Opening the book…

UNA GIOVINEZZA DEL SECOLO XIX

[Illustrazione: 1877]

NEERA

UNA GIOVINEZZA
DEL SECOLO XIX

Che gran dono è il sentire!
È l'aver Dio in sè.

(_Dalle lettere di mio Padre
a mia Madre_)

PREFAZIONE DI BENEDETTO CROCE

MILANO
CASA EDITRICE L. F. COGLIATI
1919

PREFAZIONE

_Il pregio, in cui ho sempre tenuto gli scritti di =Neera=, non ha trovato, a dir vero, generale consenso nel nostro mondo letterario, dove a questa scrittrice gentile, austera e nobilissima si assegna di solito un posto assai inferiore al merito. Di ciò intendo bene la ragione._

_C'è nello scrivere, e in generale nell'esprimere il proprio sentire, un momento in cui lo spirito si pone come sopra del sentire stesso, e lo ferma e chiude in linee sicure e sobrie, quelle che debbono essere e non altre, godendo di questa sua potenza e facendo di essa godere il lettore e contemplatore. È il momento proprio dell'arte e della divina poesia, in cui si unifica l'individuo col tutto, il dramma particolare e transeunte col dramma eterno del mondo._

_A questo momento non tutti gli scrittori, e quasi non mai le scrittrici, giungono appieno, o, giunti, vi si tengono con saldezza; e talvolta quasi si direbbe che ciò avvenga per effetto della stessa gagliardia di altre loro forze interiori, onde, tutto intenti ad enunciare il concetto e il sentimento che urge nel loro animo, e guardando al centro e al motivo fondamentale di esso, trascorrono sui particolari, si accontentano del press'a poco, accettano espressioni generiche e disegnano figure convenzionali. "Mi si rimprovera (mi diceva un giorno =Neera=) che non scrivo bene, che pel pensiero trascuro la forma. Da che dipende? Da mancanza di studî giovanili? Come dovrei fare per correggermi?". Ed io le rispondeva: "Non si tratta di tecnica dello scrivere, di grammatica e di lessico; si tratta di atteggiamenti dell'animo". Ed ora ella stessa, in queste memorie autobiografiche (pp. 205-6), con la consueta intelligenza e schiettezza, definisce quale fosse veramente la manchevolezza che era in lei, e richiama un detto di suo padre, il quale, un giorno che ella cantava da sola, la ammonì: "Tu non ti ascolti quando canti: prova ad ascoltarti". "Mi veniva infatti (ella soggiunge) di cantare nello stesso modo che scrivevo, badando al pensiero e non alla forma. Le romanze più sentimentali i duetti più amorosi erano tutto ciò che comprendevo in materia di musica, e quando avevo messo tutta la mia passione nella frase: Ah! forse è lui che l'anima solinga nei tumulti, mi pareva che neanche la Patti avrebbe potuto far meglio. C'era poi quel Lui anonimo che andava subito a posarsi sull'uno o sull'altro dei miei zufoli di stagno, ed allora addio musica! Mi colavano sul volto vere lacrime". Non si potrebbe più esattamente qualificare l'arte che direi femminile, nella sua mollezza e nel suo incanto.

Ma, in compenso, quanta abbondanza di pensieri e di affetti nei libri di =Neera!= A lei bastava aprire le chiuse dell'anima perchè ne prorompesse un'onda copiosa e calda, che non s'inaridiva mai, non mai aveva bisogno di essere artificialmente eccitata, e, meno che mai, simulata con espedienti e industrie letterarie. Sentiva e meditava come respirava, e scriveva allo stesso modo, senza sforzo. Quando considero le lambiccature che nel mondo letterario passano per cose squisite; le lussurie di sensazioni e d'immagini che si credono prove di ricchezza e sono invece d'interiore povertà, di povertà sostanziale; le lodate raffinatezze e smancerie di ultrasensibilità, che sono rozzezze da gente molto pettinata e profumata, ma priva di gentile costume e ignara di meno superficiali eleganze; l'ironia di cattiva lega e la falsa superiorità con le quali si tenta di fingere l'umanità che manca, l'umanità che è l'unica superiorità dell'uomo; non so frenare un moto di sdegno nel veder tenuto in poco conto, e spregiate come "borghesi", la solidità della mente, la dirittura del giudizio, l'accorata e grave osservazione sociale, il rispetto alle eterne leggi del reale, la semplicità del vivere e del godere e del soffrire, la casta nudità della parola. E mi piace di chiedere e di ottenere la parte mia in quel dispregio che onora, e di sentirmi "borghese" nella buona compagnia di molti e grandi scrittori borghesi, e in quella della mia vecchia e venerata amica =Neera.=_

_Nella quale due tratti erano, che voglio notare fra gli altri, perchè sono di quelli che più mi hanno legato a lei. Primo l'amore per la vita, e non già pei diletti e le voluttà che essa talora largisce, ma per la vita nella sua interezza, come vivere e morire, gioire e soffrire, amare ed aborrire, sognare e risvegliarsi, per la vita sublime ed umile, ampia e ristretta, per la piccola ed immensa vita di ciascuno di noi che, così com'è, è fonte inesausta di palpiti, di meditazioni, di ricordi, di tenerezze, di amarezze pur dolci, e che l'uomo forte ed armonico accoglie e fa oggetto di culto come la divinità, la vera e sola divinità, sempre presente. È questo il buono e sano, sebbene inconscio e non teorizzato, "misticismo" di =Neera,= che ella celebrava col bramoso profondarsi in se stessa, col trovarsi sempre benissimo da sola, non essendosi (come dice) mai annoiata in vita sua "se non in compagnia d'altre persone". L'altro tratto era la costante tendenza ad abolire ogni dualismo di materia e spirito, corpo ed anima, senso e ragione; e anche qui non già con l'abbassare lo spirito, l'anima e la ragione a materia, corpo e senso, ma piuttosto con l'elevare questi a quelli, e idealizzarli in quelli, e, in realtà, con la coscienza, che era in lei vigorosa, dell'unità reale. Così piena di sentimenti e di sogni, =Neera= non fu "sentimentale"; così alta nel discernimento morale, non fu moralista rigida e disumana; così pura nei suoi affetti, non fu asceta. Le sue difese di quel che altri vorrebbe allontanare come sensualità, di ciò che si vorrebbe reprimere come irruenza di passione e di volontà, di ciò che si considera come egoismo dello scienziato e dell'artista, e simili, sono quanto coraggiose altrettanto vere; e in esse, e in quella sua accettazione della vita intera, la scrittrice femminile si dimostra pensatore virile._

_Del resto, anche quel che abbiamo di sopra concesso ai censori letterati circa la forma del suo scrivere, s'intende concesso solo come osservazione generica, e non come giudizio che valga per tutte le parti dell'opera sua. Ella ci racconta in questa autobiografia, che tardi, messa sull'avviso da critici ai quali protesta la sua gratitudine, comprese "quanta forza l'aggiustatezza del periodo e la scelta della parola aggiungano all'idea", e venne al punto di prendere un vero diletto nel vagliare i vocaboli e di sentirsi "quasi felice nello scoprirne uno nuovo", e nel cercare "la frase giusta, la frase unica". Ma in tutti i suoi volumi, anche nei suoi più vecchi, e in quest'ultimo scritto sul letto dei suoi tormenti, con la mano sinistra, avvinto il braccio destro da atroce male, vi sono pagine sgorganti di vena, fresche, limpide, musicali, nelle quali assai poco è dato desiderare. Io non ne dirò altro e non ne recherò esempi, perchè i lettori ne incontreranno subito, nel volgere le carte di questa prefazione e imprendere la lettura del volume._

Napoli, 2 luglio 1919.

