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STORIA DELLE REPUBBLICHE ITALIANE DEI SECOLI DI MEZZO
DI
J. C. L. SIMONDO SISMONDI
DELLE ACCADEMIE ITALIANA, DI WILNA, DI CAGLIARI, DEI GEORGOFILI, DI GINEVRA EC.
Traduzione dal francese.
TOMO I.
Italia
1817.
INTRODUZIONE.
_La storia c'insegna che il carattere dei popoli, le virtù o i vizj, l'energia o l'indolenza, i lumi o l'ignoranza non sono quasi mai l'effetto del clima o della particolar razza, ma l'opera del governo e delle leggi: che tutto dalla natura vien dato a tutti, ma che il governo conserva questa comune eredità al suoi soggetti, o ne gli spoglia._
_Tale verità, più che da qualunque altra, viene luminosamente dimostrata dalla storia d'Italia. S'avvicinino le diverse razze d'uomini che successivamente abitarono questa terra di grandi memorie; si confrontino le loro qualità caratteristiche, la moderazione, la dolcezza, la semplicità dei primi Etruschi, l'austera ambizione, il maschio coraggio de' coetanei di Cincinnato, l'avidità e l'ostentazione de' partigiani di Verre, la mollezza e la viltà dei sudditi di Tiberio, l'ignoranza de' Romani de' tempi d'Onorio, la barbarie degl'Italiani soggiogati dai Lombardi, la virtù loro nel secolo dodicesimo, lo splendore del quintodecimo e finalmente il_ decadimento _de' moderni Italiani[1]. Eppure lo stesso suolo alimentò questi esseri di così diverso carattere, lo stesso sangue circolò nelle loro vene; perciocchè le barbare nazioni che vi si frammischiarono, perdute, per così dire, nel vasto mare degl'indigeni, non hanno potuto in verun modo modificare la fisica costituzione degli uomini che l'Italia produceva. Ma se la natura rimase la medesima per gl'Italiani d'ogni tempo, cambiò frequentemente il governo, e le sue mutazioni precedettero sempre o accompagnarono le mutazioni del carattere nazionale; e le cause non furono mai tanto evidentemente legate agli effetti._
[1] L'autore parlava de' tempi in cui gli stati d'Italia erano manomessi ad arbitrio dal governo francese. I primi volumi di questa storia si pubblicarono in Zurigo del 1807.
_Gli Etruschi, che precedettero i tempi romani, sono i primi popoli d'Italia di cui la storia abbia fino a noi tramandate poche ed incerte memorie. Le maremme, oggi deserte, erano allora sparse di borgate[2], e la terra, sempre fertile in ragione del travaglio, era per loro una sorgente inesausta di ricchezze in greggie ed in grani. La lunga prosperità di cui godettero avendo loro permesso di occuparsi delle scienze e delle arti, se non furono superiori ai Greci, li precedettero almeno nella gloria letteraria. I poeti chiamarono età dell'oro il regno di Saturno nell'Etruria, e non si scostarono affatto dalla verità.
[2] Siccome ignoriamo perfino i nomi degli scrittori etruschi o tirreni, e che questi popoli non ci sono conosciuti che per pochi frammenti greci e latini, così rimarranno sempre avvolti in molta oscurità. Ciò nulla ostante abbiamo una prova della potenza loro nelle colossali muraglie di Volterra, del loro gusto ne' vasi che conservaronsi fino al presente, del loro sapere nel culto di Giove Elieo, cui attribuirono l'arte da loro conosciuta, e rinnovatasi a' nostri tempi d'evitare e dirigere i fulmini.
