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[Illustrazione: Congresso delle streghe o Sabbath]

[Illustrazione: Frontespizio — Il castello degli spiriti]

LE STREGHE

DONO DEL FOLLETTO

ALLE SIGNORE

presentato

DA DEFENDENTE SACCHI

MILANO
Presso Francesco Manini
Catag. Zanaboni

Proprietà letteraria.

ALLE NUOVE LEGGITRICI

Trent'anni or sono quel brioso ingegno di Defendente Sacchi dedicava alle Signore gentili, come strenna nuovissima, l'illustrazione del vecchio mondo quando si credeva ancora alle streghe. Quel suo spiritoso lavoro era accolto come un benefico presagio della caduta delle antiche superstizioni e se ne teneva il ricordo come quello di una storia di vecchie paure.

Eppure il nascere di una nuova generazione non ha bastato a distruggere lo spasmodico impero delle malìe. Nell'anno di grazia 1868 si videro a più migliaja di esemplari ristampati da noi col beneficio della proprietà letteraria — Il vero Drago rosso, o L'arte di comandare agli spiriti celesti, terrestri, aerei ed infernali; La vera clavicola del re Salomone colla cabala della farfalla verde; Il Tesoro del vecchio Druido delle piramidi colla scienza dei talismani; e per sino un Manualetto dell'Indovino e del Negromante di Merlino Atanaele.

Queste sozze scritture dovevano portare il loro frutto, e mentre scriviamo queste pagine, le nostre magistrature stanno istituendo processi contro poveri fuorviati, che tentarono uccidere infelicissime vecchierelle credendole fattucchiere.

Pur troppo l'arte dello stregare è salita di nuovo in fama e solo chi la professa ha ricorso a mezzi meno spaventosi. La vecchia dottrina di Mesmer e del truffattore Cagliostro è risorta col sonnambulismo magnetico, e la povera scienza medica che conta pur tanti martiri si trovò ad un tratto ecclissata da una nuova razza di ciurmadori. Nè qui arrestavasi la inesauribile credulità umana. Quegli astuti prestigiatori che vengono dal nuovo mondo per beffare l'antico trasferirono in Europa i tavolini parlanti e le evocazioni degli spiriti.

I fabbricatori di apparecchi elettrici danno ai giuocatori di bussoli il mezzo di rivelare i segreti di questa magìa, ma il pubblico credenzone non vi abbada, e mentre si vanta di aver demolito tutte le tradizioni della fede de' suoi padri, si fa seguace dei nuovi misteri della evocazione dei poveri morti.

Leggitrici gentili che succedete a quelle che lessero, trent'anni sono, le Streghe di Defendente Sacchi e che leggeste, ora sono due anni, la Strega di Michelet, fatevi coraggiose esorcizzatrici delle vecchie e delle nuove follìe dei negromanti. Io vi insegnerò a nome del mio defunto parente la via più sicura.

Ormai questo nostro paese ha riconosciuto che tutta la sua potenza educativa è riposta in quel sesso che ha su questa terra il duplice ufficio di destare nella umana famiglia l'istinto dell'amore e la carità che allevia e che consola. Defendente Sacchi nel chiudere questo suo scritto vi ha consigliato a trasfondere negli uomini che ora vi apprezzano e vi stimano un nuovo ammaliamento che non li porti a cose vane, ma li spinga a far del bene alla patria ora redenta.

Ecco il campo delle vostre nuove malìe; stregate pure gli uomini col fascino de' vostri vezzi per renderli buoni, operosi e cordiali. Non concedete loro un sorriso se non quando vi recano per tributo un'opera buona. Amateli come figli nella speranza di farli eroi.

Con queste affettuose aspirazioni rileggete intanto la vecchia storia delle streghe e ricordatevi qualche volta dell'autore dell'Oriele e della Pianta dei sospiri che vi amò tanto.

1.º Novembre 1869.

GIUSEPPE SACCHI.

PRELUDJ

I.

Prefazione.

A B R A C A D A B R A
A B R A C A D A B R
A B R A C A D A B
A B R A C A D A
A B R A C A D
A B R A C A
A B R A C
A B R A
A B R
A B
A

Leggitrici, avete inteso? No? Respiro: la prefazione colse nel segno come quelle di tutte le grandi opere; vi accenni che anche la presente avrà molta profondità, e sentirà dei concepimenti filosofici del nostro secolo. Mi do animo, e voi..... vivete come vi piace.

II.

Piano dell'opera.

Ecco un'altra superfluità che si pretende nei libri; v'ha egli bisogno che un'opera abbia un piano? o almeno che si sappia trovarlo dall'autore? Alcuni pongono innanzi l'esempio dei maestri di musica o le orecchie di quelli che li sentono: quando fanno la sinfonia del melodramma, in poche note v'infondono tutta l'indole della composizione; in un momento siete trasportati dall'ameno dei campi al rimbombo del tuono, al fragor dei cannoni, agli sdegni di guerra, alle paci degli amanti, e chi se ne intende, pregusta tutta la grande tela che seguita. Eh l'è un bell'esempio! dovrebbero seguirlo tutti gli autori dei libri; porre in principio, se è un trattato filosofico o di scienze, un'idea, come usarono Vico e gli enciclopedisti; se un romanzo, un sunto a forma di novella; sarebbe una cuccagna, il più bel progresso de' nostri lumi: la maggior parte de' lettori, udita la sinfonia, se ne andrebbero, e tutti i giornali ad ogni modo parlerebbero dell'opera dandone l'estratto.... Ma capisco, è un chiedere troppo; non è tanto facile ad un autore compendiarsi, perchè sovente non sa rendere ragione a sè stesso di ciò che abbia cantato in un grosso volume.

Per queste buone ragioni dimando anch'io umilmente perdono, se non valgo più degli altri autori; però, perchè non voglio in tutto rinnegare l'utile, se non so imitare i maestri di musica, seguirò l'esempio de' coreografi. Al primo alzar del sipario, essi sogliono attelare sul palco tutta la gente che hanno parte al ballo, dal re fino al fante, amici e nemici, e sovente anche quelli che devono arrivare da lontani paesi; tutte quelle creature fanno quattro smorfie, una danza fragorosa, si mischiano, si confondono, quasi non se ne cava più nulla; ma in fine a gran ventura capita un messo, un carro, un temporale; si acqueta quel fragore, tutti si dividono e ricomincia l'azione.

Terrò anch'io lo stesso metro; porrò innanzi assembrata tutta la compagnia di maghi e di streghe. Così, amabili lettrici, vi spicciate presto, un'occhiatina mentre fate vista di guardare al volume, e se è gente che non vi garba, lo restituite, e lasciate pure che il librajo faccia compianto coll'autore. Anzi, se volete proprio il mio parere, è meglio che lasciate il libro, non vi è nè ut.... nè dil.... Zitti, udite che baccano; lo spettacolo incomincia, mano ai cannocchiali: vediamolo.

III.

Congresso delle streghe o Sabbath.

È una landa deserta, vasta, rotonda; non vi spuntano erbe, non vi zampilla una fonte, non vi raccoglie il volo un uccello. Sul confine sorge un'alta pianta, chiude l'orizzonte una montagna che ha le creste come i merli di un antico castello. È mezzanotte; in cielo nereggia un temporale, e appena da una nube squarciata trapela un corno di crescente luna; l'aria è quieta e senza mutamento, tutto è bujo e silenzio.

Suona una campana col battaglio di legno, e tosto ecco fischiar per l'aria, strisciare sul suolo, scorrere fra' boschi notturne strigi, sibili di serpenti, miagolati di gatti, scalpitar di cavalli, voci orribili e diverse, e suon di musica strana. Di su, di giù, da ogni parte s'affollano genti a popolare quella landa, diverse di forma, orribili di favella. Sbocca dal suolo squarciato un carro che reca un nume od una bestia, sole creature a cui è concesso il trionfo.