BENEDETTO CROCE.

Una giovinezza del secolo XIX

Prologo

13 Luglio 1917.

È l'alba. La suora di guardia entrando col suo passo leggero dischiude le finestre della mia camera. Sul rettangolo della finestra, che costeggia il letto, si disegna un cantuccio del mio terrazzo e nel biancore perlaceo delle prime luci il roseo dischiudersi di un oleandro accende piccoli punti di luce più viva. Tutte le mattine io ho questo angoscioso risveglio dell'anima sana e vibrante, che si riaffaccia al giornaliero supplizio di trovarsi legata a un corpo infermo. Dai sogni della notte sempre pieni di immagini leggiadre, di movimento, di vita, passo senza transazione, con un semplice dischiudersi delle palpebre, a questo atroce stato di immobilità, che dura già da quindici mesi e che sarebbe paragonabile a un torpido vegetare di pianta, se non fosse aggravato da spasmodiche sofferenze.

Il terrazzo, che dal mio letto vedo appena di scorcio, rappresenta il desiderio di molti anni trasformato in una crudele ironia. Molti anni desiderai questo asilo di pace al disopra del brulichio della città, aperto sotto il cielo, diviso dagli uomini per tutti gli arbusti e i fiori che avrei saputo radunarvi, prodigando le mie ultime attività al misterioso germogliare della terra che suole attirare chi è prossimo a entrarvi per sempre. Ma non appena in possesso di questo modesto desiderio un male, che nessuna scienza di medico sa guarire mi inchiodò, fra due materassi dai quali guardo il mio terrazzo, come Mosè guardava la terra promessa, senza potervi entrare.

Pure nell'alba di questo mattino, simile a tutti gli altri da quindici mesi, un improvviso senso di dolcezza, quasi tenero alitare di gioie perdute, ecco si impossessa improvvisamente di me in una rapida ebbrezza del senso che subito dilaga al cuore. Che è questo profumo che mi viene incontro dagli obliati sentieri della mia infanzia, della mia giovinezza? Profumo di orti lontani, di piccoli verzieri sepolti nell'ombra di una fitta vegetazione, un po' umidi, dolcemente romantici? È la maggiorana colla sua canzone «_Stella Diana quante foglie ha la vostra maggiorana?_» È il timo? «_Timo t'amo; di giorno ti vedo, di notte ti bramo?_» È la santoreggia dall'odore acuto, ornamento dei davanzali contadineschi? È la selvatica menta cara agli amori dei gatti in fondo ai giardini abbandonati?

Oh! profumi lontani, profumi dei miei giovani anni, io vi affidai alla terra colla nostalgica fedeltà della mia anima provinciale, e voi mi ritornate in quest'alba serena col richiamo misterioso del villaggio nativo che fa voltare indietro il pellegrino giunto alla fine del sentiero. Mi tendo per quanto lo consentono le membra indolorite, verso il terrazzo aspirando la brezza che me ne trasporta gli aromi, inghiottendola con un gusto di ambrosia. E sono felice! Si, per un istante, guardo in volto questa indescrivibile cosa: la felicità.

. . . . . . .

Il cielo si colora a poco a poco, gli uccelli incominciano a pispigliare, tubano i colombi nell'abbaino sopra il tetto; tra non molto la campanella medioevale del palazzo Bagatti-Valsecchi farà sentire i flebili rintocchi che un tempo chiamavano i fraticelli a mattutino. La suora credendomi addormentata rinchiude delicatamente vetri e imposte. Io continuo al buio il viaggio retrospettivo delle mie memorie.

Non ho mai avuto l'abitudine di tenere un giornale. Dando vita ai tanti personaggi della mia fantasia non pensavo a scrivere di me per me; molto meno per il pubblico. Tuttavia, qualche volta, rievocando la mia giovinezza, la trovavo così diversa da quella delle fanciulle d'oggi, che mi avveniva di riguardarla non più come cosa mia, ma come buon soggetto di romanzo psicologico cambiando nomi, luoghi, fatti. E però neanche questo miscuglio di vero e di falso mi accontentava, perchè il solo pregio di un libro vissuto, soggiungo, la sua sola ragione di essere, è l'assoluta sincerità. In caso contrario, avviene come per i romanzi storici, che non sono nè romanzo nè storia. È ben vero che noi italiani abbiamo in tal genere un capolavoro, ma io non mi chiamo Manzoni e i capolavori non sono affar mio.

Parlavo una volta di questa tentazione delle memorie con Gustavo Botta, e chi lo conosce può dire se per ingegno, per coltura, per specialissimo senso critico fosse facile trovare un interlocutore più idoneo al consiglio. Manifestandogli le mie titubanze conclusi con una ragione che mi parve la più convincente di tutte: essere cioè la mia vita così spoglia di avvenimenti di rilievo che non avrei saputo da qual parte rifarmi per darle un qualsiasi interesse.

Gustavo Botta rispose: La storia di un'anima è sempre interessante e per quanto ella sia modesta vorrà credersi meno interessante della sua Teresa?

Lì per lì la ragione mi parve buona. Se Teresa, che è la più umile fra le eroine dei miei romanzi, ottenne forse il maggiore successo, potevo scendere in lizza anch'io con qualche speranza. Ci pensai un giorno o due, poi il tempo passò e non ne feci nulla.

È il concorso di diverse circostanze che fa ora risorgere la tentazione. In primo luogo l'infermità, la quale, privandomi d'ogni forma di vita e spezzando i miei legami col mondo, mi rigetta più che mai nella attività interiore, che fu veramente il perno di tutta la mia esistenza, parte per temperamento, parte in forza delle cose. Che può mai fare una disgraziata prigioniera di se stessa, se non rigirarsi nel breve spazio della catena che la configge al letto? Ma questo lavoro da Sisifo, questo inutile rotolare di pensieri nella gora morta del rimpianto, non ha nulla di comune col soffio creatore che mi investì nell'alba di stamane. Io non sono più oggi quella di ieri, la grazia è discesa sul mio capo. Non penso più se devo scrivere per me o per il pubblico, non domando consiglio agli amici. Ascolto la voce della mia zia Margherita nella canzone delle erbe odorose, rivedo il suo sorriso sarcastico e la sua nera pupilla simile a un granello di pepe sciolto in una lagrima di pietà. Intorno a questa singolare figura di donna sorgono tutti i fantasmi del passato; io li sento agitarsi e correre a nuova vita nel mio cervello. Il dio ignoto mi investe, mi domina, mi prende in servitù d'amore. Obbedisco.

Che cosa riescirà questo libro nato da un profumo non so, non voglio saperlo.

"Quanti da lieve oggetto escon talora
dolci pensieri all'anima!"

E che sia un profumo, un suono, una combinazione di colori che importa? Non sempre si può sapere donde un pensiero prende vita, ma quando il nucleo misterioso del movimento è formato resta in pari tempo acquisito il suo diritto a vivere.

Qui il lettore pensa: Poichè Neera ha già dichiarato che i suoi ricordi sono privi di rivelazioni importanti, fatti o avventure che possano interessare il pubblico non parlerà che di se stessa; dunque un libro egoista e noioso.

Piego il capo al noioso e confermo l'egoista. Ma che vuol dire egoista? Se si considera che ognuno di noi fa, potendo, esattamente quello che vuole, cioè quanto gli consentono i suoi mezzi il suo temperamento e il suo desiderio, dobbiamo riconoscere che l'uomo dal portafogli sempre aperto alle miserie del prossimo, la signora che occupa il suo tempo a scendere e salire le scale del povero, a soccorrere l'ammalato, sono altruisti nel senso che la natura del loro soddisfacimento assume direttamente la forma del bene che procura agli altri; ma non lo sono più dell'artista, del poeta, del pensatore, i quali vuotano la propria anima, dando ad altre, che ne mancano, il beneficio del calore, della luce e dove quelli profondono denaro, pazienza, operosità, questi nella solitudine della meditazione, nella intensità del sentire, nella divina sofferenza del pensiero struggono i propri nervi e il proprio sangue. Pensiamo che milioni di uomini conducono una esistenza al di sopra del bruto solo perchè poche centinaia di grandi anime agitano continuamente dinanzi a loro la fiaccola dell'ideale. Oh! i santi egoisti!

