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INDICE
PAGE
AL MARE! AL MARE! 5
PROEMIO 7
DIALOGO I. 41
DIALOGO II. 85
LINGUAGGIO
E
PROVERBI MARINARESCHI
PER
EMANUELE CELESIA
[Illustrazione: LOGO]
GENOVA
TIPOGRAFIA DEL R. ISTITUTO SORDO-MUTI
1884
Proprietà letteraria
AL MARE! AL MARE!
UN grido egli è questo che omai dovrebbe erompere dal cuore d’ogni Italiano, a cui la dignità della patria non sia un nome vano senza soggetto.
Cieco chi non ne vede le prepotenti ragioni; sciagurato chi, pur veggendole, non s’adopera con ogni nerbo nell’onorato proposito.
Cui tolto è il fare, concorra almeno coll’opera della eccitatrice parola.
Poco io t’offero, o leggitore, e per giunta, merce stantia; ma gli è quanto io possa, non dirò già di meglio, ma di men reo.
PROEMIO
SULLA costa orientale a poche miglia da Genova, siede murata sul mare, Camogli, terra operosa e ricca se altra fu mai. È munita di un porto che guarda verso ponente, e d’un molo ove si ormeggiano le navi, e che lo ripara alcun po’ dalle folate de’ venti. Quando soffiano impetuosi i rifoli di tramontana e di greco, impedendo ai legni l’approdo di Portofino e di Genova, e’ trovano in questa stazione un ben sicuro ricetto.
Il nome de’ Camogliesi e il loro ardimento son noti e celebrati per ogni dove. Niuna città meglio di questa Amalfi novella seppe comprendere la forza che viene dall’aggregare i piccioli capitali a compiere grandissime imprese. Su queste prode, ove sortiva la culla l’eroico Nicoloso da Recco, vive il tipo dei più intrepidi marinari ch’abbiano mai solcato l’oceano. E non gli uomini soltanto hanno i flutti in conto di vera lor patria, ma le donne istesse fan talmente a fidanza col mare, da crederle non degenere seme di quelle Liguri antiche, di cui diceano i Romani--aver esse l’ardimento degli uomini, come gli uomini la vigoria delle fiere.--
Udite memorabile caso. Correva il 24 aprile del 1855, e il Cresus, vascello inglese portentoso per l’ampiezza delle sue forme, carico d’armi e di salmerie destinate all’esercito che combatteva in Crimea, riparava, balestrato dalla tempesta, nell’acque di San Fruttuoso. Fischiava il maestrale, così fiero ne’ nostri rivaggi, il quale sforzando le gabbie, i trevi, la randa e la trinchettina, rendeva impossibile il governo della nave. Invano i marinai davano opera ad arridare sartie e stragli, a ghindare alberetti di gabbia, a stendere le velaccie, le velacine, i coltellacci e gli scopamari; ogni lor prova era vana. Ben aveano cignato i palischermi, trincato l’albero di rispetto, tesato le manovre correnti e mainato le grandi antenne per issar le vele di fortuna; il mare infuriava più minaccioso, e il povero legno, presi tutti i terzaruoli e archeggiando di bolina, vedeasi quasi perduto. In così fiere distrette una voce tremenda fra il sibilo degli aquiloni e lo scrosciar delle vele s’udì echeggiare sulla tolda--Il fuoco! Il fuoco!--E una colonna di fumo tra i cui vortici scoppiettavano innumerevoli scintille, dava indizio certissimo che le fiamme eransi appiccate alla nave. Si ebbe sul primo speranza che l’incendio potesse venir tosto domato dai potenti ingegni ond’era fornito il naviglio; infatti si pose mano alle trombe, affaticandosi in mille guise i marinai a soffocare le fiamme. Ogni sforzo dovea cadere infruttuoso. Le vampe ringagliardite dalle rafiche di tramontana guizzano su per le sartie sino al calcese, e fanno impeto in ogni parte del ponte; cade incenerita l’attrezzatura degli alberi e delle vele, e in più luoghi l’istesso cordame già sta per ardere; l’opera dell’uomo omai torna impotente contro quella furia divoratrice, che con mille lingue di fuoco slanciasi ovunque. Le strida, gli urli, i clamori vanno alle stelle.
Cadeva la sera. Al tetro baglior delle fiamme riverberate sui flutti, vedresti i marinai estereffatti gittarsi ne’ palischermi, e allontanandosi a voga arrancata, far prova di superare le ondate smaniose e afferrare le sponde; ma invano pur troppo; che grossi marosi venendo lor sopra gli tranghiottian negli abissi.
Gli uomini di San Fruttuoso discesi sul lido contemplavano intanto l’orrendo spettacolo e fremendo di rabbia stracciavansi i capelli, per non veder modo a portar soccorso di sorte alcuna a quelle vittime dell’acqua e del fuoco. I più animosi erano bensì corsi a sferrare i loro burchielli, e gittatisi in essi aveano tentato, punzando sui remi, di rompere l’impeto de’ cavalloni furenti; ma, eccoti, scostati appena dal lido, onde gigantesche spinte da fiero rovaio, rovesciarsi sui navicelli e affondarli. Taciti e con le pugne serrate i superstiti guardavansi in volto, e talora una fiera bestemmia irrompeva dalle lor labbra, per non poter dimostrarsi, quali erano veramente, gagliardi di cuore; quand’ecco scivolar loro dinanzi, quasi aereo fantasma, un leggiero schifetto, che ora elevandosi sulle creste de’ flutti, or ruinando ne’ cavi gorghi, traeva alla volta di quel gigante dell’acque, omai converso in un ardente vulcano. Al sinistro lume dell’incendio vedeansi in questa saettia due giovani donne, che con robusta mano battendo dei remi, parea comandassero ai flutti; correndo a golfo lanciato s’appressarono al Cresus, e quasi prendessero a scherno i vortici delle fiamme irrompenti e la furia dell’onde, agevolarono a molti de’ naufraghi un modo di scampo. Maria e Caterina Avegno si è il nome delle liguri eroine. L’infelice Maria, più l’altrui che la propria salvazione curando, lasciava in quei pelaghi miseramente la vita[1].
Pochi istanti appresso, la nave più che a mezzo combusta, girando in globo sopra se stessa, inabissavasi nelle profondità del mare.
Su queste rive, e proprio in Camogli, viveva nel 1859 Emilio Schiaffino, che reduce da lontani viaggi, traeva in onesta agiatezza, frutto di lunghi traffici marinareschi, i suoi giorni. Toccava allora i cinquant’anni d’età, ma forte e spigliato di membra, abbronzato dal sole de’ tropici e sciolto ne’ modi, era, sotto ruvida scorza, la miglior pasta d’uomo che mai. I marinai di Camogli, di Recco, di Santa Margherita e di Rapallo lo avevano in conto del più sperto capitano di nave de’ tempi suoi; a lui facean capo ne’ casi di grave momento, lui consultavano prima d’avventurarsi in qualche viaggio ed eleggeano arbitro nelle quistioni delle stalie, delle carature, delle avarie e de’ noleggi che talora sorgeano: e gli armatori non ponean mano alla costruzione di un naviglio qualsiasi, se innanzi tutto e’ non ne avesse giudicati per buoni i disegni, l’attrezzatura e perfino il legname.
Non eravi uomo da quanto lui per conoscere il mare. Lo si vedeva quando il cielo buttavasi al tristo, incamminarsi lungo le prode e fiutar la tempesta. Che è quel punto nero là in fondo? È una nave che lotta disperatamente co’ flutti; è uno schifo peschereccio che non può arrivare la spiaggia. E tolti senz’altro con se due compagni, e talora anche solo, saltava sul primo guzzo che gli dava tra i piedi, staccavane il canape, e abbrancati i remi, giù un’arrancata, e via di lungo sugli irati frangenti. Lo vedeano dal lido questo lupo di mare salire, discendere e salire di nuovo sulle onde arruffate, e in mezzo al turbine, saldo sul suo palischermo, abbordare il legno in pericolo, e aprirgli una qualche via di salvezza.