Capita da ogni parte il corteggio: ora un uomo grave in groppa a riverso sur un somaro, prende la coda pel capo, e pare un filosofo idealista; gatti che vanno spiccando salti, rospi che camminano come uomini, animali della terra e dell'aria che tutti stridono e fanno rombazzo. Alcuni gravi sono a cavallo d'un granchio, e vanno come il progresso del nostro secolo; uccelli che camminano lindi, colla testa alzata per essere creduti più grandi degli altri; animali con più teste, uomini con molte gambe, altri colle corna o colle orecchie lunghe; donne a cavallo di scope che pajon poeti lirici che giungono da un volo; fanciulle colla coda come serpi, altre senza cuore, molte senza testa; è il mondo in simbolo: tutti entrano nel cerchio della maledizione.

In mezzo, sur un gran seggiolone, siede maestro Leonardo, spirito folletto, preside della congrega: è tramutato in caprone a tre corni, de' quali quello di mezzo gitta lume a rischiarar l'assemblea; gli altri sono inghirlandati di corone nere: ha velli irti, faccia squallida e torbida, occhi di bragia grandi, spalancati, spaventosi, barba caprina, mani simili, dita tutte lunghe ad un modo, curve, adunche; piedi d'oca, coda lunga pari a quella d'asino, e sotto di questa un viso d'uomo nero; manda una voce rauca, fioca, ha il portamento altero, aria melanconica; persona che siede in alto.

Tutte quelle strane creature che in forme diverse convenivano all'assemblea, appena entrate nel circo si tramutano in maghi o streghe; ciascuna va reverente innanzi a Leonardo, lo inchina, gli bacia la faccia che ha sotto la coda, ed ei li retribuisce con vezzi, lodi, denari.

Già l'adunanza è numerosa, il preside si leva, dà il segno e si apre la festa: è il Sabbath. Ecco, vengono parecchi spiritelli, seguaci e cortigiani di Leonardo; uno distribuisce le cure ed i posti; però alterna sempre streghe con folletti e fattucchieri. A tutti vegliano i correttori, piccoli mostri senza braccia; tengono acceso un gran fuoco, e quando qualche strega cade in errore, ve la pongono a purgare, e la ritraggono dopo la penitenza. Giungono anche i cavalieri del Sabbath; sono grandi rospi, serventi delle streghe: vestono di velluto rosso o nero, portano un campanello al collo e un altro ai piedi: camminano ritti, vaghi come damerini.

I ricreamenti incominciano: è apprestato il banchetto, tutti siedono; si servono le vivande; pane di miglio nero, carni d'impiccato o di fanciulli non battezzati, vini fermentati che girano in tazze dorate. Si mangia, si alternano canti nefandi e discorsi sacrileghi.

Finito il vivandare, suona la campana col battaglio di legno, ciascun si leva, le mense scompajono, tutti venerano Leonardo, e s'intrecciano diverse cure.

Qui si tiene ragione delle querele fra le streghe e i rospi loro cavalieri, e se questi provano di non esser ben nudriti, i correttori le castigano col fuoco. Qua streghe e fattucchieri rendono conto delle opere loro, de' mali commessi, e se non riescirono a farne, come era debito loro, punizione.

Ove si creano nuovi rospi a nuovi cavalieri, s'impone loro un nome e si danno in dono alle streghe che hanno meglio meritato dal congresso. Ove sorge un'ara, e un mago celebra un mistero infernale, e intorno alcuni stanno in atto di ossequio. In un lato bolle una pentola immane sopra un fuoco ardente; in un altro le streghe si gittano ignude, menano danze oscene, portando in mano una candela accesa, e a certe cadenze sospendono il ballo e vanno a baciare maestro Leonardo. In un angolo più appartato si confondono amori nefandi di streghe, di folletti, di maghi, nè si conosce parentela o rispetto conjugale.

Più allegra è invece la vicina quadriglia, ove le streghe e i rospi vestiti di velluto rosso menano cantando il trottiglione. È un frastuono, un trambusto orribile, una festa infernale..... Ma tutto è sospeso, tutti tendono l'orecchio, è la chicchiriata mattutina del gallo, è il segno della partenza. Leonardo prende l'acqua lustrale, fa un'aspersione all'assemblea e la licenzia. Un sibilo, un subito fragore; maghi e streghe riprendono le forme onde vennero: sparvero: la landa è deserta.

IV.

Ai curiosi.

Voi leggete ancora? Dunque non gittaste il libro? Dunque?... Eh, non presumo che possiate crederlo qualcosa; forse vi mosse curiosità di sapere tutti i riti di quella festa inusitata. Avete petto d'avventurarvi fra le superstizioni e gli errori de' tempi andati? Ve ne dirò delle strane! Imparerete di molte cose e belle: a diventar ricchi quando vi piaccia, a farvi amare da chi vi aggrada, a viaggiare senza spese, e più di tutto, che il mondo fu sovente una gabbia di matti.

CAPO PRIMO

I MAGHI.

I.

Della magìa.

Che cosa è magìa? chi sono i maghi e le streghe? uh! quante voci — una follìa, tanti impostori o pazzi. — Maravigliate: è popolo che risponde, son donne, fanciulli, uomini; ma non rispondevano così, appena ha un secolo; era allora una credenza, adesso è dissipata: aveano torto allora od adesso? Ci soccorra la storia.

La magìa era la scienza e l'arte di operar cose superiori all'umana natura col sussidio degli spiriti malefici. Però questa definizione è un po' vaga: i sapienti che ridussero la stregoneria a' principj, e Agrippa che fu il Condillac della scienza cabalistica, dice che la magìa era una facoltà fornita d'un gran potere, cui sieguono alti misteri, i quali racchiudono una profonda cognizione delle cose più secrete, la loro natura, potere, qualità, sostanza, effetti e rapporti; con questi misteri essa produce quanto v'ha di più maraviglioso, ove le sia in grado ed ove operi l'unione e l'applicazione delle differenti virtù degli esseri superiori cogli inferiori. La magìa infine è, giusta la sua sentenza, la sola e vera scienza, la filosofia più elevata e più misteriosa, in fine la perfezione di tutte le scienze naturali.

La magìa, come tutte le scienze, ha le proprie divisioni, e diverse specie tutte importanti, come quelle onde divise Buffon la storia naturale. Vi è dunque la vera magìa, ossia la divina, o la cognizione degli attributi della divinità che Dio rivela ad alcuni pochi, compartendo loro ad un tempo di poter predire il futuro, operare dei prodigj e penetrare nella mente dei mortali. La seconda è la magìa naturale, ossia lo studio dei secreti della natura, e si occupa dell'astrologia, della fisica, e in ispecie dell'alchimia e dell'astronomia giudiziaria. Finalmente l'ultima è la magìa nera, quella che rende sì potenti i negromanti, e dividesi in celestiale e in cerimoniale; la prima attribuisce agli spiriti un dominio sui pianeti, e a questi sugli uomini, sicchè si partono da essi o benigni o malevoli influssi che governano le loro azioni o virtù. La cerimoniale poi è riposta nell'invocazione dei demoni, nella podestà di comandare agli spiriti aerei od infernali, podestà che solo si consegue con un patto o tacito od espresso colle potenze dell'averno, sicchè sono sempre pronte a prestare l'opera loro ai desiderj del mago.

Quest'ultima possente magìa poi prendeva diverse denominazioni, secondo le cure a cui si rivolgeva, siccome la cabala, l'evocazione, la divinazione, la profezìa, il sortilegio, ed altre che vi davano a capriccio l'astuzia dei negromanti per abbagliare la credulità della moltitudine.

II.

Come si diventasse mago.

Queste teorie sono belle, ma come tutte le altre a sistema patiscono d'oscurità: è meglio cercare col fatto come si diventasse mago o strega, e si pigliassero in pratiche tutte queste sorta di magìa.