Il volo mi ha portata lontana; io volevo dire appena che non mi sembra conforme al vero la taccia di egoismo fatta ad uno scrittore che parla in persona prima. A ben riguardare è questa la forma d'arte più sincera di tutte quando lo scrittore è sincero; il resto è maschera, finzione, artificio. Chiunque sieno i personaggi inventati o resuscitati, essi non sono che teste di paglia incaricate di presentare al pubblico le opinioni e i sentimenti dell'autore. Ma quando egli ha pianto lagrime proprie, quando ha amato e odiato, e toccate le altezze serene della fede e sceso gli scabri burroni del dubbio, pungendosi ai rovi ed alle pietre, oh! non dubitate, il suo cuore è simile al cuore di tutti gli uomini, e parlando di sè sveglierà un'eco nel cuore di tutti.

Dice Anatole France che non si può essere interamente sinceri senza essere un poco noiosi, ma non gli manca la speranza che parlando del suo Io quelli che lo ascoltano non penseranno che a se stessi. Tutti i ricordi, le confessioni, le meditazioni onestamente soggettive, mentre sono nate dal bisogno di esprimere un certo Io, riescono appunto per l'intensità della propria commozione a comunicare cogli altri uomini o, quanto mai, con gruppi e categorie sociali più interessanti di una vaga e generica umanità. Così, conclude un altro pensatore, i libri autobiografici, colla forza espressiva delle cose individualmente vissute, illuminano circoli di vite più ampie, danno la voce a più vaste ansie che non sanno parlare. Documentano insomma.

È vero che Taine chiama l'Io detestabile, ma per Gian Paolo Richter l'Io è ciò che la lingua può esprimere di più alto e di più comprensivo, essendo ogni Io una personalità che significa una individualità spirituale. Fra l'affermazione di Taine e quella di Richter sta di mezzo un equivoco subito spiegato dalla parola spirituale. E del resto il grande istoriografo della Francia non è andato a cercare le origini alle memorie e ai documenti più oscuri?

E sarò io tanto ingrata da dimenticare l'argomento più persuasivo, l'amore de' miei lettori? Tra le soddisfazioni più vive della mia carriera letteraria devo pure annoverare la larga onda di simpatia che mi venne, non dalla critica ufficiale, ma dal mondo ignorato invisibile e lontano delle anime che mi amarono attraverso l'anima mia.

Sapere che qualcuno dei miei libri ha asciugato delle vere lagrime e qualche altro diede ala di fede a coscienze turbate, è tale profonda contentezza da giustificare l'opera e compensarla al di là di ogni speranza. Ricordo con particolare commozione la preghiera di una madre, la cui unica figlia consunta da mal sottile non trovava altro oblio de' suoi dolori che nella corrispondenza del mio spirito, e la madre, troppo povera per acquistare i miei volumi, me li chiedeva come si chiede il pane. E un giovane, perfettamente sconosciuto, dopo aver letto Senio in una crisi particolare del suo cuore, mi scrisse ringraziandomi del bene che gli aveva fatto quella lettura salvandolo da un cattivo passo che stava per compiere.

Ora Senio è un romanzo mediocrissimo, del primo periodo della mia produzione, quando l'idea e la forma non si erano ancora concretate in sostanza d'arte, e la fanciulla che alleviava il suo male nella comunione col mio pensiero non era probabilmente un genio, ma ho scelto a bella posta questi due esempi fra i più umili, perchè da essi si avvalora la mia tesi, che molta luce può venire alle anime quando un'anima si apre alle sue sorelle.

Ai nostri giorni è poco probabile avvenga ciò che si narra di una città della Tracia, la quale da corrottissima e abbietta come era tutta quanta si convertì per un verso di Euripide che cantava le glorie d'amore; tuttavia ognuno di noi ricorderà i momenti e le ore di vera gioia passate sulle pagine dell'autore prediletto, vale a dire colui che ha maggiori affinità colla nostra psiche, che meglio intende le nostre passioni e i nostri dolori. Vi è qualcuno, che leggendo quel mirabile canto d'amore che è la Nuit d'octobre del De Musset, rivive talmente se stesso, da sentire cadere sul proprio cuore i conforti della Musa al Poeta; ripetere quei versi in certi momenti è aver vicino un fratello, è posare la fronte su un cuore che ci comprende. E vi è chi in alcune pagine delle Confessioni di S. Agostino si trova portato in alto dal profondo senso di umanità che vi domina, quasi preso per mano dal grande santo, che conosceva così bene le passioni degli uomini, e guidato da lui verso sentieri di perfezione.

In seguito a simili esempi è arduo ritornare al mio modesto Io e tuttavia non mi sento sbigottita. Penso quante volte i miei buoni lettori desiderarono conoscermi, e quante volte mi chiesero dove sono nata e chi mi istruì e come mi venne l'idea di scrivere e tante altre cose. Ebbene, eccomi sono qui! Molti, purtroppo, troveranno una Neera diversa da quella, che il bel nome classico e la loro stessa fantasia, potrebbe aver suscitato; nè di tale disappunto mi vorrò soverchiamente dolere, perchè nella mia ansiosa ricerca del vero preferisco essere conosciuta come sono, anzichè avvantaggiarmi di meriti che non ho.

Chiarite così le intenzioni di questo libro che sarà l'ultimo mio e quasi una specie di commiato, rammento a' miei lettori con malinconica rassegnazione che lo scrivo penosamente dal letto, servendomi di una matita guidata dalla mano sinistra, avendo la destra inferma, condizione forse unica fra tante Memorie che furono scritte.

Dedico queste pagine d'amore e di dolore a tutti coloro che mi hanno amata nella vita o nell'arte, un'ora, un giorno o sempre; ai miei morti diletti; ai vivi che mi amano ancora e che mi circondano dalle loro cure, ai lontani che non mi sarà più dato di rivedere; a coloro che non vidi mai e che mi amarono nei miei scritti, infine a coloro che mi ameranno quando non sarò più. Lasciatemi quest'ultima illusione, cara fra tutte, di credere che nei tempi che verranno, qualche solitario, qualche ingenuo sentimentale, qualche innamorato (se ve ne saranno ancora) trovando sulle bancarelle delle fiere uno sciupato volume di Anima sola o di Teresa, dell'Indomani o di Vecchia casa, di Duello d'anime o di Rogo d'amore sarà tentato di leggere questo autore sconosciuto e, forse, lo amerà per la misteriosa corrispondenza delle anime che sopravvivono alla distruzione della materia e si incontrano nel tempo e nello spazio. Lasciate che io ripeta il motto ultimo di Giovanni dalle Bande Nere: «_Amatemi quando sarò morta_».

PARTE PRIMA

Viaggi, specialmente negli ultimi vent'anni della mia vita, ne feci parecchi tanto in Italia che all'estero, ma nessuno fu romantico e pittoresco come il primo, che compii a mia insaputa sotto il tabarro di mio zio Bona, attraverso i muriccioli di due o tre giardini, intanto che le palle dei fucili austriaci fischiavano intorno alla mia culla.

