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PRINCIPESSA DI BELGIOJOSO

LA VITA INTIMA
E LA VITA NOMADE
IN ORIENTE

FACCHI — EDITORE — MILANO
18 — VIA DURINI — 18

PROPRIETÀ LETTERARIA DELL'EDITORE FACCHI

Stab. Tipo-Lit. FED. SACCHETTI & C. — Milano, Via Zecca Vecchia, 7

ALLA CARA MEMORIA

DELLA

MARCHESA MARIA TROTTI-BENTIVOGLIO

BARBIANO DI BELGIOJOSO

COMPAGNA ALLA MADRE IN QUESTO VIAGGIO D'ORIENTE

TESTIMONE E PARTECIPE

DEI SUOI PATRIOTTICI ARDIMENTI

PREFAZIONE

_Chiuso nella sua maschera impassibile e sibillina, l'emiro Feisal risaltava come il più esotico nella folla multicolore dei delegati convenuti da ogni parte del mondo alla Conferenza parigina per la pace. Lo spettatore riflessivo non poteva trattenersi dal considerare con inquietudine quella figura enigmatica che simboleggiava, non solo le tradizioni dell'Oriente, ma le speranze rinate del mondo arabo. Gli auspici non sono stati fallaci e le interrogazioni che venivano alle labbra affannose dei migliori conoscitori del Levante non hanno avuto ancora risposta, o piuttosto si sono moltiplicate e fatte più incalzanti. È così poco noto l'animo dei Mussulmani, che pur vivono sulle sponde del nostro stesso mare! Pellegrini, commercianti, navigatori che dall'Europa si sono recati durante secoli nei luoghi abitati o dominati dagli arabi sono rimasti quasi sempre fuor della soglia della casa retta dalle leggi del Corano. Ma l'uomo che ci è ignoto nella sua vita intima ci rimarrà straniero pur nel moltiplicarsi delle nostre relazioni esteriori con lui. Se gli italiani si propongono giustamente in quest'ora torbida di ritornare nel Levante in atteggiamento amichevole, offrendo a quelle popolazioni il mezzo di collaborare con loro nelle arti della pace, occorre che si sforzino di conoscere i sentimenti e le abitudini mentali, il tenore di vita di questi ambiti cooperatori. Frughino dunque tra i lor vecchi libri per cavar dalla polvere le relazioni dei loro avi veneziani e genovesi che pur seppero farsi comprendere dagli infedeli dell'altra sponda. Oggi intanto possono prendere in mano queste semplici e schiette narrazioni di un viaggio, anzi di un soggiorno che fece nell'Asia Minore e nella Siria una gentildonna milanese, fuggita laggiù nel 1849 all'indomani della caduta della Repubblica romana._

_Nel Levante la principessa Cristina di Belgiojoso recava un viso non meno pallido ed uno sguardo non meno fermo di quelli che turbano l'osservatore occidentale nel considerare lo sceriffo arabo. Nella Parigi fastosa ed intelligente del primo romanticismo, la bella milanese passò bene spesso come una sfinge, irritante nel suo mistero. Un passato storico gravava sulle sue esili spalle, che sapevano reggerlo colla maggiore saldezza. Nata a Milano il 28 giugno 1808 dal marchese Gerolamo Trivulzio e dalla marchesa Vittoria Gherardini, respirò fin dall'infanzia, nonostante le scosse recenti della rivoluzione e dell'invasione francese, quell'aura di grandezza e di opulenza che dominava in parecchie case patrizie della Lombardia. Il rapidissimo mutamento sopravvenuto nelle condizioni politiche ed economiche rende ormai difficile alle presenti generazioni di valutare l'importanza che poteva avere, nell'educazione della discendente di una di quelle grandi casate, la consapevolezza delle gloriose tradizioni famigliari. Conviene nondimeno di tentare di darne un'idea al lettore perchè quest'elemento è così essenziale nella formazione ed in tutta la vita della principessa di Belgiojoso che ogni ritratto non può prescinderne a rischio di diventare una caricatura. Un Trivulzio, un Litta, un Belgiojoso, uno insomma dei rappresentanti di quella decina di case magnatizie lombarde che sempre più si straniavano dalla vita stentata della crescente plebe nobiliare, vivacchiante negli uffici o colle scarse rendite, si riteneva praticamente indipendente dal potere centrale di Madrid o di Vienna, e ne faceva pochissimo conto. Quando l'amministrazione della casa avesse sistemato col fisco le vertenze necessarie a stabilire il tributo imposto dalla Corona come riscatto da ogni ulteriore limitazione, il marchese Trivulzio, non meno de' suoi parenti del ramo primogenito, che avevano avuto titolo principesco, non si sentiva ostacolato, in pieno settecento, dall'autorità dello Stato, in veruna delle sue iniziative o manifestazioni. Se in gioventù avesse senza alcun obbligo provato il desiderio di qualche avventura guerresca, gli eserciti imperiali gli avrebbero offerto facile occasione di segnalare l'istintivo coraggio e di rientrare carico di onori da una breve campagna. Parimenti un alto ufficio in Corte od una missione diplomatica gli sarebbero stati assicurati solo che ne avesse mostrato la menoma brama. Per solito la sua attività politica si svolgeva nell'ambito più ristretto ma più libero delle cariche civiche, garantite da una secolare autonomia municipale simboleggiata perfino dalla pratica della Cancelleria sovrana che si indirizzava al Senato di Milano chiamandolo «Re Potentissimo». Nel suo seggio fra i sessanta patrizi del Consiglio Generale di Milano, nel palazzo vastissimo e ricco di libri e di quadri, nella residenza rurale opulentissima, nel viaggiare, nel fabbricare, nell'abbattere boschi o nello scavare canali, un gran signore siffatto poteva agire assolutamente come gli piacesse, senza alcun sentore di tutti quei vincoli che in poco più di cento anni l'amministrazione moderna ha moltiplicato intorno alla libera espansione dell'attività o del capriccio individuale. Quando il Verri, gentiluomo riformatore, si recò a Parigi nella seconda metà del settecento ed ammirò il re Luigi XVº nel bel mezzo della sua Corte, sintetizzò nello scrivere a casa le sue impressioni affermando che la marchesa Litta nella sua villa di Lainate viveva con maggior agio che il re di Francia a Versailles. Si può ben comprendere come non fossero stati sufficienti quei brevi giorni della tumultuosa repubblica Cisalpina e nemmeno l'opera eguagliatrice dell'amministrazione francese, così riguardosa per maggiorenti del suo partito quali furono agevolmente i Trivulzio, ad illanguidire un senso così spontaneo d'indipendenza come quello che doveva venire ad un rampollo di simili schiatte dall'esercizio incontrastato di tanto potere. Valsero bensì i tempi nuovi, e sovratutto la partecipazione calorosa del marchese Visconti d'Aragona, patrigno di donna Cristina, ai moti del 1821, per indirizzare le resistenze dell'orgoglio patrizio alla nuova monarchia accentratrice stabilitasi a Milano col ritorno degli austriaci nel 1814 verso una schietta collaborazione di tutte le classi alte e colte del paese per costruire sulle rovine di quel governo straniero un regime più illuminato e prettamente nazionale. Così fu educata Cristina Trivulzio, anzitutto dagli esempi dei famigliari, ma anche dalle lezioni accurate di due filologi, il Prefetto della Biblioteca Braidense Robustiano Gironi e lo storico della letteratura italiana Francesco Ambrosoli. A questi si aggiunse un giovane di fervidissimo amor patrio che lasciava allora il seminario di Pavia e la scuola austera del vescovo Tosi, per fare le prime prove nell'insegnamento, palestra alla nobile attività politica alla quale era chiamato, e che, sebbene non avesse mai preso gli ordini sacri, era tuttora detto l'abate Achille Mauri. Le nozze, che si offersero a donna Cristina Trivulzio e che furono celebrate l'11 settembre del 1824, la condussero in una casa quasi altrettanto illustre e certo non meno magnatizia, ma più gaja ed aperta._