Il primo modo era far patto con qualche demone che servisse per alcuni anni, dandogli in compenso anima e corpo. Però come si venisse a questi patti era vario il modo, e lo vedrete: l'incontrarsi collo spirito malefico non era difficile; esso cortesissimo volava al più piccolo desiderio; anche non richiesto veniva a sedurre le persone, e tutto si adoprava perchè cadessero nelle sue grinfe. Esso poi faceva ogni lor desiderio, manteneva da galantuomo i patti, ma si faceva mantenere anche i proprj. A documento giustificativo, eccovi la storia del modo onde alcuni pattuirono con lui e si fecero maghi.

III.

Il dottor Faust.

Quando lo spirito malvagio ponevasi in capo di fare qualche conquista, siccome era furbo, non volgevasi a dappochi, ma pigliava gli uomini dotti, come le donne che non seducono mai giovani di poca polpa o di misera avvenenza. Nel secolo XVI pensò di ridurre a suo seguace il dottor Giovanni Faust, uomo pieno la mente e il petto di dottrine.

Il dottore già da alcuni giorni volgeva in animo pensieri di nuovi studj, poiché aveva già corsi quelli della medicina, della giurisprudenza e della teologìa; pensava all'astrologìa. Or mentre andava a diporto, gli appare un cane, che gli fa intorno varj giri, lo avvicina, lo accarezza, pare cercargli amicizia. Faust si ritrae a casa, e il cane dietro; l'uno lo guarda e l'altro si aggrandisce: Faust lo scongiura a scoprirsi, e il cane si tramuta in un giovane elegante: è il demone Mefistofele, solo secondo a Satana. Allora lo spirito fece i suoi complimenti al dottore, se gli propose amico; l'altro stette alquanto tremante, ma il desiderio della potenza lo vinse e vennero a patti fra loro, e stesero un contratto, che lo storico Widman riferisce, perchè forse era segretario d'inferno, e ripeto perchè si conosca come l'arte de' notaj non è solo nota alle persone di questo mondo. La scritta era in pergamena color di rosa: Mefistofele si obbligava a servire Faust per ventiquattro anni; dopo, il dottore era suo; anima e corpo. Ecco le condizioni:

Mefistofele sarà sempre ubbidiente al comando di Faust; gli apparirà sotto una forma sensibile, o prenderà quella che piacerà al suo signore.

Farà ogni comando di Faust e gli porterà prontamente tutto quello ch'ei vorrà chiedergli.

Mefistofele sarà pronto e sommesso come un servo.

Apparirà a qualunque ora sarà chiamato, di notte o di giorno.

In casa non si lascierà vedere, nè riconoscere che da Faust, invisibile ad ogni altro.

Faust invece si dava a Mefislofele senza riserva di alcun diritto di redimersi, nè di ricorrere alla divina misericordia. Lo spirito gli diede per caparra di questo contratto una cassetta piena d'oro.

Dopo quel momento Faust fu signore dell'universo, fu onnipotente: ei viaggiava per terra, per mare, per l'aria; operava prodigj d'ogni fatta. Amoreggiava le più belle donne che furono in tutte le età, ed ebbe i vezzi d'Elena, di Aspasia, di Lucrezia, di Cleopatra, sebbene le curasse poco, perchè, con buona pace delle lodi impartite loro da Omero, da Virgilio e da Lucano, amava meglio una fanciulla del suo secolo. Creava maraviglie a suo talento: alla corte di Carlo V fece comparire Alessandro il Grande: in un banchetto d'amici, coll'agitar della bacchetta, fe' zampillar vini, apparire viti e vendemmia; alla curiosità dei discepoli evocò la bella Elena, avvenente come all'uscire dal profumato talamo di Menelao. Denari non gliene mancavano mai; lo spirito gliene dava: eran di legno o di corno, ma parevano d'argento o d'oro. Faust chiudeva la bocca a que' che cicalavano e il disturbavano; allora non vi erano giornalisti.

Faust ebbe strane avventure d'amore colla fanciulla contemporanea onde fu preso; creò meraviglie, moltiplicava i libri, stendeva la sua parola per tutto l'universo.

Ma infine passarono gli anni del prodigio, e un gelo al core lo avvisò del prossimo fine. Cercò affrancarsi in un luogo sacro, ma Mefistofele lo impedì, lo condusse sur un'alta montagna: Faust si raccomandava a Dio, e il demone: — Ti dispera e muori, omai sei nostro, — e giganteggiò fantasma fino alle nubi: mandava saette dagli occhi, fuoco dalla bocca, e i piedi di bronzo mettevano sulla montagna un tintinnio orrendo: prese fra le mani adunche lo sciagurato Faust, e con iscoppj di risa orribilmente ripercossi nelle valli, lo mise a brani, e lo precipitò nell'abisso.

Il dottor Faust fu un vero dotto e un uomo utile, fu l'inventore della stampa, l'arte prodigiosa che moltiplicò i libri: però fu proclamata arte diabolica, e si cercò Faust per abbruciarlo, e l'invenzione andava distrutta, se non era Luigi XI. Widman fece della vita di quest'uomo un romanzo nel 1587; Goethe poi un dramma: la storia di Faust basta a chiarire come si adombrasse il vero colle invenzioni della magia.

IV.

Margherita di Milano.

Questi spiriti malefici si acconciavano a servire ogni razza di persone, dotti e volgo, uomini e donne purchè ne avessero l'egual prezzo. Cardano ne fa buona testimonianza d'una Margherita di Milano che vide e conobbe.

Costei, non si sa a quale condizione, fece patto con uno spirito perchè le stesse sempre vicino, meno alcuni mesi dell'anno; ei faceva, a suo ordine, varj giuocarelli, sicché veniva chiamata per prezzo a dare ricreamento nelle case. Quando dava principio allo spettacolo, essa curvava il capo in seno, o lo avviluppava nel suo grembiale, chiamava lo spirito; ei veniva, le rispondeva: però la voce di lui non si intendeva vicino alla donna, ma da lontano come se uscisse da qualche buco del muro. Se alcuno si avvicinava al luogo dove risuonava la voce, essa si smarriva e si faceva udire in altro angolo della casa. Questa voce non era articolata, nè chiara in modo che si potesse ben comprendere; era acuta e debole in maniera che si poteva dire piuttosto un mormorìo che un suono di voce. Margherita, dopo che lo spirito aveva fatta la sua parte, gli serviva d'interprete, e ripeteva più chiaramente le parole di lui, e tutti ne levavano meraviglie.

Tali erano questa strega e questo folletto come li descrisse Cardano: è facile comprendere che Margherita dovesse essere ventriloqua, persone che hanno appunto l'arte di far sentire le voci che formano in petto come se fossero lontane. Ma a que' tempi si voleva il maraviglioso, e si aggiungeva anche che la Margherita quando dimorava in case altrui avvolgesse il demone in un lenzuolo, che esso avesse il vezzo di morderle la bocca, sicché ne portava i segni sulle labbra. Per fortuna non fu abbruciata.

V.

Diplomi de' maghi.

Ho accennato le condizioni onde Faust contrasse alleanza con Mefistofele; le parole non bastavano; il demone voleva talora altre forme solenni, mandava diplomi in pergamena a maghi e a streghe adepti, come usano le accademie.

Per meglio conoscere ove giungesse il delirio dell'opinione, reco tradotti due di questi atti solenni che si trovarono nell'archivio di Poitiers, e appartenevano al processo di Urbano Grandier; vedremo poi chi fosse questo sgraziato. Il primo è la promessa di Grandier:

Signore e maestro Lucifero.