Erano le famose Cinque Giornate del quarantotto. Mio padre e mia madre abitavano in via Monte di Pietà la casa segnata ora col numero 9 di rimpetto al palazzo della attuale Cassa di Risparmio sulla cui area sorgeva allora il palazzo del Genio militare, al quale i cittadini avevano dato l'assalto, terminato felicemente coll'atto audace di Pasquale Sottocorno che diede fuoco alla porta, come è noto.

Molte volte, attraversando la contrada così signorilmente tranquilla dove sono nata, mi figuravo le lotte sanguinose di cui fu teatro in quei giorni e lo spavento di mia madre per quelle fucilate che le entravano in camera. Già ad una finestra della medesima casa era caduto ferito mortalmente l'Anfossi, patriota nizzardo, che armato di un fucile aveva tenuto testa alle scariche del palazzo del Genio. Fu allora che un fratello di mia madre, lo zio Bona, pensò di salvarmi nascondendomi sotto il suo tabarro e col piccolo fardello vivo sulle braccia scavalcando il muro del giardino, via per altri giardini consecutivi, mi portava in salvo dalla mia nonna, che abitava in quelle vicinanze.

Ed ancora molte volte, leggendo le lapidi che in via Monte di Pietà ricordano i nomi sacri alla patria di Federico Confalonieri, di Pellico, di Porro Lambertenghi, pensavo che avrebbe potuto trovar posto anche un ricordo per l'Anfossi e per il Sottocorno in quella via e in quel quartiere, che è tutto un documento prezioso per la storia del nostro risorgimento nazionale. Perchè senza uscire dal Monte di Pietà troviamo la casa dove andò sposa Clara Maffei e nella vicinissima via Manzoni quella dove morì e tra l'una e l'altra nella stretta, solitaria, antichissima via Andegari l'ultima dimora di Carlo Tenca, tutti uomini che devono far balzare di tenerezza e d'orgoglio il cuore di noi milanesi, e che possiamo riassumere chiudendo la breve elissi di questo quartiere eroico fermandoci reverenti dinanzi alla targa che alla estremità di esso fissa per i posteri col nome di Giuseppe Verdi una delle glorie più pure d'Italia, l'aedo canoro delle aspirazioni di un popolo.

Sono nata a Milano, ma i miei genitori non erano milanesi. Essi appartennero alla grande fiumana che dalla provincia accorre continuamente ad alimentare di sangue nuovo le arterie delle grandi città. Si erano incontrati, amati e, dopo qualche contrasto da parte della famiglia di mia madre che si credeva forse superiore per ampiezza di mezzi e parentele distinte, sposati; ma di quel primo soggiorno in via Monte di Pietà non ho altre memorie oltre la fuga attraverso i giardini narratami dallo zio Bona molti anni più tardi. Lo zio Bona si chiamava Bonaventura, ma essendovi due cugini dello stesso nome per cui avvenivano malintesi ed equivoci, mia madre aveva sciolta la questione affidando a suo fratello la prima parte del nome, Bona; a un cugino la seconda parte, Ventura; all'altro cugino il nome intero, Bonaventura. E furono contenti tutti e tre.

Nella piazzetta di S. Giuseppe c'è una casa, che ha la porta nell'angolo, che conta ora tre piani, ma che ne aveva allora solamente due; del soggiorno a quel secondo piano ho un vago barlume di ricordanza nel quale non si concreta nessun fatto.

La mia vita, la mia infanzia, la mia giovinezza fino ai vent'anni, si svolse tutta in una casa del Corso Vittorio Emanuele, in un appartamento affondato oltre due cortili, lungi dai rumori del Corso, colle finestre principali aperte sopra una sfilata di giardini in fondo ai quali si disegnava aerea sull'orizzonte la guglia maggiore del Duomo. Nei vent'anni colà trascorsi si decise tutto quanto il mio destino. Dall'andito di quella porta, che ora si vede tagliato a mezzo da una vetrata, ma che in quel tempo si prolungava come un canocchiale sullo sfondo verde degli alberi, entrarono i sogni, le illusioni, gli inganni dell'età prima e da quella porta uscirono le bare dei miei genitori.

Esiste ancora un dagherotipo dove sono ritratte tre giovani donne, mia madre e le sue sorelle, sedute in fila una accanto all'altra; sopra uno sgabello ai loro piedi si vede e non si vede una piccola forma, che potrebbe essere tanto un bambino quanto una bambina, insaccata in una lunga e larga pellegrina dalla quale esce in alto una testa rasata (era allora un'opinione per far crescere i capelli) e in basso due scarpette ineleganti colle calze a borzacchino. Mi hanno detto che sono io.

Infatti, ripensandomi a quegli anni, devo convenire che il dagherotipo non può avermi soverchiamente calunniata. A traverso le imperfezioni di quest'arte, che precedette di poco la fotografia, quel piccolo volto triste e pensieroso dovette proprio essere il mio; persino la positura, che mi ingobbisce contro i ginocchi delle persone che mi stanno a tergo, dà l'immagine perfetta della mia infanzia curva e depressa. Non ho che a guardare le bambine del giorno d'oggi accarezzate, vezzeggiate, infronzolite di trine e di nastri, ridenti e spensierate colle loro chiome date agli omeri sotto il breve ritegno di un nastro roseo o celeste, petulanti e felici, capricciose e felici udendo ripetere dai genitori anzitutto, e poi dagli altri, che sono belle, carine, intelligenti, per sentirmi ancora nelle ossa il freddo della mia infanzia e, riportando gli sguardi sul vecchio dagherotipo, provare l'impressione di affondarli in una gora morta piena di ombre.

Chiesi un giorno (non sono moltissimi anni) alla più giovane delle sorelle di mia madre, la dolce e sorridente zia Carolina: — Dimmi la verità, da piccola ero molto cattiva? — Oh! — rispose con un gran gesto d'affetto — eri tanto buona, tanto ubbidiente! — E allora perchè la mamma mi sgridava sempre? — Chinò la testa la mia dolce zia sospirando: — Poveretta, devi compatirla, si sentiva sempre così male! — È con un profondo senso di sollievo che posso scrivere oggi queste parole a spiegazione di un ingenuo sfogo infantile da me riprodotto in un tentativo, assai male riuscito, di autobiografia, e che alcuni critici presero alla lettera senza darsi la pena di interpretarne la psicologia. Fu certamente quell'ingenuo sfogo di un cuore, che si sente solo, il mio primo passo verso la consolazione. Ne ho perfetto ricordo; sento ancora l'impulso irresistibile, mi vedo in punta di piedi, colla matita alzata a scrivere sul legno di una gelosia «Ho nove anni, sono brutta, la mamma mi sgrida sempre». Era questo il grido spontaneo della mia infanzia senza baci, senza giuochi, priva di quelle blandizie che nei primi albori colorano di rosa ogni oggetto intorno. Probabilmente sarò stata povera di spirito e di intelligenza; è certo che non sentii mai vantare da nessuno la mia intelligenza e nessuno citò mai le mie arguzie. All'età in cui le altre bambine sono già conscie dei propri meriti ed hanno già maliziette o grazie di donna, io non ero che un povero bacherozzolo rinchiuso nel proprio guscio. Timida, seria, incapace, nè di fare, nè di comprendere uno scherzo, il giorno stesso, che affidai ad una gelosia quel famoso documento del mio essere, ero rimasta mortificata e inquieta perchè lo zio Cecco, altro fratello di mia madre, prendendomi il ganascino aveva detto: «Ah! biricchina, hai gli occhi tinti di carbone!» e, mentre protestavo la mia innocenza, egli rideva, rideva.

