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VITA
DI
FRANCESCO BURLAMACCHI

DI
F. D. GUERRAZZI

VOLUME PRIMO

MILANO
CASA EDITRICE ITALIANA DI M. GUIGONI
1868

Proprietà letteraria.
Tip. Guigoni.

A LIVORNO
IN TESTIMONIO
CHE GRADITO O REIETTO
M'INDUSTRIAI SEMPRE REVERIRE E ONORARE
LE DEDICO QUESTA VITA
DI
UN GRANDE E SVENTURATO ITALIANO

F. D. GUERRAZZI.

PROEMIO.

Decadenza dei popoli graduata: difficilmente risorgono: e se risorgono, sentono per lungo tempo il sepolcro. — Viltà nostra di che danni operatrice nel secolo decimosesto; diversità che passa tra dominatore che ti regge in casa e dominatore che ti regge di fuori. — I papi prima dominatori, poi soci, all'ultimo aguzzini dei re. — I mutamenti religiosi o sovvertono le condizioni dei popoli o le confermano e perchè: Quello che dapprima Leone X pensasse della riforma. — Cristianesimo in onta alle apparenze di subiezione è ribelle, protestantesimo nonostante la sembianza di ribelle è servile. — Per quali cause gl'Italiani si mostrassero parziali alla riforma religiosa. — Condizioni della virtù militare in Italia durante il secolo decimosesto; molta e a suo danno. — La Italia non può morire, e lo ha dimostrato: circolo delle umane cose se vero; umanità sempre in moto verso il meglio. — Sardanapalo ed Anassarco, e parallelo fra loro. — Immondezzaio moderato che ha avvilito la Italia dal 1859 in poi. — Non avendo né potendo avere credito da per sè, i moderati sfruttano l'altrui, ma per poco; finchè non si fanno forti su le manette. — Dove, come e perchè il Burlamacchi si avesse la statua, per virtù dei moderati. — Orazione del professore Pacini ed iscrizione bugiarda: fatti che lo provano: verun tiranno si mostrò astioso quanto i moderati in Toscana. — Della setta moderata vuolsi disperso il seme, se intendiamo che la buona morale risorga, senza la quale restaurare la vita del popolo è niente.

Come nel corpo umano non percuote subita ed improvvisa per ordinario la morte, ma sì con lungo alternare di miglioramenti e di peggioramenti, e non senza supremi sforzi per fuggire la distruzione che lo minaccia, così gli stati anch'essi mano a mano declinano, e prima di quotarsi nello avvilimento mandano i tratti. Caduti poi non si rilevano: affermano risorgesse dal sepolcro l'uomo Dio tutto intorno irradiato di luce celeste; eccetto lui, chi si alza dallo avello porta seco gran parte del sepolcro; e i vermi, per buona pezza almeno, gli formicolano addosso: che ciò sia vero, miralo, se ti talenta nel moto che adesso chiamano risorgimento italiano.

Colpa di noi stirpe tralignata, la quale da molto secolo alla tirannide, quantunque fruttuosa, non si accomoda, come la efficace libertà nè sa adoperare, nè ama, divenimmo tali nel secolo decimosesto, che la nostra contrada o tutta, o parte ebbe a cadere in mano di signori stranieri con questa ragione, che costoro i quali prima ci vennero e posero stanza forse a lungo andare avrebbero fatto tutto un popolo non senza profitto della nostra abiezione, però che per virtù loro potesse rinnovarsi il sangue, e con la ferocia della barbarie, se non correggere, almeno le infamie della bugiarda civiltà castigare. Da ora innanzi i signori veri d'Italia la comandano di fuori, e cotesto governo si rassomiglia a un paio di tanaglie, che ti straccino le carni: a sollievo dei miseri oggimai nulla più giova, nè grida, nè lamenti, nè maledizioni, nè preci. Dio sta in alto, e, il re lontano, rispondono i vicerè; e il dì in cui non hanno fatto piangere dicono: Ho perduto un giorno.

I papi che da prima stettero contro i re per dominarli, e più tardi si accontarono con essi per bilanciarli, da ora innanzi si tramutano in ministri di principi, anche in lancie spezzate, anzi in sicari, oltre il volere della tirannide, suoi partigiani svisceratissimi; in questo mondo le prestano i tormenti della Inquisizione, nell'altro i terrori dello inferno. Ribelli ed eretici diventano tutta una cosa; il re accatasta sotto di loro le legna per arderli; il prete, convertita la religione in mantice, ci soffia dentro per suscitarne le fiamme. Al papa ridotto ad operare da schiavo per libidine di dominazione basta avere per trono anco il teschio dell'ultimo dei viventi sopra la terra.

I perturbamenti religiosi o capovolgono le condizioni dei popoli, o le confermano; le capovolgono dove mirino a mutare di pianta la religione, le confermano se invece di schiantarla la riformano; imperciocchè sia chiaro che, le riforme togliendo via dagl'istituti nostri le parti più insopportabili e più odiate, si venga in certo modo ad allungare loro la vita: difatti Leone X argutissimo intelletto pei primi moti religiosi della Germania si spaventò forte e volle esserne minutamente ragguagliato; quando poi seppe che la guerra era mossa contro gli abusi della Chiesa, non già contro al domma cattolico, ebbe soddisfatto ad esclamare: «Si tratta di fronde; a primavera ributteranno.» Gesù Cristo predicava la obbedienza alle autorità costituite e non rifiniva insegnare: «Date a Cesare quello ch'è di Cesare»; tuttavia appuntellava la nuova religione per dare di leva alle signorie del mondo. Lutero all'opposto, con parole e co' fatti non rifinando di protestarsi ossequente ai principi germanici, metteva la sua dottrina ai servizi della loro potestà: però essi si posero nelle mascelle il protestantismo come dente per masticare, al modo stesso che Carlo V ci incastrò il cattolicesimo; così l'uno non vinse l'altro, e terminarono, comechè trattandosi da suocera e da nuora, a vivere insieme sotto il medesimo tetto ed a sedersi intorno alla medesima mensa; laddove oggi sorgesse un terzo a sturbarne l'accordo, si legherebbero insieme per dargli addosso: quanti preti sono al mondo vivono di credenze, non di verità. Ma ai tempi di cui teniamo discorso taluno andava convinto che la verità si trovasse nella eresia, tal altro che la riforma fosse arnese idoneo a combattere la chiesa romana, nè i secondi erravano. Difficilmente i filosofi e i politici innanzi ai successi presagiscono le cause che li provocano e gli effetti che partoriscono; difficilmente li conoscono anco dopo, almeno nel complesso loro; e quando pure essi valessero a prognosticarli, di politici e di filosofi veri va scarso il mondo, nè fin qui vedemmo politico o filosofo che, renunziata la passione, si governi in tutto e per tutto con la ragione. Insomma, o per ragione lusingata da passione, o per solo impeto di questa, gl'Italiani, crucciosi della perduta libertà, si attaccavano alla riforma come i cadenti alle tamerici cresciute nelle crepature del precipizio.

E argomento di molto dolore lo somministra eziandio il pensiero che la virtù militare non mancava; all'opposto l'Italia non n'ebbe mai come adesso dovizia, ma mentre pochi generosi combattono per la sua libertà e muoiono, molti a danno di lei le proprie spade con le spade dello straniero congiungono.

