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BIBLIOTECA DELLA CRITICA SOCIALE

FEDERICO ENGELS

L'ORIGINE DELLA FAMIGLIA
della Proprietà Privata
E DELLO STATO

in relazione alle ricerche di L. H. Morgan

Versione di PASQUALE MARTIGNETTI

II Edizione definitiva
con introduzione di
EDOARDO BERNSTEIN

MILANO
Uffici della CRITICA SOCIALE
Portici Galleria V. E., 23
1901

_Dedico questa seconda edizione della versione dell'Engels alla dolorosa memoria del mio diletto primogenito Salvatore, che, il 6 settembre 1900, mentre stava sotto le armi al campo di manovre di Sparanise, si toglieva la vita, vinto dall'angoscia di una contrastata passione d'amore. Animo delicatissimo, ardente, inebbriato di un ideale cui sbarravano il varco le spietate esigenze di una società che «non lascia fra uomo e uomo altro legame che il nudo interesse e l'arido pagamento a pronti»[1], egli trafiggeva, inconscio, di ferita insanabile, con una medesima arme, il cuore paterno e della povera madre, insieme col proprio; quasi documentando, col generoso sangue ribelle, il tragico vero che emana da questo libro: — amore, sogni di giovinezza, ogni più nobile anelito umano, tutto la ferrea necessità economica vince ed opprime. — Così affrettino i fati l'avvento di una società migliore, più benigna agli affetti e alle speranze dei figli, meno avara di conforti alle cupe desolazioni dei dannati a sopravvivere, dei genitori orbati, curvi ai sepolcri!_

PASQUALE MARTIGNETTI.

Benevento, dicembre 1900.

Introduzione critica alla seconda edizione italiana[2]

L'editore della presente traduzione d'uno fra i più notevoli lavori di Federico Engels, l'amico Turati, mi chiede ch'io l'accompagni con una prefazione. Accetto di buon grado l'invito, pur non dissimulandomi il grave cómpito ch'esso m'addossa.

Ciò che il libro offre è detto dal titolo, e il nome dell'autore sta a guarentigia che l'argomento è trattato da mano maestra. I pregi di Engels come scrittore sono così universalmente riconosciuti, che è inutile qui noverarli. Anzichè assicurare il lettore ch'egli ha dinanzi il lavoro d'un uomo, il cui sapere era altrettanto vasto quanto era profondo il giudizio e limpido e semplice lo stile, tornerà opportuno esaminare in quale senso questo mirabile studio potrebbe oggi, per avventura, completarsi.

Engels, come rileva egli stesso nella prefazione del 1884, nel comporre questo libro adempì un legato impostogli da Carlo Marx. A chi scrive venne fatto di gettare un'occhiata entro la fucina, ov'esso fu elaborato. Sul principio del 1884 io mi trovai per qualche tempo ospite di Engels, appunto allora intento ad una prima revisione accurata delle carte postume di Marx. Fra i manoscritti, che in quell'occasione Engels andava rileggendomi fino a notte inoltrata, eranvi anche i sunti fatti da Marx dell'Ancient Society di Lewis H. Morgan, corredati di sue glosse marginali non di rado stringatissime. Non è intaccare la fama dell'autore del Capitale il soggiungere che le glosse non contenevano nulla di nuovo e che, quanto ai sunti, se essi offrivano la prova più convincente della coscienza portata da quel Grande nei suoi lavori, non erano tuttavia più che marmo greggio, a cui mancava ancora completamente una mano d'artista che desse loro una forma. Marx aveva estratto da Morgan soltanto ciò, ch'eragli sembrato degno di speciale osservazione; la morte gl'impedì d'andare oltre. Il cómpito d'elaborare quei materiali toccò ad Engels, che l'esaurì in un tempo relativamente breve, grazie all'essersi egli stesso dedicato altra volta a ricerche più estese nel campo della storia primitiva dei Germani e dei Celti.

Insieme all'intento puramente oggettivo, di far conoscere al mondo socialista e, di rimbalzo almeno, al mondo speciale dei dotti, le scoperte di Morgan relative alla costituzione della gens e alla sua importanza per la scienza storica, fu anche un desiderio più personale, che mosse Engels a comporre questo lavoro: il desiderio di porre sotto miglior luce l'opera, a suo avviso ingiustamente negletta, di Morgan, contribuendo così al riconoscimento dovuto ai meriti dello scrittore americano. Forse Engels esagera alquanto, asserendo che il libro di Morgan fu «sistematicamente sepolto» in Inghilterra (Prefazione del 1891), giacchè il lieve conto che ne fecero gli etnologi inglesi si spiega anche senza l'ipotesi d'una congiura del silenzio, come pure si spiega che il suo editore lo trascurasse, dacchè la stampa specialista l'aveva più criticato che non lodato. È certo nondimeno che i capi delle scuole etnologiche non gli accordarono il posto che gli spetta e che alcuni errori di Morgan nei minuti particolari fecero loro disconoscere il valore delle nuove vedute, ond'egli arricchì la scienza della storia primitiva dei popoli. Perchè ciò si evitasse ci sarebbero voluti uomini immuni dalle prevenzioni ond'erano imbevuti gli etnologi inglesi; uomini insomma che abbracciassero, collo stesso occhio di Morgan, tutta quanta la sociologia.

In ogni scienza particolare s'annida la tendenza alla micrologia specialista, la quale, ove trascenda, conduce ad un positivismo o fenomenalismo pedantesco. Dinanzi alla mole del materiale raccolto ed alle innumerevoli sue varietà, la fiducia nelle regole generali svanisce e l'ufficio dell'indagatore sembra esaurirsi nel classificare e coordinare le cose accettate ed i fatti acquisiti. Così la diffidenza del legale specialista per tutte le teorie di diritto naturale cresce in ragione della sua virtuosità nella casistica del diritto positivo; le costruzioni filosofiche gli appaiono astrazioni fantastiche o generalità prive di solida base. Sotto egual luce dovettero manifestarsi alle predisposizioni positiviste degli etnologi le formule generali, che Morgan presentava come frutto della sua analisi sulle istituzioni degli Indiani nordamericani. Dovendosi qui ricavare da un determinato principio fondamentale la genesi dei molteplici fenomeni, ecco che la classificazione in vigore, tutta poggiata sovra punti formali, sarebbe caduto in enorme discredito. Niuna meraviglia che i rappresentanti di questa non s'accorgessero della nuova teoria se non per rilevarne le lacune, mentre lo stesso Engels ammette che talune ipotesi di Morgan sono insufficienti o affatto insostenibili. Pei difensori del sistema antico, l'edificio teoretico di Morgan era completamente crollato, rimanendone in piedi solo alcune illustrazioni di singoli fenomeni, che vennero accettate di buon grado. Ma anche a queste non si dette maggior peso che all'altro materiale empirico, onde son pieni gli archivî etnologici, e ch'è del resto continuamente sottoposto a nuove rettifiche in questo o quel particolare.