Erano dunque cause interne ed esterne che contribuivano a rendere poco lieta la mia infanzia; io scontrosa, acerba, non avendo vicina neppure una bimba della mia età, portata dal temperamento e dalle circostanze a ripiegarmi su me stessa; la mamma già delicata, resa sempre più debole dalle frequenti gravidanze, ridotta a quello stato di nervosismo e di irascibilità, a cui accennava la mia buona zia Carolina, e che ben conoscono le donne gracili quando hanno assolto il compito di conservatrici della specie in misura superiore alle loro forze. Ebbi la fortuna in questi ultimi giorni della mia vita di venire in possesso di una voluminosa corrispondenza famigliare, che ha rischiarato molti punti oscuri dei miei ricordi mettendomi in presenza di persone morte prima che io nascessi, di altre intese appena a nominare, di altre amatissime e perdute. Attingendo a questa fonte genuina conobbi mia madre meglio che nei pochi anni vissuti insieme.

Ecco, dapprima, le letterine eleganti su foglietti arabescati che dal collegio scriveva alla madre in occasione del di lei onomastico; lettere tenere e rispettose, dove il pronome in terza persona è rigorosamente conservato; poi quelle alle sorelline, riboccanti d'affetto; infine la corrispondenza con mio padre durante il lungo periodo del fidanzamento, inutilmente contrastato da invidiosi e da maligni (queste lettere sono tra le più pure che mai amanti si sieno ricambiate); finchè dalla ritenutezza della fanciulla si giunge alla frase appassionata della sposa felice, che nelle brevi assenze di lui trova vuoto il mondo. È durante una di queste assenze, che mi vedo ricordata per la prima volta con queste parole che non dovevo mai udire dalle sue labbra «l'angioletto nostro, la nostra adorata bambina». Ma allora io ero ancora presso la nutrice e lei nella pienezza della gioventù.

Sul cielo grigio e nuvoloso delle mie più antiche memorie si apre uno sprazzo di luce che compendia tutta la felicità della mia infanzia; è duopo però che io menzioni prima un'altra delle mie grandi infelicità: la scuola. Credo che pochi sieno andati a scuola così mal volontieri come andavo io. Ne conobbi due di scuole: in entrambe la mia esperienza fu eguale. Regolarmente riuscivo antipatica a tutte le maestre; ai professori no, nemmeno a quello d'aritmetica, che si accontentava di guardarmi con benevola compassione quantunque io terminassi i corsi senza sapere la somma, (come non la so al presente). Fra le compagne cercavo affetto, ma difficile riusciva l'accordo assoluto, perchè fin da allora avvertii quell'ostacolo, quella specie di malinteso fra me e i miei simili che doveva fare di me una solitaria; che se talvolta l'acceso desiderio potè indurmi a credere realizzato il sogno, troppo sovente seguì il disinganno, a scuola e poi.

L'insegnamento ai miei tempi era una miseria. Per le famiglie della borghesia la scuola privata non lasciava altro scampo. Vi si accumulavano prima inferiore e prima superiore, seconda inferiore e seconda superiore così fino alla quarta superiore, dalla quale si usciva a educazione finita senza conoscere un solo verso di Dante. In compenso, quando il professore si trovava a corto di argomenti per la sua lezione, ci leggeva una poesia di Arnaldo Fusinato. Il difetto principale di quelle lezioni era la mancanza assoluta di un concetto regolatore. Invece di incominciare dal principio e procedere gradualmente con nozioni chiare, legate da un nesso logico di continuità, a fanciulle ignoranti, quali noi eravamo, ci scaraventavano addosso una specie di estratto Liebig indigesto e confuso sull'origine delle lingue romanze. Un altro giorno erano idee generali sul secolo XV. Oh, perchè proprio il secolo XV diviso dagli altri secoli e campato in aria come un cervo volante attaccato ad un filo? Forse per farci sapere queste notizie da dizionario? «_Cristoforo Colombo_, nato a Cogoleto sulla riviera di Genova verso la metà del secolo XV, morto a Valladolid nel 1506. Il solo nome basta alla gloria di un uomo tanto grande, quanto infelice».

«_Ambrogio Calepino_ da Bergamo moriva nei primi anni del secolo XVI. A questo dottissimo filologo siamo debitori di un vocabolario tanto celebrato, onde venne ai dizionari latini il nome di _Calepino_».

Se un ammasso di nomi e di date così arido era il meno atto a fissare l'attenzione nostra e ad interessarla, non vi riusciva nemmeno il seguente fioretto di letteratura accademica che ci dettarono:

«Il Poliziano nasceva nell'anno 1452 a Montepulciano. D'ingegno profondo, versatile, prontissimo, cattivossi giovinetto con alquanti facili versi la stima e l'affetto di Lorenzo il Magnifico e visse lautamente la breve sua vita nei ceppi dorati della corte Medicea. Fu ad una filosofo e filologo, poeta e prosatore di chiarissimo nome, ed ebbe così facili le lingue del Lazio e della Grecia, che in esse scriveva colle grazie e le elette forme di Tibullo e di Anacreonte.

«Colla tragedia lirica dell'Orfeo da lui come fama improvvisata in due giorni pel teatro dei Signori Gonzaga di Mantova, favoriva efficacemente lo sviluppo della letteratura drammatica in Italia e coll'epico frammento sulla Giostra di Giuliano dei Medici illeggiadriva l'ottava ancor stentata del Boccaccio e sgombrava la via all'Ariosto e al Berni. Moriva quarantenne il giorno stesso in cui Carlo VIII di Francia entrava in Firenze e lo dissero di carattere invido scostumato ed attaccabrighe».

Non riusciva, perchè nessuna di noi sapeva nulla di Lorenzo il Magnifico, meno ancora di Tibullo e di Anacreonte e ignorava affatto l'entrata di un Carlo VIII in Firenze; e non ce la spiegarono nemmeno dopo questo dettato.

Non so se oggi i maestri si sono persuasi, che l'insegnamento a base di nomi propri e di cifre è un corpo morto, il quale entra nel cervello dell'adolescente come in una tomba e vi si adagia nel sonno eterno. Il tedio, l'ira, l'odio in me suscitati dallo Skager Rak e dal Kattegat mi durano tutt'ora mentre, sarebbe stato tanto più interessante e istruttivo farci conoscere le terre della nostra bella Italia e condurci come in un viaggio di piacere sulle sponde dei nostri laghi e dei nostri mari, prima di ingombrarci la mente con nomi ostrogoti. Occorre bandire la pedanteria dall'istruzione primaria, alleggerirla, renderla fresca e parlare al cuore, parlare all'immaginazione, svegliare la sensibilità sana delle giovani creature che devono svilupparsi nella vita e non ammuffire sui testi. L'educatore che s'accosta alla fremente anima del fanciullo sbadigliando gli aridi spunti, che la sua indolenza gli fa ripetere d'anno in anno, senza che mai vi palpiti l'ala di un pensiero suscitatore, somiglia a colui che applicando a una cassa di legno un cartone sforacchiato e girando una manovella crede di fare della musica. Quella del maestro non è una professione, è una missione; egli è il sacerdote laico dell'umanità che sorge. Il destino di molti uomini, come ruscello avvelenato alla fonte, si guasta e si corrompe, sui banchi della scuola; molti dotati delle migliori attitudini per lo studio se ne svogliarono in causa della cretineria dell'insegnamento scolastico.

Io a scuola non mi ci potevo vedere; preferivo di gran lunga le sgridate di mia madre e il desiderio di finirla con quella oppressione degli studi era tanto che su tutti i miei quaderni scrissi questo ammonimento a me stessa: «Ricordati, se mai un giorno venissi a rimpiangere la scuola, che ne hai tu desiderata ardentemente la liberazione». Ma quel giorno non venne mai.