_Avevano gli Etruschi adottato il governo della prosperità e della libertà, il governo federativo[3]. Diasi lode ai popoli liberi, i quali, non lasciandosi sedurre dall'ambizione, preferiscono alla potenza ed alla gloria il migliore d'ogni bene, la libertà: essi chiedevano al loro governo non conquiste novelle, ma universale amore e moderazione. Onoriamo le nazioni libere che preferiscono ad ogni altro governo il federativo, non tanto perchè si limita a difendersi dalle straniere aggressioni, ma più ancora perchè non si lascia affascinare dai prosperi avvenimenti, o sedurre da ambiziosi progetti._
[3] L'autore come buon Svizzero esalta sopra tutti i governi quello della sua patria; ma come potrebb'egli provare che il medesimo converrebbe anche alle nazioni più numerose, più ricche e più molli di quello che sono gli Svizzeri? N. d. T.
_Nè gli Etruschi erano allora i soli popoli federati d'Italia; che anzi i Sabini, i Latini, i Sanniti, i Bruzi, e quant'altre nazioni guerreggiarono contro Roma, ebbero tutte un governo federativo. Tali leghe non fecero, è vero, splendide conquiste, ma seppero solidamente stabilirsi; perciò che non soggiacquero alla romana possanza che dopo una lunga prosperità. Queste nazioni sì poco conosciute, e così degne della comune ammirazione, scomparvero[4], e con loro perdette l'Italia la felicità, le ricchezze, la popolazione, la vera libertà. Il popolo romano, quel popolo re, sagrificò tanti beni allo splendore d'un gran nome, alla perniciosa gloria delle conquiste._
[4] Il sig. Micali, dotto fiorentino, sta scrivendo la storia de' popoli che abitarono l'Italia avanti i tempi romani. (Si pubblicò in Firenze nel 1810.)
_Che se le federazioni dovettero finalmente cedere al fato di Roma, l'ostinata lotta che sostennero nel corso di tre secoli prova abbastanza che la debolezza non è un difetto intrinseco delle costituzioni federative: esse dovettero succumbere perchè non è dato, specialmente ai governi liberi, d'avere troppo lunga durata, e la felicità è un bene così sfuggevole, così straniero, per così dire, all'umana specie, che niuna istituzione è valevole ad assicurargliene il possesso. Se una di quelle calamità, che sempre minacciano la nostra specie, investe una nazione libera, se la peste condensa gli uomini nei sepolcri, se una lunga guerra impoverisce lo stato, se scarseggiano i prodotti della terra, se languisce il commercio, se manca il travaglio ai lavoratori, i mali presenti, il timore dell'avvenire, bastano a sovvertire un governo paterno, tutta la di cui forza essendo posta nell'amore de' sudditi, non può mantenersi se non quanto dura la loro felicità. La tirannia per lo contrario prende vigore e consistenza in mezzo alle calamità generali, imperciocchè quanto più grandi sono le sventure che l'opprimono, tanto meno una nazione può far fronte all'oppressione; anzi non trova miglior consiglio per resistere a nuove sciagure, che quello di porre tutte le sue forze in arbitrio del governo. Le federazioni italiane soggiacquero a quelle sventure dalle quali verun governo può guarentire le popolazioni; e colle federazioni ebbero fine gli sforzi dell'Europa per l'indipendenza. Quando i Sanniti furono oppressi, il mondo intero non potè più resistere alla potenza romana._
_Questo gran popolo, la di cui gloria riverbera ancora su l'Italia, riconobbe le sue conquiste e le sue virtù dal primo governo, che altro non era che una nascente aristocrazia, la quale per essere nuova doveva necessariamente essere fondata sulla preminenza del merito, ed invece d'avvilire gli ordini inferiori del popolo, li rendeva più intraprendenti cogli stessi sforzi che faceva per sottometterli._
_Più tardi il lusso e la cupidigia dei Romani, lo spopolamento delle campagne, l'avvilimento della plebe furono l'effetto necessario delle loro vittorie, delle vaste conquiste, dello stabilimento della monarchia universale, e di quello stesso governo che loro diede la propria eccessiva potenza._