Egli aveva lunga pezza meditata e fatta sua la sentenza di Franklin, il quale c’insegna esser debito nostro d’onorare il mare, non solo come fonte inesausta di materiali vantaggi, ma eziandio come educatore possente del sentimento morale. Quanto l’umano intelletto, ei pensava, non si è affinato nel veleggiare l’oceano! Quanto le sue facoltà non si rinfrancarono nel combattere contr’esso! Di quai severi ed utili insegnamenti non ci fu dispensiero! Qual tesoro di cognizioni, d’esperienza e di saggezza dovè l’uomo acquistare, anzi che egli potesse spiegar le sue vele sulla distesa dell’acque, solcarle colle sue navi per ogni verso, esplorare le coste irte di promontorî e di bricche, misurarne le sterminate voragini, tramutare infine l’Atlantico, sto per dire, in una strada ferrata! Eppure v’ha qualche cosa di più sublime che il mare istesso, e questa eziandio è opera sua: la potenza intellettiva che il mare ha svolto in coloro che a lui s’affidarono, fino al giorno in cui lor fu dato di stendere la vittrice mano sulla sua ondosa criniera, e calcolare, quasi problema algebrico, il cerchio annuale de’ suoi turbini, sottoposti pur essi ad un movimento di rotazione e a una legge indeclinabile, al pari di quella che governa il corso delle comete e degli astri.
Assorto in questi pensieri, ei divisava continuo il modo di migliorare le condizioni della gente di mare, e rigenerarla a nuova vita. E invero i nostri marini, dal capitano fino all’ultimo mozzo, quanto erano valenti di braccio e capaci di governare per sola pratica una nave fra traversie d’ogni fatta, altrettanto andavano quasi digiuni di quelle cognizioni scientifiche, che pur si richieggono a formare un intrepido capitano, un destro pilota, un buon marinaio. Oggidì l’arte nautica è una scienza, anzi un complesso di scienze difficilissime, le quali hanno il lor fondamento non tanto sull’esercizio del navigare, quanto eziandio sopra i libri. Ed ei, lo Schiaffino, che gran parte della sua giovinezza avea speso sui legni americani ed inglesi, e conosciuto di quanto sapere andassero forniti i loro equipaggi, non potea mandar giù in santa pace la crassa ignoranza, che in Italia ancora offendea la gente dedita al mare.
Inoltre; le povere condizioni del semplice marinaio lo affliggevano d’assai; poichè se è a sperare, ei pensava, che le molte scuole nautiche, ond’è ricca l’Italia, possano dare al paese una generazione di naviganti che risponda alle necessità odierne, e tale da rivaleggiare colle altre nazioni, il misero marinaio che non può usare a tale scuole, e che va privo perfino dei primi elementi di lettere, trarrà sempre povera e grama la vita. Così questa classe tanto benemerita de’ nostri commerci, di costume integro ed onesto, fiera come leone e in un mansueta al pari d’agnello, esempio d’ogni virtù religiosa e domestica, questa classe che incallisce sul remo e il più del tempo disgiunta da cari suoi, si mitre di un frusto muffito per raggranellare di che sostentare la moglie diletta e i figliuoli, non troverà mai chi la sollevi alla vera dignità di uomo.
I suoi disegni d’avvantaggiare le sorti dei marinai e di educarli possibilmente alla scienza, erano in lui raffermati da quotidiani avvenimenti che vieppiù lo accendeano nella sua fede.
Lungo la spiaggia di Sori sorge a uscio e tetto un abituro, che diresti privo di ogni ben di Dio. È notte alta; sovra un nudo giaciglio dormono tre fanciulletti, a cui sonni veglia una madre ancora giovane d’anni, ma pallida e rifinita dalle protratte vigilie. Com’è stile delle donne delle nostre costiere, essa è intenta a condurre innanzi alcuni merletti; senonchè più che al lavoro, corrono i suoi sguardi a specie lare il sinistro aspetto del cielo, che poteva affissare dall’aperta finestra. E l’orizzonte mostravasi tetro e il mare a montoni, cagione a quella misera d’infinita amarezza, certa qual era che in quelle acque aveva l’istesso giorno dato fondo il naviglio, che dopo un anno di lontananza recava alle sue braccia uno sposo adorato. Ella vedea con terrore alla luce de’ lampi l’agitarsi d’una nave in contrasto co’ flutti; e quando il vento per brevi istanti taceva, pareale udire le strida de’ marinai invocanti soccorso. E allora cacciato a terra il suo tombolo, accendea prestamente una lampada ad un’immagine sacra che pendea sopra il capezzale, e svegliati di botto i figliuoli traeali innanzi a quella dicendo fra i singhiozzi--pregate, viscere mie, pregate la Madonna di Monte Allegro che vi renda salvo il genitore--.
E pregavano quegli innocenti levando al cielo le loro manine, mentre appunto il furore dell’onde e gli schianti del vento si faceano maggiori. Ed ella guardava lontan lontano sul mare, quando un lampo illuminando di tetro bagliore la solitudine dell’acque, le lasciò scorgere un uomo che disperatamente lottando co’ flutti tentava afferrare la sponda. Il cuore le balza nel petto: una voce interna le grida--è quegli il tuo sposo--. E forsennata di gioia cade innanzi all’immagine di Nostra Donna; indi strettosi al seno il minor de’ figliuoli e gli altri traendo per mano, scende deviata alla spiaggia per raccogliere nelle sue braccia l’uom del suo cuore. Infelice! Un immane maroso le sbatte a’ piedi un cadavere.
Traeano in quella da’ vicini casolari alla riva non pochi marinai, desiosi di recare, se lor tornasse possibile, un qualche soccorrimento alla nave, che dai fatti segnali argomentavano versasse in grave pericolo. Ma intanto un nodo di vento la mandava ad infrangersi contro gli scogli del litorale. Miserabile vista! Il corpo del naviglio giaceva a metà sepolto ne’ flutti; il fianco di dritta sfondato, gli alberi e i pennoni divelti, distrutto il traverso, i pavesi recisi, infranta la ruota di poppa. Tutti i naviganti per altro, stante la vicinanza del lido, ebbero salve le vite, da quello infuori, che smanioso di scendere a terra, volle tentare a nuoto l’arduo tragitto.
Non è a dire se i marinai accorsi alla riva si adoperassero a pro’ di que’ sventurati. Senonchè vista la salma del loro compagno, e accertatisi che ne’ suoi polsi non batteva più vita, lo tennero bello e spacciato; pur alcuni per tentare un’ultima prova, lo sospesero in guisa che dovesse dar fuori l’acqua ingollata. Altri s’adoperarono attorno alla donna, che uscita de’ sensi per avere in quel naufrago riconosciuto il proprio consorte, venia trasportata in un co’ figlioletti nella sua casicciuola.
Die’ la sorte che mentre appunto que’ marinai, tenendo bocconi il sommerso, tentavano di fargli rigettar l’ acqua dal petto nella speranza di rivocarlo alla vita, si recasse in quel luogo Emilio Schiaffino, disceso anch’egli alla spiaggia per veder modo di provvedere alla salvazione di coloro che avean fatto naufragio. E vista quella buona ed ignara gente affaticarsi in così misera guisa intorno all’annegato, battendosi fieramente la fronte--non vedete, gridava, ch’egli è questo appunto il modo di soffocarlo?--E fattolo recar senza indugio nel vicino tugurio--ciascuno attenda, diceva, al modo che àssi a porre in opera nel soccorrere gli asfitici per sommersione. Ho fede che in manco d’un’ora questo cadavere sarà reso alla vita--. I marinai si ricambiavano dubitosi uno sguardo e taceano.