Oh! soavissimi autunni lontani, quando chiusi tutti i libri e dato un fervido addio alla scuola andavo a passare le vacanze dai miei nonni materni, a Caravaggio, che nel trasporto della mia gioia chiamavo Caro-viaggio. Tutto era letizia per me in quella casa benedetta; le carezze della nonna, la soave indulgenza della zia Carolina, lo sguardo benevolo del nonno che mi poneva la mano sulla testa per assicurarsi che i capelli crescevano. E li rivedo tutti e tre in certe loro particolari attitudini. Il nonno, quando al calar del giorno tornava dalla campagna e noi se ne stava ad ascoltare il rumore del calessino per essere pronti a spalancare il portone, vedere la sterzata sapiente del vecchio Nicola e l'entrata trionfale del nonno fiancheggiato da due enormi canestri di frutta. Egli balzava, lindo e lesto, piccolo vecchietto dai capelli bianchi, vestito di una giubba scura a bottoni dorati, con un cravattone al collo che partendo dal mento gli girava sulla nuca e tornava sotto il mento ad allacciarsi in un nodino minuscolo: in qualunque giorno e in qualunque ora non l'ho mai visto con altro abito. La nonna invece, che non usciva mai di casa, aveva un giorno fisso per mettersi in gala; era il giorno del mercato. La si vedeva allora vestita di seta verde, splendente ne' suoi ori e nella matronale persona, avviarsi in piazza seguita da un domestico carico di sporte e, quando ritornava in possesso di ogni ben di Dio, la si sarebbe detta la figura simbolica dell'abbondanza.

La zia Carolina (oggi si direbbe Carla e pochi anni addietro Carlotta, ma allora si diceva Carolina: nell'intimo nostro poi io l'avevo battezzata Tuina) la mia zia Carolina, dunque, io la vedo sopratutto nella sua cuffietta da notte semplice semplice, una bianca striscia di percallo, ma che stava tanto bene intorno alla sua faccia rosea; la vedo china sul mio letto ad aspettare il mio risveglio; la vedo, meglio ancora, quando seduta dinanzi alla pettiniera si toglieva la cuffietta e l'onda magnifica della sua chioma corvina scendeva fino a terra. Era l'ultima dei sei figli della mia nonna e la meno avvenente delle tre sorelle; la palma della bellezza spettava a mia madre, ma una serenità dolce ed eguale era, insieme ai capelli, la bellezza sua e sempre, ripensando a lei, mi appare come l'angelo tutelare della mia infanzia.

Anche la nonna mi voleva molto bene, mi viziava un po'. È vero che un nonnulla bastava a farmi contenta: un pizzico di semi di popone, (i poponi specialità di Caravaggio trionfavano alla mensa dei miei nonni dove se ne tagliavano fin tre o quattro prima di trovarne uno degno di essere gustato) un nastrino dai bei colori, qualche cencetto per vestire la bambola; ma il maggior piacere era quello di ammettermi nelle sue stanze private. Non ricordo di aver visto in altre famiglie tante guardarobe quante ne aveva la mia nonna. Quelle casette di legno tutte chiuse eccitavano la mia curiosità; ce n'era un po' dappertutto; mi tentavano tuttavia maggiormente quelle che si trovavano sotto la sua diretta sorveglianza, riunite in uno stanzone accanto alla sua camera da letto. Trotterellando dietro le sue sottane m'era dato di vedere talvolta, allo schiudersi di una magica porticina, montagne di lenzuola frammezzate da sacchetti di spigo, che odoravano tanto buono, coltroncini di seta damascata nelle tinte più vaghe, che mi facevano pensare ai divani delle sultane nella reggia di Haaron al Rachid ed alle vesti della bella Shecherazade che lucevano come il sole e come la luna....

Davvero, col mio pizzico di semi di popone in mano, evocavo i tesori delle Mille ed una notti che la zia Carolina mi aveva dato da leggere, e dove capivo, ed anche dove non capivo, mi piacevano immensamente. Altri due stanzini, dei quali la nonna teneva sempre le chiavi, servivano il suo istinto raccoglitore e conservatore e il medesimo istinto in me trasfuso per consanguineità vi trovò il suo primo sviluppo. Ogni forma antica mi attirava irresistibilmente; io amavo i cassettoni panciuti, gli scrigni dagli innumerevoli tiretti, le sedie fuori di moda. Perchè le amassi non appare ben chiaro in una bambina che ne ignorava affatto il pregio, ma io lo so bene il perchè, esso è tutto sentimentale. Sono ancora ignorante; non saprei distinguere un mobile del seicento da uno del settecento, un Brustolon da un Fantoni, un lavoro d'autore da un nulla di nulla; ma io amo tutte queste cose che hanno vissuto, dove palpita tanta parte di umanità, sola sopravvivenza di tanta gente morta. L'uomo colle sue passioni e colle sue illusioni, colle sue ebbrezze e co' suoi dolori è scomparso, la cosa è qui; essa racchiude parte della sua anima, del suo pensiero, della sua volontà; lo strumento ha cessato di lavorare, ma l'opera è salda nel tempo; l'amore che noi le portiamo è la segreta rispondenza all'amore che l'ha creata. È certo che il piccolo bacherozzolo trotterellante dietro alla nonna non faceva queste riflessioni, ma la mente del fanciullo è pari al vetro di una negativa, dove il viaggiatore raccoglie le fuggevoli impressioni che incontra sulla sua strada e che sviluppa più tardi cogli acidi dell'esperienza.

Negli stanzini della nonna attirava particolarmente la mia attenzione uno di quei cofani ricoperti di velluto con leggiadre applicazioni di ferro battuto, nei quali le spose di una volta tenevano il loro corredo. Dolorose circostanze mi privarono per lunghi anni della sua vista; mi riapparve dopo la morte della nonna nell'ora triste e volgare della divisione delle spoglie, e siccome nessuno lo voleva, così tarlato e spelacchiato neppure come cassa da imballaggio, me lo portai via come una santa reliquia. I segreti delle mie proave vi stanno al sicuro sotto la custodia rispettosa del mio affetto.

Da quanti anni è incominciata la voga degli oggetti antichi, da quando abili speculatori percorrendo le nostre provincie, le vallate profonde dove erasi rifugiata la religione delle memorie se ne vennero alla città col loro prezioso bottino? La data la troveranno i freddi compositori di cataloghi. Io penso che tolte dal luogo dove vissero le cose hanno perduto il loro profumo; conservano ancora le belle forme di ciò che fu la loro vita, ma la voce è spenta; appoggiate ai muri della casa straniera, sono lapidi in un cimitero. Oh! come vorrei trovare una parola energica, che fosse l'opposto di snobismo, per esprimere il mio vero sentimento, ma non la trovo. Di fronte a questa giostra di snobs, rincorrentesi su cavallucci di legno per darsi l'aria di cavalieri in sella guardo, con un misto di sdegno per loro e di un certo orgoglio per me, il cofano della mia nonna che ho amato quando tutti lo disprezzavano.

La casa dei miei nonni, ampia e comoda, colle sue sei finestre verso strada e il solito cortile caratteristico del tempo, fra il pozzo e la pianta di fico, aveva pure sul tetto quei draghi di ferro che prima dell'incanalamento delle pioggie le scaricavano sulla via e un grande piacere mio era di stare a vedere le colonne d'acqua che uscivano da quelle forme fantastiche battendo il lastrico con un rumore di cascata.

Dolci ore passavo nel salottino accanto allo studio del nonno, dove la zia Carolina lavorava insegnandomi certe canzonette francesi da lei imparate nel collegio di Madama Garnier.

Arlequin tient sa boutique
Sur les marches d'un palais
Il enseigne la musique
À tous ses petits valets:
À monsieur Pol, à monsieur Li
À monsieur Chi, à monsieur Nel
A monsieur Polichinel!