_Allo stabilimento del despotismo tenne dietro sotto gl'imperatori la perdita di tutte le virtù. A sovrani militari portati sul trono dai delitti non dalla nascita o dalle virtù, non potevano ubbidire che gli schiavi più vili ed abbietti. Costretti a valersi sempre della forza, distrussero la pubblica opinione, ch'era in addietro il principale incoraggiamento e la più cara ricompensa della virtù._
_Il despotismo ricondusse la barbarie, la quale fece poi a vicenda rinascere il valore e la libertà. Il tanto celebrato e glorioso secolo d'Augusto fu l'epoca fatale in cui gli uomini avviliti perdettero il coraggio, l'energia, il talento. Augusto raccolse, è vero, i frutti della libertà e della repubblica; ma cinque secoli di vergogna e d'avvilimento furono le tristi conseguenze del suo regno, e del mutato governo. Non vi vollero meno di altri cinque secoli di barbarie per far dimenticare agli uomini le funeste lezioni del despotismo, per restituir loro l'energia, per creare presso de' medesimi i soli elementi onde può formarsi una nazione._
_Questa nazione uscì finalmente di mezzo al caos che pareva avesse inghiottito il mondo; il cuore degl'Italiani si riaprì di nuovo all'amore della patria e della libertà, e non mancò loro il coraggio necessario per acquistare e conservare questi preziosi beni. A lato alle grandi virtù non tardarono a svilupparsi ancora i grandi talenti; le scienze e le arti coltivaronsi felicemente, di modo che, quando Costantinopoli cadde in potere degli Ottomani, l'Italia trovavasi preparata a ricevere il prezioso deposito della greca letteratura, che conservatasi in mezzo alle rovine delle province, poteva succumbere sotto quelle della capitale. L'Europa deve alle repubbliche italiane la ricca eredità dell'antica sapienza. Ed appunto questa seconda epoca delle virtù, dei talenti, della libertà, della grandezza, è quella che mi sono proposto di far conoscere._
_La storia della repubblica romana scritta da tanti eccellenti ingegni antichi e moderni è di tutte la meglio conosciuta; e non senza ragione si alimenta la gioventù collo studio delle cose spettanti ad un popolo così grande, così glorioso, i di cui destini fissarono, per così dire, quelli del mondo. Quel vivo interesse che avea eccitato la repubblica romana, ci condusse altresì a studiare le rivoluzioni dell'impero, quando ancora, perduta la libertà, il valore, l'energia, protraeva una vergognosa esistenza nel vizio e nella schiavitù. Quantunque nojosa riesca la storia d'ogni altro governo dispotico in decadimento, si segue fino alla sua totale dissoluzione quello dell'impero d'Occidente. Dopo dieci secoli d'oscurità torna l'Italia ad essere ben conosciuta dal cominciamento del sedicesimo secolo. Dal regno di Carlo V in avanti, tutti gli stati d'Europa formano come una vasta repubblica, le di cui parti sono talmente connesse, che non è possibile di separarle per seguire la storia d'una sola popolazione; di modo che studiando la storia d'una nazione s'impara altresì quella di tutto il mondo incivilito. Queste due epoche rispetto all'Italia, ugualmente illustrate da egregi storici, sono divise dal mezzo tempo, nome con cui vengono precisamente indicati i dieci secoli che scorsero tra la caduta di Roma e di Costantinopoli. La storia d'Italia de' mezzi tempi, di que' tempi che lo storico più grande dell'età nostra[5] chiamò i secoli del merito sconosciuto, formerà il soggetto della presente opera._
[5] Johannes Muller.
_Questa storia deve terminare coll'anno 1530 quando Fiorenza, l'ultima delle repubbliche de' mezzi tempi, fu soggiogata dalle armi spagnuole e papaline, onde innalzare sulle di lei rovine la dinastia de' Medici[6]. Le tre altre repubbliche italiane, che protrassero la loro esistenza oltre l'_età di mezzo, _cambiarono all'epoca della caduta di Fiorenza la loro costituzione, di modo che ebbe allora fine la libertà d'Italia; e la sorte di così bella contrada, fatta preda a vicenda di vicini ambiziosi e potenti, o della perfidia di piccoli principi, non altro sentimento può eccitare nell'animo nostro, che quello della compassione._
[6] Il 28 ottobre 1530.