Ei cominciò a farlo spogliare tagliando le vesti madide e ricercando se avesse lesioni in qualche parte del corpo. Indi fattolo collocare orizzontalmente sur un letticiuolo, e avvoltolo in coperte di lana, inclinavalo alcun poco dal lato destro, e trattane la lingua fuor della bocca, la mantenne così sporgente per mezzo di un anello elastico, di cui egli andava munito, e che affisse sulla lingua medesima e sott’esso il mento, collo scopo evidente di riattivarne la respirazione artificiale. Ciò fatto, postosi dietro il corpo del naufrago, afferrò d’ambo i lati la parte superiore del braccio presso la spalla, e così saldamente tenendolo, prese a tirare a se spalle e braccia, sollevandole alquanto e riconducendole quindi nella prima lor posizione. Questa operazione diretta ad effettuare energici movimenti di inspirazione e di espirazione ripetè lungamente, ma pur senza effetto di sorte alcuna. Senonchè egli aveva troppa fede nei risultamenti della scienza per porne l’esito in forse, e ben sapea per innumerevoli esempi, che spesso occorrono parecchie ore d’applicazione ordinata e metodica dei mezzi di soccorrimento, quando in ispecie la estrazione del naufrago è assai ritardata.
Comandò allora che un marinaio tenesse per i piè saldamente il cadavere, a ragione avvisando, che agitandosi tutto il corpo, mal si otterrebbe l’effetto di far dilatare il torace ed entrar l’aria nelle vie respiratorie. Quindi appigliandosi ad un altro metodo usato anch’esso con frutto in simili casi, prese ad elevare le braccia dell’annegato, portandole sopra la testa e quindi riconducendole nello stato lor naturale. Questa operazione interrompeva talora per applicare le mani ai lati del petto, e imprimere brusche scosse al cadavere, scosse che valgono il più delle volte a rianimarne la respirazione: nè s’ingannava. Alcuni istanti appresso un lungo respiro accusava nel povero sommerso il ritorno alla vita; i marinai guardansi trasognati; il creduto estinto apre gli occhi.... La scienza aveva trionfato!
Ma l’ardente amore dello Schiaffino verso i suoi simili non appagavasi a tanto, e pensando a ciò che già fecero Americani ed Inglesi a tutela de’ naviganti, divisava il modo di stabilire in que’ paraggi una Stazione barometrica e una Società di Salvamento pei naufragî sull’andare di quella che il Cogan e l’Haves fin dal 1774 fondavano in Inghilterra. Quel negozio non era invero de’ più facili, porgendosi avversi od incerti i maggiorenti di que’ luoghi e l’ignoranza de’ suoi stessi compagni. Se è destino, diceano, che il nostro fato si compia, qual forza umana potrà lottare coll’oceano infuriato e contro il demone della tempesta? La Madonna del Boschetto saprà alla peggio camparci da ogni sinistro; più delle vostre stazioni o società di Salvamento varrà a schermirci da ogni traversia l’accrescere le carature dovute alla Chiesa. Imperocchè àssi a sapere che da’ que’ lidi non salpa mai nave che non sia costituita in società commerciale, ponendo ciascuno, secondo i proprî averi, quel tanto di danaro che si richiede; queste parti son dette carati, e alcune di esse soglionsi assegnare al Santuario del luogo, acciò la Madonna franchi il legno da ogni fortuna, e faccia prosperare i suoi traffici. Di questa guisa rendendo maggiormente partecipe ai lucri del bastimento la Chiesa, que’ semplici uomini sfatavano ogni altro mezzo che gli ponesse al coperto dei pericoli della navigazione.
Non ostante questa ed altre contrarietà di tal fatta, venne il dì in cui potè mandare ad effetto il suo onesto disegno.
Bella e lieta terra è Rapallo, culla di intrepidi navigatori e di quel Biagio Assereto che nelle acque di Ponza ruppe l’armata di due monarchi e gli ebbe captivi. Ivi sortiva del pari i natali quel Bartolomeo Magiocco, che i nostri marinai hanno in conto di loro patrono. E chi non ne conosce il più che umano ardimento? Era la notte del 6 di luglio 1550, e i Saraceni guidati dal feroce corsaro Dragut mettevano a ruba la terra, insozzandosi nel sangue de’ cittadini, e sfrenando le proterve lor voglie nelle vergini che trascinavano sui lor negri Caramussali e sulle loro Maone. Il Magiocco, desto a quell’insolito frastuono, balza dal letto, e udito che costoro traevano prigioniera la sua fidanzata, armatosi di un coltello che primo gli venne alle mani, si cacciò fra l’orde nemiche, e aggroppatosi intorno i più prodi fra i suoi, fe’ tal macello de’ Mussulmani, che costrinse alla fuga i superstiti, non senza prima aver tolto dalle lor mani la vergine del suo cuore.
Inauguravasi appunto a Rapallo alcuni anni addietro un cantiere, e i reggitori di quel luogo per invogliare i capitani a far ivi costrurre i lor bastimenti, avean promesso roma e toma agli armatori. Lo Schiaffino allettato dai grossi premî e dallo sgravio di ogni balzello che faceasi alle ferramenta e a’ legnami, avea posto ivi mano alla costruzione d’un naviglio. Tirati dalla fede che riponevano intera nella valentia e nella onestà sua, tutti correvano a gara per ottenere un qualche carato, sia sul corpo come sul carico: e perfino i marinai non si teneano dal profferirgli il loro peculio in tanti anni di fatiche ammassato. Ei prescelse appunto le offerte di questi, promettendo loro altresì di prenderli al servizio del legno nelle diverse lor qualità di mozzi, velieri, gabbieri, contromastri, nostruomini, timonieri, macchinisti e piloti, alla sola condizione ch’e’ sapessero leggere, scrivere e far di conto.--Voi qui avete, ei dicea loro, una scuola serale per chi ancora va ignaro de’ primi elementi di lettere: avete una scuola nautica per chi già li possiede. Fino a primavera inoltrata il legno non sarà in punto: mettete a profitto questa invernata, ed io torrò meco i migliori tra voi.--Non è a dire se quei marinai mossi dai larghi guadagni ch’ei facea balenare a’ loro occhi, dessero opera assidua alla scuola, e ogni loro ingegno ponessero a riuscire valenti.
Imperciocchè e’ voleva altresì istrutti i suoi marinai per recare ad effetto un suo vagheggiato disegno sul linguaggio navale. Non era no lo Schiaffino un uomo di lettere; ma il divario che correa fra questo linguaggio, qual si attinge dai libri più usati, con la parlata comune de’ marinai, divario, fonte talora d’equivoci nel comando e nel governo della nave, gli avea persuaso la necessità di attenersi a quel di essi, che meglio rispondesse allo scopo. Ma con qual criterio procedere in quella bisogna? La lingua de’ libri, scorretta, imbastardita da voci straniere, non poteva andargli a versi a patto veruno; quella de’ marinai concisa, colorita, vibrata, cadea per altro sovente nel triviale e nel fango. Tale era il suo avviso: e perciò volea culta la sua gente di bordo, poichè quasi per istinto sentiva, che quel linguaggio deterso da alcune macchie di pronuncia, d’elisioni, di eufonismi e di modi talora scurrili e proprî del dialetto soltanto, avrebbe finito per trionfare.
Quanto egli assennatamente sentisse avremo campo a dimostrare nei seguenti Dialoghi.