Guardavo anche con interesse la vecchia Teresa incantucciata dentro il vano di un uscio, sotto il portico, ad agucchiare indefessa intorno ai bucati trimestrali della famiglia e il piccolo Toni sotto il fico a spazzolare energicamente le scarpe del nonno e la lunga Francesca (quanto era lontano il mio viso dal suo) che sciacquava piatti in una vasca di nitido marmo fra quattro pareti fitte di rame di cui ogni oggetto splendeva come un sole. Io andavo dall'una all'altra di queste persone portata da un'aura di simpatia che rendeva il mio passo leggero come un volo. Nessuno mi sgridava mai. Mi sentivo felice.

E come erano belle le sere d'autunno in casa de' miei nonni! Quando il nonno tornava dai campi (aveva terre proprie e molte altre in affitto) si metteva il riso al fuoco e la famiglia vi si riuniva tutta intorno, il nonno, la nonna, la zia Carolina, la vecchia Teresa, la lunga Francesca, il piccolo Toni, ultimo Nicola che era andato a mettere a posto il cavallo. Saliva alta la fiamma sotto la cappa del camino gettando bagliori rossi sulle facce schierate in giro.

Silenzio. Suona l'Ave Maria della sera.

Ai primi rintocchi tutte le fronti si chinano; la nonna fa il segno della croce; tutti la imitano e la breve preghiera recitata insieme da padroni e da domestici si diffonde nell'ampia cucina patriarcale.

La sala da pranzo aveva nel mezzo una grande tavola massiccia apparecchiata e una più piccola da un lato essa pure ricoperta da una candida tovaglia, dove la nonna apparecchiava lei stessa le porzioni per la servitù, in ragione dell'età e dei bisogni di ciascuno, avanzo questo degli antichi rapporti coi domestici i quali sentivano del padrone la soggezione e la protezione insieme. Dopo pranzo il nonno piegava qualche istante il volto pallido e pensoso sull'Eco della Borsa, unico giornale che penetrasse in casa; la nonna allora mi prendeva sui ginocchi, mi baciava, mi coccolava, mi diceva la storia del Mostro turchino e quella delle Due palombe.

Alla domenica si giuocava a tarocchi intorno alla tavola de' miei nonni. A fare il quarto veniva generalmente lo zio Germanico, che era il dottore del paese e aveva sposato la seconda sorella di mia madre. Se capitava qualcun altro la zia Carolina cedeva il suo posto. Io, dopo essermi trastullata un poco a osservare le figurine del giuoco: La ruota della fortuna, Il pazzo, L'appeso, sgaiattolavo dalla mia sedia giù sul pavimento a intraprendere carponi il giro della sala ignorando di aver avuto un celebre predecessore e con intenzioni molto meno filosofiche delle sue. Mi piacevano le pareti rivestite fino a metà da un alto zoccolo di legno scanalato e verniciato, risalendo le quali, fino al soffitto, l'occhio mio fanciullesco si beava in una pittorica esposizione di frutta più grande del vero e di uccelli fantastici; forse l'uccello Roc il di cui uovo miracoloso pendeva dalla volta del palazzo di Aladino?

Poi mi fermavo dinanzi al paracamino dove era dipinta una montagna con un ciuffetto di fumo sulla cima e scritto sotto: Etna o Mongibello. Dall'Etna o Mongibello passavo alla rivista dei ninnoli rinchiusi dietro i vetri di uno di quei mobili che si chiamano étagéres, con un vocabolo francese che non saprei in qual modo sostituire, e finalmente prendevo fiato accanto ad un grazioso Arlecchino alto come me — ma io ero in ginocchio — ricamato a punto croce con una mascherina nera attraverso i cui fori brillavano gli occhietti di vetro. Vestito di verde di rosso e di giallo, con una stecca nel dorso che lo teneva ritto, brandendo la minacciosa spatola di legno, egli faceva la guardia all'uscio vegliando quando era chiuso e tenendolo aperto quando occorreva, contro la forza del vento.

Sollevandomi dal mio viaggio terra a terra, contemplavo il più bell'ornamento di quella sala, i ritratti a olio del nonno e della nonna, opera del pittore Moriggia che della nostra famiglia era amicissimo. Giovanni Moriggia, gloria di Caravaggio, che fu già culla di altri pittori celebri, ebbe l'onore di affrescare la cupola del grande Santuario coi relativi pennacchi rappresentanti le quattro virtù cardinali: Giustizia, Fortezza, Prudenza, Temperanza. Nel pennacchio della temperanza, che ha per soggetto l'incontro del ricco Booz colla dolce Ruth, la figura della spigolatrice è stata presa da mia madre, che ne aveva veramente nel volto la dolce bellezza. Un grande quadro del Moriggia, ideato durante il suo esilio di patriota in Svizzera, è quello del Guglielmo Tell che riconosce Alberto d'Austria sotto le spoglie di un frate francescano. Io lo vidi durante tutti gli anni che andai a Caravaggio appeso nella camera della zia Carolina e mi rimase negli occhi fra le impressioni più vive della mia infanzia. Conobbi anche Moriggia negli ultimi anni della sua vita. Era un vecchio alto e magro cogli occhi scintillanti. Mi colpì una volta che parlava concitatamente con una mia zia, questa frase «Lo dicevo sempre a Luigi Napoleone, ma egli ci ha traditi». Chiesi poi alla zia chi fosse quel Luigi Napoleone che ci aveva traditi e la zia mi fece rimanere di sasso rispondendo con tutta semplicità: «È l'imperatore dei Francesi». Mazziniano, affigliato alla Giovane Italia, Moriggia conosceva tutte le persecuzioni del governo austriaco, compresa la prigione, ed esiliato più di una volta, nell'esilio appunto si era incontrato col giovane principe cospiratore anch'egli e, come è noto e come provò in seguito favorevole al movimento liberale italiano. Oltre ai ritratti del nonno e della nonna, Moriggia ritrasse quasi tutti della famiglia, ma quei due mi sembrano i più efficaci per finezza di lavoro e somiglianza perfetta della quale rimango testimonio io sola essendo tutti gli altri morti. A quei due ritratti di persone, che tanto sorriso sparsero sulla mia infanzia e che il succedersi delle vicende condusse nella casa di parenti che non li conobbero, invio da queste pagine un saluto pieno di commozione.

Sola superstite di un piccolo mondo scomparso! Ripensandoci mi sembra di aver vissuto due vite. La storia dell'universo è scolpita nella memoria di ciascuno; ogni generazione la trasmette ad un'altra per mezzo di piccole evoluzioni quasi invisibili. Sono io la stessa di ieri?

Oh! l'imprudente fanciulla che avendo abusato dei semi di popone ed anche dei poponi e delle belle pesche vermiglie che il nonno portava a casa nel suo calessino, doveva rimanere a letto un giorno o due invariabilmente tutti gli anni a purgare il suo peccato di gola! Ma anche quei giorni nella casa benedetta non mancavano di letizia. Dormivo in una bella camera, detta la camera dei forestieri, attigua a quella della mia cara zia, e, manco dirlo, fiancheggiata da due grandi guardarobe. Non mi sono mai annoiata in vita mia se non in compagnia d'altre persone.

Come si può essere così nemici di se stessi da non saper reggere a rimanere da soli?