_L'età di mezzo incomincia precisamente l'anno 476, epoca in cui Odoacre, dopo aver fatto perire il patrizio Oreste, e ridotto in ischiavitù l'imperatore Augustolo, pose fine all'impero d'Occidente[7]._
[7] Oreste padre dell'imperatore Augustolo fu ammazzato a Piacenza il 28 agosto del 476, e suo figliuolo esiliato a Lucullano castello della Campania. Odoacre lo lasciò in vita in considerazione dell'estrema sua giovinezza, e dell'antica amicizia colla sua famiglia, e lo provvide di larghi appuntamenti. Hist. miscellæ l. XV. p. 99. Scr. Rer. It. t. I. Jornandes de Reg. et temp. successione. Ib. p. 239.
_Ma non è propriamente la storia d'Italia che noi abbiamo proposto di scrivere, bensì quella delle repubbliche italiane. L'oppressione ed il guasto d'una sventurata provincia, ove più non rimane alcuno spirito nazionale, alcun vigore, alcun sentimento virtuoso e sublime, può ben formare un quadro da presentarsi utilmente allo sguardo degli uomini, onde far loro conoscere le funeste conseguenze di un governo corruttore; ma non può essere il soggetto d'una perfetta storia. La ripetizione degli stessi atti di crudeltà e di bassezza affatica lo spirito, rattrista il cuore del lettore, ed avvilisce il carattere di quell'uomo che ne facesse troppo lungo argomento de' suoi studi. Non è già la storia de' paesi che noi amiamo di conoscere, ma quella delle popolazioni; e questa non incomincia che collo sviluppo di quel principio di attività che le costituisce nazioni. La storia dell'Italia sotto la dominazione dei barbari è piuttosto quella delle nazioni conquistatrici, che quella dei popoli sottomessi._
_L'Italia rinvigorita dall'unione del suo popolo coi popoli settentrionali, scossa da una scintilla di quella libertà che più non conosceva, resa energica dalla dura educazione della barbarie e della sventura; l'Italia, dopo essere stata lungo tempo una debole e mal difesa provincia dell'impero romano, diventò, non già una nazione, ma un semenzajo di nazioni. Ogni sua città fu un popolo libero e repubblicano; ed ogni città del Piemonte, della Lombardia, della Venezia, della Romagna, della Toscana meriterebbe una storia parziale; ed ognuna in fatti può presentare una biblioteca di cronache e di scritture nazionali. Grandiosi caratteri svilupparonsi in questi piccoli stati, e vi germogliarono le più vive passioni, coraggio, eroismo, virtù ignote alle grandi popolazioni condannate per sempre all'indolenza ed all'obblìo._
_Le repubbliche italiane de' mezzi tempi le quali si resero gradatamente libere dal decimo al dodicesimo secolo, ebbero, durante la loro indipendenza, grandissima parte all'incivilimento, alla prosperità del commercio, all'equilibrio della politica d'Europa. Pure sono sconosciute alla maggior parte degli uomini mediocremente versati nello studio della storia, perchè l'intera vita appena basta alla lettura delle parziali loro storie, non essendosi finora trovato chi si prendesse l'incarico di riunire sotto un solo punto di vista una storia generale. Si è potuto scrivere la storia della Svizzera perchè la loro federazione presentava un punto centrale; si potè fare lo stesso della Grecia, perchè la gloria d'Atene richiamava tutti gli sguardi sopra di sè, e permetteva di collocare, quasi accessorj del quadro, nelle parti meno illuminate, i popoli suoi rivali o sudditi. Ma l'Italia ne' tempi di mezzo presenta un tale labirinto di stati uguali ed indipendenti, che a ragione si teme di smarrire il filo. Noi non ci dissimuliamo quest'essenziale difetto dell'argomento che abbiamo preso a trattare, ma speriamo che, quand'anche i nostri sforzi non venissero coronati da prospero successo, il lettore vorrà saperci buon grado di ciò che abbiamo fatto per ottenere l'intento[8]._