_Il principe di Belgiojoso, che non aveva ancora venticinque anni, bel giovane, dotato di una voce da far invidia a cento cantanti, viveva fra gli artisti, senza resistere alle seduzioni femminili che si addensavano sul suo passaggio dacchè la morte del padre lo aveva posto a capo di una gran casa ed al possesso di cospicue rendite. Pur facendo la parte dell'esagerazione nelle memorie del suo amico e compagno di eleganti capestrerie, conte d'Alton-Shée, Emilio di Belgiojoso, che ci è descritto a così vivi colori in quelle pagine appunto al momento delle sue nozze, appariva alla società parigina quasi nel tempo stesso in cui vi regnavano un Lamartine, un Balzac, come il leggendario «prince charmant» al quale nessuna resiste. Malgrado gli auspici, breve dovette essere la felicità coniugale per donna Cristina, più intelligente, più colta, si potrebbe anche dire più raccolta e più fiera del marito. Poco più di cinque anni bastarono a rendere necessaria la divisione della principessa dal marito che riprese, o meglio continuò, la sua vita di giovinotto gaudente. Ciò avvenne nel 1830, che è il medesimo anno nel quale la principessa Cristina cominciò a dare un gran lavoro alla polizia austriaca con viaggi, più o meno clandestini, a Ginevra, Berna, Genova, Livorno e Marsiglia, che furono illustrati da Raffaello Barbiera sulle traccie dei rapporti delle spie conservati nell'archivio di stato di Milano. Fra quelle carte lo stesso biografo diede maggior rilievo alle denuncie di un tal Raimondo Doria sedicente marchese, che cercherà più tardi di coinvolgere la principessa nelle indagini aperte contro Felice Argenti per un supposto attentato contro il Metternich, accuse che del resto non sembra abbiano trovato credito nelle alte sfere viennesi. Non può che destar meraviglia la parte eminente fatta ad una dama di poco più che vent'anni nella preparazione dei primi tentativi compiuti dalla Giovane Italia. La situazione sociale, la generosità ed il fascino della donna si erano imposte anche al Mazzini che le lasciò maneggiare a suo talento le centomila lire che essa aveva offerto nel 1831 per il malaugurato colpo di mano sulla Savoja. Il governo austriaco intervenne inceppando con sequestri la libera amministrazione del patrimonio della principessa che vi contrappose subito il magnifico gesto della vendita de' suoi giojelli. Essa fornì allo scrittore e propagandista Enrico Misley il denaro necessario alle pubblicazioni che denunciarono lo sgoverno che l'Austria ed i suoi sostenitori facevano del disgraziato popolo italiano. Non si potrebbe negare qualche fondamento al sospetto di esagerazione, anzi di affettazione, che accompagnò il tenore di vita della principessa nei primi tempi della sua «povertà». Questa fu sempre molto relativa, almeno prima del 1848, e certo non obbligava la discendente dei Trivulzio a dimorare in quell'appartamentino sotto i tetti nel quale essa si fece aiutare dal Thiers a cuocere le uova colle sue bianche mani affusolate. Accanto al sorriso scettico di qualche ironista, quell'innocente ostentazione della dama non ancora trentenne produsse un largo interessamento del gran mondo parigino alle strettezze dell'esule e si risolse in un effettivo discredito della politica vessatoria seguita dall'Austria in Italia. Del resto la principessa Cristina scese ben presto dal suo quarto piano per prendere in affitto un bell'appartamento nella Rue d'Anjou, ove aperse un salotto emulo degli altri celebri che ebbero tanta fama in quel quartiere di Sant'Onorato._

_A voler parlare di quel soggiorno parigino della principessa di Belgiojoso durante la Monarchia di luglio, un italiano della presente generazione si trova ormai in quella situazione imbarazzante, così ben tratteggiata dal Sainte-Beuve quando tenta di ritrarre madame Récamier nella sua età mitica, cioè durante il suo reame mondano anteriore al primo impero. Il rimpianto appassionato che quell'epoca d'intensissima attività politica e letteraria, di una sorta di libertinaggio intellettuale ha lasciato nei superstiti, dopo il crollo del regime nella fornace del 1848, appanna il quadro agli occhi dello storico. Comprendiamo che una società nella quale ancora regnava il Chateaubriand, mentre si affermavano il Lamartine, il Musset, Victor Hugo, Enrico Heine, il Balzac, il Thiers, il Mignet, il Vigny e cento altri, si disfrenavano le passioni di una Sand e di una Ortensia Allart, al tempo stesso in cui si estendevano le applicazioni delle scoperte scientifiche alla vita pratica e si diffondevano le ricchezze, una tale parentesi di rapide realizzazioni e di piaceri dello spirito posta fra le guerre dell'impero e l'inasprirsi delle rivendicazioni sociali fosse atta a suscitare l'entusiasmo di cenacoli raffinati. Noi ora vediamo peraltro la ristrettezza della base di un tal regime troppo assorto nel godimento del presente senza che i moniti del passato lo incuriosissero e lo preoccupassero per l'avvenire, e sentiamo come fosse necessaria una preoccupazione più alta, meno dilettantistica, si potrebbe anzi dire meno bizantineggiante, per riscattare tanti agi e tante feste._