Intanto nel cantiere tutto era in moto: le maestranze affaticavansi quali alla struttura del corpo della nave, quali ad assestare gli attrezzi; argani volanti issavano enormi legni: fervea l’opera ne’ magazzini, ardean le fucine, da cui spricciavano le scorie infiammate a guisa di fuochi artificiali; mastri d’ascia, legnaiuoli, calafati, carradori, bozzellai, funaiuoli e trivieri senza confusione veruna in piccolo spazio affrettavano i loro lavori. Vedevi là da un lato ammonticchiarsi le contre e le scotte; più in là le boline separate dalle drizze: cataste di bigote disposte a seconda de’ fori: ghiere, cigale, radancie, penzoli, castagne, trozze, paterassi e bozze di più ragioni. Lo Schiaffino avea cavato l’abete da Danzica: la quercia da Brema: questa per le interne parti; quella per l’ossatura di fuori. Volle d’olmo lo scafo, come quello che nutrendosi di acqua, fa ottima prova nelle parti sommerse. E qui ti occorreano allo sguardo sparsi sulla spiaggia i fasciami de’ tavoloni per l’interno rivestimento del naviglio, non che le serrette per coprire internamente il fondo e il fianco della carena: e traversi, puntelli, pilastri e lapazze. In altre parti bolliva il catrame, e i pegolieri ne imbeveano i filacci per poi torcerli in corde, mentre altri ne spalmavano le gomene ed i legnami per meglio securarli dagli effetti dell’umidore e dai tarli. Era ovunque una faccenda ed una pressa che mal potrebbe significarsi a parole.
E già la nave faceva di sè bella mostra: tutti maravigliavano la sveltezza delle sue forme, il garbo dell’ossatura, del fasciame, delle paratie, la maestria delle sue proporzioni, la leggiadria della chiglia, delle ruote, degli stamenali e d’ogni altro nautico arredo. Era un legno veramente magnifico; staggiava mille ottocento tonnellate: munianlo due alberi: un albero di trinchetto con trinchetto di goletta, parocchetto e velaccio di trinchetto; e un albero di maestra con randa e freccia, una trinchettina, il fiocco e vele di straglio. Aggiungi una macchina di trecento cavalli ad alta pressione, che poneva in moto una elice doppia, la quale assicurava alla nave una velocità tale da poter filare sino a diciasette miglia all’ora.
Messo in assetto il naviglio, non altro restava che la cerimonia del suo battesimo e la formazione del ruolo dell’equipaggio.
Era un bel mattino di giugno e tutto il paese di Rapallo e gli uomini di Pagana, di Santa Margherita, di Portofino e delle terre contermini, messi a festa, traevano ne’ pressi del cantiere per assistere al varo. Il legno addobbato a gala con la pavesata adorna d’arazzi e bandiere d’ogni taglio e colore, tirava a sè gli sguardi di tutti. Il vessillo nazionale sbatteva al picco di mezzana; all’estremità dell’albero di maestra, lo stendardo della Croce rossa in campo d’argento. Brulicavano d’immensa moltitudine i lidi: il mare istesso formicolava di trabaccoli, di burchielli, di guzzi, di tartanelle, di schelmi, di fuste, di bilancelle e di zattere: tutto insomma il barchereccio del golfo. Le campane scioglievansi a gioia: risonavano attorno allegre canzoni. Bandiere, orifiamme e pennoncelli dovunque.
Un degno sacerdote salito sopra la tolda compie i prescritti riti, e spargendo d’acque lustrali la nave, imponeale per ordine del capitano il nome di Biagio Assereto, il valoroso domatore dei re d’Aragona e Navarra. Ciò fatto, un fischio acutissimo s’ode echeggiare sul ponte: gli occhi di ognuno si convertono al legno: cadono a un tratto i ritegni che teneanlo fermo alla riva: vanno a terra i puntelli: una specie di tremito agita la gran mole che comincia a barcollare: fra tanto popolo accorso non udresti una voce, un sospiro; e soltanto dopo che il naviglio strisciando sulle guide spalmate di grasso, prese, fumigando, l’abbrivo al mare che tosto il cinse de’ suoi liquidi amplessi, un clamore infinito di urli di gioia andò a ferire le stelle.
Il dì appresso i marinai che s’erano offerti allo Schiaffino, raccoglievansi nella di lui casa per dare i lor nomi sul registro dell’equipaggio, e fermare le condizioni della loro ascrizione. Trenta egli ne elesse destri, intelligenti e animosi giovani, per mezzo de’ quali sperava poter rigenerare negli abiti della vita e nella lingua navale le marinaresche popolazioni della costiera orientale; indi, accomiattandoli--domani, ei disse loro, alla punta del giorno noi farem vela.--
E alla punta del giorno il capitano saliva la nave, ma ombrato il volto, qual chi teme una imminente sventura. Gli uomini dell’equipaggio erano tutti al posto dai diversi uffici loro assegnato; i macchinisti, il pilota attendeano i comandi: e i comandi mai non impartivansi. Eppure l’aspetto del mare e del cielo annunciava che superato agevolmente il capo di Portofino, in poche velate sarebbesi imboccato il porto di Genova, ove la nave dovea completare il proprio armamento e prendere il carico. Due altri bastimenti ch’erano in que’ paraggi sull’àncore, aveano già preso del largo; i marinai non poteano insomma comprendere l’esitazione dello Schiaffino nel dar gli ordini della partenza. Peggio poi quando invece dell’ordine di salpare, s’udì il capitano comandare di mettersi in panna, di gettar l’àncore, d’ammainare i bastardi e le antenne, come se minacciasse un fortunale. Una parte dell’equipaggio fu eziandio licenziata a scendere a terra.
E invero l’occhio espertissimo dello Schiaffino avvisava qualche cosa di sinistro sulla faccia delle acque e del cielo; lontan lontano s’udiva come un ronzio propagarsi sulle ancor quiete marine, foriero certissimo di non remota procella; vedeansi le nubi sbandare per rombi diversi; correan le onde non grandi, ma però spesse ed acute, e agitate da un cotal moto che all’occhio indagatore nulla prometteva di bene. L’aria impregnata d’elettrico: una lunga schiera di augelli rigava il cielo, e volgeasi rapidamente alla terra. Egli aveva inoltre osservato il barometro che improvviso scendeva: avea spiato la formazione dei cirri e gli aloni: tutto indicavagli insomma lo appressarsi della tempesta: ed ei volea cogliere il destro non solo di scampare la nave, ma di porre ad esecuzione una sua antica proposta.
E la tempesta non si fe’ attendere a lungo, e furiosa per modo, che i due legni che avevano prima sferrato, vedeansi da lungi lottare penosamente contro l’urto dei venti che gli sbalestrava nelle scogliere del Capo, e contro le infuriate onde che parean seppellirli entro i lor vortici. E fu loro mestieri pel gran travaglio alleggerire gli scafi, ciondolarli alle bande, usare ogni argomento dell’arte per impedire che le àncore si rompessero sulle marre dei ronzoni. A mala pena poggiando alla banda, e filando gli ormeggi per occhio, poteano sostenersi sui flutti. Per contro il Biagio Assereto non uscito da quel securo seno, prendeva a scherno ogni ira di mare e di cielo. S’addiedero allora i marinai ch’aveano collo Schiaffino posto il piè a terra, da qual tremendo pericolo ei seppe francarli.
--Non avevi tu visto le procellarie e gli altri augelli marini aliare sinistramente sui flutti?
--La luna è al secondo suo quarto; ieri il sole tramontò listato di macchie ... cattivi pronostici per mettersi a vela.
--Ben l’indicava la salvastrella che incartocciavasi, e il trifoglio che levava ritti ritti i suoi steli.
--Che la burrasca fosse imminente diceanlo le mosche che succhiellavano più vivamente le carni; le passere che facevano uno strano cinguettare sugli alberi; le api che non si discostavano dai loro alveari; i lombrichi che usciano di terra; il suono delle campane che udiasi ben di lontano ...--
E fedeli al proverbio che canta: della sapienza di poi son piene le fosse, tutti allora erano certi, che sarebbe stata follia lo sciogliere i canapi. Nondimeno compresi di viva riconoscenza traeano presso il lor capitano.