Engels riconosce in Morgan un nuovo scopritore «a suo modo» della concezione materialistica della storia trovata da Marx e da lui nel 1844-45. Ma, se non voglia darsi a quell'«a suo modo» un significato molto largo, tale affermazione parmi non regga; poichè in Morgan manca appunto il principio caratteristico della concezione materialistica della storia, cioè la derivazione delle idee giuridiche, morali, ecc., dal modo e dalle trasformazioni del sistema di produzione dei mezzi di sussistenza. Certo egli ha fornito numerosi elementi a conforto di tale correlazione; egli ha, ciò che più monta, distinto gli stadii dell'evoluzione generale della civiltà desumendoli dallo stato in cui trovavansi la conquista e la produzione dei mezzi di sussistenza. Tuttavia qui si arresta il concetto ch'egli aveva dell'importanza dell'elemento economico nell'evoluzione della società umana; cosicchè non può dirsi che, nel campo dei principî, egli abbia superato il confine, che separa la storia obiettiva della civiltà dal materialismo storico. In altri termini, Morgan storico sta al materialismo storico come i socialisti teorici del periodo 1825-1840 stanno al socialismo di Marx ed Engels.

Non minor dose di materialismo storico che in Morgan si riscontra nei teorici dell'owenismo, del sansimonismo e del fourierismo; quest'ultima scuola in ispecie aveva negli Stati-Uniti rappresentanti intelligentissimi, nè poteva essere ignorata da Morgan. Potrebbe forse obbiettarsi che, pur non avendo costruito una teoria della storia corrispondente al materialismo storico, nondimeno, adottandone il metodo, egli l'avrebbe rafforzata coll'esempio. Anche questo, peraltro, non è, a senso mio, sostenibile. In Morgan troviamo, è vero, che si tien conto incidentalmente dell'influenza determinante che ha il fattore della produzione, ma senza ch'esso sostenga la parte di forza impellente assolutamente decisiva nell'evoluzione storica. Egli accorda alle ideologie (alle rappresentazioni religiose, ecc.) una forza d'impulso ben maggiore che loro non accordi il materialismo storico, e nella struttura della famiglia — presa questa parola nel senso più lato — vede un coefficiente d'evoluzione sociale per lo meno equivalente al sistema di produzione.

Su quest'ultimo punto, Engels trova che Morgan, nello studio ch'egli ha fatto di certi periodi dell'evoluzione, applicò fedelmente la teoria materialistica della storia; e ciò inquantochè egli considera anche la vita sessuale come un fattore di produzione, il fattore dell'origine della vita, della riproduzione della specie. Senonchè, anche nella scuola di Marx-Engels, siffatta equiparazione della produzione degli uomini con la produzione dei beni non mancò di contraddittori. Uno fra i suoi rappresentanti più noti, H. Cunow, scrivendo delle basi economiche del diritto materno, dimostrò che ella si riduceva ad una mera analogia di parole, senza alcun sostegno nei fatti. Sotto l'aspetto storico, non si tratta della materiale produzione o riproduzione della vita umana, la quale è rimasta la stessa sin dai tempi primitivi, ma bensì delle forme della vita sociale collettiva dei sessi, dei loro reciproci rapporti giuridici, dell'ordinamento familiare e delle sue mutazioni nella storia dell'umanità. Ora, tali mutazioni non si sarebbero già svolte indipendentemente, accanto a quelle del modo di produzione dei mezzi di sussistenza, ma sarebbero anzi state determinate da queste. L'ordinamento familiare dipenderebbe dal modo di produzione, ossia dalla conquista dei mezzi di sussistenza. Chi giungesse a diverse conclusioni diminuirebbe la portata del materialismo storico.

In quest'obbiezione v'ha ad ogni modo una parte di verità, giacchè d'un'equivalenza della famiglia, quale fattore di riproduzione degli esseri, coi fattori della produzione dei mezzi di sussistenza non si trova traccia in nessuna fra le definizioni del materialismo storico precedentemente pubblicate da Marx ed Engels. Engels rammenta bensì nella presente opera che, in un manoscritto composto da Marx e da lui nel 1846, dicevasi già che la prima divisione del lavoro fu quella fra l'uomo e la donna per la procreazione dei figli; ma ciò non fa che dare maggiore rilievo all'equivoco di quest'analogia. Infatti la divisione delle funzioni nella procreazione e riproduzione non costituisce punto uno stadio d'evoluzione della storia dell'umanità, ma ci trasporta molto indietro nella storia dell'evoluzione degli animali e delle piante e non è se non lo sviluppo ulteriore di altre divisioni di lavoro o di funzioni. Considerata come produzione, la procreazione è divisione di lavoro biologica, non sociologica.

Ma, se l'obbiezione di Cunow regge quanto alla giustificazione data da Engels dell'equivalenza tra ordinamento familiare e sistema di produzione, ciò non significa che Engels siasi del pari ingannato quanto al fatto in sè stesso, nel porre cioè la famiglia e l'unione dei sessi ad egual livello d'altri fattori della produzione, anzi, nelle fasi primitive dell'evoluzione, persino talvolta ad un livello superiore. In coteste fasi, il modo della vita comune dei sessi, relativamente all'influenza che può esercitare nella creazione e nel consolidamento di comunità più o meno vaste, è anzitutto esso medesimo un fattore importantissimo nella produzione o conquista dei mezzi di sussistenza; in secondo luogo deve riconoscersene l'influenza attraverso l'evoluzione del sistema di produzione, per ciò ch'è esso appunto che ne suscita o rafforza le condizioni di progresso. Così mi sembra, ad esempio, che le osservazioni di Engels sull'importanza che ha la formazione dell'orda nell'elevamento del primo uomo al disopra dello stadio d'evoluzione nel quale si arrestarono le scimmie antropomorfe, pur restando nel regno delle ipotesi (giacchè a quel progresso possono essere concorse altre cause), hanno tuttavia molti argomenti in proprio favore. In ogni caso l'obbiezione di Cunow urta contro lo stesso errore che, allo stesso proposito, riscontriamo anche in Engels; quello cioè di non aver sufficientemente rilevato la differenza fra rapporti causali e condizionali, o, in altri termini, fra causa e condizione, ch'egli tratta a un dipresso come sinonimi.

Nell'esposizione materialistica della storia, è questo veramente uno scoglio fra i meno superabili. I cultori di cotesto metodo incappano facilmente nell'equivoco di scorgere in coefficienti, che resero una data evoluzione possibile, addirittura le cause e le forze impellenti ond'essa è sorta. Ora, siffatti coefficienti possono, è vero, aver agito come propulsori, ma ciò non vuol dire che siano stati sempre il propulsore decisivo. Infatti v'hanno date condizioni naturali — come le qualità del suolo, il clima, la preponderanza del regno vegetale sul regno animale — necessarie allo svolgimento di talune forme economiche e strutture sociali. Ma ciò non dimostra ancora che tali forme e strutture siano il necessario prodotto di quelle condizioni; che queste, cioè, siano sufficienti a produrle anche senza il sussidio di altri coefficienti. Quanto è agevole intuire in astratto che tutto ciò che accade è necessario che accada, altrettanto difficile è dimostrare siffatta necessità nei casi concreti, di fronte al vario atteggiarsi degli organismi superiori. Esaminate più davvicino, le pretese prove si riducono sempre a semplici combinazioni di parziali concause e condizioni, che autorizzano bensì giudizî di maggiore o minore probabilità, ma non mai di certezza apodittica.

Coloro, ai quali tutto ciò fa l'effetto di scoraggiante scetticismo, rammentino che qui si tratta d'interpretazioni scientifiche ex postea e non già di formule di rivendicazioni — si tratta insomma di sapere, non di volere. D'altronde l'azione pratica della democrazia socialista non è ella stessa diretta principalmente a creare le condizioni d'un ordinamento sociale superiore, la cui struttura è affare dell'avvenire?