Tuttavia l'Italia sparisce come il sole al fine di un giorno di autunno tramonta nel mare: non si può presagire quanto rimarrà sotto, ma si sente che tornerà a levarsi da capo; esalano le anime grandi Francesco Ferrucci e Francesco Burlamacchi, ma tu confidi che qualcheduno le raccoglierà; di su la faccia della terra la memoria di loro si dilegua, ma penetra nel grembo della terra come il seme del grano durante il verno per germogliare in messe a primavera. Esempi magnanimi, martirio di uomini per amore di patria divini, pianto di popoli o furore e vendetta a che pro? La tirannide muore, ma la servitù rimane; la quale senza tirannide non potendo stare, la rifabbrica con le ossa e con la fama dei morti per la libertà quello che è, sarà, e nulla vi ha di nuovo sotto il sole; gli Egiziani col geroglifico del serpe che si morde la coda vollero significare come le cose tornino perpetuamente ai loro principii, sentenza che pure intende dimostrare il Machiavello; e non è così: i rivolgimenti umani, comechè si rassomiglino, non offrono mai le medesime qualità; essi si aggirano sopra sè stessi più sempre progredendo a spira: ora se misuriamo la miglioranza alla stregua della vita dell'uomo, poco andiamo innanzi, e talora sembra che retrocediamo; i popoli la vita dei quali si prolunga nei secoli conseguono il bene ottenuto a gocce: da ciò, i procaccianti, rubato il pane dallo zaino del soldato della libertà, desiderando rosicchiarlo a comodo, cavano motivo di raccomandare i passi prudenti. «La salute stà nel camminare con riguardo», essi dicono; «chi va piano va sano.» Ma in queste faccende la procede diversamente, e la verità sta nel fatto, che qui col travaglio continuo acquistiamo poco. Tu hai a figurarti che il cuore e il cervello della più parte degli uomini (e ad immaginarti così non ti ci vorrà fatica) sieno duri quanto il granito e più, e tu gli abbia a trapanare; certamente, per molto volgere che tu faccia il ferro, t'inoltri poco, ma se allenterai l'opera, in che ti avvantaggerai di più o farai più sicuro lavorio? Niente senza grande travaglio di vita concedesi ai mortali, questo è vero; pure del pari è falso che l'umanità non proceda al meglio, e che chi rallenta il passo arrivi o più presto o più sicuro.

Come altresì vuolsi giudicare, non che falso, stolto e crudele l'avviso di coloro i quali col predicatore screditano vanità di vanità tutto quello che non si converta a presente godimento materiale: la materia ci è, e pur troppo forma la più cosa degli uomini, ma ci hanno eziandio fra questi chi il bene della materia appetisce meno di quello dello spirito ed anco punto. Ora qui non preme definire spirito che sia, o se duri immortale, o se così durando ricordi gli affetti del suo connubio con la materia; certo si deve reputare che quelli i quali di questi piaceri furono creati capaci sentono o immaginano la immortalità, la lode futura nei posteri, il premio fra i celicoli. La sventura coglie tanto Sardanapalo quanto Anassarco. Diodoro siculo ci racconta come Sardanapalo re di Assiria si componesse da sè medesimo il proprio epitafio, il quale diceva: «Sardanapalo figlio di Anacindadarasse fondò in un giorno Anchialo e Tarso. Mangia, bevi ed ama; il resto non vale un fico annebbiato.» Ed a ragione osserva Aristotile che, eccetto la fabbrica delle due città, per tutto il resto l'epitafio quadrava a pennello anco a un porco. Forse cotesta epigrafe egli dettò fra un bacio di donna ed un bicchiere di vino; non immaginando dalle mille miglia che un giorno, per sottrarsi agli scherni e forse agli strazi del vincitore, egli avrebbe dovuto ardersi con la sua reggia e i suoi tesori. Anassarco di Abdera segue Alessandro in Persia, dove, con libera favella temperando la tumidezza dello eroe, opera sì che tra i Persi appaia libertà la tirannide greca: caduto in potestà di Nicocreonte, a cui in faccia osò dire tiranno, non si sgomentò al supplizio di sentirsi pesto dentro un mortaio, e così sfida il malnato: «Tu pilla la scorza di Anassarco, chè sopra la sua anima nulla puoi.» E poichè Nicocreonte lo minacciava fargli strappare la lingua, egli rispose: «nè anco questo sta in poter tuo»; e tagliatasela co' denti, gliela sputa in faccia.

Entrambi per tanto con morte affannosa precipitarono nel sepolcro, ma non vi ha dubbio che ella con paura ed agonia maggiori deve avere percosso Sardanapalo, rotto ad ogni lascivia, che Anassarco, educato nella rigida scuola degli stoici: nè questo solo; nello estremo momento, nel quale si somma la vita trascorrendo con un baleno di pensiero gli andati giorni, il re avrà sentito di certo o che moriva tutto (e questo era il meglio per lui) o che sarebbe trapassato ai posteri memoria di vituperio: all'opposto il filosofo esultò nella idea, che, finchè storia durasse al mondo, quando si volesse portare uno esempio di virtù invitta che per atrocità di tormenti non vacilla, il nome di Anassarco sarebbe ricorso spontaneo sopra le labbra degli uomini. Che amabile sia la gloria ai magnanimi, bene sta, e confesserò vero del pari che di questi in ogni tempo fu scarso il numero: tuttavolta, per grazia di Dio, vedova affatto di anime gentili non andò mai la Italia, nè manco adesso in cui ella passa la più rea stagione che l'abbia da remotissimo tempo assiderata, in grazia del mondezzaio dal 1859 in poi venuto a galla; al quale non s'invidia la infamia fortunata a patto che non tocchi la fama che nasce dalla virtù infelice. Tutto non può pretendersi da tutti; chi pone diletto nei beni della materia non può raccogliere anco gli altri dello spirito. Onde io mi cruccio più che non convenga quando vedo un codardo porre la mano sul retaggio dei virtuosi, parmi un furto di cose sacre: ma dove tu consideri sottilmente il caso, nè ingiusto forse troverai nè soverchio che quelli i quali hanno facoltà d'infuturare la vita, finchè durano in terra, o non godano od anco soffrano; però tanto più importa che veruno usurpi loro il guiderdone che la provvidenza gli concesse.

In questa nostra Toscana giusto nell'anno testè ricordato sorse una luce balorda che con clamore grande salutarono alba di giorno di libertà, e non fu nè manco barlume di aurora boreale: nè poteva succedere diversamente, essendochè cotesto moto fosse partorito non da virtù di popolo, bensì da viltà di principe, e se ne presentassero pronubi signori impazienti non già di servaggio, ma di non essere messi a parte della tirannide; uomini sviscerati, secondo il costume dei gatti, non già del padrone, bensì della dispensa del padrone; patrizi proseguiti dalla caterva di minori affamati in agonia di fare roba o di rifarla con la pecunia pubblica, turpe gara di titoli, di ladronaie e di servitù. Per abbindolare la gente, era pure forza comparire in sembianza diversa; nelle leggende fratesche s'impara come il diavolo per tentare santo Antonio pigliasse addirittura la faccia di angiolo; così i nostri scroccatori della rivoluzione si diedero attorno a raccogliere desideri gentili, concetti magnanimi, antiche voglie non appagate mai per pararsene e comparire orrevoli; ordinaronsi statue in onoranza dei grandi infelici e pitture e incisioni; le biblioteche vollero si rifrustassero per rinvenirvi carte dei sapienti, le quali poi rese di pubblica ragione avrieno cresciuto il tesoro della italica gloria. Se le cose non pativano indugio, si videro fatte; ed anco compironsi le altre per le quali l'artefice svelto, ricordando essere nato in casa di Nicolò Grosso[1], volle la caparra; per le rimanenti, fatta la festa, levato l'alloro: a questo modo dopo raccolte con sommo studio le carte dagli archivi e dalle biblioteche pubbliche, le quali unite con parecchie altre rinvenute nella Palatina ci potevano dare la edizione completa delle opere del Machiavelli, rimasero in mano dei collettori egregi senza costrutto, chè la spesa per la stampa non fu mai stanziata: i nostri ciurmatori saliti in arcione non avevano più bisogno che il Segretario fiorentino reggesse loro la staffa.