_Non si potrebbe negare tale vanto alla principessa di Belgiojoso che, fra tante esperienze psicologiche e mondane, recava l'ardore della sua fede patriottica ed a quel suo apostolato in difesa dell'Italia perseguitata riconduceva spesso anche inaspettatamente le divagazioni ed i trionfi femminili. Le fu imputata una mancanza di coerenza nel frequente oscillare dal metodo riformatore al rivoluzionario e dal programma repubblicano al monarchico; ma le accuse che le furono mosse dal più autorevole storico del Risorgimento, Alessandro Luzio, per qualche condiscendenza formale alle imposizioni dei governanti austriaci, non possono diminuire l'ammirazione per una lunga vita avventurosa che ritrova appunto la sua unità nell'efficace amor di patria. Meno sicura è la linea di condotta di questa dama con pretese teologiche nei dibattiti filosofico-religiosi. È noto che si arrischiò a scrivere un «Essai sur la formation du dogme catholique» pubblicato nel 1842. Vi tratta con qualche disinvoltura i Padri della Chiesa ed affronta i più spinosi problemi con tanta spigliatezza da aver subito legittimato il dubbio che la collaborazione dell'abate Coeur vi avesse una parte preponderante. La principessa aveva in cuore un profondo attaccamento alla Chiesa Cattolica, che si paleserà anche nelle sue impressioni di viaggio in Oriente, e temette poi per quasi tutta la vita che i consigli di quell'eloquente sacerdote francese non bastassero a preservare il volume dalle censure ecclesiastiche. Con tutto ciò il solo pensiero di redigere un tal libro attesta nobilissime preoccupazioni ed una preparazione filosofica veramente eccezionale in una donna. Si consacrò pure a dilatare i confini della fama di Giambattista Vico e pubblicò un saggio sul filosofo napoletano, seguito da una traduzione della «Scienza nuova». Chi mai si sarebbe aspettato di rintracciare un tal merito nella vita di una regina dei salotti, arbitra della moda, centro di rivalità e di cupidigie? La scelta è difficile fra le numerose testimonianze che ci sono rimaste del soggiorno di Cristina di Belgiojoso in Parigi, variato dalle villeggiature a Versailles, a Marly, alla Jonchère presso Rueil. Il lettore esperimentato riconosce spesso in quei racconti gli echi di risentimenti, d'invidie, di gelosie e di delusioni, sovratutto di queste ultime, implacabili negli uomini vanitosi. Vi è tutta una letteratura, in gran parte fantastica, sulle relazioni fra la principessa ed Alfredo de Musset. I magnifici versi del poeta «per una morta» pubblicati nella Revue des Deux Mondes, e le caricature schizzate a penna e riprodotte nel volumetto della viscontessa de Janzé (poi divenuta la principessa di Faucigny Lucinge) sono gli elementi positivi per risalire con un'indagine non ancor fatta spassionatamente all'origine di quella clamorosa rottura che turbò nei suoi vertici la società parigina intorno al 1840. Non vi è quasi esempio di altre signore straniere che avesser conquistato tanta rinomanza in un mondo chiuso e spesso impassibile verso i nuovi venuti come è l'alta società francese. Alla principessa di Belgiojoso furono intimamente devoti uomini come Claudio Fauriel, scopritore del Medio Evo neo-latino e maestro di Alessandro Manzoni, gli storici Mignet e Agostino Thierry, ospite questi per lunghi anni di cecità in un padiglione eretto nel giardino Belgiojoso della Rue Montparnasse, perfino l'amarissimo Enrico Heine. Il giudizio di testimoni così acuti e liberi dovrebbe pur bilanciare le insinuazioni maliziose dei Don Giovanni respinti o giocati. Leggete in ogni modo, se volete farvi un'opinione personale di questa bella sfinge, le pagine di Madame Jaubert, sorella del conte d'Alton-Shée, della contessa d'Agoult, donne esperte del cuore umano e delle competizioni femminili e concluderete certo che la riputazione di crudele freddezza fabbricata ai danni di Cristina di Belgiojoso è una triste favola. «Pallida, sed quamvis pallida pulchra tamen» fu definita in un momento di irritazione da Alfredo de Musset e, se l'aspetto suo fu cereo e a volte spettrale, la sua bellezza seppe pure animarsi quando sentimenti affettuosi od emozioni patriottiche facevano affluire il sangue nelle vene di quel corpo diafano. Alta, magra, con occhi e capelli nerissimi, collo allungato, la principessa di Belgiojoso, maestra di tutte le eleganze che potessero accentuare il significato della sua personalità estetica, eserciterebbe certo un gran fascino anche nella nostra società contemporanea. Apparsa, fuggiasca e perseguitata, nella capitale del Romanticismo, vi fu da troppi considerata un simbolo vivente di quel mondo d'eccezione e pagò il prezzo di tanti successi cogli strali avvelenati che i contemporanei le lanciaron dietro talvolta additandola alla posterità. L'interesse destato da tutto questo battagliare intorno all'Elena romantica non può che riverberarsi in una maggiore attrattiva offerta dagli scritti svariati nei quali essa ha pur lasciato traccie de' suoi sentimenti e de' suoi sogni._

_A Parigi la principessa di Belgiojoso non visse solo tra i salotti e le biblioteche, scese fra il popolo spingendosi perfino in quelle conventicole dei visionari Sansimoniani che preludevano alla propaganda dei socialisti. Il suo istinto patrizio l'aveva sempre portata a tender la mano ai reietti da un ordine costituito col quale non si sentiva solidale. Non appena, profittando dell'amnistia promulgata dal nuovo imperatore d'Austria Ferdinando, le fu concesso di rimpatriare, irradiò dal suo possesso di Locate, nel basso Milanese, una serie d'iniziative filantropiche. Ci appare dunque in veste di un autentico precursore, promovendo un orfanotrofio rurale, aprendo un pubblico scaldatoio, una cucina economica, una scuola infantile, un'altra di lavori femminili. Le preoccupazioni risvegliate dall'agitarsi della questione sociale e dei problemi economici tengono un gran posto nell'infaticabile attività giornalistica che improntò la vita della principessa negli anni precedenti il 1848, quando si lusingò di poter accelerare il moto riformatore promovendo una diffusione delle teorie del Gioberti sulla preminenza del popolo italiano e le sue particolari attitudini ad una rapida elevazione delle proprie condizioni politiche. Con tali tendenze fondò nel 1845 la _Gazzetta italiana__ alla quale seguì l'Ausonio, sostituito a sua volta da una Rivista Italiana. Nel medesimo periodo di speranze diffuse in una soluzione pacifica e graduale dei problemi italiani, la principessa di Belgiojoso pubblicò in Parigi un notevole libro di storia politica, quegli Etudes sur l'histoire de la Lombardie dans les trente dernières années ou des causes du défaut d'énergie chez les lombards, che avrebbero, secondo si narra, tanto commosso il conte Federico Confalonieri da indurlo ad affrontare in pieno inverno il valico delle Alpi. Il glorioso superstite delle cospirazioni del 1821 era verosimilmente impaziente di contrapporre alla narrazione della Belgiojoso qualche scritto che ponesse in miglior luce l'azione dei federati lombardi e del loro capo, ma trovò la morte ad Hospenthal sul San Gottardo e fu così evitata una polemica che avrebbe potuto essere incresciosa per entrambi i contendenti._

_Le grandi scene delle insurrezioni popolari propagatesi in tutta Italia nel 1848 dovevano naturalmente richiamare nella penisola la principessa, predestinata a quelle lotte dalla sua indole e dai suoi precedenti tentativi. Non appena udì narrare l'ammirabile epopea delle cinque giornate, accorse a Milano da Napoli recando sulla nave Virgilio duecento volontari napoletani equipaggiati e mantenuti a sue spese. Il barone di Hübner, diplomatico austriaco cresciuto alla scuola del Metternich, e trattenuto come ostaggio dal governo provvisorio di Milano, ha voluto gettare il ridicolo su questa parentesi guerresca nella carriera della dama milanese. Le apparenze forse non militavano in suo favore se già il Caccianiga se ne burlava dalle colonne dello Spirito Folletto, pubblicato allora a Milano. Ma l'oggettività dello storico non può fermarsi al lato un poco ridicolo e che finì nel tragi-comico di quella parata rivoluzionaria e deve riconoscere anche in quell'atteggiamento da regina delle Amazzoni l'impulso generoso al quale la principessa obbedì assumendosi le spese di tutta la spedizione. Per un'indole come quella di Cristina di Belgiojoso le cinque giornate ed i mesi che seguirono con tutto quel tumulto di battaglie, di contese civili, di processioni, di comizi dovevano rappresentare qualcosa d'intermedio e di non ben definito tra il sogno e la realtà. Tesi i nervi sensibilissimi, il cervello in perpetuo lavorio, essa visse tutto quel tempo come in una febbre, ciò che prova ancor una volta la sincerità de' suoi gesti più discussi. Naturalmente fondò subito altri giornali che si pubblicarono in Milano tra l'aprile e l'agosto, intitolati: Il Crociato e La Croce di Savoja; redigeva pure opuscoli e fogli volanti ed inviava corrispondenze ai giornali francesi. Fin dal 13 aprile si era rivolta con una lettera eloquente al re Carlo Alberto e, per il tramite del conte di Castagneto, segretario del re, gli moltiplicava gli incoraggiamenti che potevano anche sembrare dei moniti, per una azione più energica e meno municipale. Agli uomini pacati che sedevano nei consigli della Corona o al Governo provvisorio la principessa appariva evidentemente come un'esaltata, sì che non seppero trarre profitto della sua esuberante attività. Delusa ed impressionabile essa sentì rinascere in cuore le antiche simpatie per il Mazzini col cui temperamento acceso si trovava in una facile comunione di emozioni e di propositi. La versione che pubblicò nella Revue des deux Mondes dei dolorosi fatti dell'agosto 1848 parrebbe formulata sotto la dettatura del Mazzini. Ormai il fascino del grande cospiratore era ridiventato invincibile in lei. Lo seguì a Roma organizzata in una effimera repubblica e cinta d'assedio dalle truppe francesi. Vi divenne facile bersaglio della reazione clericale che calunniò la donna volendo colpire la rivoluzionaria. Si comprende che la sua missione di infermiera dei volontari non potesse svolgersi senza suscitare entusiasmi e recriminazioni, quelli forse più pericolosi di queste. Le testimonianze imparziali di stranieri come gli americani Story sono sostanzialmente favorevoli alla principessa e pongono in cattiva luce la partigianeria dei medici militari francesi che la cacciarono violentemente dalla direzione degli ospedali romani. Il 31 luglio 1849 Cristina di Belgiojoso doveva fuggire da Roma accompagnata dalla figliola imbarcandosi per Malta con un passaporto inglese. Volgeva le spalle all'Italia ottenebrata dalla reazione trionfante ed anche alla Francia che si era collegata, quasi senz'avvedersene, coi nemici di quel vano tentativo di ricostituzione nazionale abbozzato dagli italiani nel solco fecondo della Rivoluzione francese. Andò in Grecia ed in Turchia sforzandosi di placare gli sdegni dell'animo turbato e di medicare le ferite profonde inferte al suo spirito ed al suo corpo. Vedrete in queste pagine che contengono la relazione dei viaggi dell'esule nel Levante come questa vi si fosse recata in una disposizione d'animo ospitale verso le genti a lei sconosciute fra le quali si proponeva di vivere più pacificamente che non avesse potuto farlo nella sua vecchia Europa. La vena nascosta di rimpianto nostalgico che certo le rimaneva in fondo all'animo non affiorava quasi mai. Così questa signora occidentale, ricca di tante esperienze accumulate in una vita ancor breve ma eccezionalmente avventurosa, tendeva l'orecchio a tutte le voci dell'Oriente, desiderosa di penetrarne i misteri._