Era troppo naturale che, nel ricercare presso i varî popoli le traccie della gens imperniata sulla successione materna (determinazione della parentela secondo la discendenza materna), chi primo l'aveva scoperta, Morgan, accordasse un'attenzione più intensa ai fatti, che meglio si prestavano alla sua tesi, anzichè a quelli che se ne scostavano. Talune sue generalizzazioni esagerate trovano poi una scusante nella circostanza, che, allorquando egli scriveva la sua opera, le indagini sulla storia primitiva erano poco sviluppate come scienza; mentre oggidì s'esporrebbe al ridicolo chi osasse spacciare tutte le sue proposizioni per altrettante verità apodittiche. Lo stesso dicasi delle conclusioni che Engels, sulle traccie di Morgan, trasse rapporto alla gens, però che anch'esse non vanno immuni da generalizzazioni rivelatesi assolutamente eccessive.

Nell'accennato scritto di Cunow è poi data la convincente dimostrazione, che il diritto materno non è punto un istituto, il quale si svolga fatalmente dall'originaria famiglia-orda, se così si può chiamarla, in conseguenza del crescere di questa, ma che si richiedono sempre determinate condizioni economiche — una limitata agricoltura coesistente alla caccia e alla pesca, come base della sussistenza — perchè alla donna sia dato raggiungere, nella collettività domestica ed eventualmente nella gens, quella posizione, che può definirsi di diritto materno, nel significato in cui Engels adopera questa parola. In Engels diritto materno, nel senso di posizione sociale più elevata della donna, e successione materna compaiono a un dipresso come sinonimi, sebbene in realtà non lo siano affatto e la successione materna fosse, anzi sia, in molti casi accompagnata ad una posizione sociale assai bassa della donna. Del pari troviamo la successione materna in popoli pastori, sebbene, secondo la teoria, la pastorizia dovrebbe dare origine alla famiglia patriarcale. Fa d'uopo appunto, come notammo, d'un concorso ininterrotto di differenti circostanze perchè sorga una determinata istituzione sociale, e già presso i popoli primitivi s'avverte che non v'ha assolutamente, nella serie delle evoluzioni delle loro istituzioni sociali, una costante coincidenza quanto agli stadii percorsi da ciascuno di essi.

Per tale rapporto, Engels si lascia più volte trascinare, nell'attuale scritto, dalla predilezione per certe forme ed istituzioni del diritto sociale, a conclusioni che non resistono ad una più accurata disamina. Per esempio, egli esagera talvolta — non sempre — la portata del così detto comunismo primitivo, che del resto non era sostanzialmente se non un comunismo negativo, senza un concetto giuridico determinato, e che assunse una forma positiva soltanto come collettivismo di gruppi di parentela. Ciò, a cui mira la democrazia socialista, come partito dei lavoratori, è, nei suoi presupposti materiali ed ideali, così fondamentalmente diverso da quel primordiale «diritto di tutti sulla terra e sui suoi prodotti», che si può dire in diametrale opposizione con esso. Fra le rivendicazioni socialiste e quel diritto primitivo non v'è più somiglianza che fra l'animismo dei selvaggi e le teorie vitaliste dei moderni fisiologi. Osservato più attentamente, il comunismo primitivo si presenta come una proprietà particolare di gruppi sovra la terra e sui tesori ch'essa offre spontaneamente, fondata sull'occupazione o sulla conquista o sulle forme affini d'acquisto dei mezzi di sussistenza: raccolto e caccia. D'altronde, anche in questi stadii si rinviene di già la proprietà personale, sebbene, naturalmente, esercitata soltanto sovra oggetti d'uso individuale, come armi, ornamenti e simili. Può dirsi, su per giù, che il comunismo primitivo era un comunismo fondato sul non-lavoro e che la sua scomparsa coincide col primo apparire della coltivazione sistematica del suolo, d'onde l'acquisto dei mezzi di sussistenza ebbe finalmente la vera impronta di lavoro creatore. Ovvero può invece dirsi che il comunismo primitivo corrispondeva a quello stato d'immediata dipendenza in cui l'uomo trovavasi ancora rapporto ai doni spontanei della natura, e che cessa appunto non appena l'uomo incomincia a dominare la natura. A mio avviso, nell'abbandono di siffatto comunismo primordiale, potrà tutt'al più ravvisarsi una specie di peccato originale storico: il peccato dell'umanità che s'accosta all'albero della scienza.

Non dissimile è il giudizio storico, che deve darsi su l'abolizione o la scomparsa della costituzione gentilizia; costituzione che Engels medesimo dichiara possibile soltanto in uno stadio assai basso d'evoluzione sociale — (popolazione scarso e lavoro poco produttivo) — e destinata a tramontare al primo slancio ulteriore dell'evoluzione. La forte simpatia di Engels per la società sorta sulle associazioni gentilizie ed organizzata a loro servigio non gliene dissimula però i lati oscuri ed il carattere transitorio. Nullameno anche il quadro, ch'egli ci dà, del modo, con cui dalla costituzione gentilizia si sarebbe svolto lo Stato, mi sembra di colorito alquanto tendenzioso. Generalmente egli si raffigura questo trapasso come una specie di peccato originale, prodotto da influenze degradanti, da interessi spregevoli e da mezzi ignominiosi — come un abisso di corruzione, in cui, dal grado di relativa elevatezza morale di già raggiunto, sarebbe precipitata l'umanità. Qui abbiamo, secondo me, la eccessiva generalizzazione di alcuni fenomeni accidentali o secondarî, che risponde a quella pseudo-etica, a quel romanticismo sociale, che troviamo più spesso nei radicali con tendenze conservatrici, ad esempio nei democratici piccolo-borghesi, anzichè nei rappresentanti del socialismo scientifico. Indubbiamente, ove le istituzioni sociali sono poco evolute e lasciano lieve margine alle tendenze particolari dell'individuo, minore è la possibilità di corruzione che non in società più complicate; tuttavia chi vorrebbe perciò asserire in generale che siano più elevate le condizioni morali delle società più semplici? Non dovremmo piuttosto confessare che, per quanto ci seduca a prospettiva del loro contrasto coll'ambiente attuale, il valore morale non ne è soverchio? L'onestà dovuta ad ignoranza o ad assenza di tentazioni ha tutt'altro carattere che non quella dei membri di maggiori e più complicate comunità, dotati d'intelligenza ed esposti ad ogni sorta di tentazioni. In parecchi passi lo stesso Engels mostra la spaventosa rapidità con cui, ad esempio, la moralità dei barbari Germani s'infrange nell'urto della civiltà romana; e lo stesso può notarsi oggi negli individui che, appartenendo ad ambienti civili più semplici, sono trascinati nell'orbita di civiltà superiori.

È errore purtroppo comune quello di scorgere una prova di moralità più elevata della nostra civiltà, nell'assenza di talune immoralità o di taluni vizi, che non è invece in realtà se non l'indice della rozzezza di vita e d'ideazione dei popoli, presso i quali l'ammiriamo. Costumi più semplici e moralità più alta son due termini, come tutti sanno, sostanzialmente diversi. La sincerità dell'uomo della natura, che a ciascuno dice ciò che di lui effettivamente pensa, c'impone per il contrasto colla nostra cortesia di convenzione, la quale ci consente di dirigere magari parole cortesi a persone che abbiano in dispregio; ma non perciò pensiamo ad imitarla e ce ne avremmo a male se lo facessero quelli che ci circondano. La nostro cortesia è ella forse più immorale della sua sincerità? Oserei negarlo. Infatti la nostra ipocrisia, appunto perchè convenzionale, non ha origine maligna; ell'è piuttosto un dominio sovra sè stessi, richiesto dalle condizioni e dai rapporti d'una vita più evoluta, la quale non tollera che s'abbia sempre il cuore sulla lingua. Ben poteva, cent'anni fa, quando la Germania era ancora quasi esclusivamente un paese agricolo, cantarsi da Goethe:

In tedesco è mentir l'esser cortese.