A Francesco Burlamacchi toccò per bazza la statua decretata nel 1859; gliela rizzarono in Lucca nella piazza di S. Michele nel settembre del 1863, ed in cotesto giorno fece la orazione un professor Pacini, il quale, a sentirlo, pare che cammini fra l'uova, pauroso di pestarle, e ne aveva ben donde, però che la fama del Burlamacchi in quella solennità si adoperasse a mo' d'incenso repubblicano da ardersi per gloria della monarchia. Ed è poi falso quello che si affermò nella epigrafe stampata in fondo a cotesta orazione, cioè: che la paurosa tirannide apponesse lungamente a delitto perfino la ricordanza dei generosi morti per la libertà della patria; dacchè la tirannide dei Medici non solo consentisse che i generosi si ricordassero, ma ella ne mantenesse viva la memoria, e questo dimostrai nella vita di Francesco Ferruccio, raccontando come, nello apparecchio condotto a Porta a Prato nella occasione delle nozze di Francesco dei Medici con la regina Giovanna d'Austria, insieme coi simulacri dei fiorentini famosi in armi, anzi accanto a quello di Giovanni delle Bande-nere padre di Cosimo, facessero dipingere la immagine del Ferruccio; onde il Vasari, comechè fosse prelibatissimo piaggiatore di corte, non dubitò salutarlo sfortunato, ma valoroso capitano: più tardi, ornando le volte della Galleria degli Uffizi, questi stessi principi ordinarono che fra le figure degli illustri guerrieri fiorentini quella del pro' Ferruccio comparisse. Quanto alla tirannide lorenese, allorchè in una delle nicchie vuote degli Uffizi il Batelli stampatore collocò la statua dell'eroe morto per la libertà della patria, ella lasciò fare e non disse verbo. Cause vere per le quali il Burlamacchi ebbe la statua nel 1859 furono queste due, che ai patrizi servili parve bello sfruttare in loro vantaggio la rinomanza dello infelice repubblicano, e che a quei giorni, avendo essi l'erario nelle mani, poterono farlo co' quattrini del pubblico.

A me per tanto corre obbligo di dettare come posso la vita di questo grande infelice, perchè l'anima sua riceva il giusto premio di lode ed esulti. Se volere fosse potere, da ora in poi il Burlamacchi non invidierebbe, come Alessandro fece, Omero ad Achille, o forse (dirò senza rispetto quello che sento) io non ho mai desiderato ed invocato valore di lettere come adesso, conciossiachè si tratti vendicare l'eroe lucchese non solo dalle ingiurie della fortuna, ma da quelle smisuratamente peggiori della turpe genìa di barattieri patrizi e plebei camuffati da uomini liberi: per me che mi trovo capace di sopportare ogni più fiero guaio, la lode da costoro non sopporterei, e credo fermamente che, se taluno di essi si avvisasse toccare il mio sepolcro quando sarò morto, io resusciterò di punto in bianco per agguantare la lapide e scaraventargliela nella testa.

I flagelli della umanità non si medicano, si distruggono; e finchè le zecche e le marmeggie del 1859 non sieno disperse, non pensate nè manco alla libertà confermata, alla rettitudine restituita, alla virtù rimessa in fiore: giudicate l'albero dal frutto che ei dà. Come Catone finiva ogni suo discorso col motto Chartago delenda est, così ogni uomo dabbene dovrebbe conchiudere le sue orazioni esclamando: «Dei patrizi e dei plebei i quali si chiamarono moderati e furono schiavi e ladri vuolsi spento il seme.»

CAPITOLO I.

Dicono Francesco Burlamacchi nato di piccola gente, e non è vero. — Il Dalli canonico ce lo dà per fallito, e perchè; così pure lo Ammirato e lo Adriani per piaggeria al principe; non diversamente il Botta, ma per pecoraggine: giudizio sopra questo scrittore, severo ma meritato. — Antichità della famiglia Burlamacca: donde il suo soprannome per opinione dei cronisti: quale fosse prima. — Questa famiglia, come degli ottimati, e guelfa è cacciata dal popolo; torna in patria, dove si distingue per uomini insigni e tiene sempre luogo onorato fra i maggiorenti. — Sue case e torri, patronati, sepolcri ed armi gentilizie; sostanza dei Burlamacchi, per quali cause scemata. — Francesco mercadante di seta; per ciò lo spregiano l'Ammirato e lo Adriani. — Fiorentini mercadanti tutti, così i Capponi, e così i Medici, i quali esercitavano la mercatura anco dopo fattisi principi. — Giovanni Bicci presta danaro sul pegno della tiara papale a papa Martino. — Dei genitori di Francesco, dei suoi fratelli e delle loro fortune. — Quali i suoi studi; allora fra semplici artefici s'incontravano con frequenza in Toscana dicitori in prosa ed in rima; stato presente di letteratura deplorabile in Toscana, in Firenze deplorabilissimo. — Fra Pacifico, zio di Francesco Burlamacchi e veneratore di fra Girolamo Savonarola, ne detta la vita; lo difende altresì nel dialogo chiamato Didimo e Sofia; insegna il modo di mettere in cervello l'enormezze romane, educa la gioventù e muore in odore di santo; educatore della gioventù lucchese e di Francesco. — Sue qualità fisiche e morali: chi fosse la sua moglie. — In che età entrasse Francesco nella magistratura; ed indi in poi tenne sempre il maestrato: non cerca mai uffizio, uno sì, e perchè. — Buoni ordinamenti della repubblica lucchese per difendersi dalle insidie dei potentati vicini. — Divisione della città per l'amministrazione e per la difesa, terzieri, gonfaloni e pennoni. — I Burlamacchi del terziere della Sirena adoprano questa immagine per cimiero. — Come ordinate le milizie; quante le armi e quanti gli armati così in città come in campagna; segnali diurni e notturni per convocare le milizie. — Francesco col favore di Giambattista Borrella viene eletto commissario delle armi. Quali i compagni di Francesco in cotesto maestrato, e quali i luoghi alla custodia loro commessi; larghezze del Burlamacchi per attirarsi la benevolenza dei soldati: a quanto sommassero le battaglie di campagna. — Si parla delle imprese felici e delle sventurate, e per quali cause le seconde possano acquistare lode pari alle prime. — Di Focione e del suo giudizio intorno alla guerra lamiaca.