Stava egli allora a colloquio col sindaco e i maggiorenti del luogo in una sala della sua casa per avvisare sulla possibilità di recare un qualche soccorso ai due legni in procinto di naufragare, e fremea per l’impotenza di liberarli da un imminente disastro. La venuta de’ marinai e la presenza degli uomini più notevoli del paese parvegli occasione propizia per incarnare un suo antico disegno; ond’è che levatosi e raccoltigli intorno a sè, così prese a dire:
--Voi vedete, amici e compagni, l’impossibilità in cui per manco di mezzi noi siamo di recare un qualche soccorrimento a quei miseri. Ma s’e’ versano in gravi distrette, gli è perchè l’hanno eglino stessi voluto; io per certissimi indizi gli avevo ammoniti a non fidarsi oggi al femminile sorriso del mare; le sue carezze nascondevano il tradimento. E se or non c’è dato volare in loro aiuto, tutta su voi ne ricade la colpa, o signori; ed io terrei questo pel più bel giorno della mia vita, se vi piacesse avvisar meco al modo di prevenire le fortune di mare, e di rendere affatto innocui i naufragî.--
Queste parole pronunciate coll’accento di sicurezza propria dell’uomo di mare, scossero profondamente gli astanti, i quali per bocca del sindaco--parlate, gli dissero; che àssi a fare per scongiurare i danni gravissimi che ad ogni istante gettano nella desolazione le nostre famiglie? Noi siam tutti presti a mandare ad effetto quanto voi saprete proporci. Parlate.--
In quello istante parve che l’uragano rimettesse alquanto della sua furia; il capitano, appuntato il suo cannocchiale, vide un de’ legni correre al largo, mure a sinistra, sotto le sue vele basse, le vele di gabbia, i parrocchetti, la brigantina ed i fiocchi; stava anzi in quel punto issando i coltellacci e i papaffichi. Anche l’altro naviglio, vinta la traversia, spiegava al vento il trevo della maestra, e serrata la mezzana, facea, correndo, la prua a Portofino. Ond’egli con animo più rimesso, così parlò loro:
--Voi conoscete il noto adagio: chi s’aiuta, Dio l’aiuta: ma noi siamo ancor lontani dal metterlo in pratica. Chiamare Dio e i Santi in mezzo ai pericoli della sconvolta natura, gli è certo un ottimo avviso; ma meglio ancor tornerebbe il prevenire questi pericoli, dacchè la scienza ci ha porto il modo di prevederli e schermircene. Uditemi. Non v’ha capitano il quale non sappia che le brusche oscillazioni barometriche accusano quasi sempre lo scoppiare d’una tempesta. Quindi è che le navi van provvedute di barometri, che il capitano ad ogni tratto consulta, ma che troppo spesso non sa interpretare, nè porre in relazione con le condizioni geografiche del luogo, con la temperatura e co’ fenomeni elettrici dell’atmosfera. Ma se i lavori dell’_Associazione Marittima_ fondata dallo illustre Maury andranno, come ne ho fede, ogni dì più allargandosi, gli uomini di mare cresciuti alla scienza sapranno antivedere non solo la procella e i perturbamenti dell’aria, ma diminuirne eziandio la frequenza e cansarne i pericoli.--
--Senonchè i piccioli legni di cabotaggio e i navicelli de’ pescatori, tanto esposti nei nostri rivaggi ai furori dei libecci, van privi di questi notevoli ammonimenti, e quand’anche ne fossero in possessione, non saprebbero oggidì per la loro ignoranza cavarne costrutto veruno. Eppure in altre nazioni e specialmente in Inghilterra si venne in loro aiuto. Il duca di Northumberland propose, non è molto, a Tomaso Sopwith presidente della Società meteorologica l’istituzione di Osservatorî nei numerosi villaggi de’ pescatori disseminati su quelle costiere. Era suo intento tutelare le vite e gli averi di tanti uomini laboriosi mediante la previsione del tempo, qual ci viene indicata dalle osservazioni barometriche e meteorologiche. Accolta con plauso una tale proposta, Sopwith e Gleisher si diedero con ogni studio ad erigere stazioni meteorologiche, e furono tenuti in conto di veri benefattori dei marinai di quelle spiaggie, i quali appresero a breve andare l’uso di quelli strumenti, di cui vollero farsi mallevadori e custodi. Ond’è che tali stazioni moltiplicarono in pochi anni per modo, che quasi tutta la costa n’è oggi fornita; i loro salutevoli effetti son senza numero. Io vi propongo adunque anzitutto la fondazione di uno di questi osservatorî, i cui risultamenti varranno a risparmiare alla nostra riviera non poche vittime per ciascun anno.--
--Nè questo è tutto. Io leggeva poc’anzi ne’ vostri occhi e in ogni vostro atto un desiderio ardentissimo di correre a salvezza di que’ due legni, che sordi ai responsi della scienza, osavano incauti avventurarsi ad una calma infedele. Salvarli! È presto detto; voi mi conoscete, e v’è noto se io mi sia tale da indietreggiare in faccia al pericolo. Ma con questo furiare d’acqua e di venti, io non potea trascinare i miei compagni a inevitabile perdizione. Rammentate ciò ch’io testè vi diceva: che se, cioè, non mi venìa fatto di recare soccorso ai pericolanti fratelli, dovete voi soli tenervene in colpa. Ed eccomi pronto a chiarirvene. Avete voi mai pensato a fondare su queste prode, così esposte ai turbini ed alle procelle, una Società di Salvamento? Avete voi i così detti canotti di salvataggio, quali si hanno dalle più colte nazioni? Voi per certo da me non pretendete l’istoria di queste lancie di salvamento che devonsi a Enrico Greatheard, ingegnere inglese, nè il modo della loro costruzione. Io vi dirò solo esser tali, che il loro sommergimento riesce impossibile, perchè formate in guisa, da far loro d’un tratto cambiare direzione per evitare o superare i marosi irrompenti: e munite di aperture nel fondo per lasciar colar l’acqua che talor le ricopre. Mediante questi agili arnesi torna assai facile lanciarsi ne’ flutti agitati, e volare in soccorso dei naufraghi. Nulla dirò di tanti altri mezzi, e in ispecie dell’_artiglieria di salvamento_, che consta di un grosso archibuso, con cui si scaglia un canapetto raccomandato a una freccia di punta barbonata, che conficcandosi in qualche tavola del naviglio sbattuto dall’onde, serve ai pericolanti per istabilire l’andrivello o altra via di salvazione. Vi basti sapere che migliaia di naufragî devono a questi congegni la vita.--
Il capitano taceva, e spiava negli occhi degli astanti l’effetto delle sue proposte. E questo fu tale da doversene assai tenere. Primi i marinai con quella eloquenza che appalesa l’interna agitazione dell’animo, levando in alto i loro berretti, ruppero in un grido, dicendo--vogliamo una stazione anche noi: vogliamo la lancia di salvamento.--E poste le mani ai borselli, proffersero chi più chi meno la loro moneta per la compra degli strumenti opportuni. Senonchè il capo del comune e gli altri più cospicui signori, mal comportando che venissero gravati que’ marinai per un’opera che tornava a beneficio di tutta la terra, si tolsero essi stessi l’incarico di fondar la stazione e provveder gli altri arnesi; talchè giova sperare che tra non molto i paesi litorani della costiera orientale andran muniti di questi possenti mezzi di preveder le tempeste e scongiurare i naufragî.