Oggi, la si direbbe un'esagerazione priva di garbo; ma peggio ancora il voler dedurre dalla scomparsa delle forme di convivenza primordiali un abbassamento nel livello morale. È certo che le condizioni morali dell'attuale Germania sono superiori a quelle del 1800.

Allorquando s'occupa di determinati popoli e della loro evoluzione, Engels si mostra per lo più immune da romantici entusiasmi per le civiltà primitive, anzi dileggia volontieri quegli scrittori, pei quali il selvaggio è l'uomo migliore. Ma, nel riepilogare e nelle formule generali, accade anche a lui di fermarsi ai lati luminosi delle più antiche forme sociali, dimenticandone i lati oscuri. D'altronde, non è semplicemente dalla simpatia, ben concepibile, verso le istituzioni democratiche dei popoli primitivi ch'egli è spinto a siffatte unilateralità; nel suo modo di presentare la storia si sente piuttosto l'influenza di certe vedute fourieriste ed hegeliane. Sulla fine del libro, è Engels stesso che cita la Critica della civiltà di Fourier, dove appunto fra le note predominanti emerge l'evoluzione fino a noi, rappresentata quale un progresso intellettuale accompagnato da degenerazione morale. Ad eguali conclusioni giunge in Hegel il concetto della storia, che s'evolve per via di antitesi. Ora, volendo giudicare il presente sotto questo aspetto, si è fatalmente portati ad esagerare il valore di determinate istituzioni del passato.

Così, ad esempio, la moderna prostituzione è ben più ripugnante al nostro senso morale che non la poligamia, quale la rinveniamo anche in anteriori stadi d'evoluzione. Eppure la prima segna un grande progresso morale, in quanto riposo sul riconoscimento della libera personalità. La prostituta moderna dispone ella stessa del proprio corpo, al contrario di ciò che accadeva generalmente nella poligamia. Anche vendendosi sotto il pungolo del bisogno, ella esercita un atto d'indipendenza, che presso varî popoli così detti della natura è alla donna negato. Certamente la vendita o il baratto di fanciulle adulte, che si fa nel matrimonio dai loro genitori o dal capo della famiglia ad un terzo, si concilia colle idee generali di questi popoli assai meglio che non la prostituzione volontaria colle nostre; ciò tuttavia prova unicamente che i nostri odierni criterî sono più elevati e non già che i nostri costumi sono decaduti.

Tale è principalmente il criterio, con cui dobbiamo confrontare e valutare le condizioni morali d'epoche diverse. Formuliamolo come ci pare, ma sempre troveremo che questo criterio si risolve nel maggiore o minor rispetto della personalità e nella posizione che a questa è fatta nella comunità. S'intende che la libertà puramente formale della personalità esige, per divenire vera libertà, certe condizioni economiche e che il rispetto sociale della personalità presuppone il rispetto e la padronanza di sè stessi.

A Fourier e a Hegel si connettono altresì parecchie deduzioni di Engels sulla futura forma della famiglia e del vincolo sociale. Nel matrimonio proletario egli ravvisa uno stadio di monogamia più elevato che non quello in cui trovasi il matrimonio borghese. Vi mancano, secondo lui, insieme alla proprietà, l'impulso ed i mezzi ad un predominio maschile e l'eguaglianza economica dei sessi fa sì che di regola l'amore sessuale presieda veramente alla loro unione. Passati i mezzi di produzione in proprietà comune della società, diventati oggetto di industria pubblica i lavori che prima appartenevano all'economia domestica, convertita in pubblico servizio l'assistenza e l'educazione dei fanciulli, diverrebbe generale questa eguaglianza di fatto dei sessi, rendendo in pari tempo possibili le unioni sessuali fondate esclusivamente sull'amore sessuale. Nondimeno Engels dubita che, avverandosi tutto ciò, cadrebbe anche la monogamia, la quale oggi ha la prostituzione per correlativo, essendo difficile ammettere che questa possa scomparire senza trascinare nella sua caduta la monogamia.

Anche della verità di taluno di questi presupposti può tuttavolta dubitarsi. Così la vita coniugale del moderno lavoratore è considerata da Engels un po' troppo dal punto di vista del concetto tradizionale di «proletario». Nei paesi meglio progrediti, il matrimonio del lavoratore tende in fatto assai più ad imborghesirsi che non a svolgersi in una propria direzione indipendente e, almeno per ora, subisce più del matrimonio borghese l'influenza della legislazione sociale. Questa, è vero, toglie ai genitori parte delle cure pei fanciulli, ma, col divieto del lavoro dei fanciulli nelle fabbriche, colla diminuzione delle ore di lavoro degli adulti e con altrettali disposizioni, paralizza una quantità di forze tendenti all'abolizione od alla decomposizione della famiglia. Oltracciò, nel mondo dei lavoratori è regola quasi generale che col matrimonio la donna abbandona il lavoro retribuito o lo limita sensibilmente, dedicandosi sovratutto alla direzione della casa. Il piede di casa individuale importa senza dubbio un sensibile spreco di lavoro, ma l'attrattiva d'una casa propria è talmente forte per la grande maggioranza degli uomini, da far loro preferire il sovrappiù necessario di lavoro casalingo ai cresciuti mezzi di godimento, che sarebbero apportati dalla trasformazione della economia domestica in industrie pubbliche. Si può certamente constatare una serie di fenomeni, che contribuiscono a rendere meno gravosa ed a completare la vita domestica individuale — ma non si può punto constatarne la dissoluzione, almeno nella classe lavoratrice. Il problema del servizio nella casa borghese, che si agita attualmente nei paesi progrediti, non minaccia affatto la casa operaia.

È del pari dubbio se noi andiamo incontro ad un'epoca in cui al matrimonio monogamico saranno tolte le sue basi economiche. La necessità della coesistenza della prostituzione con questo matrimonio può sostenersi soltanto da chi al concetto di «monogamia» dà un significato soverchiamente gretto. Dell'odierno matrimonio dei lavoratori, Engels afferma che esso è monogamico nel significato etimologico, ma non affatto nel significato storico della parola. Tuttavia, che cosa devesi intendere per «monogamico nel significato storico»? Chi ben guardi, tale espressione è da Engels usata per indicare quella forma, in cui primitivamente la monogamia si svolge da precedenti forme di connubii (connubio per gruppi o per coppie), ossia il connubio individuale con predominio quasi assoluto dell'uomo sulla donna. Egli medesimo, però, ammette che la monogamia non apparve punto dappertutto nella «rude forma classica» assunta, secondo lui, presso i Greci, indicando inoltre come essa si distingua nei diversi paesi con tratti differenti. Se ne dovrebbe concludere che il concetto di «monogamia» non si esaurisce nel significato connesso alla forma primordiale; e che siamo quindi autorizzati ad applicarlo a tutti i connubii fra un solo uomo e una sola donna, il cui intento sia superiore a quello d'un semplice appaiamento o d'un appaiamento a durata fissa.