[8] In ragione che un argomento storico è più complicato, richiede più o meno lavoro per riunire i materiali necessarj. Ogni stato ha la sua storia ed i suoi separati documenti; ho citato a piè di pagina i libri ed i documenti di cui mi valsi in appoggio della mia scrittura. Non era agevol cosa il riunire tante cose assieme: per riuscirvi soggiornai tre anni in Toscana patria dei miei antenati: poscia scorsi tre volte quasi tutta l'Italia, riconoscendo que' luoghi che servirono di teatro ai grandi avvenimenti. Ho travagliato in quasi tutte le biblioteche, visitati gli archivj di molte città e conventi; e perchè la storia d'Italia trovasi interamente legata con quella della Germania, percorsi ancora tutta questa contrada per cercarvi documenti storici. Finalmente ho fatto acquisto di tutti i libri che trattano de' tempi e dei popoli, che mi sono proposto di far conoscere. Mi sia permesso di parlare di tutte le fatiche da me sostenute, onde meritarmi, se fia possibile, la confidenza de' miei leggitori.
_Divideremo in due parti presso che uguali quel periodo di quasi undici secoli che divide la storia dell'impero d'Occidente dal regno di Carlo V: i primi sei secoli precedettero e prepararono le nostre repubbliche; i cinque ultimi abbracciano i tempi della loro durata. Tratteremo sommariamente il primo periodo, consacrando, quasi introduzione, i primi sei capitoli dell'opera a dare contezza di que' tempi che nascondono tra le loro tenebre il rinascimento delle virtù pubbliche in seno alla barbarie e lo sviluppo del carattere nazionale. Col settimo capitolo soltanto entreremo di proposito nella nostra storia[9]; e dalla pace di Worms conchiusa tra la Chiesa e l'Impero l'anno 1122, seguiremo passo passo le nostre repubbliche, tenendo conto degli sforzi che fecero per assicurarsi l'indipendenza e di quanto operarono sia nella guerra della libertà che sostennero contro Federico Barbarossa, sia ne' posteriori tempi, quando l'una appresso l'altra, cedendo alla forza o al tradimento, caddero in podestà di qualche principe._
[9] Pare che il nostro autore si proponesse a suo modello la prefazione premessa da Robertson alla sua vita di Carlo V, come questi aveva preso ad imitare i primi libri della storia fiorentina di Nicolò Machiavelli: ma come pensano alcuni che lo scrittore inglese non uguagliasse il suo inarrivabile esemplare, il nostro storico ancora rimase forse alquanto addietro di Robertson. Coloro che non leggessero che i primi sei capitoli di questa storia non potrebbero adequatamente giudicare del merito sommo e della nobiltà di quest'opera, che riempie un gran vuoto della storia italiana. N. d. T.
STORIA DELLE REPUBBLICHE ITALIANE
CAPITOLO I.
Mescolanza degl'Italiani coi popoli settentrionali dal regno di Odoacre fino a quello d'Ottone il grande.
476 = 961.
In sul declinare del quinto secolo, Romolo Augustolo, imperatore d'Occidente, figliuolo d'un patrizio che di que' tempi era forse il solo generale nato romano, fu deposto da' suoi soldati, che gli sostituirono Odoacre, uno de' capitani delle guardie imperiali, d'origine Erulo o Scita[10]. Questo usurpatore soppresse per modestia il nome d'impero occidentale, e si accontentò del titolo di re d'Italia. Allora la sovranità di Roma fu per la prima volta trasferita alle nazioni settentrionali.
