NOTE DEL TRASCRITTORE:
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DELLA ILLUSTRAZIONE
DELLE LINGUE ANTICHE, E MODERNE
E PRINCIPALMENTE DELLʼITALIANA
PROCURATA NEL SECOLO XVIII.
~DAGLʼITALIANI~
~_RAGIONAMENTO_
STORICO, E CRITICO~
=DI CESARE LUCCHESINI=
CONSIGLIERO DI STATO
DI S. M. LʼINFANTA DUCHESSA DI LUCCA
DELLA LINGUA ITALIANA
E DELLE ALTRE LINGUE MODERNE
~DʼEUROPA~
PARTE I.
~LUCCA~
PRESSO
FRANCESCO BARONI STAMPATORE REALE
MDCCCXIX.
_Ut in magna silva boni venatoris est, indagantem feras quam plurima capere, nec cuiquam culpae fuit non omnes cepisse, ita nobis satis abundeque est tam diffusae materiae, quam suscepimus, maximam partem tradidisse._
Column. de Re Rust. Lib. V. Cap. I.
~PARTE~ I.
_Della lingua Italiana, e dellʼaltre
lingue moderne dʼEuropa._
INTRODUZIONE.
LʼItalia, che allʼaltre nazioni dette lʼesempio, ed aprì la strada a scuotere il giogo della barbarie, e dellʼignoranza, non cessò mai dopo quellʼepoca di somministrare uomini chiarissimi in ogni scienza in ogni arte in ogni disciplina. Le parti tutte deʼ sacri studj, e deʼ filosofici, le scienze naturali e le matematiche, la giurisprudenza, la storia con tutto ciò che da lei dipende o serve a rischiararla, lʼeloquenza, la poesia, le lingue straniere, e la nativa, tutto in somma ebbe fra noi coltivatori diligenti, e felici, che a se procacciarono, non meno che alla Patria, gloria immortale. Divisa in piccoli stati fra lor discordi fu debole, e quindi rimase preda dellʼarmi straniere; ma gli stessi suoi vincitori mentre ne esaltavano la dolcezza del clima, e la fecondità del suolo, o ne involavano le ricchezze, ammiravano la dottrina, e lʼingegno deʼ suoi abitatori. Laonde aʼ nostri maggiori neʼ secoli XV. e XVI. si può applicare ciò che della Grecia disse Orazio in quei notissimi versi Graecia capta ferum victorem cepit et artes intulit agresti Latio.
Nè dallʼetà precedenti fu degenere quella a noi più vicina, voglio dire il Secolo XVIII. La memoria di tanti uomini insigni, che esso ha prodotti, e di tante opere classiche, che in esso han veduta la luce, è tuttora così recente e viva, che questʼasserzione mia non abbisogna di prove. Pure ad onor dellʼItalia, sarebbe a desiderarsi, che non so bene se dica modestia o timore non avesse distolto lʼegregio storico dellʼItaliana letteratura dallʼestendere ancora a questo le sue fatiche.
Il supplire al silenzio del Tiraboschi appartiene agli uomini eruditi, deʼ quali abbonda IʼItalia, ed io sarò lietissimo, se le mie parole ad alcuno di loro serviranno dʼeccitamento per farlo. Prendendo però a descrivere ciò che daglʼItaliani si è operato nel Secolo XVIII. intorno al coltivamento delle lingue antiche e moderne e della natìa principalmente non intendo di percorrere sì fatto arringo, nè pure in parte. Ho voluto piuttosto adoperarmi di rendere allʼItalia una gloria, che da alcuni pure si vorrebbe torle. Si concede, che essa abbia poeti famosi, e buoni storici e chiari oratori: non le si nega molta lode nelle scienze sacre e nelle profane; e molto plauso si fa aʼ suoi antiquarj. Ma per ciò che spetta alle lingue, che chiamano dotte, par che da alcuni si accusino i nostri dʼaverne alquanto trascurato lo studio. Quindi ho reputato, che debba riuscir non inutile lʼesaminar alquanto, se questa accusa sia giusta, o almeno fino a qual segno possa apparir tale. Ma più grave rimprovero meriterebbono, se avendo pur coltivate le lingue straniere avesser poi trascurata la propria. E sebbene di ciò niuno ci accagioni, pure mi è grato il ricordare coloro, che al coltivamento della propria lingua hanno data opera diligente, e coi precetti o collʼesempio hanno porto altrui eccitamento per farlo. Il quale eccitamento io credo, che rendersi debba vie maggiore, richiamando appunto alla memoria le utili fatiche da tanti Scrittori chiarissimi sostenute per lʼillustrazione della stessa lingua.
Io confesso, che a trattar degnamente il mio argomento mancano a me parecchi ajuti necessarj, e quelli principalmente dellʼerudizione e dellʼingegno per richiamarmi alla mente le cose fatte daglʼItaliani, e darne retto giudizio. Mi mancano altresì molti libri, senza il soccorso deʼ quali mal si possono intraprendere sì fatte trattazioni. Il piacere però, che tutti provano in rammentare le glorie della patria mi ha fatto dimenticare la debolezza delle mie forze, e mi sono accinto alla impresa. Comincerò dal parlare della Lingua Italiana chʼesser deve lo scopo principale del mio ragionamento, e a questa succederanno, come appendice, le altre moderne lingue dʼEuropa. Passerò poi alle antiche ed a quelle che chiamano esotiche, sì antiche, che moderne. Non pretendo però di noverare tutti coloro, che in questo genere scrivendo sono degni di qualche lode, ma ne tralascerò molti per non diffondermi troppo, e stringerò il mio discorso agli uomini più illustri, ricordandomi di quel detto di Columella, che ho scelto per epigrafe: _ut in magna silva boni venatoris est, indagantem feras quam plurimas capere, nec cuiquam culpae fuit non omnes cepisse, ita nobis satis abundeque est tam diffusae materiae, quam suscepimus, maximam partem tradidisse_.[1] Potrei forse passare sotto silenzio ancora più, e diversi Scrittori, le opinioni e le opere deʼ quali condanno. Siccome però essi hanno ottenuto qualche plauso e forse tuttora lʼottengono da alcuni, perciò ho creduto non doverli dimenticare.
Debbo finalmente avvertire, che fra glʼItaliani porrò ancora quegli stranieri, che in Italia menarono una gran parte della loro vita, e molto più se di quì trassero i mezzi per coltivare i loro studj, e scrivere le opere loro. Così fecero i dotti Maurini autori della storia letteraria della Francia; così il dottissimo Tiraboschi nella storia della letteratura Italiana.
_Dellʼorigine e dei caratteri
delle moderne lingue dʼEuropa._
~CAPO~ I.
Il chiarissimo Sig. Ab. Denina autor fecondo di molti libri ha scritto alcune dissertazioni su lʼorigine, le differenze, e i caratteri delle moderne lingue dʼEuropa, che si leggono negli Atti dellʼAccademia delle scienze e belle lettere di Berlino, e in parte ancora stampate separatamente.[2] A me rincresce di non avere questʼopera e di non aver lette che sole tre delle sue molte dissertazioni, e sono quelle, che discorrono le cause della differenza delle lingue, e dellʼorigine della lingua Tedesca.