Poche ore appresso sul Biagio Assereto tutto era in moto; il grido che comanda la rotta risuonò per la tolda--Orza alla banda!--E tosto vedevi il legno spiegar le sue vele, il trinchetto, la brigantina, la gabbia, i coltellacci, le vele di freccia e di straglio, e cazzate le scotte, pigliare i venti e l’abbrivo. Tirò subito al largo virando a ponente: e lasciandosi addietro i curvi rivaggi e le insenate del golfo, doppiò il capo di Portofino, le cui roccie cadenti quasi a fil di sinopia sul mare, il sole volgente all’occaso colorava di caldissime tinte. Allora apparvero a dritta in tutta la pompa della loro bellezza i lieti prospetti e le ingiardinate prode della riviera, spiranti un incognito indistinto di profumi e di odori. Rifletteva lo specchio delle acque il verde delle soprastanti colline: ma tra quel tripudio della terra, delle acque e del cielo i marinai cessavano a un tratto le allegre canzoni, e quasi tirati da magica forza correan collo sguardo alle piagge fuggenti. Era infatti quell’ora, che come divinamente canta il poeta:
....volve ’l disio
A’ naviganti, e intenerisce il core
Lo dì ch’han detto a’ dolci amici addio:[2]
dileguavano da lungi i contorni de’ monti, e le ombre si distendeano sui flutti. In quel religioso silenzio un’ardente preghiera alla Stella del mare, a N. D. di Monte Allegro correa sulle labbra di tutti, dal capitano al mozzetto di poppa.
Intanto la nave filando dieci nodi all’ora, col trinchetto e la borda allargata di buon braccio, lasciandosi addietro una via schiumeggiante che allungavasi fin oltre la vista, imboccava quasi a levata di sole il porto di Genova. Meraviglioso prospetto! L’astro del giorno indora cupole e torri, e accompagna, sto per dire, la città che scende degradando dai monti, irti di baluardi e castella, per riposarsi nella curva sua rada. Eccoti innanzi una selva di navi, su cui s’innalza il Faro superbo, con sotto le batterie fioreggianti; e dovunque sui sbarcatoi, moli e banchine una pressa, un agitarsi che accusa la vivezza de’ traffici, onde si privilegia la metropoli della Liguria.
S’udì allora squittire acuto il fischietto del capitano, e i marinai salirono di botto in coperta ad eseguirne i comandi. Ed egli fatte imbrogliare le vele, ammainare antenne e pennoni, ordinò si desse fondo ai ferri e si legassero a terra i provesi.
Nel tempo ch’ei spese a porre in pieno assetto la nave, in un porto frequentato da legni di tutte le marine italiane, lo Schiaffino ebbe campo vastissimo di studiarne la parlatura e raffrontarla con la lingua de’ libri, ma pur senza cavarne un chiaro e determinato costrutto; finchè sorse quel giorno in cui di proposito potè provocare la trattazione di un argomento che tanto stavagli a cuore. Come ciò avvenisse e qual ne fosse l’effetto, vedran que’ leggitori ai quali possa dirsi con Dante:
O voi che siete in piccioletta barca
Desiderosi d’ascoltar, seguite
Dietro al mio legno che cantando varca[3].
DIALOGO I.
AL comando dell’_Assereto_ venia dallo Schiaffino, già troppo oltre negli anni per commettersi ancora alle fortune di mare, preposto Nino Bixio, già in fama d’intrepido marinaio, al pari di valoroso guerriero. Nato sui flutti, avvezzo da primi anni suoi a lottare coll’impeto degli uragani, ei v’attinse quella tempra di ferro e quell’ardimento indomabile, di cui die’ sì nobili prove nella meravigliosa epopea del risorgimento italiano. E lustro a’ più doppi maggiore sarebbe, siccome io penso, a lui derivato, e avrebbe l’Italia aggiunto il di lui nome a quello de’ più insigni ammiragli, se al povero mozzo del Pilade e Oreste, avezzo a salire in coffa per il passo del gatto, (egli ha comune con Garibaldi la gloria d’aver fatto le prime sue armi in quell’umile uffizio) fosse arrisa sì amica la sorte, da conseguire, anzichè d’un corpo d’esercito, il comando supremo di una armata navale.
Tale era infatti il desiderio più intenso della sua vita.
Volgeva il maggio del 1866, e la guerra contro l’Austria stava per iscoppiare. Il naviglio italiano raccoglieasi in Ancona: e se l’intera nazione ponea piena fede nelle sue schiere di terra, punto non dubitava che i marinai liguri e veneziani avriano al primo urto conquassate nell’Adriatico le forze nemiche. Con questa certezza nel cuore null’altro attendeasi che la scelta d’un ammiraglio, il quale aprisse a’ nostri prodi la via del trionfo.
Narrò allora la fama che Nino Bixio sollecitasse un’udienza a re Vittorio Emanuele che l’ebbe sempre assai caro. Fattosi innanzi a lui--Sire, ei diceva, manca un duce all’armata che voglia e sappia vincere ad ogni costo; io ve ne chieggo il comando. Siavi mallevadore della vittoria il mio capo e quello de’ figli miei. Io fo qui sacramento di seppellirmi tra i flutti, o di tornar vincitore--.
Povero Nino! Parecchi dì appresso avvenne lo scontrazzo di Lissa, che gli seppe più micidiale d’un coltello nel cuore.
Con la passione del mare nell’anima, passione che più tardi lo spinse ad abbandonare l’esercito e gli onori di generale per lanciarsi un’altra volta in mezzo all’oceano, e aprir nuove vie nelle regioni dell’Indo-Cina al commercio italiano, non è a dire se accettasse di gran cuore il comando offertogli dallo Schiaffino. Perciò attese con sollecita cura a completar l’armamento della nave e a rifornirla di quanto i moderni trovati sapeano offrire di meglio.
Diè la sorte che nel gennaio del 1860 in una delle quotidiane sue visite all’_Assereto_ io gli fossi compagno; e benchè quasi nuovo alle cose marittime, ebbi campo non solo ad ammirare la sua pratica marinaresca, ma e la sua profonda scienza nelle nautiche discipline. Avresti detto non aver egli atteso ad altro in sua vita che agli studi navali.
In quella occasione, stimolatovi dallo Schiaffino, che più volte s’era aperto con me intorno la convenienza d’unificare il linguaggio marinaresco, io mi proposi di fare appunto cadere il discorso su questo argomento. Infatti dopo l’asciolvere passammo in una camera che era insieme armeria, biblioteca e gabinetto di fisica e di metereologia, tante armi, libri, macchine, areometri e strumenti d’ogni ragione aveavi raccolto; ivi ebbe luogo fra noi il dialogo, che a un dipresso qui intendo trascrivere.
Autore.--Tu hai veramente tutte le parti che si convengono a valente capitano navale, come mostrasti posseder quelle di prode soldato: e ben a ragione la patria attende da te ancora gran cose.
Nino Bixio.--Non amo gl’incensi, tu il sai; il poco che mi fu dato operare era sacro debito di figlio verso la comun madre, l’Italia, il cui nome, per Dio, sarà fatto ognor da me rispettare.
A.--Cominciamo adunque a rispettarlo noi stessi. Se io testè ti lodai (e ogni lode invero è scarso tributo a’ tuoi meriti), gli è per meglio aprirmi la via, non dirò a un biasimo, bensì ad una esortazione, che per tuo mezzo vorrei indirizzare agli uomini di mare, e della quale per carità verso la patria vorrai tener conto.
N. B.--Parla, parla; in te riconosco pur sempre il franco e leale amico de’ nostri primi anni: e ben sai ch’amor di patria ha in me tal potenza, da dar fuoco, ove occorra, a Santa Barbara e far saltare in aria la nave. Altro che tener conto delle tue esortazioni!