Quell'elemento, già così importante nella conclusione del matrimonio, ch'è l'armonia spirituale o psichica e quindi il completamento reciproco dei due, è affatto trascurato da Engels, sebbene col progredire della civiltà esso divenga nel matrimonio un coefficiente di sempre maggiore importanza. Ma conviene che cadano non pochi ostacoli, che scompaiano non pochi pregiudizii, prima che cessi lo stato d'inferiorità della donna di fronte all'uomo; e quindi il matrimonio, ch'è quanto dire l'unità della famiglia, ha dinanzi a sè ancora molto tempo per mantenersi essenzialmente monogamico.

Un discorso analogo può tenersi per quel che riguarda lo Stato. Anche per quest'istituto vediamo Engels fondarsi su una definizione che s'attaglia alle sue particolarità iniziali — formazione del dominio di classe — per predirne la futura scomparsa. Ora, nel corso dell'evoluzione, lo Stato ha sostanzialmente ampliato le sue forme, assumendo sempre nuove funzioni. Non ne parla Engels stesso come d'un organo di divisione del lavoro sociale? E dovrà per questo credersi che, tolto di mezzo il presupposto or ora menzionato, anche lo Stato abbia a spegnersi o a paralizzarsi? Ciò mi sembra estremamente inverosimile. Infatti, l'evoluzione che procede sotto i nostri occhi ci mostra che, all'opposto, man mano lo Stato cessa d'essere l'organo del dominio o dell'oppressione di classe, più va estendendosi la sua sfera d'azione. Ed anche nei suoi primordi esso non è un semplice congegno di codesta oppressione: il suo sorgere coincide colla formazione di grandi unità di popoli, entro confini fissi, con sedi stabili e la cui coesione non è più dovuta esclusivamente alle associazioni familiari. Esso nasce dall'aumento numerico e dalla densità della popolazione stabile su un dato territorio; nè potendosi tale aumento concepire senza una grande ricchezza economica e lunghi periodi pace, ecco che lo Stato nascente, pur essendo un mezzo di dominazione di classe, è altresì il caposaldo e l'espressione d'un grande progresso sociale. Il che ci è pure mostrato dallo stesso Engels, allorquando nella federazione delle razze irocchesi scorge il crollo di quella costituzione gentilizia, che precorse l'instaurazione dello Stato e ch'era troppo limitata e gretta per tollerare un sensibile progresso sovra il tenore di vita degli Indiani in continua guerra pei territorii di caccia, ecc. Se, adunque, al suo apparire, lo Stato serviva alla dominazione di classe, o se venne foggiato da classi dominanti intente a consolidarsi il potere, si tratta d'una faccia del suo organismo, che non forma se non una particolarità secondaria, radicata non nelle forze che agiscono permanentemente, ma bensì nelle transitorie circostanze della sua creazione e conservazione. La scomparsa dello Stato presuppone non solo l'abolizione del dominio di classe, ma lo spezzarsi altresì delle grandi unità nazionali per far luogo ad associazioni staccate di piccole corporazioni o gruppi. Quest'ultimo evento è però più che improbabile. Per quanto il principio democratico della federazione sia destinato a trionfare e a informare il rapporto dei gruppi locali e professionali collo Stato — e io penso che sia questo uno fra i più importanti problemi contemporanei — la molteplicità e multiformità dei gruppi ed il continuo aumento dei congegni della società sono tuttavia segni certi che non ne conseguirà la soppressione dell'organismo che tutti li abbraccia, cioè dello Stato.

Vero è soltanto che cadrà lo Stato sfruttatore ed oppressore. Ma questa non è se non una particolare forma di Stato, e non lo Stato in generale.

Furono, come già si disse, concetti appresi da Fourier e da Hegel che condussero Engels a identificare sostanza e forma od a prendere pel tutto un lato particolare della cosa. Anche Fourier abolisce lo Stato, sostituendogli l'associazione dei falansteri; il concetto poi che lo Stato scompare insieme al dominio di classe, donde è generato, corrisponde alla formula hegeliana, per la quale la negazione della negazione è legge dell'evoluzione. Ma, per quanto in Fourier e Hegel si ammirino due illustri precursori della moderna dottrina dell'evoluzione, ciò non toglie l'errore insito nelle loro formule, e che consiste precisamente nel rilevare trasformazioni assolute o totali là dove in realtà non si riscontrano se non mutazioni relative.

Ma facciamo punto colle riserve, le quali han di mira soltanto singole pagine del lavoro di Engels, lasciandone pressochè intatto il complesso, e le quali non vietano d'apprezzarne l'alto valore. Ogni esposizione storica, ogni interpretazione di evoluzioni storiche è, fino a un certo segno, una creazione ed offre un elemento soggettivo determinato dalla personalità dell'autore. A nessuno è concesso presentare la verità nella sua pienezza, o per lo meno esprimere sempre esattamente il rapporto di tutti i fattori di un fenomeno. In questa materia, poi, si è quasi sempre dinnanzi ad ipotesi, più o meno verosimili, ma che non sono ancora certezza. Così lo stesso Engels modificò nella quarta edizione di questo libro taluni passi della prima ed avrebbe, occorrendo, fatto lo stesso nelle edizioni successive. Il suo libro non è un catechismo, ma un tentativo di rappresentare le forze e le circostanze che foggiarono i tre più importanti istituti giuridico-sociali della società incivilita e ne conservarono le forme a noi conosciute: proprietà, famiglia, Stato.

Se Engels quà e là può ingannarsi nel valutare l'influenza di talune fra queste forze in date evoluzioni, ce ne compensa l'ammirabile finezza, con cui egli ci esibì un quadro vivace, intuitivo, del loro complesso. Tanto la muta azione degli elementi economici che, quasi inavvertiti, minano le fondamenta di società o d'istituzioni sociali, rendendone prima possibile, poi inevitabile, la trasformazione, quanto l'influenza delle forze soggettive o ideologiche, sono esposte in modo meraviglioso. Pochi possiedono, al pari di Engels, la dote d'offrire molto in breve contorno, senza divenir pesanti. Egli è sempre chiaro e vivo, maestro nell'analisi e nell'arte di scegliere, nella molteplicità dei fenomeni e delle forze, sempre i fenomeni e le forze prevalenti. Sono queste qualità che rendono prezioso il suo libro anche agli etnologi di professione, così esposti al pericolo di perdere di vista, nelle ricerche speciali, le correlazioni generali delle cose. Per la democrazia socialista, poi, esso ha il notevole merito di renderle famigliari i risultati d'una scienza, alla quale la massa dei socialisti non potè dedicare soverchio tempo e che pure è di non lieve importanza per intendere l'essenza della società. Si potranno sottoporre a revisione i particolari di questo libro, ma, come guida per conoscere i problemi della storia primitiva, esso è insuperabile.

EDOARDO BERNSTEIN.

AVVERTENZE FILOLOGICHE

Fu durante gli squallidi e non volontarii ozii del reclusorio di Pallanza che potei dedicare parecchie giornate a una diligente revisione di questa versione — completata colle notevoli aggiunte dell'ultima edizione tedesca — dell'amico prof. Martignetti. Dei ritocchi intesi soltanto a viemmeglio italianizzarne lo stile — talvolta, per delicato scrupolo di fedeltà, un po' tedescamente duro — non occorre ch'io m'intrattenga. Debbo invece al traduttore e al lettore e alla memoria di Engels — il quale, buon conoscitore della nostra come di quasi tutte le moderne lingue europee, aveva approvato la prima versione (Benevento, 1885), e che pur troppo non è più là perchè, nei dubbii, possiamo consultarlo, come solevamo — debbo un po' anche a me stesso, per la responsabilità che ciascuno deve assumere dei fatti suoi, un chiarimento su quelle modificazioni, che, toccando ad alcune parole, se così posso esprimermi, sostanziali potrebbero essere soggetto di critica.