A tre classi egli riduce le cause delle differenze, che si osservano tra le lingue figlie di una stessa madre; cioè fisiche, morali, e miste. Causa fisica è per lui la diversità della pronunzia. I popoli barbari, che invaser lʼItalia furon costretti dʼavvezzarsi alla lingua latina; ma per quella difficoltà, che si prova da prima nellʼintender bene o bene esprimer qualche voce straniera, ora cambiarono qualche vocale o qualche consonante, ora tolsero, o aggiunsero qualche lettera o sillaba in principio in mezzo o in fine. Ora lʼalterazione in questa guisa fatta a una lingua si chiama fisica dal Signor Denina, perchè egli derivata la crede dal clima o dalla organizzazione deʼ nuovi abitanti. Ma io dubito, che volendo questo scrittore comparir filosofo sottile e profondo abbia traviato dal retto sentiero della verità. In fatti io non so bene qual sia il clima che ama una vocale piuttosto che un altra e fa accorciar le parole di qualche sillaba. Nè vedo pure come una certa conformazione di muscoli o di nervi o di non so che altro possa produr questo. E son dʼavviso che se nel cuore della Svezia o della Danimarca o della Germania si trasferisse una colonia toscana o lombarda, e a questa si consegnasse qualche fanciullo appena nato di si avvezzerebbe alla lingua di queʼ coloni nè la difformerebbe con accorciamenti o mutazioni, e pure il clima sarebbe diverso dal Toscano e dal Lombardo, e tal sarebbe la sua organizzazione qual lʼavrebbe sortita nascendo. Il solo uso lunghissimo e costante forma la pronunzia e quei barbari giunti in Italia alterarono la lingua latina non pel clima, in cui eran nati, non per la naturale organizzazion loro, ma per la lingua alla quale eran avvezzi. Non giudico necessario dʼillustrare la mia obiezione con maggiori argomenti, e senza più passo alle cause, che lʼautore chiama morali, e sono le seguenti. 1. Alcuni nomi imposti alle cose hanno origine dai paesi, daʼ quali queste si traevano, come Arazzi dalla città dʼAras, guanti in Francese gands da Gand nella Fiandra[3]. 2. Altre voci provengono da una specie dʼironia, per cui significano lʼopposto di ciò che dovrebbero significare, onde in Francese phoebus e galimathias indicano un cattivo stile. 3. Le cose stesse sono chiamate diversamente in diversi luoghi secondo gli aspetti diversi, sotto i quali esse possono esser considerate: così la cosa stessa si chiama in Italiano posata da porre, o posare e couvert in Francese da couvrir. 4. La stessa voce, o almeno simile, in diverse lingue significa diverse cose, perchè queste si possono considerare sotto il medesimo aspetto, e reca per esempio la voce brod la quale[4] significava nutrimento in generale, e brodo in Italiano vuoi dire una certa bevanda, e in Tedesco pane. Alcune però di queste son tenui mutazioni delle lingue già formate, non di quelle che nascono; laonde non tendono al vero scopo della dissertazione cui lʼautore non sempre ha avuto in mira. Egli ha dimenticato altresì una parte di quello che aveva promesso. Perchè in principio oltre alle cause da lui chiamate fisiche e morali avendo indicate ancor le miste, di queste poi non ha fatto parola. Alla dissertazione aggiunse un supplimento, che non rimedia a questo difetto, e solamente rischiara alquanto le cose già dette, recando lʼetimologia di parecchie voci. Ma se alcune di queste etimologie sono commendabili per una certa spontanea naturalezza, che si concilia la persuasione altrui, o per acutezza dʼingegno, con cui son derivate non senza molta verisimiglianza, altre ve nʼha troppo forzate. Tali a cagion dʼesempio sono quelle di Kein (che in Tedesco significa nessuno) da οὺχ ἕν; di von (da proposizione nella stessa Lingua) da ἀφʼ ὤν; e più altre.
Lʼaccusa medesima vuolsi dare alle due dissertazioni sullʼorigine della lingua Alemanna, e sullʼorigine comune delle lingue Alemanna, Schiavona, o Polacca, e Latina, e su quella dellʼItaliana. Il Signor Denina è sollecito di mostrare la somiglianza, che queste lingue hanno colla Greca, nella qual cosa più altri Scrittori lʼhanno preceduto, e seguitato. La trova egli 1. in alcune voci per mezzo dellʼetimologia, di che ho già detto abbastanza: 2. nella terminazione dellʼinfinito, che in Tedesco è in en e in Greco in ειν; e in alcuni dialetti in ην o in μεν. 3. in quellʼaumento della sillaba ge, che in Tedesco prende il tempo preterito. E giudica questo aumento simile alla reduplicazione deʼ Greci, e dice: _il est vrai que les Allemands sʼeloignent un peu de la pratique des Orientaux: car au lieu de redoubler les consonnes initiales des verbes ils leur ont substituè le g peut être parceque cela étoit plus facile, mais il nʼest pas douteux que cela ne soit venu des langages de lʼAsie mineure dʼou est sortie la grecque, et que ce redoublement ne se soit affoibli ou perdu en sʼavançant vers le Nord et en sʼeloignant de sa source_. Il ge aggiunto nella lingua Tedesca al tempo preterito è una particela inseparabile, di cui sʼignora adesso il significato, ma certamente nellʼantico Teutonico, significava qualche cosa. Si vede anche ora, che in alcune voci composte indica moltiplicità, unione di cose, onde per esempio da mein mio, si fa gemein comune, da balken trave si fa gebalke le travi del tetto. Io non so, se ancora in altro senso si usasse, e come o perchè si adoperasse per indicare il tempo preterito; ma nellʼignoranza stessa in cui siamo intorno a ciò parmi, che si possa asserir con certezza, che niuna somiglianza ha quella particola colla reduplicazione deʼ Greci. Questa non è una particola o preposizione inseparabile, ma un aumento, di cui non è nota lʼorigine e il motivo; laonde è diversa essenzialmente, lʼaggiunta adoperata dai Tedeschi da quella dei Greci. Arroge a ciò, che la reduplicazione deʼ secondi forse non era usata nei tempi più remoti, come dubitano alcuni solenni Grammatici, osservandosi, che nel dialetto Jonico non rare volte si tralascia.[5] Or supponendo, che una colonia Greca, passasse a popolare il paese, che poi si chiamò Germania, questo avvenimento esser deve antichissimo, giacchè niuna storia ne fa menzione; quindi non poteva essa recare in quelle terre lʼuso della reduplicazione, e recarvelo in modo, che sempre si adoperi, ove il verbo non sia composto con una particella inseparabile, mentre nella Grecia essa non era anche introdotta, e in tempi assai posteriori lʼuso non ne era così costante e universale.
Checchè sia di questo non si può dubitare, che qualche somiglianza non si scorga fra la lingua Tedesca, e la Greca: ma questa somiglianza non conduce il Sig. Denina a credere, che la prima sia figlia della seconda, e piuttosto vorrebbe, che amendue provenissero da una madre comune. Questa dirsi potrebbe la Scitica, ove si prestasse fede alle ingegnose ipotesi del Bailly del Court de Gebelin, del Wachter, dellʼIhre, ed altri. LʼAccademico di Berlino però rigettando quellʼopinione arbitraria ama meglio di ricorrere alla lingua deʼ Traci o dei Frigi, ma a me non pare, che il suo avviso sia più fondato del primo. Altre osservazioni domanderebbero le altre dissertazioni, non giudico però necessario di trattenermi più a lungo intorno ad un autore, dotto certamente e rispettabile, ma che in questo argomento, se non erro, troppo ha seguito congetture non sempre felici.
NOTE:
[1] Colum. de R. R. Lib. 5. Cap. 1.