A.--Sollo; ma so del pari che non soltanto ne’ grandi cimenti si serve la patria; e ch’è mestieri riconoscerla sempre, in tutte le operazioni della vita, in tutte le ore, ne’ più minuti atti nostri. Da qual nazione cavasti le macchine, gli arnesi, il fornimento insomma della tua nave?
Emilio Schiaffino.--Dall’Inghilterra, e ciò per espresso consiglio di Nino.
A.--Io non vo’ cercar le ragioni per certo valevoli che ti mossero ad acquistare ogni arredo da costruttori stranieri, mentre si hanno in casa officine e operai........
N. B.--Oh questo poi gli è un voler spingere l’amor della patria oltre i debiti confini del giusto.
A.--Forse. Ma quando sento sulle tue labbra e su quelle di tutti i capitani di mare suonar voci straniere scrie, scrie, e assegnar barbari nomi ad arnesi e cose ch’han vocaboli italiani e leggiadrissimi, non mi avrai per soverchiamente severo, se te ne fo’ riprensione in nome di quella patria, ch’ha dritto di sentire usata da suoi figli e a bordo delle sue navi la propria favella, anzichè un gergo non suo.
N. B.--Converrei teco assai di buon grado, se l’Italia possedesse al pari degli altri popoli una favella marittima comune a tutti i suoi figli; ma niuno ignora che corre fra essi un divario così spiccato e notevole, che il nome di ogni attrezzo cambia di punto in bianco ne’ vari porti italiani. Ciò non comprendono i letterati di professione, sprofondati ne’ lor libri e non usi all’aperto conversare colla gente di mare; ma noi che co’ tuoi classici c’andiamo un po’ grossi, noi, dico, sappiamo che una imbarcazione, a mo’ di esempio, si chiama passerella, caicco a Venezia, canotto, jola a Genova, pallone, serenì a Napoli, e va dicendo. Del resto, ciò è naturale. I governi che si succedettero in Italia nei due ultimi secoli, intesero a conciarla per modo, che i suoi figliuoli non si credessero membri d’una sola famiglia; onde ne venne che non potè costituirsi un linguaggio marinaresco, che fosse glorioso patrimonio dell’intera nazione. Ne’ tempi a noi più vicini, dopo il misfatto del 1815, Napoli si sequestrò dalla Italia, l’Austria imbastardì la flotta veneta, Toscana, smarrite le splendide tradizioni de’ cavalieri di Santo Stefano, non ebbe, si può dire, più navi: e quanto a Genova, le fu imposta dal Piemonte, ben sai, la camicia di Nesso, cioè la favella francese, che soltanto nel 1836 potè tôrsi di dosso. Conseguenza di questi fatti si è la mancanza di un unico linguaggio che sia vivo e si mova e si parli sulla tolda delle navi italiane. Ond’è che ciascuno di noi adopera i proprî vocaboli, o quelli che più gli tornano acconci, senza che per questo l’Italia n’abbia a scapitare d’un pelo, come non scapitò mai per l’uso inveterato e costante de’ suoi vari dialetti. Se fosse altrimenti......
A.--E altrimenti è la cosa, mel credi. A te uomo d’azione e capitano fortissimo falli il tempo per dare opera a’ studi, che ti avrebbero appreso esistere il linguaggio di cui accusi il difetto, per quanto abbiano fatto i nostri oppressori, non nei libri soltanto, ma eziandio nei trecento mila marinari italiani che l’usano, e che con esso in modo uniforme, se ne togli le poche accidentalità dei dialetti, ricambiano i loro pensieri. La favella ch’e’ parlano e che forse tu tieni a vile, come patrimonio plebeo, è invece il più nobile, il più poetico di tutti i tecnici idiomi; e mal s’avvisa colui che tenta sfatarlo, e sostituire a’ que’ modi ingenui e nativi un lessico di conio straniero, qual s’apprende nelle scuole e nelle scempie traduzioni de’ libri francesi od inglesi che in esse corrono. Tale è pur troppo il vezzo odierno: dispettare le patrie gemme, e in quella vece far pompa di fronzoli e di forestiero ciarpame. Farfalloni e scapucci da spiritare. Lascia, amico mio, le imbarcazioni al loro vero significato, cioè all’atto dell’imbarcare e non alla barca: lascia le altre voci da te memorate, come quelle che non hanno aria e fattezze nostrane, e vi sostituisci i vocaboli di palischermo, burchio, burchiello, sandalo, schifo, gondola, scafo e di altri piccioli legni fatti per servizio di grandi navigli, e tali da non dilungarsi troppo dal lido. Scendiamo al vero e originale linguaggio de’ marinai non adulterato per anco da oltramontana barbarie; ivi ci verrà fatto di rinvenire inesplorati tesori d’evidenza, di bellezza e di forza. Esso è tuttavia quello, da pochi casi infuori, in cui dettaronsi opere famose ed immortali; a questo è mestieri rivolgersi, questo adoperare soltanto; poichè di tal guisa potrem dirsi veri italiani, stretti almeno nella unità della lingua, ch’è tanta parte della nazione. Nè tutto ciò tu ignori per fermo; ad ogni modo pensandoci un po’ adentro, rileverai di leggieri la sovrana venustà d’una lingua, alle cui fonti attinsero un giorno tutte le nazioni civili.
N. B.--Non posso negare che più volte mi passò, come in nube, alla mente, che una unica lingua esistesse fra la gente di mare: ma i casi della mia vita non mi consentirono di svolgere gli antichi scrittori e raffrontarli colla parlata di bordo, talchè l’ebbi in conto di sciatta e dammeno. Or son lieto che tu venga a scaltrirmi dell’error mio; e perciò entrambi ti sarem tenutissimi ove ti piaccia per intero accertarcene.
E. S.--Sie, sie; mano dunque alle prove.
A.--Non arduo l’assunto; anzi tu stesso, o Nino, verrai in mio soccorso, tu che la storia d’Italia hai, si può dir, sulle dita.
N. B.--Come c’entra la storia?
A.--Assai più di quanto a primo aspetto non mostra. Non io posso invero consentire col Graser[4] ed altri tedeschi, che il più del nostro glossario marittimo fanno derivare dai Greci; questo ben so che gli avi nostri non tolsero nè dalla Grecia, nè da Cartagine la loro scienza navale, bensì da’ primitivi Pelasgi, dal cui carabo ci vennero le voci caracca e caravella, or ite in disuso, e da’ Tirreni od Etruschi, cioè da quelle stirpi italiche che prima d’ogni altro popolo ebbero vivezza di traffici e potenza d’armi navali, e rimontano tanto alto ne’ secoli, che la leggenda pone aver essi assaliti gli stessi Argonauti e rotti in guisa, che il solo Glauco giunse a scamparne.
N. B._--Pur la storia ci afferma, che non _il popolo etrusco, bensì una quinquereme cartaginese, sbattuta dal fortunale sulle spiaggie latine, insegnò a’ figli di Romolo il modo di costrurre i loro navigli.
A.--Non àssi a dare soverchio peso ad un fatto, che forse contribuì a migliorare, non a creare le loro triremi, le quali foggiavansi sull’andare di quelle che usciano dai gloriosi porti di Gravisca, di Vetulonia, Tarquinia, Alsio, Vulci, Luni ed Ardea. Se pertanto nell’età più lontane eravi una marineria italica, egli è giocoforza ammettere altresì l’esistenza di una lingua navale, che la triplice Etruria propagò in quelle parti della penisola in cui allargò il suo dominio, e di cui più tardi fu maestra, come avvenne di tante altre discipline, ai Romani. Vero è che la lingua etrusca è per noi buio pesto, tanto è ancora il mistero che sopra v’incombe; ma per quanto ragguarda la lingua latina, i dotti ben sanno ch’essa ha di molti contatti col volgare de’ marinai.