EINZELEHE. — Questo termine ricorre frequentissimo nel volume e appartiene a quella che chiamerei la «terminologia tecnica» dell'autore. Martignetti, e con esso il Sig. Enrico Ravé, che voltò questo libro in francese[3], lo traducono quasi sempre con monogamia, matrimonio monogamico, al pari della parola Monogamie, che l'Engels impiega pure con non minore frequenza. Letteralmente, Einzelehe significa connubio singolare o di singoli, cioè connubio di due sole persone, in contrapposizione alle varie forme di connubio plurale, (poligamia, poliandria, connubio per gruppi, ecc.). Io, dovunque l'Engels adopera Einzelehe, sostituii — ad evitare anche il doppio senso dell'aggettivo «singolare» — la dizione «connubio (o unione coniugale) _individuate_».

Invero, finchè si credette che, di connubii plurali, non esistessero che le forme tradizionalmente note — poligamia e poliandria — e, viceversa, di connubii singolari, la sola forma monogamica, il vocabolo monogamia rispondeva e bastava. Ma le scoperte del Morgan, illustrate dall'Engels, rovesciarono cotesto semplicismo. Questo volume ci apprende come, da un lato, la poligamia e la poliandria siano state precedute (a prescindere dall'antichissima e supposta promiscuità assoluta, che non sarebbe una forma, anzi sarebbe piuttosto la negazione di ogni forma di vero connubio) da molteplici modi di una unione coniugale, che ha insieme della poliandria e della poligamia, senza essere nè l'una, nè l'altra, e che fu chiamata «connubio per gruppi» (Gruppenehe): nel quale tutta una serie di donne erano mogli di tutta una serie di mariti, e del quale la forma punalua sarebbe stata il tipo più evoluto e classico. Ci apprende, dall'altro lato, che, assai prima che trionfasse la rigorosa monogamia dei tempi storici (feste Monogamie), la quale del resto non significa sempre — non significò mai, secondo Engels — la limitazione del rapporto sessuale abituale ad una coppia unica; usarono, per quasi tutto il periodo della Barbarie e per gran parte altresì dell'epoca selvaggia, forme varie di connubii a tempo, dal vincolo più o meno rilassato (lockre Monogamie), ma fra due sole persone; vere forme dunque di connubio singolare od individuale (Einzelehe). La Paarungsehe, connubio per coppie, o sindiasmico, sarebbe stata la forma classica di questi maritaggi, risolubili per mutuo consenso, o per volontà di una delle parti, rimanendo i figli alla madre.

Non solo: ma, mentre le varie forme di connubio per gruppi tennero un larghissimo posto nella evoluzione umana e durarono per millennii, come unioni perfettamente organizzate, sulle quali imperniavasi un sistema complicato e ben fisso di parentela e tutta una costituzione sociale; l'Engels ci dimostra come la poligamia e la poliandria, queste forme di connubii per gruppo unilaterali, non poterono essere mai se non l'eccezione e, com'egli si esprime, «un prodotto di lusso della storia» (pag. 76). Dall'altro canto, la monogamia propriamente detta, quella che l'Engels chiama preferibilmente Monogamie, non si svolge dalle varie forme di connubio individuale, e in particolare dal connubio sindiasmico, se non a un dato momento della storia e sotto la pressione di fattori speciali — fattori economici. — Fu dacchè l'allevamento sistematizzato degli armenti, devoluto sopratutto al sesso maschile, permise all'uomo di accumulare ricchezze suscettive di appropriazione individuale e di scambio, dalla proprietà delle quali la donna era esclusa: fu soltanto da tale momento, il quale appare nello stadio più avanzato della Barbarie, già quasi alle soglie dell'epoca civile, che l'uomo — intendiamo il maschio umano — ebbe possibilità ed interesse di modificare la forma di famiglia per modo, da assicurare ai propri figli (la cui paternità doveva, a tal uopo, risultare ben certa) l'eredità di cotesti suoi beni. Caddero allora (nell'ipotesi dell'Engels) il diritto materno e la discendenza in linea femminile; l'uomo diventò, nella famiglia, il despota; si pretese dalla donna (non si dice che la si ottenesse) la fedeltà più rigorosa, e il connubio non fu più risolubile per sua iniziativa. La «monogamia» nasce in questo momento, dopo un lungo periodo di Einzelehen di varia natura; nasce, col suo corteggio obbligato di infedeltà, specialmente mascolina, di eterismo, di prostituzione; monogamia, in ogni caso, temperata e corretta dall'adulterio. E, com'essa è nata da fattori economici, così con questi si trasforma; ecco l'odierno matrimonio proletario, nel quale, per la rispettiva indipendenza e quasi parità economica dei due sessi, i caratteri storici della monogamia, la supremazia del maschio, l'adulterio ecc., la stessa ferrea indissolubilità, si ottundono; e più si ottunderanno quanto più (come già sta avvenendo) i lavori domestici si trasformeranno in servizio sociale. Il matrimonio proletario, dice l'Engels, è monogamo nel senso etimologico, ma non affatto nel senso storico della parola; il connubio dell'avvenire farà della monogamia (intendasi qui, dunque, nel senso etimologico) una realtà per la prima volta anche per l'uomo (pagg. 92 e 97).

Non è dunque un semplice accidente se l'Autore di questo libro adopera distintamente le due diverse espressioni, Monogamie ed Einzelehe; e generalmente (non manca qualche esempio in contrario, ma in casi nei quali non è possibile l'equivoco) adotta il termine greco per la forma storica e il tedesco per la monogamia in senso etimologico, e quindi nel significato più generale. Postochè l'Einzelehe comprende la Monogamie, ma non viceversa, e questa è preceduta e potrà essere susseguita da lunghissimi periodi di Einzelehen che non sono Monogamie, è chiaro che l'adottare un vocabolo solo per i due concetti non può essere senza confusione. Sovente, infatti, la confusione si affaccia. Qualche volta il Ravé tenta sfuggirle, rendendo, per esempio, Einzelehe con «mariage unique»(?) (pag. XIV), o risolve la difficoltà sopprimendone l'obbietto, come a pag. 13, dove Einzelehe diventa Ehe: «ce genre de mariage.....»; preceduto in questo spediente dal Martignetti (ediz. 1885, pag. 21). Ma ecco un brano che mi sembra risolutivo (cfr. più oltre, pag. 105-106; ultima ediz. tedesca 1894, pagg. 71-72):

«Or poiché — scrive l'Engels — l'amore sessuale è di sua natura esclusivo,.... il connubio fondato sull'amore sessuale è, di sua natura, Einzelehe. Vedemmo quanta ragione aveva Bachhofen di considerare il progresso dal connubio per gruppi all'Einzelehe come l'opera sopratutto delle donne; solo il passaggio dal connubio sindiasmico alla Monogamie è dovuto agli uomini; e, storicamente,.... agevolò la infedeltà degli uomini. Ecc.»