[2] Ecco i titoli delle sue dissertazioni giunte a mia notizia, delle quali però ho potuto leggere le prime tre solamente. Nelle memorie dellʼAccademia di Berlino pel 1783. Sur les causes de la différence des langues. Sur lʼorigine de la langue Allemande. Nel 1785. Supplement aux mémoires sur les causes ec. Sur le caractère des langues, et particulièrement des modernes. Nel 1788. Sur la langue celtique, et celles quʼon pretend en autre sorties. Suite des observations sur la différence des langues et leur origine. Nel 1794. e 1795. Sur lʼorigine grecque esclavonne et teutonique de la langue latine. Sur lʼorigine véritable de la langue Italienne, sur lʼorigine de la langue Françoise et Espagnole. Sur lʼorigine de la langue Angloise. Il Denina poi stampò la Clef des langues, ou Considerations sur lʼorigine et la formations des langues, à Berlin, chez Quien, 1803. T. 3. in cui si vedono ripetute le cose dette in quelle dissertazioni collʼaggiunta di nuove considerazioni.
[3] Tutti sanno che in Francese si scrive gants non gands. Se il Signor Denina avesse guardato il Du Cange alle voci Wantus, Wanto, Gvvantus, Guantus avrebbe veduto che queste voci erano usate neʼ Secoli barbari almeno fino dal principio del Secolo nono, e perciò molto prima della vantata fabbrica di Gand. In Francia si chiamavano Wans come si ha da una carta del 1172. citata ivi, e alla v. chirothecæ. Questa voce proviene forse dallʼantica lingua Teutonica.
[4] Non so donde egli tragga questa notizia. Forse perchè βρώσκω in Greco significa comedo? Ma bisognava prima provare che le lingue Settentrionali vengano dalla Greca, il che non si può provare, quantunque si abbiano in quello non poche voci simili alle corrispondenti voci di questa. Cominciando da Sigismondo Gelenio, che nel 1543. stampò in Basilea il suo Lexicon Symphonum delle lingue Latina, Tedesca, Greca, e Schiavona molti hanno scritto della somiglianza di quelle lingue colla Greca, ma niuna reale e ben fondata conseguenza sulla origine loro si è fino ad ora a mio giudizio ricavata da tanta erudite fatiche.
[5] V. Lennep. Prel. de Anal. Ling. Gr. Cap. 5. ed ivi lo Scheid.
_Dellʼorigine della lingua
Italiana._
~CAPO~ II.
Fu già questione lungo tempo agitata fino dai secoli trapassati qual sia lʼorigine della lingua Italiana. Leonardo Aretino, il Cardinal Bembo, Celso Cittadini, ed altri autori trattarono questo argomento, ma non lo fecero in modo, che togliessero ai posteri lʼadito a disputare novellamente. Ne scrissero nel Secolo decimottavo il P. D. Angelo della Noce,[6] Uberto Benvoglienti,[7] e il Quadrio,[8] ma lo fecero sì scarsamente, che io contento dʼaverli sol nominati passerò tosto a far parola del Marchese Maffei, del Muratori, del Fontanini, e del Tiraboschi, i quali con maggior copia dʼerudizione, ed accuratezza esaminarono sì fatta questione.
Il Maffei dopo aver detto nella scienza cavalleresca,[9] che lʼItalia per lʼinvasione dei Barbari cambiò la lingua, e i nomi degli uomini e dei paesi, nella _Verona illustrata_[10] mutò opinione, e sostenne, che la lingua Italiana provenne dallʼabbandonar del tutto nel favellare la Latina nobile, gramaticale, e corretta, e dal porre in uso la plebea, scorretta, e mal pronunziata. Confermò egli la sua asserzione pretendendo, che deʼ conquistatori dellʼItalia pochi ne rimanessero, nè potessero perciò alterare la lingua del Paese. La confermò osservando, che la lingua deʼ Longobardi e degli altri popoli, che inondaron lʼItalia e la soggiogarono era aspra per molte consonanti e dal mischiamento di queste non poteva derivarne una nuova, in cui le vocali avessero tanta parte, come è la nostra. La confermò adducendo parecchie voci Latine, come testa per caput, caballus, e caballinus per equus, ed equinus, laetamen per fimus, nanus per pumilio, tonus per tonitru, bramosus per cupidus, e simili, che ora sono Italiane. La confermò ricordando le aferesi, le sincopi, e le apocopi, o vogliam dire gli accorciamenti di lettere, e di sillabe in principio, in mezzo, e in fine usati dai Latini assai volte e i cambiamenti delle lettere affini. E finalmente per tacere dʼaltri argomenti la confermò dicendo che anche lʼuso del verbo ausiliare avere, il quale si crede passato a noi dalla Germania, fu prima presso i Latini, e ne reca alcuni esempj, ed assai più ne accenna il Signor Abate Denina in due luoghi delle sue dissertazioni testè citate. Ma è falso, che pochi avanzi dei Longobardi, e degli altri invasori rimanessero quì, come dimostra il Muratori, che anzi furono moltissimi, e questi avendo in mano le redini del governo, e le dignità tutte occupando ecclesiastiche, e civili recarono necessariamente una mutazion grande alla lingua. Falso è che dalle lingue di questi popoli aspre per molte consonanti, e dalla Latina nascere non potesse la nostra dolcissima. La lingua latina non ha maggior copia di consonanti dellʼItaliana se non nelle terminazioni. Ora queste essendo diverse secondo le modificazioni deʼ nomi, e deʼ verbi chi ignora la lingua tralascia facilmente quelle desinenze varie secondo i diversi casi, e perciò appunto difficili a ricordarsi. Bisognerebbe svolgere maggiormente questʼasserzione, ma io non posso arrestarmi a lungo ad ogni passo, e debbo continuare lʼintrapreso cammino. Non giova poi lʼaddurre le parole e gli accorciamenti, che il Maffei adduce, perchè volendosi che la nuova lingua sia un alterazione della Latina debbono in quella esser rimaste tracce moltissime di questa. Quindi ammettere si potrebbe ancora, che lʼuso del verbo ausiliare avere venga dal Latino, nè per ciò lʼopinion sua avrebbe maggior forza. Vuolsi però riflettere, che i Latini rarissime volte lʼadoperarono, e noi siamo costretti dʼusarlo continuamente avendo i nostri verbi più e diversi tempi neʼ quali esso è necessario, siccome appunto avviene nella lingua Tedesca, la quale lʼadopera neʼ tempi medesimi, in cui noi pur lʼadoperiamo.
Ma il Muratori raccogliendo maggior copia dʼantichi monumenti, e più minutamente esaminandoli sostenne unʼopinione diversa, e più probabile. Lʼignoranza, nella quale cadde miseramente lʼItalia per la venuta deʼ popoli barbari, fece dimenticar le regole della lingua Latina, di modo che nè la sintassi, nè le desinenze deʼ varj casi neʼ nomi, o delle persone nei varj tempi e modi deʼ verbi più si osservarono. Si aggiunse gran numero di voci nuove tratte daglʼidiomi deʼ conquistatori, e certe proprietà di questi, come lʼuso del verbo ausiliare avere, e dellʼarticolo. Del primo ho parlato pur ora; e del secondo parlerò adesso brevemente. Lʼarticolo forse derivò a noi dallʼantica lingua Teutonica, e fu da prima un accorciamento del Latino pronome ille. Si disse prima illo Caballo, illa hasta, illae foeminae, e poi il, o lo Caballo, la asta, le femine.