N. B.--La mi sembra, a dir vero, alquanto marchiana.
A.--I libri de’ classici ce ne offrono a macca le prove. Infatti........
E. S.--Cessa dall’anfanarti sopra un tale negozio. Io mi so di latino quanto un pescecane......
N. B.--E tu intanto con questi armeggî di parole, tu ci esci di carreggiata.
A.--Non parmi. Caduta la potenza latina e trasferitasi la sede dell’impero a Bisanzio, la necessità di conservare in soggezione le provincie che man mano staccavansi, indusse i successori di Costantino a costrurre grandi armate navali, e le città italiche furono quelle che somministrarono legni e marinai, essendo soltanto in esse ancor viva l’arte del navigare, dacchè un editto d’Onorio e Teodosio[5] vietava, sotto pena del capo, ammaestrar gli stranieri nelle nautiche industrie. Una lingua marinaresca non potea dunque neppur allora far difetto fra noi. Intanto dalle rovine d’Aquileja sorgeva Venezia; Genova, Pisa, Ancona ed Amalfi assettavansi a libero reggimento, e le navi loro con quelle di Civitavecchia, di Ravenna e di Rimini furono le sole, che nella universale barbarie facessero sventolare i lor temuti vessilli per ogni lido. A chi non son noti gli eroici ardimenti delle nostre città marinare? Pochi per altro sospettano che il linguaggio parlato allora ne’ nostri navigli fosse quello istesso che corre oggidì sulle labbra della gente di mare.
N. B.--Avrei a grado d’esserne per intero chiarito.
A.--Nulla di più agevole. In un rapido sguardo dato a’ tuoi libri, m’occorse vedere i Documenti riguardanti le due crociate di San Luigi IX re di Francia, raccolti ed illustrati dal nostro Belgrano. Eccoli appunto. Io trovo in essi nelle Proposte dei R. Commissarî al Comune di Genova e nella ratifica delle medesime nel marzo del 1246, adoperato ne’ termini tecnici quell’istesso volgare che abbiam tuttavia sulle labbra, salvo, che come i tempi portavano, si dà a’ vocaboli una terminazione latina.
N. B.--L’istesso nostro volgare, dicesti?
A.--Cessa ogni dubbio allorchè l’evidenza sottentra. Io vi veggo usate le voci: patrone, carena, coperta, cantiere, palischermo, gondola, sartie, timone, albero, penna, antenne, veloni, vela di cotone, artimone, terzaruolo, àncora, cantari, canape, veggia o botte, mezzaruola, barca, sentina, barrili, castello di poppa, remi, marinai, fornitori, albero di prora, nocchiero, saettie, panfili. E nelle Convenzioni stipulate a Parigi nell’ottobre dello stesso anno fra gli ambasciatori del re e Guglielmo di Varazze procuratore del nostro Comune, vi leggo: nolo, catena, grippia, gomena, amanti, giunco, candele, stanghe, annelli, baliste ed altre.
Gl’istessi vocaboli adopera anche il notaio Leonino da Sesto[6], stipulando il 26 novembre del 1268 i patti per l’apprestamento di due navi fra la città nostra e gl’inviati di re Luigi: anzi vi ritrovo eziandio le voci seguenti taciute nei documenti anteriori:--nave, candelizze, anchini, paranco, fionchi, fionchi a senale, taglie pei fionchi, oste, orze, morganale, parome, pantenna, trozza con mantelletti e bigotte, gabbia, sàgala, arbore di mezzo, taglia, poggie, poggiastrelle, pezzi di abete, antenna di proda di mezzo e del velone, imbrogli, gavitelli di rame, provei, duglie di grippie, sparzina per rimburchio della barca di cantiere, scandaglio, arganello, calderone, palischermo, grappino....--
E. S.--Affè ch’io non voglio incaponirmi più oltre. E a dire che siamo innanzi al trecento......
A.--Date ora con la scorta dell’istesso notaio uno sguardo a’ fornimenti, che su per giù son quei d’oggidì, coi loro nomi moderni:--maracci, magugli, ascie, ascioni, chiodaie, verrocchi, verrine, lampioni, lampade di vetro, stadere, piccozze, manichette, lucerne, scalpelli, armadio, catene con grappino, pajuoli per la pece, cazzuole, martinetti, leve, cassa, barrili, quartaruoli, lancie, gittarole, taglie a tre occhi, puleggie di luccio, stazza per la stiva, pennati o manganelli.--E seguono altri nomi d’arredi, che ci vennero pur essi dagli avi nostri, e ch’io mi passo dal leggere, perchè d’uso non esclusivo dei naviganti.
N. B.--Tu m’hai messo sopra una via in cui son nuovo affatto, e troppe cose mi restano ancora a conoscere, per iscorgere nelle tue proposizioni quella evidenza, a cui dianzi accennavi. Io punto non disconosco che le testè lette voci sono ancor verdi tra noi, come lo furono otto secoli addietro; ma un centinaio di vocaboli non basterebbe ancora a provare che questo linguaggio risalga inalterato oltre il mille.
A.--A questo io m’attendeva e l’ho caro, per rafforzar di vantaggio la mia qualsiasi dimostrazione. Sappi adunque che l’idioma navale seguì le sorti istesse dell’idioma comune.
N. B.--La parte dovea seguire il suo tutto: la cosa va di suo piede.
A.--Appunto. La favella nazionale non nacque per fermo dal corrompimento del latino o da loquele barbariche, come per alcuni si tiene; essa costituiva la lingua volgare o pedestre di Roma, e salì soltanto in onore al primo sorgere de’ nostri comuni. Tanto avvenne del linguaggio marinaresco, di cui ci occorrono per altro non lievi riscontri negli autori latini; esso balza dalle tenebre de’ bassi tempi bello, intero e potente di vita, quando le città nostre cominciavano a lanciare le loro formidabili armate nelle più lontane regioni. Senonchè assai scarsi a noi ne giunsero i documenti, poichè allora più che a scrivere intendevasi a fare; ma però di tal peso, da porre in sodo che una tal lingua era in ogni sua parte completa, e che i modi adoperati ne’ vari porti italiani punto non differiano tra loro. Vaglia a tal uopo il raffronto tra i vocali usati nei documenti genovesi con quelli di uno scrittore toscano, vissuto pochi anni appresso, cioè Francesco da Barberino, che nel 1290 cantava:
Quinal porta e ternale,
Senale e quadernale,
Manti, prodani e poggia,
Poppesi et orcipoggia,
Scandagli et orce e funi
E canapi comuni.....
Se vedessi avvenire
Che vento ti rompesse
L’_arbore grande_ tuo,
Metti nel loco suo
L’arbore tuo minore;
S’abbatte quel, può torre
L’_antenna_, e lei rizzare
Finchè luce t’appare;
In luogo di timoni
Fa spere e in acqua poni[7].
............
..........
Vele grandi e veloni,
Terzaruoli e parpaglioni ...
Egli ci somministra eziandio i seguenti vocaboli: calafati, marangone, palombaro, timoniero, prodero, gabbiere, pennese o ponnese, far getto, lupo per vela negra, savornare per metter zavorra, velare, ventare.
N. B.--Scarsi davvero i nostri scrittori di cose nautiche, se c’è mestieri far capo perfino a’ poeti.
A.--Se per altro tutti si raccogliessero i passi di quegli autori che ragguardano le materie navali e le opere di chi largamente ne scrisse, come i libri del Crescenzio[8], del Pantera[9], del De Rosa[10], e in ispecie l’_Arte del navigare_ di Bernardo Acciaiuolo (1580), non che le relazioni de’ nostri viaggiatori da Marco Polo a tutto il secolo XVII, si avrebbe un’ampia e preziosa raccolta, da far testimonianza che l’antica nostra terminologia si travasò pressochè intatta ne’ tempi presenti.