[10] Procop. De Bello Goth. l. 1. c. 1. — Byzant. t. II. p. 2. — Jornandes De reb. Get. c. 46. t. I. — Rer. Ital. p. 214.
Un signore italiano, Berengario marchese d'Ivrea, fu cinque secoli dopo coronato da' suoi compatrioti re d'Italia, e poco dopo dai medesimi deposto. Allora i grandi feudatarj chiamarono dalla Sassonia Ottone re d'Allemagna, ed a lui volontariamente si sottomisero, aggiungendo alla dignità di re di Lombardia il titolo d'imperatore, che gli Occidentali avevano fatto rivivere due secoli prima in favore di Carlo Magno, e lasciato poi cadere in dimenticanza. E per tal modo con una strana rivoluzione, della loro patria indipendente ne formarono una provincia dell'impero germanico, quantunque assai lontana dalla sede del governo.
Queste due rivoluzioni che sostituirono il nome di monarchia a quello d'impero, ed il nome d'impero a quello di monarchia, determinano la durata delle sventure che travagliarono l'Italia avanti che potesse riprendere il carattere e l'energia di nazione libera. Tali rivoluzioni che presentano alcuni rapporti di circostanze generali, si rassomigliarono assai più negli effetti. La prima che sembrava aver posto il colmo all'ignominia di Roma, fece poc'a poco ripullulare tra gl'inviliti Italiani le virtù ed il coraggio, che aveva distrutti il dispotismo dei Cesari. L'ultima che si credette dover porre l'Italia nella vergognosa dipendenza dei Tedeschi suoi antichi nemici, fu quella invece che ridestò negl'Italiani il desiderio della libertà, e fu la cagione immediata del risorgimento de' governi repubblicani.
Incerte ugualmente ed oscure sono le storie d'Augustolo e di Odoacre, di Berengario e di Ottone; e dense tenebre ricuoprono que' tempi di profonda ignoranza. Grandissima non pertanto è la diversità che passa tra gl'Italiani del quinto, e quelli del decimo secolo. Nella prima epoca troviamo la nazione caduta in quell'estremo avvilimento, cui il più insultante dispotismo possa ridurre un popolo civilizzato; quando nella seconda andava ripigliando quell'energia, quell'indipendenza di carattere, che una lunga serie di traversie può dare ad un popolo barbaro.
Sotto gli ultimi imperatori la nobiltà di Roma più capace non era di grandi e generose passioni. Resa straniera alle cariche politiche e militari, erasi spento nel cuor de' patrizj perfino il desiderio della gloria; ed avrebbero creduto di avvilirsi col servire allo stato. Se la storia ricorda ancora di quando in quando i nomi delle antiche generose famiglie, non è che per parlare delle loro ricchezze e delle loro sventure. Poteva la storia raccontare quanti preziosi arredi avevan preso i barbari nei loro palazzi, e di quante migliaja di schiavi spogliati i loro poderi; ma niente dir poteva di uomini affatto incapaci di grandi azioni, i quali, senza talenti e senza virtù, passavano confusi colla plebe abietta non lasciando alcuna traccia di sè medesimi. Il rimanente della nazione, se fosse stato possibile, ancora più vile dei patrizj, si nasconde affatto alle nostre ricerche. Osservando le armate composte soltanto di stranieri e le campagne popolate di schiavi, si domanda invano alla storia ov'erano allora gl'Italiani. Quando leggiamo gli annali degli ultimi regni dell'impero d'occidente, quasi non ci avvediamo che trattasi ancora d'un vastissimo stato: le armate ridotte ad un pugno di uomini, il tesoro incapace di sostenere le più piccole spese, l'impero mal difendersi dal più ignobile aggressore, il popolo ed il senato permettere che un capitano delle guardie dia e tolga a sua voglia il diadema a persone straniere, niun ordine della nazione avere un sol uomo capace di prendere coraggiosamente le redini del governo; tutto ci farebbe credere che trattisi d'un ignobile feudo, anzichè della nazione erede del nome e della grandezza di Roma[11].