Nelle Litanie del 790. pubblicate dal Mabillon in Analect. si legge Adriano Summo Pontefice, et universale Papa. Redemptor Mundi, tu lo (illo cioè illum) juva, e appresso, tu los (illos) juva. In un diploma di Carlo Magno dellʼ808.[11] si legge: inde percurrente in la Vegiola, ex alia vero parte de la Vegiola ec. E nelle formole di Marcolfo Lib. 1. Cap. 17. Sicut constat antedicta Villa ab ipso Principe lui fuisse concessa, dove lui secondo alcuni viene da illui che nel lor Latino avranno detto per illi, o secondo il Menagio da illius.[12] Aggiunge finalmente il Muratori a confermazione della sua opinione una lunga serie di voci, che provengono dalla Germania, la quale si accrescerebbe di molto, se le antiche lingue deglʼinvasori dʼItalia fossero più conosciute. Il commercio poi, e le crociate trassero a noi dagli Arabi alcune parole, ed appartengono ad arti, come Alchimia, caraffa, lambicco, ec. o a mercatura come canfora, cremesi, lacca ec. o a milizia come Alfiere, Tamburo ec. Molte ne dette la Provenza per lo studio, che in Italia si fece della Poesia Provenzale, ed alcune la Spagna.[13]
Lʼavviso del Muratori riguarda lʼorigin prima della lingua, e in ciò fu seguitato dal Fontanini[14] dal Bettinelli[15] dal Tiraboschi.[16] Ma vuolsi passare innanzi, ed indagare donde a lei derivò altra ricca messe di parole, e di modi di dire. Ciò avvenne per la poesia; onde dellʼorigine della nostra poesia vuolsi tenere ragionamento, e di coloro che nel passato secolo questa parte della storia dellʼItaliana letteratura presero ad esaminare. La poesia Italiana diversa è dalla Greca e dalla Latina, perchè queste fanno consistere i versi in un certo numero di piedi composti di sillabe lunghe, e brevi secondo certe leggi, e la nostra li fa consistere solamente in un certo numero di sillabe con certi accenti posti in luoghi determinati secondo la diversa qualità deʼ versi, e nella rima. Dico anche la rima, perchè neʼ primi tempi non vʼera fra noi poesia che ne mancasse. Dellʼuso della rima presso i Latini neʼ tempi antichi, e neʼ secoli barbari, e dei versi regolati non dai piedi ma dal numero delle sillabe, parla a lungo il Muratori;[17] ma le sue erudite osservazioni tralascerò io di ricordare, come quelle che aliene sono dal mio argomento. I primi a poetare fra glʼItaliani furono i Siciliani secondo il Petrarca.
_Ecco i due Guidi che già furo in prezzo Onesto Bolognese, e i Siciliani Che fur già primi, e quivi eran da sezzo_[18]
Ma i Siciliani imitarono i Provenzali secondo il Crescimbeni,[19] il Fontanini[20], ed altri. Il Muratori però non mostrò dʼesser persuaso abbastanza da questa opinione, ed oppose le parole citate dellʼepistole familiari del Petrarca, dalle quali a lui parve potersi dedurre, che i Siciliani fossero stati i primi a prendere questa maniera di far versi daʼ Latini, e dai Greci. Il Tiraboschi riconobbe anteriorità neʼ Poeti Provenzali, ma dellʼobiezione del Muratori non fece parola. A me sembra però, che il Petrarca voglia in quel luogo indicare lʼorigine più remota della rima, (che è il Lazio, e la Grecia certamente), e la nazione che in Italia precedette lʼaltre nel far versi, la quale è la Siciliana, senza volere poi indagare, se i Siciliani in ciò abbiano imitati i Provenzali. Diciamo dunque coʼ mentovati scrittori essere probabilmente lʼItaliana Poesia derivata dalla Provenzale, ed avere avuto il suo nascimento in Sicilia alla metà del secolo XII. o poco dopo. Se poi la Provenzale provenga dallʼAraba, come sospetta il dottissimo Padre Andres[21] non è di questo luogo lʼesaminarlo. Quindi venne un aumento non piccolo di voci, e di modi di dire alla nostra lingua. Lo negò il Muratori[22] secondando troppo il desiderio di contradire il Fontanini, ma per assicurarsi di questa verità basta volgere uno sguardo al Vocabolario della Crusca, alla Crusca Provenzale del Bastero, alle Lettere di Fra Guittone, ed agli altri Poeti del Secolo decimoterzo.
NOTE:
[6] Nelle note alla Cronica Cassinense di Leone Vescovo dʼOstia.
[7] Storia della Lingua Italiana ricavata dalle Miscellanee, e Lettere M. SS. nelle Delizie degli Erud. Tosc. del P. Ildefonso T. 2. p. 226.
[8] Storia della Poesia T. 1. p. 41.
[9] Lib. 2. Cap. 1. T. 13. p. 143. La stessa opinione tennero il Gravina, della Rag. Poet. Lib. 2. e il Quadrio Stor. e Rag. dʼogni Poes. Lib. 1. Dist. 1. Cap. 2.
[10] P. 1. Lib. 11. Op. T. 5. p. 214.
[11] Campi Stor. Eccl. di Piac. T. 1.
[12] Quindi si vede, che lʼArticolo Italiano in origine non è che il pronome ille alterato per corruzione di lingua, a cui si aggiunge una proposizione neʼ casi obliqui, cioè del, o dello viene da de ille; al, o allo da ad illo in Latino barbaro per ad illum; dal, o allo da de illo. Or lʼarticolo Germanico viene anchʼesso dal pronome quello
Articolo. Pronome.
N. der der
G. des dessen
D. dem dem
A. den den ec.
[13] Non parlo di quelle, che il dominio degli Spagnoli introdusse fra noi alla fine del Secolo XVI. e nel XVII. le quali appartengono allʼaccrescimento non allʼorigine della lingua, della quale si tratta quì. Alcune antiche voci Italiane derivate dallo Spagnolo sono accennate dal Gigli nel Vocab. Cateriniano.
[14] Elog. Ital.
[15] Risorg. dʼItal.
[16] Stor. della Lett. Ital.
[17] Antiq. Med. Ev. Diss. 40.
[18] Trionf. dʼAm. C. 4. e più chiaramente in Præf. ad Ep. fam. Quod genus apud Siculos (ut fama est) _non multis ante sæculis renatum, brevi per omnem Italiam ac longius manavit, apud Græcorum olim ac Latinorum vetustissimos celebratum; siquidem et Romanos vulgares rythmico tantum carmine uti solitos accepimus._
[19] Coment. intorno alla Storia della Volg. Poes. T. 1. Cap. 2.
[20] Elog. Ital. Cap. 7. e segg. Si veda anche il Quadrio, Stor. e Rag. dʼogni Poes. il Tiraboschi Stor. della Lett. Ital. il Bettinelli Risorgim. dʼItal.
[21] Orig. ec. dʼogni Lett. T. 1. Cap. 11. p. 297. e segg.
[22] Luog. cit.
_Dei pregj della Lingua
Italiana._
~CAPO~ III.