_Presentata ormai al lettore la donna veramente non comune che dal fondo dell'Asia Minore mandava alla Revue des deux Mondes le pagine così fresche e spontanee, che, per la prima volta, sono qui pubblicate in veste italiana, converrà che io accenni di volo agli ultimi anni dell'autrice, per rendere più compiuto il ritratto disegnato di scorcio come introduzione a questo volume._

_Gli ultimi tempi del soggiorno in Asia furono poco propizi alla principessa per la difficoltà delle comunicazioni coll'Occidente, donde non le pervenivano i necessari invii di denaro, per l'esito incerto delle sue iniziative agricole e sopratutto per il pericoloso attentato di cui arrischiò di rimaner vittima da parte di un domestico congedato. Anche per diminuire le strettezze dalla sua situazione finanziaria, essa consacrò una larga parte delle sue giornate alla redazione di scritti inspiratile dalle sue vicende e cioè, oltre queste scene della vita orientale, altri articoli inviati alla Revue des deux Mondes e al National. La vendetta austriaca non cessava dal perseguitarla nemmeno laggiù e, quando l'imperatore Francesco Giuseppe raccolse la sfida gettatagli dalla temeraria insurrezione del 6 febbraio 1853 e sequestrò i beni dei principali esuli, non scordò di porre nelle liste di proscrizione il nome di Cristina di Belgiojoso. Cedendo all'imperioso appello delle circostanze ed alle insistenze della sua famiglia, la principessa si decise a ritornare in Europa, dapprima in un castello che aveva nella Provenza la marchesa d'Aragon, sua sorella consanguinea, indi nel 1854 a Parigi. Non tardò a comprendere i sintomi annunciatori della riscossa apparecchiata dai patriotti italiani sotto la guida del conte di Cavour e, piena di fiducia, diede la definitiva sua adesione al programma monarchico-costituzionale ed unitario del grande ministro piemontese. Collaborò coll'antica foga all'attuazione di tali disegni e scrisse, in previsione della guerra che scoppiò poi effettivamente nel 1859, un'opera divulgativa, Histoire de la Maison de Savoie. All'indomani della vittoria, nel 1860 fondò il giornale l'Italie, che superando molte trasformazioni vive tuttora. La collaborazione frequente a questo foglio ed alla Nuova Antologia non assorbiva però l'intera operosità letteraria della Belgiojoso che pubblicò, nel 1866, lo scritto: Delle presenti condizioni della donna e del suo avvenire, nel 1868 le Osservazioni sullo stato attuale dell'Italia e sul suo avvenire, infine nel 1869 l'opuscolo Sulla moderna politica internazionale. L'orizzonte delle indagini e delle polemiche dell'autrice di questi notevoli scritti d'avanguardia era per altro venuto restringendosi nei limiti dello stato italiano, a scapito di quel cosmopolitismo che aveva contrassegnato la sua giovinezza. La principessa non valicava più le Alpi e non solcava più le acque del Mediterraneo. Aveva comprato a Blevio sul lago di Como un villino che aveva appartenuto al conte Sciuvaloff, gentiluomo russo convertito al cattolicesimo ed entrato nella congregazione dei Barnabiti. Invecchiata rapidamente dopo tante avventure, ma paga di veder l'Italia unita ed augurandole fiduciosa i maggiori destini, Cristina di Belgiojoso alternava coi soggiorni sul lago di Como ed a Locate quelli a Milano nella casa del genero, l'insigne patriotta marchese Lodovico Trotti Bentivoglio. Quivi la raggiunse la morte il 5 luglio 1871._

_Tale avevano foggiata il sangue, le tradizioni, l'educazione, i viaggi, la vita multiforme questa che è senza dubbio la scrittrice di maggior levatura che abbia dato Milano alle lettere italiane nella prima metà del secolo XIX. Adoperò, è vero, la lingua francese con frequenza forse ancora maggiore della favella nativa e la maneggiò con facilità per lo meno uguale. Ma anche le sue prose francesi, come queste pagine inviate dalle sponde del Mar Nero ai lettori della Revue des deux Mondes, furono concepite ed, aggiungerei, architettate in italiano. Il periodare più ampio, il colorito più vivo, l'immediata rispondenza della forma agli sviluppi di un pensiero assai spesso nuovo e personale, differenziano a prima vista lo stile della Belgiojoso da quello delle contemporanee francesi sue amiche o rivali. Parimenti, quando ella entrava con passo sicuro nei salotti parigini, fosse pure il cenacolo dell'Abbaye aux bois, spiccava senza possibile abbaglio fra le dame convenute da ogni angolo del nobile sobborgo anche se intinte di pece letteraria come la contessa d'Agoult o madame Jaubert. Parlo sempre di donne perchè, se alla sua generazione l'inatteso riserbo in tanta gara di passioni, l'indipendenza negli atteggiamenti della vita e la vocazione alla politica militante, fecero designare di preferenza Cristina di Belgiojoso coll'aggettivo un po' irritante di «maschia», foemina-vir, a noi che la riguardiamo da una certa ragionevole distanza le stigmate del sesso appaiono chiarissime nella sua carriera e nei suoi scritti. Le ritroverete evidenti leggendo un libro come quello che s'inizia ormai, al voltar di quest'ultima pagina introduttiva. Solo una donna avrebbe potuto esporvi una materia così nuova come i misteri degli harems, chiusi ai viaggiatori dell'altro sesso: ma meglio ancora converrete che era privilegio femminile il cogliere tra gli aspetti della vita orientale quelli più rivelatori dello spirito e del sentimento, fermati e tradotti da una sensibilità particolare che a volte sembra quella di una rabdomante._

GIUSEPPE GALLAVRESI

SCENE E RICORDI DI VIAGGIO IN ASIA

I.