[11] Veggansi Gibbon Storia della decadenza dell'impero romano c. 35. e 36., Murat. Ann. d'Italia an. 423=476. E tra gli autori originali la Storia miscella l. XIV. e XV. Scrip. Rer. It. t. I. p. 92=99; come pure le varie cronografie degli scrittori britannici.
Ma allorchè la corona d'Italia passò ad Ottone il grande, molti nobili fieri indipendenti bellicosi cercavano con entusiasmo la gloria ed il potere; nè avrebbero senza indignazione tollerato che persone straniere alla loro classe, fossero i giudici, i generali, i ministri del re, i difensori della patria. I minori vassalli non lasciavano, benchè meno potenti, di mostrarsi al par dei primi energici ed audaci. Non potendo aspirare alla signoria, combattevano per l'indipendenza: fortificavano le loro rocche, addestravano all'armi i loro paesani, e volevano intervenire alle assemblee nazionali, rifiutando di sottomettersi alle leggi e ai tributi, cui non avessero data la sanzione col loro preventivo assenso. D'altra parte i borghigiani, resi forti dalla loro riunione nelle città, riclamavano la conservazione delle leggi e delle costumanze municipali, e chiedevano di partecipare a quella libertà, che non doveva essere l'appannaggio esclusivo d'una casta privilegiata, ma appartenere a tutti gli uomini che sanno rendersene degni col coraggio e colle virtù. E per tal modo l'intera nazione, animata dal medesimo principio di vita, s'andava agitando per ogni lato, e facendo sperienza delle proprie forze: e quando ancora non aveva trovato l'arte di valersene in sua difesa, e per la propria felicità, pronunciava oscuramente le grandi cose di cui mostrerebbesi un giorno capace.
Così notabile cambiamento nel carattere d'una intera nazione basta a render degno della più grande attenzione questo primo periodo dell'età di mezzo: una nazione ringiovenita dopo esser giunta all'estremo grado di decrepitezza, è un fenomeno singolare, che altrove la storia non ci presenta. Ma i cinque secoli, nel corso de' quali si rifuse il genere umano, sono coperti da così dense tenebre, che le più accurate indagini non dissiperanno giammai interamente. Verun monumento, veruno storico abbastanza esatto ci rimane di que' tempi in cui tre popolazioni settentrionali, i Goti, i Lombardi, i Franchi, s'incorporarono successivamente agl'Italiani resi loro soggetti: troppo erano avviliti gli ultimi avanzi della popolazione civilizzata; troppo ignoranti i conquistatori per iscrivere la storia de' loro tempi. Le poche cronache contemporanee ne conservarono bensì i nomi dei re, le guerre che sostennero, e le rivoluzioni che frequentemente li balzavano dal trono, ma non ci danno veruna notizia dei popoli, onde giudicar si possa dei costumi e dello sviluppo delle sue facoltà. Altronde la storia de' principi è affatto straniera al nostro scopo, quando non ci fa conoscere le cagioni che diedero origine alle nostre repubbliche. E per tal modo forzati di rinunciare al pensiero di dare una soddisfacente storia di questi tempi d'oscurità, ci limiteremo ad indicare sommariamente il modo con cui i settentrionali frammischiaronsi alle nazioni del mezzodì, per richiamare poi separatamente ad esame alcuni oggetti, che in particolar modo richiedono la nostra attenzione; cioè l'origine, i progressi e lo scioglimento del sistema feudale, la storia della città e della chiesa di Roma dopo la caduta dell'impero occidentale, la storia delle città greche del mezzo giorno d'Italia, quelle delle città marittime, e finalmente quella della formazione di tutti i municipj che diventarono governi liberi. Così procedendo, potremo spargere qualche lume sui primi secoli dell'età di mezzo, senza obbligarci ad una cronologica nomenclatura di nomi barbari, che il lettore può facilmente trovare in altre opere.