Ma tempo è ormai che lasciamo la nostra lingua nascente, e la osserviamo adulta considerandone i pregj. Di questi ha scritto il Signore Napione[23] e lo ha fatto in modo, che ogni leggitore dee rimaner dubbioso, se debba in lui commendar più la dottrina, che è grandissima, o le belle qualità del cuore, che alla sua dottrina non sono inferiori. Certo è che mentre egli si mostra amantissimo della patria, e dellʼItalia, e cerca di promuoverne la gloria, espone i pregj di nostra lingua, e accenna come si possa e convenga diffonderne lʼuso fra le gentili e colte persone di tutta Italia. Colla ragione adunque, e colla testimonianza deʼ più celebrati scrittori delle straniere nazioni ne mostra i pregj, e ribatte le meschine obiezioni, che fece già il P. Bouhours, e pochi altri prima, e dopo di lui. E siccome uno deʼ principali suoi pregj a confessione di tutti è lʼarmonìa, da che ne viene, che essa abbia una facilità grandissima per esprimere ciò, che si chiama armonìa imitativa, non debbo quì tacere, che il Signor Cesarotti avendo asserito nel suo saggio, che tutte le lingue si prestano ad unʼarmonìa imitativa, neʼ rischiaramenti apologetici poi disse, che lʼarmonìa imitativa si trova in una lingua, quando essa sia tanto armonica _quanto il comporta la sua struttura e il rapporto tra gli oggetti e i suoni della detta lingua_[24]. Queste parole però ristringono tanto la proposizione, che non le lasciano più luogo di comparire. Io dubito molto, che scrivendo il saggio egli non avesse nellʼanimo tanta restrizione, che se lʼavesse avuta par probabile, che avrebbe giudicato inutile dʼesporla. Segue poi dicendo non esser cosa agevole nè sicura di giudicar dellʼarmonìa di una lingua straniera; il che ognuno gli concederà generalmente parlando. Egli però dovrà concedere altresì, che talvolta vi sono almeno due mezzi per rendere agevole e sicuro questo giudizio. Il primo è quando più e diverse nazioni antepongono lʼarmonìa di una lingua straniera a quella della propria: il secondo quando più e diverse nazioni, mentre lodano lʼarmonìa della propria lingua, fra quelle poi che ad essa sono straniere si uniscono tutte o quasi tutte a dar la preferenza ad una. E tale è il caso della lingua Italiana. Finalmente contro coloro i quali opinano le lingue deʼ paesi freddi dover essere più aspre oppone il Sig. Cesarotti lʼopinione dellʼAb. Denina, il quale disse la Svezzese esser più dolce della Tedesca, e tanto esser più dolce quanto più si estende verso il settentrione, la Polacca esser piacevole ad udirsi, e la Russa accostarsi più dʼogni altra alla soavità della Greca. Io non credo, che lʼopinione intorno allʼasprezza delle lingue settentrionali sia vera, ma certo non è lʼautorità dellʼAb. Denina, che mi muove punto a crederla falsa. Egli non ha dato prove di saper molto la lingua Tedesca, benchè abbia dimorato qualche anno in Germania, ed è permesso di dubitare che non sia più dotto nella Svezzese, Polacca, e Russa. Sentii un giorno cantare una canzonetta Polacca dal Principe Poniatovvski, e quando egli si fu rimasto dal cantare gli dissi, che la sua lingua mi pareva molto dolce. Egli però mi rispose, che quella dolcezza era solo apparente, e che la lingua è molto aspra, ma qualche artifizio usato cantando, e lʼaccompagnamento del suono copriva gran parte di quellʼasprezza. Così mi è pure avvenuto assai volte di non sentire eccessivamente lʼasprezza della lingua Tedesca nelle opere in musica, ma sentirla però moltissimo nei familiari colloquj. Ma torniamo al Sig. Napione.
Mostra egli, che vuolsi usare della nostra lingua piuttosto, che della Latina scrivendo dʼogni scienza e dʼogni facoltà, ed espone i vantaggi, che da ciò debbono derivare. Indi esamina quali siano le cause, per cui la lingua Italiana, che fu già un tempo Lingua universale abbia or cessato dʼesser tale, indica le sue vicende, e lʼattual suo stato, e propone i mezzi, che reputa più acconci a far sì che popolare, e comune divenga la colta lingua Italiana.
Altri prima di lui avea tentato di ricordare i pregi della lingua Italiana, come Castruccio Bonamici in una orazione accademica, il Salvini in alcuni discorsi, e simili; ma in niuno si trova quella copia di ragioni e dʼutili osservazioni, quella giudiziosa critica, quellʼampia erudizione, quellʼamor di patria, che quì si vedono ad ogni pagina. Di questi perciò non dirò più lungamente. Dovrei bensì far parola del ragionamento del Sig. Ab. Velo.[25] Se vogliamo prestar fede agli editori delle opere del Cesarotti, in poca o niuna stima lo dovremo tenere. Ma se ascoltiamo il Signor Napione[26] ne giudicheremo altrimenti.
In questa disparità di giudizj crederò di non errare preferendo quello del secondo, il quale non solamente colla celebrità del suo nome, ma ancora colla minuta analisi, che ne fa, persuade il leggitore. Ma non mʼè riuscito di vedere quel ragionamento, onde non posso dirne più oltre.
Prima di questi scrittori avea trattato lʼargomento medesimo il P. Girolamo Rosasco.[27] Egli però con moltissime parole non dice molte cose, e per ogni riguardo nella sua trattazione deve ceder la palma al Sig. Napione. Ricerca in prima lʼorigine della lingua e condannando lʼopinion di coloro, che il volgo di Roma lʼusasse anticamente, la reputa nata dal corrompimento del latino per lʼinondazione deʼ Barbari in modo però, che le lingue di costoro poco influissero su la Toscana Romana e Veneziana, molto su la Bergamasca, Bresciana Lombarda Piemontese e Genovese. Parla poi dellʼabbondanza sua, della dolcezza, brevità, ed armonìa paragonandola colla Greca e colla Latina. Parla altresì del modo, che si dee tenere scrivendo nella nostra lingua, ma di ciò ragionerò altrove. Prima ancor del Rosasco, anzi al cominciamento del secolo scrisse Anton Maria Salvini una lezione su questo argomento:[28] ne scrisse però brevemente in modo, che la sua celebrità, non lʼutilità dellʼopera mi ha indotto a nominarlo.
NOTE:
[23] Dellʼuso, e dei pregj della lingua Italiana libri 3. con un discorso intorno alla Storia del Piemonte, Torino, Balbino, e Prato 1791. T. 2. in 8. e di nuovo Pisa 1813. Oltre a ciò che il titolo promette, vi è un discorso intorno al modo di ordinare una Biblioteca scelta Italiana dello stesso Autore, una Lettera del Tiraboschi contenente alcune osservazioni sul primo volume, e la risposta, in cui si dileguano le poche obiezioni di quella lettera, ed una lunga, e dotta sua lettera allʼAb. Bettinelli, nella quale di più e diverse cose appartenenti allʼargomento dellʼopera si ragiona, e specialmente di un libro dellʼAb. Velo, del quale parlerò fra poco.
[24] Ces. Op. T. 1. p. 249.
[25] Sulla preminenza dʼalcune lingue, e sullʼautorità degli scrittori approvati, e dei Grammatici, ragionamento dellʼAb. Giambattista Velo. Vicenza. Esso non era da prima che una prefazione alla dissertazione suʼ caratteri del gusto Italiano presente, stampata in Vicenza, il 1786. sotto il nome dellʼAb. Garducci.
[26] Nella lettera citata allʼAb. Bettinelli.
[27] Della lingua Toscana Dialoghi sette. Torino, 1777. T. 2. in 8.
[28] Salvini. Pros. Tosc. p. 297.
Se nelle cose letterarie si debba scrivendo usare la lingua Italiana più tosto che la Latina.
~CAPO~ IV.