«Ti riconosco per mio nume e principe, e ti prometto di servirti finchè vivrò. Rinuncio a ogni altra divinità e ai santi, e alle credenze, e ad ogni cerimonia e orazione, colla quale i fedeli potessero intercedere per me; ti prometto che farò ogni male possibile, e procurerò di condurre gli altri al male. Io rinuncio al battesimo ed agli altri sacramenti, e se manco di servirti e di adorarti, almeno tre volte al giorno, ti do la mia vita come se fosse tua.

Questo feci l'anno....... e il dì.......

U. Grandier.»

L'altro è il diploma speditogli dalla corte infernale:

«Noi, potentissimo Lucifero, col consenso di Satan, Belzebù, Leviathan, Elimi, Astaroth e altri, abbiamo accettato oggi il patto d'alleanza di Urbano Grandier, fatto nostro; e gli promettiamo la simpatìa di quante donne splendono per bellezza sulla terra, dignità, piaceri e ricchezze; esso ogni tre giorni prenderà gradito sollievo; gli sia cara l'ebbrezza: ci offrirà una volta all'anno il sigillo del proprio sangue; terrà sotto i piedi le cose sacre, e indirizzerà a noi le sue preci. In virtù di questo patto vivrà vent'anni felice sulla terra, poi verrà fra noi a maledire.

Fatto all'inferno nel consiglio dei demoni.

Han sottoscritto Lucifero, Belzebù, Satan, Elimi, Leviathan, Astaroth.

Visto per la firma e sigillo del gran maestro e dei signori principi dei demoni.

Contro segnato Baalberith
Segretario.»

VI.

Cerimoniale della magìa.

Però non sempre qualche demone aveva il tempo o la volontà di starsi continuamente in compagnia de' maghi e delle streghe, e servirli da segretario, cameriere o fante; perciò quei che inventarono sulla terra l'arte magica a sussidio degli uomini, trovarono alcuni istrumenti e formole, che valessero loro o d'ajuto quando erano lontani gli spiriti, o potessero chiamarli per avere sussidio e servigio. Quindi ne usciva la parte della scienza, che si direbbe cerimoniale, e il bisogno di iniziatura e d'insegnamento. Omai eccoci nei segreti della magìa nera.

VII.

La bacchetta magica.

Il bastone fu presso tutti i popoli un'insegna di comando; variò nelle forme e nei modi di usarlo, e quindi nella logica che gli andava unita. Pei maghi si convertiva in bacchetta: faceva parte del loro potere, perchè associava le forze occulte della stregoneria.

La bacchetta magica doveva essere fatta col ramo di un nocciuolo di un anno, reciso dalla pianta verso mezza notte in un mercoledì di luna nuova; mentre si calava il coltello a tagliarla, conveniva gridare a gran voce: — Ti scongiuro di obbedirmi per tutte le potenze celesti. — Quella bacchetta poi si rimondava dalle frondi, si rendeva appariscente, perchè anche i maghi amavano il lusso; vi si incidevano sopra in lettere greche dal lato più grosso agla, in mezzo on, e dal lato più sottile tetragmaton.

Gran potenza della bacchetta! agitarla nell'aria e tramutare le cose, era un sol punto. La bacchetta era solo di privilegio de' maghi; le streghe di consueto non giungevano a tanto da meritarla, e se vi mettevano le mani addosso, divenivano prepotenti. Una strega giunse a ghermire la bacchetta al mago di Scozia, e lo trasmutò in bestia. Pare che le donne abbiano gran tendenza a cambiare in bestia gli uomini, quando pigliano loro la bacchetta del comando: Circe ed Alcina fecero lo stesso: que' che hanno la filosofia dei simboli, forse potrebbero vederne uno assai eloquente in questa storia.

VIII.

Strenne de' maghi.

Senza strenne omai non si raggiunge più nulla di buono a questo mondo; leggerle o no, esse danno la scienza. Le donne hanno le loro strenne per le diverse ore del giorno; strenne per le preghiere, per ricrearsi, strenne onde avere argomento a parlare, quando certe visite le mettono nella noja di non sapere trovare parola. Però queste strenne spesso tengono un po' di magìa, perchè recate in dono sono solitamente principio di simpatìa.

Anche i maghi avevano le loro strenne: erano di poche pagine; più comode per leggerle presto: vi erano scritti gli scongiuri con cui i maghi e le streghe chiamavano in sussidio gli spiriti coi quali avevano pattuito.

Quando un libro magico era scritto, vi si faceva addosso questa deprecazione, la quale era come l'ultima correzione d'un autore, o la segnatura perchè avesse forza e valore.

— Spiriti quanti siete, vi scongiuro ed ordino di accogliere questo libro in buona parte, affinchè tutte le volte che lo leggeremo, o che verrà letto da altri, dobbiate comparire in bella forma umana, secondo che il lettore vi ordinerà e giudicherà a suo piacere. Voi non avrete alcun potere nè sul corpo, nè sullo spirito del lettore, nè darete molestia alle persone che fossero con lui; nè con rumore, con tempeste, tuoni, scandali, offese vi rifiuterete di obbedirlo: vi scongiuro di apparire appena chiamati per eseguire prontamente quanto è assegnato in questo libro in apposito capitolo; ubbidirete, servirete, insegnerete, donerete, farete quanto è in vostro potere a utile di chi comanda, con lealtà ma non con inganni. Che se qualche spirito quando è chiamato non potesse venire, gli correrà obbligo di inviarne altri coi proprj poteri, che gli giureranno d'ubbidire. Vi scongiuro tutti per la forza che muove ogni cosa, di fare quanto qui è scritto. Se non ubbidirete, vi caccerò per mille anni nelle pene. —

I maghi quando volevano operare prodigj aprivano il libro, scorrevano l'indice, giacchè tutti i libri devono aver l'indice, altrimenti non valgono nè pei curiosi, nè per chi studia: leggevano le parole segnate al bisogno, e tutto si chinava alla loro volontà.

Questa strenna preziosa non era solo potente nella mano dei maghi, ma di tutti quelli cui capitava. Or eccovi un bel fatto, se il credete. Luigi Goffredi presso Marsiglia, come riferisce il Porta, ereditò dallo zio uno di questi libri magici, il quale era di solo sei pagine; che bel libro! Goffredi lo sfogliò e vi lesse entro i brevi versi di cui lo vedeva segnato, ed ecco apparirgli innanzi un demone. Giova udire la confessione dello stesso mago.

— Fu verso il mese di maggio, e Lucifero mi si appresentò in forma umana vestito da galantuomo: sulle prime ebbi un po' di paura, ma mi rinfrancai udendolo parlarmi cortesemente, e proferirsi ad ogni mio desiderio. Sentii allora l'impero di due antiche passioni, un'ambizione d'esser rinomato, in ispecie fra la gente dabbene, e un desiderio sfrenato di galanteria. Allora lo spirito mi domandò: — Che mi darai se accontento ogni tuo desiderio? — Gli risposi tutto lieto quanto volesse; esso mi chiese tutti i miei beni; ci siamo accordati. Dopo due o tre dì tornò annunciandomi essermi concesso che a un mio soffio sarebbero prese per me donne e fanciulle, purchè esso giungesse fino alle loro nari, e mi consegnò una scritta colla promessa. —

Goffredi era impaziente di esperimentare la sua nuova virtù; da molti anni aveva posti gli occhi addosso ad una Madalena Mendoze; soffiò, ed ella se gli legò d'amore.

Madalena fu a sua posta iniziata ne' misteri occulti, e fatta strega, andò al Sabbath con Goffredi, e se la passavano allegramente. Ma non durò a lungo quella felicità: furono scoperti, gittati in prigione, persuasi a confessare ogni loro colpa dalla tortura, ed il povero Goffredi fu abbruciato agli 11 aprile 1611. Ottenne quanto gli aveva promesso il suo mal genio, cioè riputazione, poiché quel processo che dovrebbe far ridere, commosse per la misera fine.

CAPO II.

LE STREGHE.

I.