GLI HAREM, I PATRIARCHI E I DERVISCI, LE ARMENE DI CESAREA.

Fra i giorni che ho passato in Oriente, me ne ricordo alcuni di un incanto singolare, nonostante le fatiche e le emozioni che li riempirono: sono i giorni di marcie penose, interrotte da soste ancor più penose, che si succedettero dalla mia partenza dall'Anatolia nel gennaio 1852 fino al mio arrivo a Gerusalemme nella stessa primavera. Nel corso di qualche mese mi fu dato osservare, in ciò che ha di triste e al tempo stesso di attraente, la vita orientale, di cui il mio lungo soggiorno in una pacifica valle dell'Asia Minore non mi aveva rivelato che gli aspetti più calmi. Pertanto, quando cerco di raccogliere, di fissare le mie idee sul mondo strano nel quale fui trasportata per un istante, non saprei interrogare più volontieri altri ricordi, fra tutti quelli che mi son portata venendo dall'Oriente. Alcuni episodi staccati di quest'epoca della mia vita potranno forse bastare a giustificare la preferenza con cui il mio pensiero vi si riconduce oggi ancora. Mostreranno, nei tratti essenziali, la fisionomia delle popolazioni che questo viaggio mi ha permesso di osservare, mentre i racconti, sin qui pubblicati, non avevano potuto darmene che un'idea molto inesatta.

Ad esempio, la Siria, come io l'ho visitata, non assomiglia affatto alla Siria che avevo potuto scorgere traverso ai libri. È ben vero che io ero in condizioni assai più favorevoli della gran maggioranza dei viaggiatori per conoscere tutto un lato importantissimo della società mussulmana, il lato domestico dominato dalla donna. L'harem, santuario dei Maomettani, ermeticamente chiuso a tutti gli uomini, mi era aperto. Io potevo penetrarvi liberamente, potevo discorrere con quegli esseri misteriosi, che i «Franchi» non scorgono se non velati, interrogare alcune di quelle anime di cui non si conoscono confidenze e provocarne di preziose su tutto un mondo ignoto di passioni e di dolori. I racconti dei viaggiatori, così incompleti per ciò che riguarda la civiltà mussulmana, lo sono troppo spesso anche in ciò che concerne la natura e l'aspetto materiale dei luoghi. Essi adoperano molte parole senza spiegarle, di quelle che, in ciò che si potrebbe chiamare la «lingua europea», hanno un significato assai differente dalla loro portata effettiva in relazione agli usi dell'Oriente. Non voglio per altro insistere sulle difficoltà di dare conto di un viaggio in Oriente: non so infatti neppure io se riescirò a superarle tutte quante. Mi par meglio di affrontarle senz'altri preamboli, lasciando al racconto stesso l'incarico di giustificare il narratore.

I DERE-BEYS — IL MUFTÌ DI SCERKESS

Una parola anzitutto sul paese nel quale io abito. La valle d'Eiaq-Maq-Oglu (valle del «Figlio della pietra da fucile») si trova ad alcune giornate di cammino dalla città rilevante che ha per nome Angora. Ho fissato la mia dimora in quest'angolo pittoresco e fertile dell'Oriente; da questa valle sono partita per lanciarmi nella vita nomade. Su questa terra, solcata durante tanti secoli da tutti gli eserciti del mondo, dai soldati di Mitridate e di Pompeo, come da quelli di Bajazet e di Tamerlano, non v'è regione, per quanto romita, che non abbia un passato tragico e sanguinoso, e non evochi ricordi funebri e dolenti. Si sono tentati ai nostri giorni sforzi diretti a risvegliare in Oriente la dolce influenza del benessere e della civiltà, ma i benefici della pace non sembrano sul punto di giunger così presto a cancellare quassù le traccie della guerra. Permangono le rovine, ma non appajono ancora gli edifici nuovi.

La valle d'Eiaq-Maq-Oglu è uno dei luoghi in cui l'impronta del passato è rimasta profonda e l'azione del presente non si rivela che con conati incompleti.

La borgata più vicina a casa mia si chiama Veranceir[1], nome che significa città distrutta e ricorda sinistre avventure. Al posto di quel borgo, non sono ancora trent'anni, sorgeva una città fiorente, con una popolazione di circa 40,000 anime. Veranceir, munita di buone fortificazioni, era la residenza favorita di un pascià potente, il cui governo, ormai smembrato, ha formato due o tre provincie. Comandava alle città di Bolo, di Angora, di Scerkess, d'Eraclea, ecc.; ma il signore di quelle grandi città le lasciava volontieri per venire a cercare il riposo nella vallata verde, in mezzo alla quale sorge Veranceir, in riva al fiume che ne bagna i ridenti giardini. A questa predilezione del pascià Osman, Veranceir andò debitrice della sua prosperità, ahimè quanto effimera!

Mentre Veranceir così prosperava la Turchia obbediva al Sultano Mahmud[2], che proseguiva la sua opera di rinnovamento fra lotte sanguinose. La dominazione dei Dere-beys, feudatari militari in perpetua rivolta contro il gran signore e non rifuggenti dal fargli la guerra colle truppe reclutate nel loro feudo, era una di quelle vestigia dell'antico sistema turco che Mahmud riteneva necessario distruggere. Quasi tutta l'Asia Minore era divisa fra alcuni pochi di questi beys, buoni principi in fondo, per quanto male intendessero i loro doveri verso il sultano. Essi incoraggiavano fino ad un certo punto l'agricoltura e il commercio ed i loro interessi non erano sempre contrari a quelli dei loro popoli. La guerra sostenuta dai Dere-beys contro il sultano imponeva certo agli abitanti onerose gravezze; ma i capi ribelli non trascuravano nulla per circoscrivere le ostilità in un territorio assai limitato, e ad ogni campagna seguivano lunghe tregue acciocchè il lavoro dei campi, fonte della prosperità delle famiglie, non fosse completamente abbandonato.

Osman pascià aveva molte mogli e molti figli. Disgrazia volle che uno di questi figli, chiamato Mussa, fosse sedotto dall'esempio di uno dei suoi cugini, che aveva fama d'essere uno dei più turbolenti fra i Dere-beys. Mussa prese a percorrere il paese sottoposto a suo padre, s'impadronì dei tributi, adunò delle truppe, spiegò la bandiera dei Dere-beys e ne indossò l'abito. Il vecchio Osman, rimasto fedele suddito del sultano e desolato del colpo di testa di suo figlio, mandava un messaggio dopo l'altro a Costantinopoli per attestare la sua innocenza ed il suo rammarico. Commosso da queste proteste, Mahmud volle allontanare il padre dai luoghi ove il suo esercito poteva esser condotto ad incrudelire contro il figlio ribelle e affidò ad Osman pascià un comando nella Rumelia. Avviandosi alla sua nuova sede, Osman si scontrò col corpo d'esercito mandato a combattere contro suo figlio. Il padre rassegnato, rivolgendosi al capo delle truppe del sultano, esclamò: Dio ti doni la vittoria! Il generale del sultano aveva cercato inutilmente di ottenere da Osman qualche indicazione sullo stato del paese e dei popoli insorti, ma non riescì a strappargli che lagrime e singhiozzi. Qualche giorno più tardi Osman non avrebbe marciato a sua volta contro Mahmud? Il sultano l'aveva mandato a tempo in Rumelia.