Ho detto, che il Signor Napione vuole, che in ogni scienza, e in ogni facoltà si usi scrivendo la lingua Italiana, piuttosto che la Latina. Fu già un tempo, in cui si credeva, che la nostra lingua atta fosse solamente a trattar dʼamore, ed altrettali soggetti di lieve momento, e nulla di grande dir si potesse con essa. E furon parecchi uomini dotti nel secolo decimosesto, che acremente inveirono contro di lei sostenendo, che le scienze tutte, e la storia, e le opere di eloquenza, e di poesia scrivere si dovessero in Latino. Fu gran ventura però, che molti in quella, e nellʼetà seguenti le vane loro declamazioni e i loro sofismi rigettassero coi fatti più ancora che cogli argomenti, onde lʼItalia di tanti libri eccellenti si può gloriare scritti nel volgar nostro in ogni maniera di letteratura. Non mancarono però nel secolo di cui parliamo scrittori, che ancora colle ragioni abbiano validamente sostenuta la contraria sentenza. Non parlerò del Bonamici[29] e del Bettinelli[30], che ne parlarono solo per incidenza. LʼAlgarotti ne trattò più direttamente:[31] ma a me pare, che adoperando argomenti non buoni egli abbia indebolita unʼottima causa. Ricorda le espressioni gentilesche mal a proposito posta dal Bembo nelle lettere pontificie, di che già da tanti si è parlato; ricorda la sconvenevolezza dʼadattare a piccoli oggetti espressioni grandiose, e magnifiche usate già dai Romani, e degne solamente di loro, e di pochi altri: il che prova solamente lʼirragionevole superstizione dirò così e il difetto di giudizio in coloro, che cadono in sì fatti errori. Ma lasciando più altre cose, che in quel saggio si vedono meritevoli di censura una sola ne voglio aggiungere, ed è la riprensione, che fa lʼAlgarotti aʼ moderni scrittori latini chiamandoli centonisti rivestiti delle spoglie, e delle divise altrui. Or a me fa maraviglia, che un uom dotato di gusto squisito e intendente della lingua latina, come egli era, possa chiamar centonisti il Fracastoro il Vida il Sannazaro il Molza il Flaminio, il Navagero il Bembo il Bonfadio il Manuzio il Sadoleto e tanti altri che egregiamente in versi o in prosa scrissero nella lingua del Lazio nel secolo decimosesto, giacchè di quelli, che onorarono il decimottavo, farò parola altrove.
Assai meglio sostengono la causa della lingua Italiana il Vallisnieri[32], il Gravina in un dialogo de lingua latina, e meglio forse la sostenne altresì il Buganza,[33] di che mi assicura assai la celebrità dellʼautore, quantunque lʼopera sua non mi sia venuta alle mani. Ma certamente nulla ha lasciato a desiderare su questʼargomento il signor Napione nellʼopera testè citata, dove, colle più giudiziose riflessioni dimostra lʼutilità, che allʼItalia ne verrebbe ed alle scienze, insegnandole nella nostra lingua.
NOTE:
[29] NellʼOrazione cit.
[30] Lettere di Virg. e Risorg. dʼItal.
[31] Saggio sulla necessità di scrivere nella propria lingua Op. T. 4.
[32] Opere T. 3.
[33] Discorso intorno alla lingua di cui servir ci dobbiamo. Mantova 1771.
_In qual modo si debba far uso della lingua
Italiana scrivendo._
~CAPO~ V.
Ma unʼaltra quistione agitata già prima neʼ secoli decimosesto, e decimosettimo, e rinnovata aspramente nel decimottavo devesi ora da me accennare. Questa lingua, nella quale dobbiamo scrivere, e molti parlano è ella lingua viva, o morta col cadere del secolo decimoquarto, dimodochè non sia più lecito dʼaggiugnere nuove voci dopo quellʼepoca? È propria solo di Firenze, o della Toscana, o di tutta lʼItalia? Dobbiamo noi sottoporci docilmente al freno dellʼAccademia della Crusca, nè recedere daʼ suoi giudizj, o spregiarli, come arbitrarj? Se ascoltiamo il Becelli nel quinto deʼ suoi dialoghi[34] noi dobbiamo usare scrivendo la lingua del trecento; ed egli vuole, che dopo quellʼepoca fortunata la nostra lingua sia lingua morta. Pochi però per buona sorte sono di questo avviso, i quali chiamar si possono, come altri già li chiamò, Giansenisti della Crusca. Parecchi con più ragione si contentano di chiamar buon secolo quello del trecento, perchè comunemente in Toscana si scriveva allora con purità. Nelle età seguenti vennero altri scrittori prestantissimi in molto numero, che si procacciarono somma lode, ma lo scrivere puramente non fu una gloria così comune, come a quei giorni. Oltre a ciò vʼha in quegli antichi una certa grazia, che incanta, la quale pochi deʼ loro successori hanno voluto ritrarre nei loro scritti: o se han voluto imitarli anche in questo, pochissimi (se non mʼinganno) hanno saputo farlo con quella naturalezza. Si condannano gli scrittori del trecento di avere usati certi modi antiquati, e periodi lunghi, che stancano il leggitore, con una trasposizione spesso forzata, ed incomoda. Ma il primo non è difetto per essi, e il secondo appartiene piuttosto allʼeloquenza, di che non parlo in questo luogo. Ma poi domando io, questo secondo difetto è forse negli ammaestramenti degli antichi, nelle vite deʼ Santi Padri, nel Cavalca, in Fra Giordano, nel Passavanti, e in altri parecchi, che potrei nominare? No certamente, e quegli scrittori, che li accusano convien dire, che non li abbiano letti. Strana cosa è poi il chiamar morta una lingua, che tuttora si parla, e si scrive; nè meno è strano il togliere agli scrittori la facoltà dʼaccrescere di nuove voci e di nuove maniere una lingua viva, purchè si faccia con certe regole, ed ove il bisogno lo richieda. Così fecero quei valenti scrittori, che più sono pregiati in Italia, e fuori. Ma di questo tornerà in acconcio tenere altrove discorso, dopo che avrò parlato di coloro, che hanno trattato della seconda questione.
Siena usa dʼun grazioso dialetto, e alcuni suoi chiarissimi scrittori, come Claudio Tolomei, Celso Cittadini, Scipione Bargagli neʼ loro libri lʼhanno tenacemente seguitato, ed han preteso di seguitarlo a ragione. Si rinnovò nel passato secolo la contesa per opera di Girolamo Gigli, il quale voleva che le voci da S. Caterina da Siena adoperate, e da parecchi altri scrittori Senesi, fossero dallʼAccademia della Crusca accolte nel suo Vocabolario. Già ne avea adunate forse cinquecento, delle quali gran parte (se a lui dobbiamo prestar fede) era stata approvata da Anton Maria Salvini.[35] Per meglio riuscir nel suo intento meditava di stampare i principali scrittori Senesi in 37. volumi, di che dette il prospetto fino dal 1707. e poi fece stampare in Lucca lʼopere di S. Caterina, che furono con erudite annotazioni illustrate dal P. Federigo Burlamacchi della Compagnia di Gesù. Quindi compose un vocabolario delle parole, e modi di dire usati dalla Santa e degni di speciale osservazione. Sopra alcune di queste voci bramò egli di conferire col Cav. Anton Francesco Marmi dottissimo Fiorentino, collʼArciconsolo della Crusca, e con Anton Maria Salvini, di che scrisse al Marmi, pregandolo altresì, che gli procacciasse una lettera dellʼAccademia della Crusca o dellʼArciconsolo, o almeno di qualche erudito Accademico in commendazione delle opere della Santa. Ma non ottenne il suo intento. Forse quellʼAccademia, che volea cogliere il più bel fiore della lingua da quelle opere temette non forse lodandole essa con una lettera, paresse a molti, che per lei si approvasse tutto ciò che vi si conteneva. Ma quello che ricusò la Crusca, gli concedettero facilmente molte altre Accademie Italiane[36]. Eʼ da credere, che di quì nascesse il suo mal talento verso la Crusca, che ridondò poi tutto in suo danno. Era il Gigli uomo non di molta dottrina, ma soverchiamente mordace,[37] e di motti pungenti contro lʼAccademia, contro qualche Personaggio illustre, e contro la Nazione Fiorentina riempì il Vocabolario Cateriniano, il che fu a lui cagione di lunghe e gravi sciagure. Io