Se Francesco Burlamacchi fosse nato di piccola gente presso la più parte degli uomini, ai tempi che corrono, io giudico gli tornerebbe a merito maggiore; tuttavia non vuolsi nè anco in questa parte darla vinta agli scrittori, i quali s'immaginano vituperarlo affermandolo artefice e plebeo. Si comprende ottimamente che un Dalli in certa sua cronaca manoscritta[2] ce lo dia per fallito e mosso a pescare nel torbido per tôrsi dalla fame; costui canonico era ed aveva un dente contro Francesco, che i preti e le pretesche cose amava quanto il fumo agli occhi: e, per preti e per femmine, morte non placa l'odio immortale. Quanto a Scipione Ammirato, il quale dichiara il Burlamacco ignobile, ma nel numero degli artefici che governavano Lucca[3], ed a Giovambattista Adriani, che a sua posta lo ciurma artefice, come per ordinario i Lucchesi sono[4], si capisce la ragia: entrambi aggreppiati alla medicea mangiatoia, entrambi nudriti di principesca profenda, dettavano quello che secondo il giudizio loro doveva piacere ai padroni; ma non si capisce come Carlo Botta dopo tre secoli ribadisca il chiodo quasi a sollazzo replicando ora che artefice era di suo stato, ma secondo la usanza della repubblica capace di sedere ai governi, ora che sebbene nato in basso loco, pure aveva sortito da natura ingegno idoneo alle imprese eccellenti, in ultimo che, comunque in opere manuali di continuo si occupasse, pure ritraesse maraviglioso diletto dalle antiche storie.[5] Forse il Botta, a cui le rivoluzioni mettevano i brividi addosso, non volle divulgare lo scandolo, che in cosiffatte enormezze si contaminassero i patrizi, i quali, a quanto pare, formavano argomento di ogni sua sollecitudine, sebbene talora anco questi pigli a morsi. Certo spositore di fatti assai commendevole hassi a stimare il Botta, della favella nostro cultore felice, ma brontolone senza concetto; onde alla fine la lettura de' suoi scritti genera fastidio, imperciocchè le storie si dettino per testimonio dei tempi e per l'ammaestramento degli uomini, non già per isfogare le proprie smanie, siccome costumano quelli che sono côlti del mal di colica.

Or ecco ricercando quello che apparisce essere vero. Antichissima e nobilissima la famiglia di Francesco Burlamacchi; a suo tempo parlerò della discendenza di lui, la quale fu non meno dell'ascendenza preclara. Comechè di questa famiglia non appaia memoria scritta prima del 1224, e non occorra documento spettante proprio a lei innanzi del 1262 (del quale anno ci avanza una pergamena di Trasmondino di Baldirotto Burlamacchi, dove fra le altre disposizioni testamentarie ordina lo seppellissero nella chiesa di San Romano), tuttavia non è dubbio che da più remota antichità ella derivasse; imperciocchè si ricordi come del 1218 ardesse l'archivio di San Salvatore, in cui gli atti dei notari si custodivano, per la quale cosa chi non fu cauto di provvederne copia per gli archivi della famiglia ne patì danni nel credito e nella roba. Pertanto lo stipite primo della casa Burlamacchi ebbe nome Buglione; il soprannome poi non fu in antico Burlamacchi, sibbene Ansenesi; e donde e perchè cotesto mutamento avvenisse ce lo conta un antico cronista.[6] Nel tempo che i Pisani tiranneggiavano Lucca (dacchè le repubbliche dei tempi medii fossero più e peggio dei tiranni oppressore ed oppresse) uno di questi Ansenesi si finse pazzo, sicchè per tale comunemente stimandolo, potè sicuro senza sospetto aggirarsi per la città portando a cintola un coltellaccio di legno ed in mano una zampogna con la quale parlava negli orecchi di quanti incontrava, e se non se ne fidava diceva follie, se all'opposto se ne fidava, gli eccitava a buttarsi giù dal collo il giogo del servaggio, ammonendoli a tenere certe pratiche che poste in opera con arguzia avrebbero loro data vinta la impresa, come di fatto seguì, ed egli allora, mutato il coltellaccio di legno in una buona spada di acciaio, alla testa dei sollevati recatosi in palagio dove stanziava il console di Pisa, senza tante storie lo trucidò. Da indi in poi nol conobbero con altro nome, eccetto quello di Burlamatto, il quale alquanto alterato conservarono i suoi posteri in memoria del caso, dismesso in tutto l'antico cognome degli Ansenesi.

Quando il popolo prevalso al governo dei signori nel 1308 cacciò prima di palazzo, poi di città le casate dei nobili, i Potenti e i Casatici, chè a questo modo si designavano i signori di Castelli, fu mandata in esiglio anco la famiglia dei Burlamacchi principalissima guelfa; sicchè tu vedi quanto si apponga al vero Carlo Botta nelle sue storie quando pretende di riffa Francesco plebeo.

Tornata in patria la famiglia Burlamacchi, occorre sempre ammessa al governo della Repubblica ed insignita di uffici e di onori non solo prima di Francesco, ma anco molto tempo dopo, come ricavo da certo albero genealogico che ho per mano, il quale mi mostra un Paolino morto nel 1824, e tengo per certo che ogni fiato di lei non sia anco spento. Il Penintesi nelle Memorie[7] intorno alle principali famiglie di Lucca ci afferma che ai suoi tempi quella dei Burlamacchi annoverava non meno di quaranta gonfalonieri e centottanta anziani, fino d'allora la rendevano preclara parecchi oratori spediti alle più cospicue corti di Europa, non pochi cavalieri di Malta, col solito corredo di ecclesiastici, i quali (come si sa) furono tutti matricolati per pietà e per dottrina preclari, almanco a detta di chi scrisse di loro.

In antico ebbero stanza i Burlamacchi in certa torre fabbricata dentro l'Augusta, fortezza posta da Castruccio Castracani in difensione di Lucca, la quale fu demolita nel 1392 insieme con altre per cavarne i materiali occorrenti a restaurare le mura della città, essendosi molto tempo prima ridotta la famiglia Burlamacca a vivere in altra casa prossima alla chiesa dei santi Paolino e Donato. La contrada di San Paolino compariva in cotesti tempi capitalissima della città, sicchè nel 1459 vi si contavano bene dugento torri, delle quali quattro spettavano ai Burlamacchi, la prima a Filippo Burlamacchi, di fronte a quella la seconda a Frediano che lungamente dimorò in Fiandra, la terza sorgeva di contro alla chiesa di san Paolino, e la quarta poco quinci discosto dal lato di tramontana: chiamasi il luogo quadrivio dei Burlamacchi; le quattro torri l'una all'altra prossime poste in assetto di guerra formavano fortezza inespugnabile secondo gli ordinamenti militari di codesti tempi. Insieme co' Poggi essi esercitarono il patronato della chiesa di Santa Maria di Filicorti, soli quello di Santa Maria della Rotonda; i sepolcri della famiglia furono fuori della chiesa di san Romano: fecero per impresa e fanno Croce azzurra in campo di oro e per cimiero una Sirena. Varie nei vari tempi le sostanze loro: nel 1530 i Burlamacchi si facevano ricchi di centoventimila fiorini e più, senza contare la casa nè l'opificio della seta: Michele, che morì nel 1529, lasciò di sua parte sessantacinque mila fiorini d'oro, oltre il fondaco avviato, a Francesco e agli altri suoi figliuoli, i quali per testimonianza del Penintesi avevano di già molto cresciuto il capitale e lo andavano ogni giorno viepiù aumentando, se non fossero loro cascati addosso due malanni, di cui il primo fu la rappresaglia commessa a loro scapito dalla Repubblica fiorentina sopra le navi dei grani che di Sicilia essi avevano tratto, e il caso più tardi avvenuto a Francesco, per la carcerazione e morte del quale i negozi parte cessarono e parte trapassarono in altri, non tenuto conto della moneta spesa per salvarlo.