Ed ecco il giovane bey, liberato dal peso dell'autorità paterna, impegnarsi decisamente in una guerra lunga e terribile. Le sue reclute si battevano bene perchè combattevano sui loro campi, sulla soglia delle loro case, e quei montanari dell'Asia Minore avevano la sensazione di difendere la causa dell'indipendenza nazionale contro un esercito straniero. I Turchi di Costantinopoli con uniformi ed armi europee apparivano loro come degli stranieri. Mussa aveva una cavalleria leggera che si faceva ammontare a 20 o 30,000 uomini; con essa, sopratutto, il giovine bey faceva prodigi. Ogni anno, nuovi corpi d'esercito erano gettati da Costantinopoli sulle truppe del figlio di Osman; ogni anno, se ne ritornavano dopo aver lottato invano contro i rozzi soldati del capo insorto.

Erede delle ricchezze e dell'influenza di suo padre, Mussa bey lo imitava nella sua predilezione per Veranceir. Vi si trovava meglio che nelle grandi città come Angora, ove una popolazione mista rende la difesa più difficile. Stabilito nella sua residenza favorita e circondato da' suoi valorosi e fedeli cavalieri, Mussa bey si credeva invincibile; e lo sarebbe forse stato se il sultano non avesse fatto intervenire nella contesa un elemento nuovo contro il quale nulla eravi di pronto. Alludo all'artiglieria che in Asia Minore non era nota che per fama; ma, sotto il comando di alcuni europei rinnegati, parecchi pezzi da campagna e d'assedio partirono da Costantinopoli e vennero ad assediare la città di Veranceir le cui fortificazioni non eran state costruite per resistere a tal sorta d'attacchi. L'ignoranza del bey in materia è provata dal suo errore di lasciarsi rinchiudere da un corpo d'artiglieria in una città inetta alla difesa; essa fu bombardata, le mura abbattute e la vittoria toccò al più abile, non al più intrepido. Forse il bey avrebbe avuto un'ultima via di scampo con una vigorosa sortita alla testa della sua cavalleria; ma la guerra durava da 10 anni, la stanchezza si era impadronita del cuore dei più valorosi ed i nuovi nemici, le cui armi insospettate compivano così orribili devastazioni, inspiravano una sorta di terror panico più fatale che i pericoli più reali. D'altronde i successori dei Solimani, dei Selim e dei Bajazet non avevano ancora abiurato le massime odiose della loro antica politica e a quei tempi i mussulmani non avevano rossore d'ingannare e di tradire. Il comandante dell'esercito imperiale fece sapere al bey ch'era munito d'ordini speciali a suo riguardo, che il sultano, ammiratore della sua valentia coraggiosa, voleva prenderlo al suo servizio, non avendo dimenticato i meriti del padre e volendo rimunerarne il figlio. Il generale ottomano aveva incarico di promettere a Mussa un completo perdono ed anche, per più tardi, i maggiori onori, purchè deponesse le armi e si recasse solo a Costantinopoli per farvi atto di sottomissione e vivervi poi tranquillamente, in attesa che piacesse al sultano di ricompensarne l'obbedienza. Mussa bey diede ascolto a queste proteste e forse non gli restava in realtà altra via da seguire. Pattuite non pertanto alcune condizioni per il suo paese, per i suoi fedeli e per la sua famiglia, il bey partì per Costantinopoli accompagnato da una scorta d'onore datagli dal pascià trionfante, e, tutto essendo stato sistemato con generale soddisfazione, lo stendardo del bey fu abbassato e sostituito dalla bandiera imperiale e le truppe del sultano presero possesso di ciò che restava della città.

Non vi fu a Veranceir nè saccheggio, nè massacro, nè esecuzioni militari: fu il bey che pagò per tutti. Appena fu arrivato a Costantinopoli vide i soldati della scorta d'onore tramutarsi in guardie ed in carcerieri; Mussa fu chiuso in una prigione e vi fu decapitato dopo tre giorni di captività. Non basta: le sue mogli, i suoi giovani fratelli e i suoi figli furono arrestati nei dintorni di Veranceir, nella loro proprietà d'Eiaq-Maq-oglu, dove la sua famiglia si era ritirata alla partenza del bey. Furono inviati alla lor volta a Costantinopoli e venduti come schiavi. I loro beni furono confiscati e di tutta quella casa, testè così potente, non rimase che il vecchio Osman che non si permise il menomo mormorio e ricevette, in cambio delle sue perdute ricchezze, una pensione sufficiente a sostenere il rango che gli era lasciato. Il vecchio morì pochi mesi dopo suo figlio, triste ma silenzioso, senza lamentarsi e senza parlare delle sue sventure, attestando al suo sovrano quell'amore e quella gratitudine che riscaldano il cuore del pio e vero cristiano quando loda e glorifica il Signore d'aver gravato la mano su di lui e sui suoi. Ma cos'era dunque quest'Osman pascià? Un'anima stoica, un cuore devoto, un fanatico, un imbecille od un furbo compare? Non mi assumo di rispondere a queste domande.

Il sultano Mahmud non sopravvisse lungamente al suo fedele servitore Osman e il suo giovane figlio Abdul-Megid[3] gli succedette. Che un tale figlio sia nato da un tal padre, che un principe di tal fatta abbia regnato su un popolo simile, che un mussulmano siasi rivelato così dissimile dai mussulmani di tutti i tempi sono ben strane anomalie. Tosto dopo la sua assunzione al trono, Abdul-Megid attese a scoprire quali fossero state le sorti delle famiglie di tutte quelle vittime illustri che avevano insanguinato il regno di suo padre. Sulla lista di quelle famiglie sventurate non mancava quella di Osman pascià. Si rintracciarono alcuni discendenti del padre di Mussa che dalla sua rivolta in poi eran tenuti schiavi. Restituita loro la libertà ed alcune delle loro antiche terre, tutti, uomini, donne e bimbi vi ritornarono abbandonando Costantinopoli. Il fratello maggiore di Mussa, uno degli amnistiati, sposò la più cospicua vedova del Dere-bey. I beni resi a questa famiglia non prosperarono nelle mani di questi beneficati dalla clemenza di Abdul-Megid. I degeneri figli di Osman, invece di sfruttare le loro terre, preferirono darsi all'usura, al commercio e vi furon anche quelli che vissero di rapine. Ben presto il territorio della valle d'Eiaq-Maq-Oglu fu trascurato, i mulini vi si fermarono, i canali d'irrigazione furono ostruiti, e il paese, un tempo abitato da Osman, si trovava in così triste stato allorchè io vi giunsi. Vedete con quali uomini io doveva aver a che fare. La fama pubblica mi annunciava ai proprietari fondiari dei paesi vicini a Costantinopoli come una dama «franca» che la guerra cacciava dalla propria patria e che veniva a trascorrere l'esilio in Turchia. I discendenti di Osman sopratutto si ripromisero di far buoni affari con una straniera sbarcata in Turchia in tali condizioni, e non avevano interamente torto. Venni da Costantinopoli per visitare la vallata così cara al vecchio pascià; la situazione, la bellezza del paese, la calma di quel ritiro incantato vinsero tosto le mie esitazioni. Comprai per cinque mila franchi la valle d'Eiaq-maq-Oglu, cioè una pianura di circa due leghe di lunghezza, per un terzo di lega di larghezza, traversata da un corso d'acqua e incorniciata da montagne boscose, con una casa, un mulino e una segheria. I fratelli del Dere-bey avevano fatto una magnifica retata e quando nel paese si seppe qual somma avevano riscossa si andò dicendo che la fortuna favorisce gli inetti. In ogni caso non ebbi troppo da lagnarmi degli antichi possessori della mia piccola tenuta, ed, allorchè disegnai di allontanarmene per qualche mese per recarmi a Gerusalemme, mi decisi a cominciare il viaggio in compagnia del più giovine dei fratelli di Mussa-bey. Ho fatto il racconto particolareggiato della storia di questa famiglia di cui avevo in parte riscattato l'eredità, perchè essa riassume assai bene le condizioni nelle quali languivano talune provincie della Turchia trent'anni or sono. I miei ricordi faranno forse apparire gli stessi paesi sotto un altro aspetto e si potrà così confrontare l'epoca di Abdul-Megid a quella di Mahmud.