Come si divenisse strega.

Le femmine sono destinate a dividere i beni e i mali concessi agli uomini, quindi anche ad esse fu largheggiato il tesoro delle scienze occulte, furono o streghe, o fate, o indovine, e ammaliatrici sempre. In diverso modo esse venivano iniziate in quest'arte o per allettamento de' genj malefici, o per affetto diviso coi maghi: nè son frottole: svolgiamo la storia, e che storia! è tutta scritta ne' libri.

II.

Streghe create dagli spiriti.

Le donne non furono per lo passato troppo sollecite per gli studj: esse non si curavano molto di libri e di lettura: è il nostro secolo che le vuole sapienti; esse agognano all'usbergo di Minerva, forse perchè gli uomini ghermirono talora il cinto di Venere. Perciò non capitavano fra le mani alle donne de' tempi andati libri magici ove apprendere ad evocare gli esseri malefici, a stringere con loro alleanza. Però non isfuggirono la seduzione; esse hanno un'altra allettativa per gli uomini e fino pel diavolo, quella della bellezza: questa strinse spesso gli spiriti d'averno a inchinarsi al loro piede e legarle: umana natura femminile! fu creata per essere sedotta o dai serpi o dai demoni, più spesso dagli uomini.

Lo spirito Cerbero in persona fece strega Maria Martin, la condusse al Sabbath, al quale volle per galanteria presiedere egli stesso; le era prodigo di doni, ed andava a lei ogni volta che col digiuno lo evocava: la slealtà di un fattucchiero che era a parte de' segreti di lei, la scoprì, e presa dal tribunale di Mondidier, ella confessò queste galanterie, poiché se le trovarono sul corpo segni di tatuamento. Però quel crudele di Cerbero non le fu un amante fedele come Romeo, e non andò a soccorrerla, quando ai 25 giugno 1586 venne impiccata: s'accontentò di ghermirne lo spirito.

Vi ebbero altri folletti, parimenti cortesi damerini; uno tutto garbato accompagnava sempre Maria Naguille al Sabbath presso un bosco a Pagole: quando era l'ora di rendersi alla festa, ei si avvicinava alla finestra della camera di lei, la apriva per avvertirla, e poiché Maria s'era unta colla propria madre, il galante se le pigliava sotto braccio, e viaggiavano bellamente per l'aria; finito il congresso le restituiva alla propria stanza. La giovanotta aveva sedici anni, e imprudente, fra i pizzichi della tortura, palesò questi suoi segreti.

Nè questi amanti erano avari colle streghe; davano loro dei buoni denari, come usò uno con Giovanetta Grazianne, che sedusse apparendole innanzi vago per sei belle corna in testa, e un bel pugno d'oro; sulle prime la schifiltosa non si arrese, sicché il tristanzuolo, che a forza tentò condurla al Sabbath, fu costretto lasciarla alla porta della stanza a Sibour; ma infine sì la persuase, che fece intera professione di magìa, e fu fra quelle giovinette a sedici anni, che sul principio del secolo XVII perirono arse come fiori sopra cocente arena.

Però anche le streghe facevano ogni lor potere per apparire avvenenti al demone: Giovanetta Viscard era zoppa, e quando si appresentava a lui, perchè non vedesse il suo claudicare, faceva salti e capitomboli, e l'altro credulo come sono tutti gli innamorati, la teneva lunga tutta ad un modo, si tramutava in montone, sorte degli amanti, e se la portava al Sabbath sulla propria groppa.

In questo congresso poi quello che presiedeva era più cortese colle streghe che coi maghi, e s'intende colle streghe giovani; lo confessò Giovanna Horpilopis, che di 14 anni presa in prigione nel 1603 rivelò i misteri di queste galanterie.

Però lo spirito più galante di tutti era quello che corteggiava Giovanna Harvilliers, la quale condotta dalla madre al Sabbath di dieci anni, fu arsa a Compiegne nel primo aprile 1578, dopo che per cinquant'anni, quando il desiderava, aveva la compagnia del suo fedele: esso poi andava a lei tutto elegante, a cavallo, con stivali, speroni e spada al fianco. Eppure non la soccorse quando fu condotta al fuoco: forse quei cinquant'anni di servitù gli parvero bastante testimonianza d'amore per non cercare di aumentarli, e chi sa quanti all'udire questa storia invidiano il servente della povera Harvilliers.

III.

Sdegni degli spiriti colle streghe.

Dove sono amori e galanterie, vi sono le piccole burrasche, ed è naturale che anche fra le streghe e i diavoli si scambiassero, come fra Laura e Petrarca, dolci ire, dolci sdegni e dolci paci.

Lo spirito della fattucchiera Lescoriere prese gelosìa perchè una volta essa mancò al Sabbath: si tramutò in gatto, le salì sul letto, e tanto le diede peso sul petto che quasi la soffocò. Un'altra volta la mise a colpi di pietra.

Maria Gastagnalde invece meritò molte busse dal suo genio perchè aveva rivelati alcuni segreti del Sabbath, e sì la ruppe nella persona, che i segni delle percosse valsero a testimonianza perchè fosse condannata nell'anno 1608.

A rossore degli amanti colle corna e senza, conviene narrare la viltà del folletto Lizabet colla strega Antide Collas. La poveraccia fu presa nel 1599, e siccome il processo andava alla peggio, essa chiamò in soccorso il suo alleato: questi andò a visitarla, e la consigliò o a gittarsi dalla finestra o ad impiccarsi; tenero amante! nè volendo acconsentire le diede molte busse: e la sgraziata morì al fuoco, e non fu l'ultima abbandonata nella sventura.

Però, storico veritiero, e per non avere qualche sfida da creature prepotenti, convien dire cho questo abbandono non era per durezza o per viltà; ma perchè stava fra i riti della scienza occulta, che lo spirito potesse andare a consolare in qualunque modo una strega o un mago, quando era in potere della giustizia, ma nè liberarla, nè soccorrerla nel processo. Vedete che astuto canone! pare proprio trovato per non vedere la contraddizione fra la potenza attribuita ai maghi e i loro patimenti.

IV.

Ricevimento delle streghe.

Tutte le associazioni del mondo da quella de' sacerdoti egiziani, fino a quelle delle streghe, hanno forme di ricevimenti, iniziatura, perchè gli uomini non sanno fare nulla senza cerimonie; gridano alla libertà, e s'avvolgono continuamente di ceppi.

I maghi solitamente, umana fralezza! s'innamoravano, e come è solito degli amanti che dividono colle belle i beni e i mali della vita, insegnavano loro la stregoneria: avevano con esse comuni i servigi degli spiriti, e più di sicuro la prigione e il rogo.

Tanto avvenne a quella Madalena Mendoze che Goffredi amoreggiò, fece strega e condusse al Sabbath. Anche Giovanna Belloc confessò che un fattucchiero la menò al congresso nel 1609, e fu presente a un ballo in maschera.

Più sovente erano donne che iniziavano le altre in questi misteri: esse conducevano al Sabbath le amiche e le figlie. Dojartzbal, giovane strega di quindici anni, che per suo meglio si convertì e fuggì la mala ventura, confessò d'essere stata presentata al Sabbath da una strega che era in prigione: essa l'andava a pigliare al letto ove dormiva presso sua madre, e poneva intanto in sua vece un fantoccio che parlava.

Altre ho già ricordate, ma la più operosa nel procacciare adepte alla magia fu Bensozia; costei radunava in una società le dame, ed ivi le metteva in amicizia cogli spiriti, facevano congreghe e viaggi per l'aria sopra bestie alate. Fu tanto universale questa opinione nelle Gallie, che si credeva che tutte le donne fossero della compagnia de' viaggi aerei. Bensozia pare un'antica fata, ma in tempi più recenti era considerata come un nome di associazione di streghe.