Francesco, come i suoi maggiori, esercitò l'arte della seta, la quale con quella della lana fu dai Fiorentini rassegnata meritamente tra le arti maggiori: onde ci appare il rinfaccio che l'Ammirato e Adriano fanno a Francesco della sua condizione di artefice non pure strano, ma temerario; imperciocchè gli ordinamenti politici della Repubblica di Firenze appunto sopra le arti maggiori e minori si fondassero, nè alcuno il quale a queste arti non fosse ascritto potesse avere stato. I Capponi a Firenze non erano registrati alla matricola dell'arte della seta, ovvero di Por San Maria? Le storie poi ricordano come Nicolò Capponi, che fu lo antipenultimo gonfaloniere della Repubblica, accudisse al traffico della seta, e tanto in lui poteva l'amore dell'arte, o piuttosto del guadagno, che, contro il divieto della legge, eletto gonfaloniere, usciva di palazzo alla chetichella per vigilare se le donne gli avessero incannato la seta e le altre cose dell'opificio andassero a dovere. Gli Strozzi per converso più che alla seta attesero alla lana, ovvero all'arte di Calimala, e ne tennero fondaco allora e prima e dopo di allora insieme al banco dei danari in Lione, a Venezia ed in altre città capitali della Europa: anzi le case Strozzi e Burlamacchi conservarono corrispondenza di affari lungamente fra di loro. I Medici mercanti sempre furono e le ricchezze loro cavarono dal prestare a usura; sembra altresì che facessero a fidarsi poco, imperciocchè fra le altre cose si narra che se papa Martino V volle danaro da Giovanni dei Medici soprannominato il Bicci, gli ebbe a dare in pegno la tiara pontificale (chè allora la superbia papesca non aveva per anco inventato il triregno); nè smisero i commerci anco quando tennero il supremo dominio della Toscana, allora, comechè principi fossero, parte ne assunsero in proprio, parte in società e furono di gioie, di metalli, di grani e di altre siffatte mercanzie; del pepe fecero monopolio, onde se essi mostrarono ed operarono che le persone a loro aderenti mostrassero uggia pei commerci, certo e' fu nel concetto medesimo del ghiottone, che sputa su la pietanza perchè, gli altri commensali pigliandola a schifo, egli possa mangiarla tutta per sè.

Da Michele e da Caterina Balbani nacque primogenito Francesco Burlamacchi il 18 settembre 1498 e fu battezzato nella chiesa di San Giovanni; dopo lui da cotesto matrimonio uscirono altri cinque figliuoli. Stefano, che molto dimorò per causa di negozi in Francia, tornato in patria, tolse per donna Antonia dei Nobili, con la quale procreò una figliuola per nome Chiara; i ricordi dei tempi ce lo attestano uomo di cuore e valoroso: Agostino recatosi in Francia si fermò a Lione, e se lasciasse discendenza non è noto: Nicolao da Lucrezia dei Nobili ebbe un figliuolo solo, il quale presa a tedio la patria seguì a Lione lo zio Agostino, di cui niente altro sappiamo, eccettochè, inteso tutto intero alla caccia, si acquistò fama di robusto cacciatore pari a quella di Nembrod; secondochè avviene agli uomini dediti ai diletti della materia, non patì mancamento di prole così maschile come femminile, per via diritta come per via storta. Paolo schivò le nozze, per diversi paesi tentò fortuna e sempre invano, chiuse i suoi giorni, se non misero al tutto assai prossimo alla miseria, a Ferrara.

Degli studi di Francesco Burlamacchi poco sappiamo: certo, se argomentiamo dai libri che egli aveva in delizia, possiamo accertare che molti e profondi dovevano essere, conciossiachè ci affermino quanti di lui scrissero ch'egli si dilettava maravigliosamente di storie e della lettura continua delle opere di Plutarco: ora le midolle del lione si confanno solo ad Achille e lo nudriscono. Rarissimo nel secolo decimosesto il giovane nato da genitori onesti che fosse alieno dalle discipline gentili, e tu incontravi sovente fra gli stessi artefici in Toscana bei dicitori in prosa o in rima e scrittori forbiti, e male mi conduco a credere che anco nel popolo minuto fossero allora ignoranti di lettere come adesso sono. Se io ricordassi che le ricerche, le quali si chiamano statistiche, ci abbia chiarito come fra le provincie italiane la Toscana sia la più infelice di tutte, e fra le città toscane Firenze, solo allo scopo di palesare un fatto irremediabile, senz'altro meriterei la taccia di maligno, ma io mi vi induco perchè la Toscana e Firenze si vergognino, e, non considerata logora ormai la fama che ci veniva dagli avi, attendiamo a procacciarcene un'altra con la virtù e con le lodevoli fatiche nostre. Per ultimo sappiamo come ponesse amore nel giovinetto Francesco lo zio fra' Pacifico domenicano e lui con diligente cura ammaestrasse. Ora è da sapersi che questo fra' Pacifico al secolo fu Filippo e fratello a Michele Burlamacchi, il quale dimorando a Firenze pigliò usanza con fra' Girolamo Savonarola, e tanto di esso e delle sue dottrine si accese che da lui in fuori non volle avere altro confidente e maestro, per guisa che, vinto da sdegno per le mondane cose a cagione della lacrimabile morte del frate, rifuggissi a Lucca, dove al tutto disposto di dedicarsi a Dio vestì l'abito di san Domenico nel convento di San Romano col nome di fra' Pacifico. In questo fidato asilo meditando continuo da un lato sopra la bontà di frate Girolamo e sopra i concetti di lui, che gli parevano santi, dall'altro su la perversità degli uomini, i quali, come di ordinario succede, non contenti di spegnere la vita di un uomo, pare che non possano vivere se ad un punto non ne spengano la fama, concepì l'ardito disegno di dettarne la vita e la condusse a termine. Quest'opera, più volte stampata ed anco ai giorni nostri letta, fu la prima che comparisse intorno al frate: la si trova scritta in buono stile ed ha fornito agli altri se non tutte, certo la massima parte delle notizie dello infelice riformatore: e come se questo fosse poco, il nostro animoso fra' Pacifico prese senza sospetto nè rispetto alle ire di Roma a difendere la reputazione del Savonarola, al quale fine compose un dialogo fra Didimo e Sofia diviso in più giornate, che si conserva manoscritto nella libreria dei frati di San Marco di Firenze, il quale io confesso di non avere mai letto. La tradizione ci attesta, ed è di leggieri credibile, che fra' Pacifico per costumi severi e carità di opere lasciasse rinomanza di santo: rassegnato ed umile, come colui che, pigliando a combattere una potenza immane, presentiva la lunga contesa e i danni delle battaglie; avventato poi ed acceso, come quegli che presente del pari il futuro trionfo della sua fede. Gli uomini, massime giovani, vaghi di sapere le vicende del mondo assai volentieri frequentavano il convento di San Romano dove fra' Pacifico, dopo avere appagato la curiosità loro, li metteva sopra la strada di ragionare su le romane enormezze e detestarle, non anco eretici, ma ormai non più cattolici. Francesco dal dire e più dal fare dello zio frate pigliava norma a pensare ed esempio per sostenere con costanza i propri propositi; gli ebbe riverenza come a maestro, affetto di figliuolo, e quando fra Pacifico nel 1519 chiuse gli occhi alla vita, egli se ne stette lungamente come cosa balorda nè pareva se ne potesse consolare. Quanti scrissero la vita di Francesco, e sono parecchi, comechè la più parte giacciano manoscritte nelle biblioteche di Lucca, si accordano a descriverlo di bella persona, ottimo parlatore, vivace, nel motteggiare arguto, pieno di sentenze, d'indole repubblicante, donatore del suo, studioso a non offendere, diligente a farsi perdonare la offesa, per natura e per arte dispostissimo a guadagnarsi la benevolenza altrui, lento a meditare i disegni, nel proseguirli tenace, nello adempirli fulmine: della fama oltre il dovere (se questo può dirsi) innamorato, perchè nè cura di sè e dei suoi nè di sostanza nè di nulla lo potesse reggere tanto che non si avventasse precipitoso a conquistarla. Di ventisette anni tolse in moglie Caterina figlia di Federigo Trenta già morto; nobili entrambi, anzi la Caterina dal lato della madre, che fu Caterina Calandrini, procedeva nientemeno che dal papa Nicolò V; nè si sa che ricevesse dote, almeno dal contratto di nozze non comparisce,[8] procrearono insieme dodici figliuoli, sette maschi e cinque femmine, di cui a suo tempo riferiremo le fortune e la vita.