tralasciando la storia di questo, che può vedersi nella sua vita, considererò brevemente il Vocabolario Cateriniano. Ove da questo si tolga tutto ciò che vʼha di satirico, e dʼinutile, quel volume si ridurrebbe a piccola mole, e allora sarebbe esso stato pregevole, e più gradito. Parecchie voci usate dalla Santa sono veri idiotismi difettosi, che doveano avervi luogo per erudizion solamente. Ma altre ve ne sono degne di lode, delle quali alcune dai compilatori del Vocabolario della Crusca furono collocate nellʼultima edizione, e qualche altra ancora avrebbero forse potuto collocarvi. Errava il Gigli pretendendo, che gli Scrittori tutti più celebri della sua patria riputar si dovessero come legislatori, ed esemplari di nostra lingua, quantunque per loro instituto seguendo il dialetto Senese recedano dalle regole della lingua medesima. Egli osserva che Ennio Plauto Catone Terenzio Pacuvio Cicerone Virgilio Orazio Catullo Properzio Livio Ovidio Vitruvio Sallustio nel secol dʼoro, Fedro Patercolo i due Senechi Lucano Marziale Quintiliano Persio Giovenale Stazio i due Plinii Columella nel secol dʼargento erano forestieri, e pure non furono esclusi dal numero deʼ legislatori della lingua Latina. Così per suo avviso non si debbono escludere i buoni scrittori delle diverse provincie della Toscana. Io non nego, che i buoni scrittori debbano essere adottati, e molti in fatti ne adottò lʼAccademia della Crusca non solo da quelle provincie, ma da tutta lʼItalia. Il che essa fece, perchè vuolsi prendere ciò che è buono, ovunque si trova, non per lʼesempio dei Latini addotto dal Gigli. Il Gigli dovea provare, che quei forestieri del secol dʼoro scrivessero secondo il natìo dialetto, non secondo il dialetto di Roma. Nè bastava che asserisse, ma dovea provare eziandio, che la lingua latina si arricchisse a quella età delle voci, e modi di dire delle straniere nazioni. Si sa bensì, che Lucilio biasimava in Vectio lʼuso di qualche voce Etrusca.[38] Pollione rimproverava a Tito Livio non so quale sua Patavinità, (se pure non fu questa una vana, e maligna accusa di quel critico) e Vitruvio certamente non aveva speranza dʼesser reputato legislatore di lingua; ma anzi in principio della sua opera domandò perdono, se in alcuna cosa fosse caduto, che alle regole della Grammatica fosse contraria.[39] Cicerone era in filio recta loquendi usquequaque asper exactor;[40] onde non è da credersi, che non si guardasse daglʼidiotismi dʼArpino. Io non dirò, che taluno di questi ottimi scrittori non adoperasse talvolta qualche voce straniera; dico solamente, che allora non erano giudicati legislatori della lingua Latina, ma venivano ripresi. Quintiliano chiama ciò barbarismum gente, e mostra, che vi caddero Catullo, Persio, Labieno, e Cornelio Gallo;[41] e Cicerone rinfacciò ad Antonio la parola piissimus, che non era della lingua Latina. _Tu porro ne pios quidem, sed piissimos quaeris, ut quod verbum omnino nullum in lingua Latina est, id propter tuam divinam pietatem novum inducis._[42] Cap. 19. Così Quintiliano condanna la parola gladiola usata da Messala quantunque si dicesse gladium ugualmente che gladius. È falso dunque, che i forestieri scrittori fossero riguardati, come legislatori della lingua anche allora, che modi nuovi adoperavano, e voci nuove. Si dirà forse da taluno, se gli scrittori Senesi, Lucchesi ec. del secol decimoquarto furono adottati, perchè non si adottarono ancora il Tolomei, il Cittadini, ed altri del sestodecimo? A questa domanda risponderà per me un dotto Senese, cioè Uberto Benvoglienti. _Nel buon secolo pochissima differenza passava fra lo dialetto Senese, e Fiorentino. Decadde la lingua nel secol decimoquinto; nel seguente però si volle richiamare al suo splendore, ma per la moltitudine deʼ forestieri, che erano nella Città_ (di Siena) _e forse anche per altra cagione non potè il dialetto Senese rialzarsi allʼantico suo splendore—a differenza dei dialetti era piccola da principio, e poi certi idiotismi non erano così universali, che non si scrivesse in Siena ancora alla maniera Fiorentina, onde neʼ loro scritti si trova_ povero, e povaro, essere, ed essare, leggere, e leggiare ec. ec.[43]
Ma lʼopinione del Gigli non bastò ad altri, i quali aspiravano ad una libertà di gran lunga maggiore. Fra quanti furono patrocinatori della libertà ricorderò solamente il Cesarotti, il quale per sottigliezza dʼingegno, e per apparato di filosofiche ricerche tutti superò gli scrittori, che lo precedettero in questo arringo. Egli dichiaratosi campione della libertà nel fatto della lingua sgrida coloro, che sono di contraria opinione, e acceso di sdegno, che non è però senza grazia, esclama colle parole del Marmontel, O Subligny tu pretendevi di saper la grammatica meglio di Racine! prosiegue poi egli, _O Infarinati, o Inferrigni voi pretendeste di saper grammatica, e poesia meglio del Tasso! O Castelvetro, tu pretendevi di sequestrare in bocca al Caro tutte le voci, che non erano del Petrarca! O..... O..... O..... O razza eterna deʼ Subligny, tu siei pur propagata in Italia_?[44] Ma se il Signor Cesarotti ha reputata cosa lodevole il mordere aspramente Omero, e criticare Orazio, e parecchi deʼ Greci Oratori, se egli ha creduto di ravvisare tanti errori gravissimi in quegli uomini sommi,[45] perchè non potrà altri ravvisare qualche errore nel Tasso, e nel Racine, sommi uomini anchʼessi, e nel Caro inferiore a quei due, ma scrittore illustre egli pure? Ma essi furono accusati dʼerrori grammaticali, come se lʼuomo di genio non avesse mai diritto di parlare senza lʼuso, nè innanzi allʼuso, dice il Signor Cesarotti colle parole del Marmontel. E non sono uomini anchʼessi, e perciò sottoposti ad errare? E quanti sono gli errori, che nelle più insigni opere dʼogni età e dʼogni nazione si trovano, e che i Grammatici onestano col nome dʼenallage, e con altri simili? Certo è che nellʼottima edizione delle opere di Racine procurata dal Signor Geoffroy, e da lui corredata di belle annotazioni, si vede talvolta in queste indicato qualche errore grammaticale di quellʼegregio poeta. Nè intendo con ciò di condannare il Tasso, ed approvare le dicerìe degli Infarinati e deglʼInferrigni. Dio mi guardi da ciò. Leggo, e rileggo la Gerusalemme, e poche pagine ho letto di quelle critiche. Dico solamente, che si debbono riprendere queʼ critici, quando le loro censure sono irragionevoli, ma non si debbono riprendere, perchè hanno criticato il Tasso, e meno degli altri lo deve fare chi ha creduto di poter condannare Omero, Demostene, ed Orazio.
Ma lasciamo star ciò, e vediamo almeno in parte il sistema di questo chiarissimo Autore. Una lingua (egli dice) _nella sua primitiva origine non si forma che dallʼaccozzamento di varj idiomi..... Poichè dunque molti idiomi confluirono a formare ciascheduna Lingua, è visibile che non sono tra loro insociabili, che maneggiati con giudizio possono tuttavia scambievolmente arricchirsi; e che questo cieco aborrimento per qualunque peregrinità è un pregiudizio del pari insussistente, e dannoso al vantaggio delle lingue stesse._ Dubito che in questo discorso la conseguenza non sia giusta. La lingua nostra nata è dalla Latina, e da quella deʼ popoli settentrionali, che invasero lʼItalia. Dunque la lingua degli Unni, deʼ Goti deʼ Vandali deʼ Longobardi non è insociabile colla nostra? E qual vincolo di società può essere fra idiomi dʼindole così diversa? Assai son quelli per molte consonanti insieme unite, e la nostra è dolcissima, e grave nel tempo stesso per una conveniente temperatura di quelle, e delle vocali, talchè se or si volesse togliere dallʼantico Teutonico alcuna voce, e farla nostra uopo sarebbe alterarla in modo che non fosse più dessa.