In una fredda giornata di gennaio io lasciai dunque il mio tranquillo rifugio, colla scorta di uomini a cavallo senza la quale è impossibile viaggiare in Oriente. Un fratello minore di Mussa, come ho detto, mi accompagnava. Dovevamo traversare, per raggiungere la piccola città di Bajandur[4], termine della nostra prima tappa, la contrada un tempo governata dal figlio di Osman. Il mio compagno mi mostrava i luoghi dove il derebey aveva battuto le truppe imperiali, il boschetto in cui una spia del nemico era stata impiccata sotto gli occhi e per ordine del capo dei ribelli, il posto già occupato dalle fortificazioni di Veranceir, il lato che aveva maggiormente sofferto dall'artiglieria del Sultano. La mia guida ravvisava spesso nei vecchi contadini che incontravamo lungo la strada dei compagni di Mussa bey; egli mi parlava della propria captività, delle sofferenze da lui sopportate, dello stato misero al quale era ridotto. Infine al nostro arrivo a Bajandur, ove presi alloggio in casa del Direttore delle poste, che era a sua volta un cognato di Mussa, il mio giovine compagno si accomiatò da me: ritornava al suo piccolo villaggio appollajato in cima ad un'alta montagna come il nido di un uccello di rapina. Seguii a lungo cogli occhi quel giovine, nato alla lotta e ristretto precocemente in una vita di ozio senza gloria. Triste spettacolo quello del fiero montanaro che su una cavalla curda, magra e gracile, seguiva faticosamente le svolte della strada. Gli abiti del giovine cavaliere contradicevano del resto a ciò ch'egli mi aveva detto della sua povertà: il suo turbante verde, il suo ricco mantello d'Aleppo, in lana bianca intessuta d'oro e d'argento, annunciavano in lui il discendente di una nobile schiatta. Per un istante mi dolsi di non avere il pennello di Decamps[5] per fissare sulla tela quella figura fiera e selvaggia.

Non saprei dir nulla di Bajandur; ma a Scerkess[6] ove mi fermai la mattina seguente, incontrai un tipo della società orientale che contrastava in modo caratteristico con quello del mio compagno del giorno innanzi. È per mezzo de' miei ospiti che vorrei far conoscere l'Oriente. La vita domestica è uno degli aspetti meno conosciuti della civiltà mussulmana, uno di quelli che ho potuto meglio studiare.

A Scerkess scesi da un muftì[7] che avevo guarito qualche mese prima d'una febbre intermittente, e che m'aspettava a braccia aperte. Si è tanto parlato dell'ospitalità orientale, che m'asterrei volontieri d'intavolare questo discorso, se parlandone molto non se ne fosse parlato assai male. Ho letto, per esempio, dei racconti di viaggio in cui gli autori cantavano le lodi dell'ospitalità dei Turcomani[8], mentre io ho sempre riconosciuta l'origine turcomana della popolazione d'un villaggio dal miserando ricevimento che mi si faceva. Del resto si accetta come seria offerta d'ospitalità qualunque complimento indirizzato da un indigeno ad un forestiero senza pensare agli strani equivoci che produrrebbe da noi un'interpretazione troppo letterale di certe formule della cortesia europea. Il fatto è che, di tutte le virtù tenute in conto nella società cristiana, l'ospitalità è la sola che i mussulmani si credano in obbligo di praticare. Là dove i doveri sono poco numerosi, essi sono maggiormente rispettati, cosa del resto perfettamente naturale. Gli orientali hanno dunque preso sul serio questa sola ed unica virtù, questo vincolo isolato ch'essi hanno consentito ad imporsi. Sventuratamente una virtù che si appaga di apparenze è esposta ad alterarsi ben presto. E questo è appunto ciò che è accaduto, è ciò che accade giornalmente nell'ospitalità orientale. Un mussulmano non si consolerà mai d'aver mancato alle leggi dell'ospitalità. Entrate in casa sua, pregatelo d'uscirne, lasciatelo esposto alla pioggia, al sole alla porta del suo stesso alloggio, devastate la sua dispensa, esaurite pure le sue provviste di caffè e d'acquavite, rovesciate in ogni senso i suoi tappeti, i suoi materassi, i suoi cuscini, spezzate il suo vasellame, inforcate i suoi cavalli e rendeteli esausti, se tale è il vostro capriccio. Il mussulmano non vi indirizzerà un solo rimprovero perchè voi siete «un muzafir» un ospite: è Dio stesso che vi ha inviato e qualunque cosa voi facciate siete e sarete sempre il benvenuto. Tutto ciò è ammirevole; ma, se un mussulmano trova modo di sembrare altrettanto ospitale quanto è richiesto dalle leggi e dai costumi, senza sacrificare un centesimo od anche guadagnando una grossa somma di denaro, al diavolo la virtù, evviva l'ipocrisia! È ciò che accade novantanove volte su cento. L'ospite vi ricolma di cortesie mentre soggiornate in casa sua; poi, se alla vostra partenza non gli pagate venti volte il valore di ciò che vi ha dato, aspetterà bensì che siate uscito dalla sua casa, che abbiate deposto quindi il vostro sacro carattere di «muzafir», ma poi vi getterà delle pietre.

Naturalmente voglio parlare della moltitudine volgare, e non dei cuori semplici e buoni che amano il bene perchè lo trovano amabile e che nella pratica della virtù procurano a sè stessi un'intima gioja. Il mio vecchio mufti di Scerkess può entrare in questo numero. La sua casa è costituita, come quella di tutte le buone famiglie del Levante, da un corpo di fabbrica riservato alle donne e ai bambini, di un padiglione esterno, con un salone d'estate ed uno d'inverno e finalmente di qualche camera per i domestici. Il salotto d'inverno è una bella camera riscaldata da un buon camino, coperta da grossi tappeti ed abbastanza ben mobiliata da divani ricoperti in stoffe di seta e lana e distribuiti tutt'intorno. L'arredamento della sala d'estate consiste in una fontana che sorge nel mezzo della stanza, alla quale si accostano, occorrendo, cuscini e materassi per sedersi e sdrajarsi. Del resto non si vedono nè finestre, nè porte e l'esterno non è separato dall'interno dalla menoma barriera. Il mio vecchio mufti, che ha novant'anni, possiede parecchie mogli, la più vecchia di soli trent'anni ed ha figli di tutte le età, da un marmocchio di sei mesi ad un uomo di sessant'anni. Egli professa una ripugnanza di buon gusto per il frastuono, il disordine e la sudiceria dell'harem. Vi si reca durante la giornata, come va a vedere ed ammirare i suoi cavalli in scuderia; ma abita e dorme, secondo la stagione, nell'uno o nell'altro de' suoi salotti. Quell'uomo eccellente comprese che, se non aveva potuto adattarsi con una lunga abitudine agli inconvenienti dell'harem, ben peggio doveva essere per me, recentemente sbarcata da quella terra di raffinatezze incantevoli che qui si chiama il «Franguistan». Mi dichiarò dunque subito che non mi confinerebbe in quel luogo oscuro e confuso, male odorante e fumoso che si chiama l'harem, e mi offerse il suo appartamento che accettai con gratitudine. Dal canto suo si insediò nella sua sala d'estate, preferendo, anche alla fine di gennaio e mentre la neve ricopriva città e campagne, la sua fontana ghiacciata, col pavimento umido e tutte le correnti d'aria, all'atmosfera calda ma fetida dell'harem.