Quasi giovanetto Francesco prese ad esercitarsi nelle magistrature, sicchè appena trentenne fu anziano; nel 1529 lo elessero deputato insieme con Girolamo da Portico al principe Oranges al campo sotto Firenze perchè le sue milizie osservassero i confini della Repubblica e dovendo pure traversare la campagna si astenessero da fare danno; nel 1530 poi andò ambasciatore insieme a Gherardo Macarini a Carlo V per congratularsi della vittoria del suo esercito contro la Repubblica di Firenze, e con qual cuore adempisse cotesto carico ognuno sel pensi; nel 1533 lo promossero a gonfaloniere pei mesi di gennaio e di febbraio; nè mai da quel tempo in poi si rimase senza essere adoperato. Gli onori e gli oneri pubblici non cercò, quelli che gli vennero compartiti accolse[9]; uno solo si diede con infinita diligenza a sollecitare e l'ottenne, come quello che si attagliava ai suoi occulti disegni, e fu il commissariato delle milizie della montagna; intorno al quale ufficio importa sapere come la Repubblica di Lucca in mezzo a tre repubbliche, Pisa, Genova e Firenze, tutte più potenti di lei e tutte cupide di allargarsi a danno della meno forte, stava a buona guardia, e se consideri la piccolezza sua stupendamente apparecchiata su le armi. Sei cittadini tenevano lo ufficio della munizione, di cui era perpetua cura che nei magazzini pubblici si conservassero tanti grani e altre biade che ai casi ordinari non solo, bensì anco agli straordinari sopperissero; ed altri sei andavano preposti allo uffizio delle armi, i quali attendevano alla provvista della munizione da guerra, alle artiglierie ed alle altre armi così da fuoco come da taglio, e per attestato del Baroni si ha che nell'armeria se ne custodissero sempre in copia bastevole per trentamila soldati. La città tanto pei fini della difesa quanto per gli altri che ai giorni nostri si chiamano amministrativi e politici andava divisa in terrieri, e ognuno di questi in quattro gonfaloni o stendardi, i quali a loro posta avevano sotto di sè quattro pennoni o caporali, e così in tutto quarantotto pennoni e dodici gonfaloni. La bandiera usavano comune, bianca e rossa, di seta, se non che ciascheduna portava per arroto in mezzo certo segno proprio del suo gonfalone; San Paolino, ch'era il terziero dei Burlamacchi, nel primo gonfalone faceva il segno della Sirena, e però anco i Burlamacchi (e fu avvertito) usavano di questa immagine per cimiero su l'elmo, come si può osservare in molte armi antiche di cotesta famiglia; i quattro pennoni che sotto il gonfalone della Sirena si riunivano avevano nome San Masseo, Santa Maria Cortelandinghi, San Giorgio e San Tomeo. Ad ogni gonfalone era assegnata una parte dei baluardi perchè la vigilasse e la difendesse, e su i cantoni di ogni strada occorrevano segnati i nomi sia del baluardo, sia del gonfalone preposto a difenderlo, per guisa che al rintocco della campana che sonava accorruomo seimila uomini potevano trovarsi in assetto di difendere la muraglia. Nè meno solleciti accadevano l'avviso alle milizie del contado e lo assembrarsi di lei alla custodia delle torri sparse qua e là per la campagna, chè dalla gran torre del palazzo di giorno si facevano le fumate, e durante la notte il segno si dava con le fiammate: le milizie di tutto lo stato sommavano a meglio di ventimila uomini ottimamente ordinati da uffiziali di buon nome, i quali tiravano il soldo dalla Repubblica.

Trovandosi pertanto comandante generale di tutte le milizie lucchesi Giovambattista Boccella, personaggio di molta autorità in casa sua, propose al consiglio della Repubblica che, avendosi a nominare i tre commissari delle battaglie del contado, uno fisso e gli altri due a tempo, per commessario fisso si eleggesse Francesco Burlamacchi, e di leggieri fu vinto; molto a cagione del concetto di uomo capace e zelatore del bene pubblico in cui lo teneva l'universale, e molto eziandio per la ressa grande che Francesco ne fece tanto presso il Boccella quanto presso i singoli cittadini componenti il consiglio; però non è consentaneo al vero quello che occorre in parecchi scrittori, voglio dire che Francesco si lesse a procacciarsi a tutt'uomo questo ufficio in prossimità del tempo in cui sinistrò la sua impresa, imperciocchè egli l'occupasse fino dal 1535 insieme con Gherardo Penitesi, al quale fu confidato il presidio del passo al Ponte di San Pietro, mentre il Burlamacchi prese a difendere la frontiera dalla parte di Nozzano; del terzo commissario ignorasi il nome, solo si conosce che le altre ordinanze stanziavano ai ponti di Moriano, dei Colli e di Camaiore; e nè manco sembra vero che tutte queste battaglie sommassero a duemila fanti; il Dalli, che lo poteva sapere, ci avverte che arrivavano fino a sei mila, tutta buona e cappata gente.[10]

Di certo il Burlamacchi per la molta sufficienza sua si acquistò il primato sopra non solo i compagni, ma altresì sopra il suo superiore comandante generale, per modo che a lui deferivano: di vero egli non ometteva veruna di quelle cose che fanno il capitano amato e temuto, grazioso con tutti, vigile custode della disciplina, giusto ad un punto e severo, più con lo esempio che col comando ordinatore ai soldati, facile a rendere servizio, pronto a sovvenire del proprio, onde in casa i suoi lo riprendevano spesso di questa soverchia liberalità, e non è dubbio alcuno che in ciò spendesse con detrimento delle proprie sostanze.[11]

Questo è quanto sottilmente ricercando abbiamo potuto rintracciare intorno alla vita di lui fino al 1545; potevamo aggrupparci non pochi particolari, se non veri nel senso che si trovino attestati da pubbliche o da private scritture, certo verosimili, ma gli abbiamo omessi con deliberato consiglio desiderando che quanto verremo raccontando si tenga, diremo così, in concetto di religioso e di santo.

Ora poi, a fine di conoscere lo ingegno dell'uomo, vuolsi indagare quale fosse lo stato della Europa e più specialmente della Italia nostra; che cosa si sperasse e si temesse, quali gli umori sia per ciò che tocca le faccende politiche, sia le religiose: dacchè giudicammo (e da questo giudizio punto ci rimoviamo) che per lodare ovvero per riprendere l'uomo che sé ed i suoi avventura ad una impresa zarosa bisogni, senza attendere l'esito, esaminare se la era a conseguirsi probabile e se proporzionata all'intelletto e alla potenza dello agente, se utile allo stato, se onesta e se giusta; imperciocchè se tutte queste cose si appuntino nella impresa, allora riuscendo a bene ne avrai lode e vantaggi, e quando venga a sinistrare, non fie per mancarti in ogni caso la lode che sempre accompagna la virtù infelice. La fortuna senza consiglio appo i sapienti nulla vale; pel volgo sì, ma di un tratto ella muta, e allora non basta nè manco all'ufficio dei panni, i quali, secondo il dettato popolesco, rifanno le stanghe; caduta la fortuna della mal pensata e disonesta impresa, null'altro ti avanza eccetto il vituperio e il pregiudizio: a questo modo Focione ateniese avendo dissuasa la guerra lamiaca, punto si commosse allo annunzio dei prosperi gesti di Leostene capitano preposto alla impresa, ed a coloro che per istraziarlo gli domandavano se avesse egli desiderato di compire coteste strepitose azioni rispondeva: «Certo sì, ma tornerei pur sempre a consigliare come feci.» E i lieti inizi si convertirono poi in tristi lutti, perchè all'ultimo la guerra andò perduta, e Leostene rimase spento; ma ciò non rileva: lo esito buono o misero nè cresce lode nè la toglie, semprechè prima di recarti addosso un gesto, tu avverta a tutte quelle cose di cui abbiamo tenuto proposito qui sopra.