Però quando una femmina era condotta al Sabbath, non diveniva subito strega senz'altra cerimonia; conveniva fare il ricevimento: era una delle varie scene di quella festa strepitosa.

[Illustrazione: Ricevimento di una strega]

Si radunavano in un lato del campo del congresso le streghe e i maghi che doveano prendere parte alla cerimonia, si faceva un cerchio, e in mezzo si collocava assisa la nuova adepta, presso il tripode ove stava il demone tramutato in caprone. Il mago o la strega che aveva condotta la novizza, le dava alcuni precetti di magìa, le ricordava le obbligazioni che assumeva, la faceva abbjurare alle antiche credenze: ella aderiva con tremendi scongiuri, si alzava un grido d'applauso, il presidente la dichiarava laureata in istregoneria, e la nuova alunna festante volava fra folletti, rospi e fattucchieri a prendere parte a tutti i tripudj della congrega.

V.

Gli iniziati.

Non mancarono alla compagnia gli iniziati: ogni strega prometteva talvolta al Sabbath di offrire qualche fanciullo all'ara di maestro Leonardo, o se non riesciva a rubare un ragazzo altrui, doveva presentarne uno proprio. Si offriva in solenne congresso al maestro, ed egli o il suo luogotenente Giovanni Mullin assegnava al fanciullo due santoli, i quali traevano innanzi, e sul gran libro nero rinunciavano in nome del figliuoletto alle antiche credenze. Dopo Leonardo lo segnava col proprio corno nell'occhio sinistro, segno che lo indicava ammesso all'iniziatura, e che teneva finchè non era compiuta.

Questa era posta nell'avere cura dei rospi che erano i cavalieri delle streghe al Sabbath; l'iniziato doveva in alcuni giorni stabiliti, vegliargli sulla riva di un lago con una bacchetta bianca. Spacciatasi con diligenza di questa faccenda, e resane ragione in adunanza a maestro Leonardo, esso conferisce loro il desiderato grado, col corno gli fa un altro segno sulla schiena, gli imprime o una lepre o la zampa di un rospo o di un gatto nero, ed è proclamato stregone, ed ammesso a tutti i misteri della scienza occulta. Se invece quei marmotti si mostrano in quella bisogna inabili al grande magistero della magìa, sono messi a fette, e molte volte cotti e imbanditi al banchetto delle streghe.

VI.

Strumenti delle streghe.

Le streghe erano da meno de' maghi nella potenza e nella scienza delle cose occulte, perciò anche i sussidj che avevano non erano nè onnipossenti, nè eletti come quelli de' primi: esse erano prive della bacchetta e del libro, e quindi per operare la propria arte cogli altri, usavano mezzi più faticosi. Avevano però alcuni strumenti e ajuti che valevano specialmente pei proprj servigj, invece degli spiriti che i maghi potevano chiamare ad ogni loro talento: vedremo questi poi; ora i soccorsi delle streghe.

VII.

Gli unguenti.

Non vi ha donna senza profumi odorosi, non vi era strega senza unguenti. Tutte avevano il loro vaso d'unguento che componevano in alcuni Sabbath, mescolando in una grande caldaja l'adipe dei fanciulli, erbe malefiche, mandragora, pietra neufite, e tutto bollivano a un fuoco suscitato dall'averno.

Con questo unguento la strega si unge, e pronunciando parole a lei sol note si tramuta nell'animale che più le aggrada; quindi esce di casa prendendo la via delle finestre, spesso quella del fumo pel cammino, corre i boschi, le città, va alle congreghe, a molestare mezzo mondo. Per isciogliere la forza dell'unguento e ritornare alla prima forma, abbisognavano alcune parole od altri unguenti che dovevano usarsi da mani soccorritrici e dalle streghe stesse.

La forza di questi unti misteriosi non valeva solo per le streghe, ma anche per qualunque cosa o persona che li toccassero: una scopa intrisa nell'unguento di una strega prendeva il volo; un uomo che lo adoperasse, mutava forme, e veniva a parte ai privilegj della magìa.

Giraud racconta che ad un uomo cadde sospetto sua moglie fosse una strega: la tenne d'occhio, e la vide ungersi, trasformarsi in un uccello e partirne a volo, nè ritornare che alla mattina. Resa alle prime sue forme, il mariuolo volle che la moglie gli rivelasse il suo segreto, e perchè la cattivella vi si accomodava di mal animo, la costrinse con un bastone a manifestargli ogni cosa. Allora desiderò egli pure di vedere il Sabbath, si unse e vi fu; ma poste le mense, siccome non gli erano imbandite che vivande insipide, dimandò del sale, ed essendogliene dopo gran tempo portato, l'inesperto ed imprudente disse: — Sia ringraziato Iddio. — Allora udì un grande strepito, disparve il congresso, e il tapinello si trovò solo in mezzo a una montagna più di trenta leghe lungi dal suo paese; se non che per poca prudenza di lui, saputo l'occorso dall'inquisizione, il fece prendere e il mandò lungamente pentito della propria curiosità.

Più dura fu la penitenza che toccò a quel curioso di cui narra Apulejo: alloggiava in Bologna in casa una strega; gli punse voglia di prendere parte a' segreti di lei, e sedotta la conscia fantesca, è ammesso nella stanza degli unguenti: se ne spalma la persona, ma invece di prendere quello che lo mutava in un uccello grazioso, capita nel vaso che il converte in un asino: lo sgraziato s'accorge del suo danno, vuole domandare ajuto, ma la parola se gli converte nella strozza in un bel raglio. Giunge la fantesca; per ridurlo alle prime forme, si volevano delle fresche rose, ma intanto che correva per esse nacque un tal trambusto, un venire di ladri, uno accorrere di genti, che il nuovo asino fu condotto altrove.

Ora pensi chi ha cuore qual fosse la passione di un uomo convertito in asino, e che sapeva di esserlo; caso forse unico. Errò a lungo nelle mani de' ladri, di mugnaj, di contadini, fu posto ad ogni corruccio; cercò per molti anni di correre alle rose quando le vide ne' giardini, sulle siepi, innanzi alle immagini e fino sul petto delle belle, e acquistò sciagure e busse non poche, finchè non giunse a porre la bocca al pasto desiderato. Questa disgrazia fece forse molti canti; pare che anche le rose abbiano perduta la loro virtù.

VIII.

La scopa.

Misera condizione del sesso debole! Sempre disparità di privilegi coll'uomo fino nella magìa: invece della bacchetta, alle streghe era concesso il manico della scopa. Questo vile arnese di casa, questo scettro delle fantesche era l'amico dello streghe. Esse potevano ad ogni loro piacere convertirlo in un serpe volante, in un quadrupede, in un uccello; vi si ponevano a cavallo e le trasportava lesto per l'aria ove desideravano; con questo viaggiavano specialmente al Sabbath.

Alcune streghe usavano del manico della scopa come di una bacchetta magica, e Cardano dice avere veduta una che uccise un figlio toccandolo solo al dorso col manico della scopa. È facile comprendere che questo fatto può esser vero, e se di quel manico ne fosse toccato per avventura sul dorso anche al credulo filosofo, avrebbe sentito di qual peso era la magìa della strega.

Però anche i maghi talvolta non isdegnavano scendere a questo vile arnese. Guglielmo Edeline confessò di essersi reso al Sabbath a cavallo di una scopa: erano come i nostri cavallerizzi, che nella campagna non isdegnano mutare il somarello col cavallo arabo.

IX.

Moltiplicazione delle streghe.