Temo di distruggere qualche illusione quando parlo degli harem con così scarso rispetto. Avendo letto le descrizioni che ce ne danno le «Mille e una notte» ed altri racconti orientali, udendo che quei luoghi sono il soggiorno della bellezza e degli amori, siamo autorizzati a credere che le descrizioni letterarie, sieno pure esagerate, abbiano un fondamento nella realtà e che in quei misteriosi rifugi debbano trovarsi riunite tutte le meraviglie del lusso, dell'arte e della più sontuosa voluttà. Quanto siamo lontani dal vero! Immaginatevi dei muri anneriti e screpolati, dei soffitti in legno con fenditure, polvere e ragnatele, dei divani stracciati ed unti, delle portiere strappate, macchie di cera e di olio in ogni angolo.

Tale spettacolo era urtante per me, poichè entravo per la prima volta in luoghi simili, ma le padrone di casa non se ne accorgevano. Sono vestite come Dio vuole e, poichè gli specchi sono rarissimi in quei paesi, le donne si mettono intorno a caso ornamenti di cui non possono valutare esattamente le strane ripercussioni. Arrotolano intorno al capo dei fazzoletti di cotone stampato e vi puntan sopra spilloni di diamanti e di pietre preziose. I loro capelli sono trascuratissimi ed i pettini sono solo conosciuti dalle gran signore che abbiano abitato alla capitale. Fanno un uso smodato di belletti di tutti i colori: ma non possono regolarne la distribuzione che ajutandosi l'un l'altra coi reciproci suggerimenti e, rivali come sono tutte queste donne che convivono nella stessa casa, non trovano di meglio che d'incoraggiarsi mutualmente alle dipinture più grottesche. Esse pongono del carmino sulle labbra, del rossetto sulle guancie, sul naso, sulla fronte, sul mento, del bianchetto arbitrariamente e come sfondo, del bleu intorno agli occhi e sotto il naso. Quello che è ancora più strano è il modo con cui si tingono le sopraciglia. Devono aver udito dire che le sopraciglia acquistano bellezza col formare un grande arco, e ne concludono di potersi far tanto più ammirare quanto più grande sarà questa curva, senza domandarsi se essa non abbia il suo posto delimitato irrevocabilmente dalla natura. Attribuiscono quindi alle loro sopraciglia tutto lo spazio tra una tempia e l'altra e si dipingono sulla fronte due archi immensi che partono dal culmine del naso e se ne vanno, ciascuno per conto suo, fino alle tempia. Non mancano, per quanto sieno casi rari, delle giovani beltà bizzarre che preferiscono la linea retta alla curva e che disegnano una grande riga nera traverso la fronte.

Il risultato più certo e più deplorevole di tutto ciò è il sovrapporsi di tutta questa pittura alla pigrizia ed alla sudiceria che riescono così naturali alle donne dell'Oriente. Ogni viso di donna diventa un'opera d'arte molto complessa e non si potrebbe rifarla tutte le mattine. Perfino le mani ed i piedi tinteggiati in color arancione sfuggono all'azione dell'acqua che può compromettere queste bellezze. La massa di bambini e di schiave, specialmente nere, che affolla gli harem, congiunta all'uguaglianza del tenor di vita fra serve e padrone, costituisce un aggravante della mancanza generale di pulizia. Non è necessario di spiegare come vivano ovunque i bambini piccoli; ma immaginiamoci inoltre quale sarebbe il destino dei nostri mobili fini d'Europa, se le nostre cuoche, le donne di fatica, venissero a riposarsi sulle nostre poltrone, appoggiando i piedi sui nostri tappeti e la schiena alle nostre tende. Per di più, i vetri sono tuttora per l'Asia un oggetto di curiosità, le finestre sono di solito chiuse con carta oliata, e, dove scarseggia anche la carta, si sopprimono senz'altro le finestre e ci si contenta di quel po' di luce che penetra dal camino e che è più che bastante per fumare, per bere e per battere i bambini troppo riottosi, sole occupazioni alle quali si dedicano durante il giorno le spose dei fedeli mussulmani. Non crediate per questo che in tali camere senza finestre regni una vera oscurità. Le case non hanno mai più di un piano, le cappe dei camini non sorgono mai più alte del tetto e sono molto ampie, sì che accada, piegando un poco il capo davanti al camino, di scorgere facilmente il cielo dall'apertura. È l'aria che manca completamente in quegli alloggi. Ma quelle signore non se ne lagnano affatto perchè soffrono naturalmente il freddo e non sanno cacciarlo col moto: rimangono durante ore intere accoccolate per terra dinanzi al fuoco e non riescono a comprendere che talora altri vi si senta soffocare. Mi pare di venir meno solo che ripensi a quelle caverne artificiali, ingombre di donne in istracci e di bimbi maleducati e benedico con tutto il cuore l'eccellente mufti di Scerkess e la sua singolare delicatezza che mi risparmiò un soggiorno di ventiquattr'ore nel suo harem, tanto più che non è dei meglio tenuti.

È un personaggio ben straordinario il mio vecchio amico, il mufti di Scerkess, a giudicarlo almeno dal nostro punto di vista europeo, perchè armonizza perfettamente colla società mussulmana. Non gli avrei dato più di sessant'anni, è alto di statura e leggermente incurvato, ma sembra piegarsi piuttosto per condiscendenza che per debolezza; porta con grazia congiunta a nobiltà la lunga toga e la pelliccia rossa dei dottori in legge. I suoi lineamenti regolari, il suo colorito chiaro e quasi trasparente, il suo occhio limpido ed azzurro, la sua lunga barba bianca che scende ondulata sul suo petto, la sua bella fronte alla quale sovrasta un turbante bianco o verde rigonfio alla moda antica, tutto ciò potrebbe servire degnamente come modello per un ritratto di Giacobbe o di Abramo.

Quando si vede un così bel vecchio, circondato da una famiglia tanto numerosa ed onorato da' suoi concittadini come il simbolo vivente di tutte le virtù, è difficile trattenersi da un sentimento profondo di venerazione. Io non abitavo, mi venivo dicendo, la casa di un semplice mortale, ero ammessa in un santuario. Le vicinanze ne erano affollate ad ogni ora da devoti di ogni età e di ogni condizione accorsi a baciare il lembo dell'abito del Santone, a chiedergli consigli, preghiere ed elemosine. Tutti ripartivano contenti cantando le lodi del loro benefattore. Egli stesso sembrava corazzato contro tutte le debolezze umane: la noia, l'impazienza, il disprezzo, il motteggio, il malumore, l'egoismo. Quale spettacolo incantevole lo scorgere il vecchio coi più giovini de' suoi figli che gli si arrampicavano sulle ginocchia, nascondevano il loro viso giovine nella sua lunga barba e si addormentavano nelle sue braccia, mentr'egli sorrideva loro con tenerezza, ascoltava attentamente i loro lagni e le loro apologie, li consolava de' loro crucci con dolci parole, li esortava allo studio rifacendo con essi e per essi il pesante cammino dell'alfabeto. Io mi smarriva nella contemplazione di quel giusto dicendo fra me: felice il popolo che tuttora possiede e sa apprezzare tali uomini! Ma una conversazione, che ebbi col mufti e con uno de' suoi confidenti, gettò qualche ombra sulla mia ingenua ammirazione. Il vecchio stava seduto con uno de' suoi bimbi su ciascun ginocchio. Ebbi l'idea di chiedergli se avesse molte mogli. Mi rispose: «Non ne ho che due in questo momento (ed era un po' vergognoso di mostrarsi così sprovvisto), le vedrete domani e non vi piaceranno — poi fece una smorfia di disprezzo: — quelle vecchie donne, proseguì, sono state abbastanza belle, ma è passato molto tempo».