Qui è ben chiaro che Einzelehe e Monogamie sono distinti, successivi ed in contrapposto fra loro; fra essi, cronologicamente, sta di mezzo il connubio sindiasmico, forma speciale di Einzelehe, onde si è svolta la Monogamie. Martignetti, nelle pagina manoscritte (il brano è fra gli aggiunti nelle ultime edizioni tedesche), rendeva Einzelehe nel primo caso con monogamia, nel secondo, fatto accorto della contraddizione, con matrimonio per coppie. Ravé si districa ancor peggio (pag. 108):

«Mais, dès lors que, par sa nature, l'amour sexuel est exclusif,.... le mariage basé sur l'amour sexuel est, de par sa nature, la monogamie. Nous avons vu combien Bachofen avait raison lorsqu'il considérait le progrés du mariage par groupe au mariage par couple, comme étant surtout l'oeuvre de la femme; seul le passage du mariage syndiasmique à la monogamie peut être mis au compte de l'homme; ecc.»

Nel quale testo non solo si sostituisce arbitrariamente «mariage par couple» — che sarebbe piuttosto la Paarungsehe o connubio sindiasmico, del quale pure, nel brano, è distintamente fatto cenno — alla generica Einzelehe; ma il vocabolo Monogamie gioca due parti in commedia, e, che è peggio, due parti contraddittorie: quella di connubio individuale in genere (compresa la Paarungsehe, e tutte le altre forme antiche e future) e quella di monogamia nel senso storico, e cioè di quel matrimonio, coevo alla proprietà privata e contrassegnato dal dominio maschile, al quale si applica l'aforisma di Fourier: «come nella grammatica due negazioni fanno una affermazione, così nella morale coniugale due prostituzioni formano una virtù.»

Non giova moltiplicare gli esempi. Le cose dette bastano, spero, a salvarmi da accusa di stranezza o di temerità se, per rendere Einzelehe, coniai la dicitura «connubio individuale», e sia pur che la frase non lusinghi l'orecchio: l'importante, ad ogni modo, è di intenderci sul significato.

Analogamente, Einzelfamilie volli tradotta, anzichè con «famiglia monogamica», con famiglia individuale, o singola, od isolata, a seconda dei casi. Isolirte familie usa in qualche caso l'Autore (ediz. tedesca, pag. 143), che risponde alle familles incohérentes del Fourier, nella nota a pag. 240 di questo volume. — Al vocabolo matrimonio, quando si tratta di forme primitive, ho poi sostituito connubio; non parendomi che alla Einzelehe, che fioriva, non ancora staccata, sul tronco del connubio per gruppi, possa imprimersi il suggello giuridico e contrattuale, che il sostantivo matrimonio, storicamente e volgarmente, porta con sè.

LEIBLICH. — L'aggettivo (letteralmente: corporale) è impiegato dall'Engels a designare un rapporto di consanguineità reale e diretta. Nelle famiglie per gruppi, in cui tutta una serie di donne vive in comunanza coniugale con una serie di uomini, questi sono reputati altrettanti padri, quelle altrettante madri dei figli di ciascuna di esse; e tutti i loro figli, anche quelli che nella nomenclatura odierna chiameremmo cugini, sono reputati fratelli e sorelle fra loro; i cugini (nel senso moderno) non esistono ancora. Ma vi è pure di ciascun figlio una madre certa, che lo ha generato, e un padre — il più spesso incerto — che concorse direttamente al concepimento. Questi genitori, e i fratelli e sorelle, figli di cotesta coppia, sarebbero reciprocamente genitori, figli e fratelli e sorelle leibliche. Nei rapporti però della parentela riconosciuta, in coteste famiglie per gruppi, non erano propriamente leiblich se non la genitrice verso i figli, e, fra loro, i figli di una stessa genitrice: leiblichen Geschwister (das heisst von mütterlichen Seite), scrive esplicitamente l'Engels parlando della famiglia punalua (ediz. tedesca citata, pag. 21). — Martignetti traduce talvolta carnale, tal'altra volta (di fratelli e sorelle) germani. Ravé rende leiblich colle frasi: la mère propre, le vrai père, e, trattandosi di fratelli e sorelle, germains, e una volta (pag. 31) utérins; in un luogo (pag. 118) lo sopprime. — Tutto ciò non solo genera discordanza, ma si risolve (mi sembra) nel sostituire concetti presi a prestito dalla famiglia moderna a quelli che regnavano, e soli potevano regnare, nella famiglia per gruppi. — Io preferii adottare invariabilmente l'aggettivo: carnale.

KULTUR, KULTURVÖLKER, KULTURSTUFEN. — Non è facile rendere nelle lingue latine, con vocabolo unico e costante, il tedesco Kultur e i suoi composti. Martignetti e Ravé traducono: cultura, civilizzazione, popoli civilizzati; culture, civilisation, peuples civilisés, cultivés. Se Kultur corrispondesse a civiltà o ad incivilimento, noi ci troveremmo, sin dal primo capitolo (pag. 23), a intitolare Stadii preistorici di civiltà (Vorgeschichtliche Kulturstufen) il quadro dello stato selvaggio e della Barbarie! Il Martignetti, infatti, e con esso il Ravé, ci danno per popoli inciviliti (civilizzati, civilisés, cultivés) gli antiken Kulturvölkern nei quali il diritto paterno si è appena sostituito al diritto materno della gens primitiva, i Greci dei tempi eroici, i Germani di Tacito, ecc., che appartengono allo stadio superiore della Barbarie, anzi quegli stessi Kulturvölker (ediz. tedesca, pag. 41; Martignetti, 1885, pag. 41; Ravé, pag. 63) nei quali cotesta rivoluzione non si è ancora compiuta.

L'antinomia è tanto più stridente in un libro, in cui le tre grandi epoche dell'evoluzione umana (selvaggia, barbarica, civile), e gli stadii di ciascuna di esse, sono tratteggiati colla maggior precisione, e quegli epiteti acquistano un valore tecnico, che non ha nulla d'indeterminato. D'altro canto, non potrebbe parlarsi di Kulturvölker, alludendo a popoli che stagnano, senza speranza di elevamento, nelle bassure sociali dello stato selvaggio od anche barbarico, quasi sottratti alla legge della evoluzione storica. Questi riflessi mi suggerirono di significare Kulturvölker con l'equivalente: «popoli tendenti od _avviati a civiltà_» od anche, dove il senso lo comporta, «_più o meno inciviliti_», e Kulturstufen con stadii dell'evoluzione. «_Coltura_», «_coltivati_», in italiano e in francese, hanno altro senso preciso.

PREISGEBUNG. — In più luoghi l'Engels ci parla del costume, durato a lungo fra gli antichi popoli, e tuttora esistente presso popolazioni barbariche, pel quale le fanciulle, prima di passare al connubio individuale, o anche le donne durante questo, dovevano, in dati periodi, sich preisgeben (abbandonarsi, darsi in balia) ad unioni sessuali più o meno promiscue; avanzo e riconoscimento della tradizione dei tempi, nei quali le donne appartenevano indistintamente a tutti gli uomini della tribù, o, in uno stadio successivo, a tutti gli uomini della tribù che non fossero della loro gente; e, insieme, sorta di sacrificio espiatorio (Sühnopfer), col quale acquistavano il diritto alla relativa castità del connubio individuale già sorto.