Anche i diversi dialetti delle parti diverse dʼItalia debbono a suo giudizio contribuire ad arricchir la lingua. Egli vorrebbe, che siccome facevasi in Grecia, si scrivesse in tutti i principali dialetti, con che si renderebbero tutti più regolari, e più colti, e da questi approssimati e paragonati fra loro avrebbesi potuto formare, come appunto formossi fra i Greci, una lingua comune, che sarebbe stata la vera lingua nazionale, la lingua nobile per eccellenza composta di una scelta giudiziosa deʼ termini e delle maniere più ragguardevoli, lingua che sarebbe riuscita ricca, varia, feconda, pieghevole, atta forse colle sole derivazioni sue proprie, senza lʼajuto di linguaggi stranieri, alla modificazione delle idee antiche, o alla succession delle nuove, che si introducono dal ragionamento, e dal tempo.[46] Aggiunge poi in una nota lʼopinione di Gebelin, il quale alla libertà di far uso di tutti i dialetti, e di mescolarli fra loro attribuisce la ricchezza, la forza, e lʼarmonìa della lingua Greca, e in gran parte il genio originale deʼ suoi Scrittori. I Greci non reputarono ugualmente nobili tutti i dialetti nè li mescolarono in modo, che quindi si formasse la lingua comune. Il dialetto Attico fu per essi il più pregiato, come di fatto era il più gentile, e a poco a poco abbandonarono lʼuso degli altri, e si accostarono a questo quegli scrittori ancora, che per la loro patria avrebbero dovuto scrivere in altro dialetto. Non parlo quì deʼ poeti, i quali più luogo tempo fecero uso di terminazioni Joniche e dʼaltre simili; ma essi aveano sempre rivolti gli occhi ad Omero loro duce, e maestro, e quelle terminazioni erano considerate come poetiche, e perciò proprie dʼogni dialetto. Quindi i tragici nei cori fanno uso di qualche maniera reputata Jonica, e dʼaltri dialetti, perchè i cori erano pezzi lirici, e perciò ad essi erano adattate le forme poetiche. Non parlo nè pur di Plutarco, e dʼaltri scrittori, i libri deʼ quali sono il risultamento dʼuna immensa lettura dʼopere diverse scritte in diversi dialetti, donde essi toglievano parecchi tratti talora senza citarli, da che ha origine quella disuguaglianza di stile, che nelle opere morali di Plutarco si osserva. Dallʼaltra parte non sappiamo abbastanza le proprietà deʼ dialetti, e noi le attribuiamo allʼuno o allʼaltro, perchè le vediamo usate da qualche Autore, che in quello scriveva.[47] Supposta però ancora quella mescolanza di dialetti il Gebelin dopo avere spacciati altri sogni nel suo Monde primitif poteva spacciare ancor questo, che quindi derivasse in gran parte il genio originale deʼ Greci scrittori; ma il Sig. Cesarotti fornito di molta dottrina, e dʼacuto criterio certamente non lo credeva. Lasciamo però il Gebelin, e torniamo al Cesarotti. Vuole egli, che _dai dialetti dʼItalia si prendano voci, ed acconciandole alla foggia della lingua comune si adottino. Tutti i dialetti non sono forse fratelli? non sono figli della stessa madre? non hanno la stessa origine? non portano lʼimpronta comune della famiglia? Non contribuirono tutti neʼ primi tempi alla formazion della lingua? Perchè ora non avranno il dritto e la facoltà dʼarricchirla? I dialetti di Grecia non mandavano vocaboli alla lingua comune, come le diverse Città i loro Deputati al Collegio degli Anfizioni_?[48] Ma se a tutte queste interrogazioni altri avesse risposto negativamente, io non so bene in qual modo avrebbe egli potuto confermarle. Anticamente in una parte grande dʼItalia si parlava la lingua Greca, e altrove lʼEtrusca lʼUmbra lʼOsca la Sannita ec. La Latina racchiusa era fra limiti angusti anche a tempo di Cicerone, non che prima di lui. _Graeca leguntur in omnibus fere gentibus, Latina suis finibus exiguis sane continentur._[49] Roma obbligò i popoli soggiogati a imparare la lingua Latina; ma non per questo si estinsero affatto le altre lingue. In Grecia si parlò sempre la Greca, come tutti sanno; in Affrica la Punica, come attesta S. Agostino in più luoghi; e nelle Gallie la Gallica, o Celtica, come dice S. Ireneo.[50] Dominò assai più il Latino in una parte dellʼItalia, ciò non ostante nelle regioni più lontane da Roma, come la Magna Grecia, la Liguria, la Gallia Cisalpina, deve necessariamente esser rimasta, ove più ove meno gran parte deʼ loro idiomi. NellʼUmbria, nellʼEtruria, e nellʼaltre parti meno lontane da Roma si parlò a poco a poco il Latino, quantunque alquanto alterato principalmente fra il popolo, e nel contado; e di queste provincie si può dire, che la loro lingua ebbe per origine e madre la Latina. Vennero poi i popoli barbari i quali si sparsero in diverse parti, ed alterarono le lingue, o vogliam dire i dialetti, che vi trovarono. Quindi a mio giudizio hanno origine le diverse maniere di parlare, che ora si osservano nel Piemonte, nel Genovesato, nella Lombardia, nel Veneziano, nella Toscana, nella Romagna, nel Napoletano, nella Sicilia. Non da una sola origine dunque vennero i dialetti dʼItalia, nè si trova in essi pure lʼimpronta comune della famiglia. Basta scorrer per poco lʼItalia per conoscere una lingua nel Genovesato, un altra nel Piemonte, una nella Lombardia, unʼaltra nel Veneziano, una nel Napoletano, e nella Sicilia, e tutte diverse da quella, che si parla in Toscana, e in una parte dello Stato Romano. Diversità nelle declinazioni, nelle conjugazioni, nelle parole, nelle frasi; talchè un Toscano o un Napoletano non intende il linguaggio Genovese, o il Piemontese. E dovʼè dunque lʼimpronta comune della famiglia? In una cosa tanto manifesta credo inutile di trattenermi, confermando questa mia proposizione, e già sono rese di pubblica ragione colle stampe parecchie poesie Napoletane, Bolognesi, Milanesi, onde ogni uno può agevolmente di per se stesso vedere la disparità immensa, che passa fra ciascuna di queste lingue, e la Toscana o Italiana. E giacchè si ricordano sempre i dialetti della Grecia non debbo tacere, che i Greci oltre ai dialetti principali Eolico, Jonico, Attico, Dorico, oltre al Poetico, che era comune a tutti ne avevano ancora altri minori, e nobili meno, che propri erano di Città, e Nazioni diverse. Esichio, Suida, lʼEtimologico, e gli altri Lessicografi Greci ci hanno tramandate molte voci deʼ Laconi, deʼ Cretesi, deʼ Tessali, deʼ Macedoni, e dʼaltri popoli. Ma in questi dialetti non si scrivevano cose letterarie, e solamente si usavano in oggetti familiari, neʼ decreti dei governi, e in altre simili cose. Quando Filippo scrisse agli Ateniesi le lettere, che abbiamo fra le opere di Demostene, non le scrisse già egli nella sua lingua nativa, ma sì nel dialetto Attico. E pure quei dialetti non erano tanto lontani dalla lingua comune, quanto le diverse lingue dʼItalia sono lontane dalla comune lingua degli scrittori Italiani.