Da quanto fu riferito è agevole comprendere, che poi non era una gran faccenda il diventare strega; poco meno che diventare dottore. Di fatti crescevano in ogni nazione come la gramigna: in Italia tutte le città numeravano le proprie streghe; solo a Parigi al tempo di Carlo IX ve ne ebbero trentamila, e regnando Enrico III si computava ve ne fossero solo in Francia centomila. Si accusavano, si dava loro la tortura e crude pene, e a frotte si mandavano sui roghi; anche la piazza de' tribunali a Milano risplendè sovente di questa fiamma; e quelle streghe che avean tanto potere da sconvolgere il mondo, sopportavano tutti que' tormenti, nè valevano a liberarsi, nè a prendere vendetta.... Eppure l'eloquenza di questi fatti non giunse a persuadere gli uomini che le erano tutte follìe! argomentate da un solo esempio l'utile della diffusione dei lumi.

CAPO III.

ALTRE INDOVINE.

I.

Intermezzo.

Nel cinquecento per alleviare un po' la noja delle tragedie foggiate alla greca, si immaginò fra un atto e l'altro un intermezzo; era una rappresentazione di fatti che non aveano parte all'azione del dramma; erano avvenimenti di numi, di eroi: a poco a poco accrebbero di spettacolo e si crearono i balli. Or bene penso anch'io a un po' di riposo all'uso dei nostri padri: or che conosciamo i maghi e le streghe alla fisonomia e all'insegne, prima di narrarvene i fasti, vo' dire pochi cenni di due altre razze di donne che non partecipano di quelle due prime, ma vi tengono qualche relazione, sono le fate e le zingare; il primo e l'ultimo anello delle donne maravigliose. Sarà un intermezzo non del tutto straniero al dramma.

II.

Le fate.

Correte i romanzi del medio evo, le tradizioni degli irlandesi e germani, e troverete popolate le selve, i castelli di fate, di spiriti aerei. Le fate sono forse immaginate sulla tradizione delle antiche druidesse, ma con maggior potere; al par di loro penetravano i segreti della natura, come i maghi comandavano a tutte le forze dell'universo, ma avevano maggior privilegio di tutti, erano immortali.

Le fate abitano nei boschi, sulla riva dei fiumi, nelle grandi caverne, si fabbricano palazzi e castelli incantati di smeraldo, di zaffiri. Possenti sempre, vezzose, aveano solo a corruccio in alcuni giorni della settimana l'esser tramutate in animali, più spesso in biscie, e patire tutti i danni della loro nuova natura, meno la morte.

Le fate erano di diverse indoli; alcune benefiche, altre malefiche; di diverso grado e potenza: le comandava una regina chiamata Titania, moglie del re Oberone; essa ogni anno le congregava tutte in un bosco, e dava loro premj o castighi, siccome avevano usato in bene o in male del loro potere. Numerose fate erano in Frisa al tempo di Loiario, in Isvezia, come narrano Kempen e Olan Magno; fate in tutta la Scozia, in Alemagna, ove si chiamavano anche donne bianche.

Giova però avvertire che appunto in questi paesi spesso si scambiarono co' palazzi delle fate le grotte di stalattiti; e quelle piramidi di marmo bianco che si formano fra la pioggia delle acque filtrate, furono tramutate in questi spiriti aerei immortali.

Le fate sono numerose, nè qui accade ricordare tutte le loro avventure, perchè ne avrebbero gelosìa le streghe, e potrebbero sturbare la fortuna di questo libro. Antica è la fata Manto che fondò la patria di Virgilio. Alle lettrici che a Walter Scott e Balzac degnano associare la lettura dell'Ariosto e del Tasso, non saranno sconosciute le fate, e sapranno le venture buone e malvagie d'Armida e di Melissa, d'Alcina e di Morgana. Per ora mi spaccio narrandovi i casi di Melusina, i quali rileveranno forse il modo onde si creavano questi fantasmi.

III.

Melusina.

S'ode sulla torre del castello un grido, un canto: tremano tutti — fra tre dì sarà certa sventura: è il presagio funesto della fata Melusina. — Costei fu condannata dalla madre pel poco rispetto che ebbe con Elinas suo padre re d'Albania ad essere metà serpente tutti i sabbati, e fata per tutta la vita, se non trovasse un cavaliere che se la sposasse, e non vedesse la sua forma di rettile. La fata accorta, un dì che era donna e bella, colse Raimondino in un bosco, lo accese di amore e fu suo marito, e lo addusse nel castello di Lusignano che fabbricò per esservi beata.

Ivi splendeva di potere e di gloria ed ebbe varj figli, che però tutti recarono dalla natura il segno della materna disgrazia. Uriam aveva un occhio rosso e l'altro celeste, e le orecchie larghe come un vaglio; il secondo Odone, bello della persona, con un orecchio più grande dell'altro; Guion, bello, ma con un occhio più alto dell'altro: molestava Antonio il più avvenente garzone che si vedesse mai, lo sconcio d'una zampa di leone sulla guancia, dono che recò dall'alvo materno; bello Regnaul, ma con un occhio solo, col quale vedeva però sì bene, che distingueva alla distanza di ventuna leghe; il sesto nacque con un gran dente che gli usciva dalla bocca più d'un pollice, per cui fu detto Geoffroi dal gran dente. Raimond all'avvenenza associava sul naso una macchia vellutata, come la pelle di una talpa: l'ultimo della schiera, maravigliosamente grande, aveva tre occhi, uno dei quali situato in mezzo alla fronte.

Però la curiosità non può solo sulle donne; anche il marito di Melusina ebbe voglia di vedere la compagna nel giorno interdettogli: fece un breve spiraglio che guardava nella stanza del bagno di lei, guatò, e la vide serpente. La misera, astretta dal suo fato, non potè più rimanersi con lui, e fuggì tosto dalla finestra in quella sconcia forma. Ella vive tuttora, nè potrà morire fino al dì del giudizio.

La storia narra di Melusina altrimenti: la ricorda una principessa potente: quando inviava una lettera, un decreto col suggello che aveva improntata una sirena, conveniva ubbidire ciecamente, e sciagurato chi osava opporsi! Il terrore ne fece a que' tempi una maga: ecco come l'immaginazione de' popoli crea in tutte le età di barbarie una mitologia.

IV.

Gli zingari.

Le lettrici di giudizio, quelle che hanno la fortuna o la disgrazia di conoscere per pratica parecchi anni di storia contemporanea, forse si sovverranno che fanciulle ancora, videro errare per le nostre città alcune donne avvolte di cenci, recando sulle spalle in alcuni sacelli la casa, le provvigioni, i figli; fermarsi per le contrade e nei paesi, ricevere qualche piccola moneta e dire a chi la chiedeva, la buona ventura o in pubblico ad alta voce, o in segreto, soffiando con una canna i proprj oracoli all'orecchio di que' che le consultavano. Queste erano le zingare; donde venissero discordano gli scrittori che fecero gravi dispute intorno ad esse, poco dissimili da quelle sulle origini delle emigrazioni dei Goti e Visigoti. I più s'accordano col dire che in occasione di una pestilenza, che nell'anno 1348 afflisse Europa, sorto il solito pregiudizio degli avvelenatori, e gittata questa taccia addosso agli ebrei, si perseguitarono miseramente; che essi rifuggiti in boschi, ne uscirono poi tramutati in bande erranti di zingari. Non so se un avvenimento isolato possa determinare in un popolo nuova vita e costumi; però non disputo, vengo a' fatti; ecco come la Miscella bolognese narra il primo capitare di questa gente in Italia.

