini del mostruoso. Una strana credenza voleva che il corpo dei diavoli non avesse che la parte anteriore, e fosse cavo dentro, simile a quei vecchi tronchi d'albero cui una lenta dissoluzione ha votato della sostanza legnosa. San Furseo vide una volta una turba di diavoli con lunghi colli e capi come caldaje di rame. Certi altri diavoli, veduti da san Gutlaco, avevano grandi teste, colli lunghi, volto lurido e macilento, barba squallida, orecchie ispide, fronte torva, occhi truci, denti equini, chiome arsicce, bocca ampia, petto sollevato, braccia scabre, ginocchia nodose, gambe arcate, calcagna massicce, piedi stravolti. Di giunta avevano voce clamorosa e rauca, e dalla bocca vomitavano fuoco. E questo vomitar fuoco dalla bocca non è gran cosa, perchè di solito schizzavano fiamma viva da tutte le aperture del corpo. A santa Brigida apparve una volta un diavolo che aveva il capo simile a un mantice munito di lunga canna, le braccia come serpenti, le gambe come un torchio, i piedi come uncini.
Ma chi mai potrebbe descrivere sotto tutti i suoi aspetti questa nuova Chimera? L'opinione che ciascun demonio dovesse avere una sua forma particolare, conveniente al suo particolar carattere, al suo grado, e alla natura del suo magistero infernale, moltiplicava le immaginazioni strane, accresceva la confusione. Abbiam veduto membra bestiali accoppiarsi nel corpo dei demonii alle umane; non di rado il bestiale soperchia l'umano, e in tal caso si ha poniamo, una fiera con capo d'uomo, come il Gerione di Dante: talvolta ancora il bestiale esclude interamente l'umano, e allora si ha una fiera diabolica, la quale può essere anche una bestia composita, fatta di pezzi tolti di qua e di là, un mostro che fa violenza alla natura, un vivo simbolo di prevaricazione e di disordine.
Durante tutto il medio evo il diavolo s'immagina, come abbiam veduto, bruttissimo, e a questa regola, più morale ancora che estetica, gli è molto difficile trovare eccezione. Tuttavia qualche rarissima eccezione si trova. Una Bibbia latina del IX o X secolo, la quale si conserva nella Biblioteca Nazionale di Parigi, ha tra molt'altre una miniatura che rappresenta Satana e Giobbe. Satana vi è ritratto in modo da non potersi dir brutto. Dell'angelo antico esso serba ancora le ali e, cosa assai più strana, il nimbo che cerchia il capo; ma i piedi ha muniti di artigli, e nella mano sinistra tiene un vaso pien di fuoco, col quale sembra voglia dar segno dell'esser suo. Un diavolo che il poeta chiama bello, ma che nondimeno ha gran bocca e naso adunco, è descritto in un'epopea francese del XII secolo, la Bataille Aliscans. Federigo Frezzi, vescovo di Foligno, e autore del Quadriregio (m. 1416), trova in inferno, contro l'aspettazion sua, un Satana bellissimo:
Credea veder un mostro dispettoso,
Credea veder un guasto e tristo regno,
E vidil trionfante e glorïoso.
Egli era grande, bello, e sì benegno
Avea l'aspetto, di tanta maesta,
Che d'ogni riverenza parea degno.
E tre belle corone avea in testa,
Lieta la faccia e ridenti le ciglia
E con lo scettro in man di gran podesta.
E benchè alto fosse ben tre miglia,
Le sue fattezze rispondean sì eguali,
E sì a misura ch'era maraviglia.
Dietro alle spalle sue avea sei ali,
Di penne sì adorne, e sì lucenti.
Che Cupido e Cillen non l'han cotali.
Ma non è questa se non una bugiarda apparenza, e il poeta, guardando attraverso lo scudo adamantino di Minerva, sua guida, vede il principe dei demonii qual è veramente, di ferissimo aspetto, tutto nero, con gli occhi accesi, cinto il capo, non di corona, ma di draghi, mutati in serpi i capelli e i peli tutti del corpo, le braccia armate di artigli, il ventre e la coda come di smisurato scorpione. Satana comincia a rabbellirsi alquanto col sopravvenire, o meglio con l'esplicarsi del Rinascimento, e si capisce come una età innamorata della bellezza, e che al culto della bellezza diede il meglio delle proprie energie, non dovesse comportare nemmeno in Satana una deformità troppo turpe e spaventosa. Nel Giudizio di Michelangelo le figure dei demonii non sono gran che diverse da quelle dei dannati, e fanno impressione più per la terribilità loro che per l'orridezza. I demonii del Milton serbano nella caduta non piccola parte dell'antica bellezza e dell'antica maestà; ma quelli del Tasso hanno strane ed orribili forme, anzi riproducono i mostri tutti dell'antichità. La figura del cavaliere, col giustacuore di velluto, il mantello di seta, il berretto adorno di una lunga penna di gallo, la spada al fianco, è immaginazione moderna.
I demonii, che avevano le proprie lor forme, potevano anche, a piacimento, assumerne altre; ma tanta è la varietà, e tanto il viluppo dell'une e dell'altre, che non sempre vien fatto distinguerle. In genere si può dire non esservi forma che il diavolo non possa rivestire all'occorrenza, e questa sua attitudine lo rende ben meritevole del nome di Proteo infernale che gli fu dato. Il Milton ben lo sapeva. Gli spiriti, egli dice, parlando appunto degli angeli caduti,