CAPITOLO II.

Se una legge fissa governi le cose morali e politiche come le fisiche: difficoltà di rinvenirla. — Scienza politica fallacissima e perchè. — Quante volte nei suoi presagi politici sbagliasse il Machiavello; esempio solenne di giudizio errato accaduto ieri. — Burbanza e vanità delle cicalate che appellano Filosofia della storia; sistemi a vicenda divoransi. — Secolo XVI secolo caposaldo; comincia epoca nuova non anco compita: a qual patto i popoli cesserano le guerre. — Ciclo perpetuo dei medesimi eventi presagito dal Machiavello non è fatale: nuovi semi partorirono e partoriranno sempre nuovi frutti. — Speranza e pazienza veraci angioli custodi della vita. — Stato di Europa nel punto della storia nostra: conquiste normanne in Inghilterra; Inglesi conquistano la Francia. — A Carlo VII succede Luigi XI che compone il reame di Francia in arnese di guerra. Prosunzione dei giudici moderni; con quali norme hassi a giudicare dei tempi e degli uomini passati. — Come la religione diventi flagello del consorzio civile: colpe del cattolicesimo pervertitore di morale e impedimento al migliorare della stirpe umana. — Luigi XI morendo non si pente, anzi crede di aver ben meritato della monarchia e di Dio. — Se Ludovico il Moro e le donne di Savoia e di Monferrato fossero unicamente cause che i Francesi calassero in Italia, e sembra di no. — Stato d'Italia per colpa dei suoi principi dispostissima ad essere invasa. — I Francesi l'avrebbero conquistata e tenuta se non era la Spagna; la quale in breve per virtù e per fortuna si costituisce in potente reame. — I reali di Spagna; consentono a starsi in mezzo neutrali perchè Carlo VIII spogli gli Aragonesi di Napoli, poi sotto pretesto di soccorerli vanno a spogliarli essi. — Dura sentenza del Prescott contro la Italia e non giusta. — Tra il re di Francia e il re di Spagna cresce l'odio per la contesa dello impero: prevale la fortuna di Carlo, ch'è assunto imperatore; Francesco I è condannato nelle spese e perde la causa. — Larghezza di stato non fa grandezza. — Lo imperatore non arriva mai a soggiogare la Francia; se ne assegnano le cause diverse interne come esterne. — Carlo V come politico sommette ogni considerazione all'interesse, pure pende per natura al beghino. La libertà di coscienza in Germania si desiderava davvero, pure serviva a colorire il fine della libertà politica. — Pace inopinata di Crespy; in apparenza la Francia ne ha il meglio; vantaggi grandi che ne cava Carlo V. — Opinioni contrarie sopra cotesta pace: anche nelle famiglie dei contraenti genera dissidi. — Misero stato d'Italia. — La Francia procura tregua, non potendo pace, fra lo imperatore e il Turco. — Carlo scarrucola Francesco, e questi non se ne vuole accorgere. — Carlo si volta intero alle cose di Germania: convoca la dieta a Vormazia per istabilire il concilio, il quale abbia a definire le questioni religiose. — Interim che fosse, e quando, ed a quali fini si concedesse. — I Tedeschi cresciuti di forze repugnano a mettere in compromesso il presente loro stato: e poi non hanno sicurezza recandosi a Vormazia: salvocondotto imperiale da non se ne fidare: quando salva e quando no; perse Hus e Girolamo da Praga; difese Lutero ma perchè: parole animose di Lutero recandosi a Vormazia. — Ferdinando re dei Romani sotto apparenze sante nasconde fine scellerato pel quale convoca la dieta a Vormazia. Altri fatti donde i protestanti desumono prova di animo ostile dello imperatore contro di loro; e segnatamente dal caso dello arcivescovo di Colonia. — Si apre il concilio di Trento; con quali intenti di Carlo. — Morte di Lutero; allegrezza dei cattolici e sbigottimento dei luterani; a torto entrambi; le cose apparecchiate, protratte per necessità di tempi poco si offendono per la morte di un uomo. — Paolo papa mette le mani nel negozio dell'arcivescovo di Colonia per arruffare la matassa allo imperatore. — Lo imperatore apre la dieta a Ratisbona; i protestanti vi si presentano per via di mandatari. — Se meriti lode di astuto il contegno tenuto da Carlo in cotesta congiuntura. — Trattato dello imperatore col papa, e patti della lega: girandole di Carlo e stizza del papa che si vede rubare il mestiere. — La Germania va in fiamme: apprestansi armi a combattere. — I Veneziani dissuadono il papa di porgere aiuto allo Imperatore, e buone ragioni che ne danno, ma invano. — Tradimento di Maurizio di Sassonia a carico del suocero e del cognato. — Conchiudonsi nozze, come sempre, favorevoli a casa di Austria. — Iattanze del langravio: numero stupendo di milizie raccolte. — Dannose dimore e peggio che inutili proposte dei luterani a Carlo; il quale, montato in furore, senza consultare la dieta, gli mette al bando dello impero. — I principi mandano l'araldo a intimare la guerra contro lo imperatore ed a protestare contro il bando. — Così le armi dello impero ingaggiate in guerra piena di pericolo, ottima la occasione per tentare novità in Italia, il Burlamacchi poi uomo da volere e sapere cogliere la occasione.

Forse una legge governa con ordine eternamente fisso così le fisiche come le politiche e le mortali cose; ma se riesce arduo a scoprirla nelle prime, disperato è poi nelle seconde e nelle terze; nulla fu senza grande di vita travaglio concesso ai mortali; anco la natura materiale s'inviluppa per entro veli impenetrabili, che a stento ella si lascia strappare da dosso o per grande amore che porti, o per grande violenza che altri le faccia. E lasciando la morale da parte, per toccare della politica, ti si fa manifesta la difficoltà di rintracciarne la legge da questo, che nonostante la molta scienza dei passati eventi e la molta pratica delle faccende quotidiane, male puoi presagire lo esito dei negozi prossimamente futuri, peggio i lontani, ossia perchè ti avvenga di scambiare per causa quello che insomma altro non è che effetto ossia che la sequela di ragione indotta dal giudizio vada esposta a trovarsi scompigliata da altre cause nè prevedibili nè prevedute; di questo somministrano esempi in copia le antiche e le moderne storie; il nostro Giuseppe Ferrari ci chiarisce come e quante volte s'ingannasse l'arguto ingegno di Nicolò Machiavello sia giudicando la potenza dei Medici, o le sequele della riforma, o il pericolo d'invasioni svizzere e turche in Italia, e via discorrendo: di tanti recenti ne basti uno solo a noi e d'ieri; per le superbe tumidezze francesi e per le procaccianti burbanze prussiane l'universale bandiva prossima la guerra; l'acqua è in terra, dicevano da per tutto, e pure i nugoli si sono tirati in su, ed abbiamo veduto succedere alla temuta procella una quiete torbida che salutano pace in mancanza di meglio.