— A dì 18 luglio 1422 venne in Bologna un duca di Egitto, il quale avea nome il duca Andrea; e venne con donne, putti e uomini del suo paese; e poteano essere ben cento persone. Avevano un decreto del re d'Ungheria, che era imperadore, per vigore di cui essi poteano rubare per tutti que' sette anni per tutto dove andassero, e che non potesse essere loro fatta giustizia. Sicchè quando arrivarono a Bologna, alloggiarono alla porta di Galliera dentro e di fuori, e dormivano sotto i portici, salvo che il duca alloggiava nell'albergo del re. Stettero in Bologna quindici giorni. In quel tempo molta gente andava a vederli per rispetto della moglie del duca, che sapeva indovinare e dir quello che una persona dovea avere in sua vita, ed anche quello che avea al presente, e quanti figliuoli, e se una femmina era cattiva o buona, ed altre cose. Di cose assai diceva il vero. E quando alcuni vi andavano che volevano far indovinare de' lor fatti, pochi vi andarono che loro non rubassero la borsa, o non tagliassero il tessuto alle femmine. Anche andavano le femmine loro per la città, a sei, a otto insieme. Entravano nelle case de' cittadini, e davano loro ciancie. Alcuna di quelle si ficcava sotto quello che poteva avere. Anche andavano nelle botteghe mostrando di voler comperare alcuna cosa, e una di loro rubava, e simili astuzie. —

In Francia gli zingari apparvero pochi anni dopo, vi si chiamarono boemi dalle terre onde muovevano, e Pasquier narra la loro misteriosa apparizione reduci dall'Italia: — Erano in numero di centoventi; uno de' loro capi portava il titolo di duca, un altro di conte, ed erano scortati da dieci cavalieri; dissero che venivano dal basso Egitto, cacciati da' loro paesi dai Saraceni; che erano andati a Roma a prendere assoluzione dei loro peccati dal papa, il quale aveva loro imposta la penitenza di vagare sette anni pel mondo senza mai dormire sopra letti. Furono alloggiati nel villaggio De la Chapelle presso Parigi, dove la gente accorreva in folla a vederli. Avevano capelli ricciuti, color bruno, e portavano anelli d'argento alle orecchie. Le loro donne la facevano da indovine, predicevano per le piazze, pei mercati la vita futura alle genti, indovinavano le loro venture, davano sentenze come oracoli. Qua una mano all'uno, e vi scoprivano mirabili cose; qui in revista le orecchie, il naso e davano strane novelle; ogni parte del corpo era per loro un libro per leggervi la vita passata, presente, futura d'una persona. Ora profetavano sur un tavolo ad alta voce, ora susurravano in segreto, ora parlavano con lunghi tubi o canne forate che il volgo metteva all'orecchio; in somma non lasciavano modo e forma per darsi a credere grandi indovine.

Questi zingari non erano nè streghe, nè maghi; la loro condizione di profughi, li stringeva a tener fra loro un linguaggio misterioso e particolare; avevano anche riti e costumi che sentivano dell'antica origine; ciascuna banda si eleggeva un re a cui tutti erano obbligati ubbidire. Quando una zingara si maritava, tutta la cerimonia consisteva nel rompere un vaso di terra davanti all'uomo del quale voleva divenir moglie e viveva con lui finchè vi erano frammenti del vaso. Alla fine di questo tempo gli sposi erano liberi o di abbandonarsi o di rompere insieme un altro vaso di terra, e rinnovare l'unione. Questo modo per formare e finire i connubj, era certo molto comodo per la facilità a disperdere i frammenti del vaso onde passare a nuove nozze; guai se quell'uso delle zingare divenisse di moda!

Esse non facevano professione che d'indovinare il futuro; studiavano le fisonomie degli uomini, i loro movimenti, e inducevano sulle loro inclinazioni. La parte che più s'accostava alla magìa era la divinazione che facevano o pei segni delle mani o per le costellazioni sotto le quali alcuno nacque.

Sovente le predizioni delle zingare turbarono la quiete di qualche buona madre, di qualche uomo credulo, di qualche fanciulla ingenua. Però quando più non si arsero le streghe, scemò l'opinione delle zingare, e molti si fecero giuoco di loro. Un giovane travestito da fanciulla consultò una famosa indovina; essa non potè conoscere di parlare ad un uomo, e gli predisse che partorirebbe due figlie; allora la pudica giovinetta si levò la cuffia e si lasciò cadere la veste sulla piazza, e apparve un bel giovane che voleva prender moglie.

Una donzella di diciott'anni un po' curiosa, consultò parecchie di queste maliarde: una le predisse che non si mariterebbe; l'altra che si mariterebbe una volta sola ed avrebbe quattro figli; la terza che andrebbe in punto di morte al suo secondo parto e morirebbe a quarant'anni. Questa giovane si maritò tre volte, e visse fino a sessant'anni. Ad una zingara fu condotto un giovanetto pensoso, silenzioso: la indovina argomentò dalla sua severa fronte, che riescirebbe meditativo, e sarebbe un giorno grande oratore alla camera dei deputati; era sordo-muto. Si volle beffarla, ma essa destramente rispose che aveva conosciuta la sua infermità, e che avea inteso di dire, valere più un sordo-muto che certi cicaloni, i quali parlano molto e non conchiudono niente. Ad un giovanetto condotto dalla madre ad una zingara, essa profetò che vivrebbe modesto, sempre lungi dai tumulti del mondo, sempre inclinato a dir bene ed a pensare bene del prossimo; indovinate? è un giornalista, un autore d'almanacchi.

CAPO IV.

MAGÌA NERA.

I.

Un richiamo opportuno.

— Belle cose ci avete narrate! odo susurrare; delirj di pazzi, prodigi di bacchetta e di scope, profumi d'unguento, lo spirito maledetto come già ce lo siamo dipinto; questi non sono nè i maghi, nè le streghe, le cui storie narrate dalle vecchie di casa ne fecero sovente impallidire. —

Eh! un po' di pazienza; non volli al primo tratto porvi innanzi tutto lo sgominìo di questi prepotenti fattucchieri; pensai di avvolgervi nella gran matassa della magìa a poco a poco, come usano i vostri adoratori che prima tutti umili vi gittano qualche sguardo, qualche sospiro, e quando son divenuti signori del vostro cuore, l'avvolgono in una rete d'onde non ne esce facilmente.

Sì, certo, vi suonarono all'orecchio spaventose le arti e i malefizj delle streghe, e saprete che ne furono fiere le punizioni; ebbene, uditele e argomentate qual giudizio avrebbero dovuto farne gli uomini di buon senso, e quale fosse invece quello de' cari nostri padri in que' loro tempi beati.

II.

Evocazione degli spiriti.

La cognizione delle scienze occulte, i patti coll'averno davano diritto ai maghi di domandare gli spiriti in loro soccorso; ma questi talora non erano di comodo a venir subito, o anche si rifiutavano a certi servigj: era nulla l'aprire il libro, agitare la bacchetta, facevano orecchio da mercante, bisognava evocarli con solennità, pregarli, costringerli. I maghi erano sì forti che si facevano ubbidire, ma vi volevano degli scongiuri.

Innanzi tutto si tracciavano in terra tre circoli col carbone, uno entro l'altro, e si consacravano con preghiere sataniche: di questi il più grande era di nove piedi di diametro. Entro i varj circoli si scrivevano i nomi de' genj che presiedono alle ore, ai giorni, ai mesi, alle stagioni, de' quali vo' dare l'elenco per quelli che amassero farne la prova.

Presiedevano alle ore: a Yayn, ora prima, l'angelo Michele; a Janor, ora seconda Anael; a Nasma, ora terza, Raffael; a Salla, ora quarta, Gabriel; a Sadedali, ora quinta, Cassiel; a Thamus, ora sesta, Sachiel; a Urer, ora settima, Samuel; a Tanir, ora ottava, Arael; a Neron, ora nona, Cambiel; a Jaya, ora decima, Uriel; a Abay, ora undecima, Azael; a Natalon, ora dodicesima, Sambael.

I genj della primavera detta nella cabalistica Talvi, sono, Spugliguel, Caracasa, Commissoros e Amatiel: il nome della terra in questa stagione è Amadai, il nome del sole Abraïm, quello della luna Agusita.

I genj dell'estate, detto Gasmaran, sono: Tubiel, Gargutiel, Tariel e Gaviel. La terra si chiama Festativi, il sole Athemao, e la luna Armatos.