Quando non avevo accanto la zia o la nonna, mi divertivo a contare i travicelli e i rosoni del soffitto spostandoli a mio talento formando nella mia mente altre combinazioni; oppure l'occhio, innamorato sin da allora della bellezza, si sprofondava con intenso diletto sulle ampie tende che, dall'alto delle finestre, scendevano a toccare il suolo ed avevano il fondo del colore del cielo cosparso di ghirlande di rose. Il momento difficile era quello di prendere la medicina. Mio zio Germanico, il dottore, buon uomo se mai ve ne fu, ma di una semplicità ruvida di cardo, invece di una graziosa pillola inargentata o di una bevanda al sciroppo d'arancio, si ostinava ad infliggermi un bottiglione pieno di un intruglio nerastro al quale dovevo i soli istanti amari del mio soggiorno a Caravaggio. Ma anche su questi vegliava l'affetto inesauribile della zia Carolina con dolci ragionamenti, con promesse, con carezze. Un giorno che doveva recarsi a Milano mi chiese che cosa mi avesse a portare se prendevo docilmente la medicina. Espressi il mio desiderio per un nastrino di velluto à la reine rosa e la vedo ancora partire col suo cabas in mano, la vedo ritornare traendo da esso il vellutino à la reine che mi aveva resa felice tutto il giorno nella aspettativa. Il cabas della zia Carolina, al pari della sua cuffietta da notte, sono nel mio pensiero indivisibili da lei stessa. Non usavano allora le borse di pelle. Quando a Milano, rientrando dalla scuola, vedevo sopra una sedia una specie di sacca ricamata, che presentava da una parte un cagnolino nero accovacciato sopra uno sgabello rosso e dall'altra su un trapunto di perline di vetro due grandi cifre C. M. con un contorno di fiori, spiccavo un salto per la gran gioia. Era il cabas della zia Carolina!

La liberté, ce seul besoin du sage! Non mi era noto allora questo verso, ma la verità che esso contiene fluttuava inconsciamente nel mio istinto di bimba solitaria e nel desiderio occulto di uscire di casa sola. Il mio soggiorno a Caravaggio soddisfaceva anche questo desiderio; lo consentiva l'uso del paese e la vicinanza delle mete che mi era permesso di raggiungere. Una fra queste era la mia nutrice alla quale volevo molto bene. Venivo accolta come una regina; si alzava subito, deponendo fuso e rocca, se stava filando; mi sorrideva, chiamava le sue cognate perchè mi venissero a vedermi, per tal modo erano in tre a farmi festa, tre paia d'occhi benevoli che mi scrutavano da cima a fondo, approvando con un luccicore umido nelle pupille che era tutto una tenerezza. Poi la mia balia apriva la sua rozza credenza, mostrandomi in fondo a una scodella alcuni gamberi in salamoia, che aveva serbato a bella posta per me; da parte mia, quando l'avevo, le davo una mezza muta d'argento, che la faceva contenta ed io più di lei.

Qualche volta, di rado, la nonna mi incaricava di portare un cestello di frutta alle sorelle del nonno, due vecchie zitelle che vivevano sole; una minutina, magra, svelta, la zia Caterina, si incaricava di tutte le loro faccenduole in casa e fuori; l'altra, la zia Lucia, un donnone, corpulenta e grassa, passava le giornate in un salottino semibuio, sdraiata sopra un piccolo divano giallo, che scompariva sotto la grossa persona. Si diceva che da giovane fosse stata molto bella e consapevole di questo suo pregio rifiutasse tutti i pretendenti, commentando che non si sarebbe mai sposata se lo sposo non veniva a prenderla con un tiro a quattro. Forse questa frase era una malignità dei respinti; comunque il tiro a quattro non giunse mai alla sua porta ed ella certo non lo aspettava più. La cuccuma del caffè, l'antica cuccuma di rame, stava tutto il giorno sul focolare delle due vecchie. La zia Caterina magra e svelta la portava a tutte l'ore alla zia Lucia immobile sul sofà e tutte e due sorbendolo pensavano forse che vi è ancora qualche dolcezza nel mondo.

Nel breve tratto di strada, che percorrevo per fare le mie visite, c'era una botteguccia dove una donna vendeva filo, aghi, bottoni d'osso esposti confusamente in una vetrina polverosa ed appannata, con mezza dozzina di fazzoletti intorno sempre gli stessi, e due o tre foglietti di carta da lettera picchiettati dalle mosche. Fra queste povere cose c'era tuttavia un cartoncino che attirava la mia attenzione per tutti gli spilli che vi erano infilati dentro l'uno dietro l'altro come soldatini in parata, colle loro capocchie di vetro assortite nei più bei colori, verde, rosso, aranciato, viola; nè io badavo che fossero di vetro, perchè la mia immaginazione le aveva già poste nella gerarchia delle pietre preziose distinguendole in smeraldi, in rubini, in topazi, in ametiste: elenco di tesori che la lettura delle Mille ed una notte mi aveva reso famigliari.

Questa agilità della fantasia a muoversi nei campi dell'irreale doveva procurarmi i momenti forse più belli della mia vita. L'uomo che nel Morgante maggiore del Pulci, si burla del vicino, che, avendo sognato i suoi buoi ne pretendeva il possesso e mostrandoglieli riflessi nel fiume gli dice ironicamente: «Or va laggiù a pigliarli, son tuoi» afferrando la verità immediata del possesso, trascura il valore della conquista spirituale. Bisogna lasciare al sogno il largo posto che esso occupa nella nostra esistenza. Togliendolo all'uomo lo si priva di uno degli attributi che lo distingue dalla bestia. Coltiviamo il sogno: esso è l'isola incantata dove il navigante tra l'una e l'altra tempesta riposa. Il solo ammonimento che ci dà la ragione è quello di contenerlo entro i limiti di piacere superiore. Dagli spilli che io ammiravo non potevo ritrarre nessun utile personale, ma il diletto, che provava la pupilla posandosi sui variopinti colori, metteva in moto le cellule del mio pensiero e tanto me ne compiacevo da reputarmi ricca quando riuscivo a comperarne una cartina. Mi divertivo allora a contarli, a suddividerli col mio criterio fanciullesco secondo l'età e la condizione del destinatario, come faceva la nonna coi piatti del desinare, e poi correvo a portarli alla mia balia, alle sue cognate, alla vecchia Teresa, alla lunga Francesca. Se fossero stati veramente smeraldi e rubini non avrei potuto sentirmi più fiera del mio dono. E quanto felice!

Un'altra casa sulla quale si raccolgono i buoni ricordi delle mie vacanze a Caravaggio, un po' succursale di quella dei nonni, era la casa della zia Claudia, moglie al dottore. Meno comoda meno ordinata, meno signorile, questa seconda dimora non mi era perciò meno gradita. Alla mia fantasia vagabonda una porta un po' sgangherata, un sottoportico irto di ciottoli come un sentiero di montagna, una catasta di legna in un canto, non presentavano nulla di sgradevole; nemmeno la fossa delle immondizie aperta a ciel sereno stonava troppo, poichè un albero di alloro vi sorgeva dapresso ombreggiandola colle sue lucide foglie e un bel giorno mi sorpresi a comporre questa osservazione «Anche nella vita troppe volte l'alloro cresce sulle immondizie».

Il cortile della zia Claudia non presentava esso pure la costruzione lineare del cortile del nonno, ma aveva, impareggiabile vantaggio, una spalliera di albicocche dorate, così luminose nel sole che tutta la casa ne riceveva una specie di sorriso e un tralcio di vite, che saliva ad abbracciare i pilastri di un loggiato superiore, al quale dava libero accesso uno scalone di pietra, ben noto ai miei piccoli passi leggeri. Nel mezzo del cortile poi molte pianticelle di fiori, senza esclusione del domestico prezzemolo e della salvia aromatica costituivano uno di quei giardinetti provinciali che, forse in memoria dei beati tempi, ho sempre preferito alle aiuole lisciate e pettinate dei giardinieri di professione. C'erano anche intorno al cortile ripostigli e stambugi adattatissimi per il giuoco di nascondersi che si faceva insieme ai nipoti dello zio Germanico, ospiti quotidiani al pari di me.