Ma ciò che sembra più strano a concepirsi si è, che nè manco degli eventi ormai compiti ed antichi ci riesca addurre ragione certa. Di vero s'impadronì delle storie una maniera di argomentatori, e chi tirandole da un lato, e chi dall'altro, chi sbattendole con ala che a taluno pare di aquila e ad altri di pipistrello, se ne serve di materia alle fantasie proprie o agli errori: di qui i sistemi filosofici, i quali nati appena, come i guerrieri dai denti del dragone di Cadmo, si combattono a vicenda e si uccidono: onde il secolo, che inclina al positivo, comincia a mettere passione nelle scienze fisiche da vantaggio che nelle filosofiche, nè a torto; imperciocchè nelle prime quantunque poco avanzo egli ci faccia alla giornata, pure questo poco mette da parte nel salvadanaio; così mano a mano crescendo di capitale, noi lo vediamo adesso possessore di quello stupendo patrimonio che tanti maravigliosi portati ha partorito, pure promettendone altri più mirabili ancora. Dalle metafisicherie si diparte; non già, che le odii, dacchè, agitando le braccia, se l'uomo non vola, ei fa esercizio utile all'agilità dei nervi, ma sì per questo, che al chiudere delle tende gli pare a modo del dio Odino avere perseguitato sopra le nuvole un cervo di nebbia sopra un cavallo di nebbia.

Infiniti scrittori parlarono dei tempi intorno ai quali io pure mi affatico, e mirifiche cose ci escogitarono sopra: certo cotesto fu secolo caposaldo dei secoli; per lui incominciò nuovo ordine di cose, che a mio senno non è anco compito, dacchè io creda che innanzi tutto, cessate le conquiste e le sequele di quelle, bisogni che ogni popolo si costituisca gagliardo di propria potenza: allora la forza genererà il diritto, come il terrore ribadì tra tempia e tempia nell'uomo la idea di Dio; dove tu attenda giustizia dallo amore, aspetta prima mirare in branco pecore e lupi a pascere erba; e l'uomo ancora tiene del lupo più che non credi, e il civilissimo due cotanti sopra quello che i diari nostri costumano per vezzo appellare barbaro; non però di lupo, sibbene di volpe, ma bestia sempre. Quando per tanto gli universi popoli si troveranno armati di becco e di ugne, e tra sgraffio e sgraffio non ci correrà divario o poco, fatti e rifatti i conti, conosceranno come sia meglio per essi lasciarsi stare, barattarsi i frutti delle terre e le opere delle mani loro: si ameranno forse (e se senza forse, magari!) ma si rispetteranno di certo, e questo è quello che importa. Per ora non siamo a mezza via; bisogna che molte nazioni si compiano, altre che comincino a farsi: compite, si accorderanno prima per istinto, poi per ragione, all'ultimo per via di trattati, i quali niente altro faranno che ridurre in carta male ciò che avrà creato ottimamente la necessità, e i barbassori di allora, in tutto pari a quelli di ora, per avere scritto la fatale corrispondenza del genere umano reputeranno davvero di averla fatta essi. Così tenendosi per mano i popoli con più o meno celere, ma sicuro ed irrevocabile passo potranno camminare sopra la via del miglioramento umano: dacchè la storia somministri questo insegnamento solenne, che potenza ed intelletto pari creano reverenza ed emulazione, mentre sbilancio o dell'una qualità o dall'altra in un popolo a danno di un altro popolo lo spinge alla dominazione, alla ingiustizia, alla barbarie e con assidua vicenda ad essere preda del predatore: siffatto circolo fin qui agitò il mondo, e sembra che il Machiavello lo giudicasse inesorabilmente eterno: adagio, a giudicare il futuro che sta chiuso nel pugno di Dio; il Machiavello non potè immaginare quali e quanti missionari sieno dell'accordo dei popoli il telegrafo e il vapore; chi sa quante altre scintille sprizzeranno dalla pietra percossa dal ferro: noi che giovani spregiammo la Pazienza, e la Speranza, adesso vecchi propiniamo loro ogni dì nel sacrario della famiglia, votiamo loro i capi a noi dilettissimi e le salutiamo veraci angioli custodi della vita.

Di Francia uscì il ferro normanno che conquistò la Inghilterra: Normanni contro Sassoni, Danesi ed Angli (dopo tante invasioni gli aborigeni Zimry senza dubbio i meno) furono vipere contro vipere; dopo molte offese si persuasero che sarebbe stato più spediente per loro unirsi a danno altrui e si unirono rivoltandosi contro il nido che le aveva allevate; di qui la guerra inglese, le fiere battaglie onde stette battuta la Francia, un re inglese consacrato re di Francia a Parigi, un re di Francia prigioniero a Londra; ora poichè venga da natura che la reazione sottentri immediata all'azione, al regno di Carlo VII memorabile per codardia di re e per virtù di popolo succedeva il regno di Luigi XI; del quale fu scopo ridurre la Francia in forte e bello arnese prima per difendersi e poi per guadagnare: allora la Francia appariva un cumulo di feudi, di cui i principi spesso pari e talvolta superiori al re; fra loro o contro la monarchia senza requie combattenti; causa perpetua di subbuglio in mezzo a lei, impedimento a costituirsi gagliarda. Questo re adoprò le arti imitate dal Valentino più tardi ma con esito felice: grande lo scopo, la fortuna propizia, le vie praticate, trucissime talvolta, inique sempre: in Francia veruno lo loda, e tutti si avvantaggiano della opera di cotesto re; ipocrisia in contrasto o piuttosto d'accordo con la comodità. A parere nostro vanno errati coloro i quali credono che i casi e gli uomini dei secoli passati abbiansi a giudicare con le norme di giustizia che professiamo adesso noi; arduo del pari è stabilire se la nostra giustizia di oggi sarà giustizia domani; e comunque si pensi, chi ragiona considera i successi in corrispondenza dei tempi e con le qualità di sapere e di sentire degli uomini in mezzo ai quali cotesti eventi compironsi. Non unico Luigi diede mano ai veleni, alle mortali insidie, ai tradimenti; solo fu più avventurato degli altri; continuo allora il gioco col quale invece di una moneta si buttava all'aria una corona esclamando: o morte, o vita: quello che Luigi fece agli altri o emuli o parenti o fratelli, se non lo avesse fatto egli, lo facevano a lui: complice poi e instigatrice di delitti la religione: se, posti da un lato tutti i beni e dall'altro tutti i mali di cui è madre la religione fra i popoli, noi dobbiamo desiderare o no ch'ella cessi, mi asterrò decidere, ma veramente voglionsi addirittura bandire al mondo flagelli di Dio, quelle che come la cattolica nostra insegnano ad aprire un conto corrente con la coscienza dove una partita di bene compensi una partita di male, e bene si reputi la prodigalità ad alimentare l'errore e gli apostoli suoi. Nè ciò che noi da maggiore lume assistiti conosciamo assurdo ed anco sacrilegio, tale appariva a Luigi XI, il quale, pervertito lo intelletto, credeva davvero che la Madonna di Embrun ignorasse i suoi delitti, noti solo alla Madonna di Parigi; così presso a morire, narrano gli storici egli non mostrasse verun rimorso per le tante crudeltà commesse protestando averle stimate necessarie pel vantaggio della monarchia, vale a dire di sè medesimo; solo, mostrando qualche scrupolo per la morte del duca di Nemours, parve un cotal poco pentirsi di aver fatto perire questo amico della sua giovinezza.