A non voler meritare il rimprovero che l'Engels muove al Westermark (V. più oltre, pag. 43) di «guardare lo stato di cose primitivo colla lente del lupanare», non mi pare possibile tradurre il concetto della Preisgebung, come fa talora il Ravé (pag. 53, 80, ecc.), coi vocaboli moderni prostituirsi e prostituzione. Simili espressioni (Prostitution, Prostituirten) sono a preferenza, se non sempre, impiegate dall'Engels per indicare il far commercio e lucro di sè, la moderna prostituzione venale o professionale, figlia dell'epoca proprietaria e compagna inevitabile del predominio maschile e del matrimonio monogamico, colla quale l'antica promiscuità nulla aveva di comune; nè quindi poteva avervi alcunchè di comune quest'altra promiscuità, rituale o simbolica, avvenisse pure talvolta a prezzo di denaro (Hingebung für Geld), denaro che in origine passava al tesoro del tempio nel quale celebravasi il rito d'amore (pag. 84). Lo stesso eterismo dei Greci, comechè le Etere fossero straniere o liberte, non è ancora la vera prostituzione. Giova rammentare come l'Engels, in una nota (pag. 45), rimproveri al Goethe di avere, in una sua ballata, troppo assimilato la religiöse Frauenpreisbung degli antichi alla prostituzione moderna.

Il Martignetti ben avvertì la differenza e soleva tradurre Preisgebung con abbandono. Questa espressione dovette soltanto venir completata, perchè non apparisse un pudibondo eufemismo.

(Aprile 1901)

=Filippo Turati.=

Prefazioni dell'Autore

PREFAZIONI DELL'AUTORE

I. — Alla 1.ª edizione (1884).

I capitoli che seguono sono in certo modo l'esecuzione di un legato. Un uomo del valore di Carlo Marx si era riservato di esporre i risultati delle investigazioni di Morgan, in relazione con quelli delle sue — in certi limiti, oso dire delle nostre — ricerche storiche materialistiche e di chiarirne quindi tutta l'importanza. Morgan aveva pure scoperto di nuovo, a modo suo, in America, la concezione materialistica della storia, scoperta 40 anni prima dal Marx; e, nel suo paragone della barbarie colla civiltà, era stato condotto da essa, nei punti principali, ai medesimi risultati del Marx. E come il Capitale fu per lunghi anni saccheggiato con tanta premura dagli economisti di mestiere in Germania quanta fu la perfidia con cui si adoperarono a ucciderlo col silenzio, così, in modo affatto simile, venne trattato il libro di Morgan _Ancient Society_[4] dai portavoce della scienza «preistorica» in Inghilterra. Il mio lavoro può supplire assai debolmente quello che non fu concesso di fare al mio estinto amico.

Mi stanno però dinnanzi — e li riprodurrò per quanto sia possibile — i commenti critici ond'egli accompagnò i minuziosi estratti dal Morgan.

Secondo la concezione materialistica, il movente essenziale e decisivo, nella storia, sta nella produzione e nella riproduzione della vita immediata. Queste, a loro volta, sono di due specie. Da una parte, la produzione delle sussistenze: alimenti, vesti, abitazioni, e degli strumenti che le procacciano; dall'altra, la procreazione degli stessi uomini, la riproduzione della specie. Le istituzioni sociali, sotto le quali vivono gli uomini di una data epoca storica e di un dato paese, sono determinate da entrambi i modi della produzione: per una parte, dal grado di sviluppo del lavoro; per l'altra, dal grado di sviluppo della famiglia. Meno sviluppato è il lavoro, più limitata è la quantità dei suoi prodotti, ossia della ricchezza sociale, e tanto più l'ordinamento sociale si vede dominato da vincoli di sangue. In questo assetto sociale, basato su legami di consanguineità, si sviluppa intanto sempre più la produttività del lavoro; insieme ad essa la proprietà privata e lo scambio, la differenza di ricchezza, l'impiego di forza di lavoro estranea, e con ciò la base degli antagonismi di classe: nuovi elementi sociali che, nel corso delle generazioni, si sforzano di adattare l'antica costituzione sociale alle nuove condizioni, sino a che finalmente la loro incompatibilità produce una completa rivoluzione. La vecchia società, basata su vincoli di sangue, è frantumata nella collisione colle classi sociali novellamente sviluppatesi; subentra una nuova società, compendiata nello Stato, le cui unità costitutive non sono più gruppi consanguinei, ma locali; una società, nella quale l'ordinamento della famiglia è interamente dominato dall'ordinamento della proprietà, e nella quale si svolgono liberamente quegli antagonismi e quelle lotte di classi, in cui consiste tutta la storia fin ora scritta.

Il gran merito di Morgan è di avere scoperta e riprodotta, nelle sue linee principali, questa base preistorica della nostra storia scritta, e di aver trovata, nei gruppi consanguinei degl'Indiani dell'America del nord, la chiave che ci scioglie gli enigmi più importanti, finora insolubili, delle più antiche storie, greca, romana e germanica. Ma il suo scritto non è l'opera di un giorno. Egli lottò circa quarant'anni col suo soggetto, finchè lo ebbe dominato completamente. E perciò il suo libro è anche una delle opere del nostro tempo, di cui possa dirsi che «fanno epoca».

Nel complesso dell'esposizione che segue, il lettore distinguerà facilmente la parte di Morgan dalla mia. Nelle parti storiche sulla Grecia e su Roma, ai dati di Morgan, ne aggiunsi altri, ond'io potevo disporre. I capitoli sui Celti e sui Germani sono essenzialmente miei; Morgan, a questo proposito, disponeva quasi soltanto di fonti di seconda mano e, per quel che riguarda i Germani, non possedeva, all'infuori di Tacito, che le cattive adulterazioni liberali del signor Freeman. Le deduzioni economiche, bastevoli al Morgan pel suo scopo, ma affatto insufficienti pel mio, sono state tutte da me rimaneggiate. E s'intende, infine, che io sono responsabile di tutte le conclusioni nelle quali Morgan non è espressamente citato.

II. — Alla 4.ª edizione (1891).

Le precedenti edizioni di questo lavoro, malgrado la loro grande tiratura, sono esaurite da circa sei mesi, e già da gran tempo l'editore mi chiedeva di curare una nuova edizione. Lavori più urgenti mi tolsero di occuparmene finora. Dalla 1.ª edizione scorsero 7 anni, durante i quali la conoscenza delle forme primitive di famiglia fece rilevanti progressi. Diventavano perciò necessarie diligenti rettifiche ed aggiunte, tanto più che, volendosi fare una edizione stereotipa, è da tener conto della impossibilità di apportarvi, per qualche tempo, ulteriori modificazioni.

Sottoposi quindi a un'accurata revisione il testo e vi introdussi una serie di aggiunte; sperando così di avere fatto opera che risponda allo stato odierno della scienza. Darò inoltre, nel corso di questa prefazione, un rapido sguardo allo sviluppo della storia della famiglia da Bachofen a Morgan; e ciò, sopratutto, perchè la scuola preistorica inglese, sciovinisticamente ispirata, continua a fare tutto il possibile per seppellire nel silenzio la rivoluzione portata nei criteri della preistoria dalle scoperte di Morgan, pur continuando, senza uno scrupolo al mondo, ad appropriarsi i risultati da lui ottenuti. E, purtroppo, questo esempio, dato dagli inglesi, è seguito anche altrove.

Il mio lavoro ebbe diverse traduzioni. La prima fu l'italiana: L'origine delia famiglia, della proprietà privata e dello Stato, versione di PASQUALE MARTIGNETTI, riveduta dall'autore; Benevento 1885. Poi la rumena: Origina familei, proprietatei private si a statului, traducere de IOAN NADEJDE, nel periodico Contemporanul di Iassy, dal settembre 1885 al maggio 1886. In seguito la danese: Familjens, Privatejendommens og Siatene Oprindelse, Dansk, af Forfatteren gennemgaaet Udgave, besörget af GERSON TRIER; Köbenhavn 1888. Una traduzione francese di ENRICO RAVÉ, fatta sulla presente edizione tedesca, è in corso di stampa[5].

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