(476) Allorchè fu distrutto l'impero d'occidente, la civilizzazione si ridusse entro i limiti dell'impero d'Oriente[12]. I sovrani di Costantinopoli contavano ancora tra le loro provincie la Grecia, la Tracia, parte dell'Illirico, l'Asia minore, la Siria e l'Egitto: ma in quest'epoca l'impero occidentale fu tutto diviso in brani tra le nazioni del settentrione. I Franchi stabilironsi nelle Gallie, gli Anglo-Sassoni nella Brettagna, i Visigoti nella Spagna, nell'Africa i Vandali, ed Odoacre ebbe il regno d'Italia.
[12] All'epoca di cui si tratta non era dall'Italia, benchè dominata dagli stranieri, sbandita affatto ogni coltura, e si possono ricordare alcuni uomini illustri nelle lettere sacre e profane. Altronde tante facoltose famiglie che seco trassero nelle isole della Venezia letterati ed artefici e clienti d'ogni genere, e v'innalzarono l'edificio della libertà italiana, hanno potuto dividere colle provincie dell'impero greco il sacro deposito della coltura e dei lumi che abbandonavano le contrade d'Italia occupate dai barbari. Merita intorno a quest'argomento d'essere letta l'erudita dissertazione di Gerolamo Zanetti: Dell'origine d'alcune arti principali appresso i Veneziani. N. d. T.
(476 = 493) Sotto il dominio d'Odoacre non vennero in Italia popolazioni nuove, e soltanto vi si fissarono più stabilmente que' mercenari stranieri, che da molti anni formavano essi soli l'armata dell'impero. Questi mercenarj sotto il comando d'un loro compatriotta si arrogarono tutti i poteri dell'impero, siccome coloro che ne formavano tutta la forza. Diedero al loro capo il titolo di re; e dal nuovo re domandarono ed ottennero una distribuzione di terreni, per cui la terza parte delle campagne d'Italia passò in proprietà de' barbari[13].
[13] Proc. de bello Got. l. I. Byzan. Hist. Scrip. Editio Ven. t. II. p. 2.
Il governo de' mercenarj, ed il regno di Odoacre durarono diecisett'anni[14]: fu questo il passaggio del governo romano al governo de' barbari. Odoacre si caricò agli occhi de' popoli dell'odiosa memoria d'aver distrutto il nome ancora riverito dell'impero, ed avvezzò gl'Italiani a risguardare in appresso come loro monarca uno de' conquistatori settentrionali, che fino allora avevano considerati come nemici, o come soldati mercenarj.
[14] Teodorico entrò in Italia l'anno 489, ma non ne ultimò la conquista che colla presa di Ravenna, alla morte d'Odoacre l'anno 492. Una volta per sempre citerò in appoggio delle cronologie da me adottate gli Annali d'Italia del dottissimo Muratori.
(489) Quattordici anni dopo che Odoacre fu fatto re, Teodorico re degli Ostrogoti entrò in Italia, consentendolo Zanone imperatore d'Oriente, ed intraprese la conquista del regno di Odoacre, che terminò colla presa di Ravenna l'anno 493. Teodorico che in gioventù era stato più anni alla corte di Costantinopoli, univa alle virtù de' popoli barbari il sapere delle nazioni civilizzate[15]. Egli intraprese di riunire e rendere felici le due nazioni a lui soggette: chiamò gl'Italiani agl'impieghi civili, i Goti alla milizia, e facendo rispettare l'Italia dagli altri popoli barbari, fu il primo che ispirasse alcun poco di confidenza nelle proprie forze agli avviliti Romani, che probabilmente incominciarono dopo il regno di Teodorico ad avere in qualche pregio le antiche virtù.
[15] Jornand. de reb. Geticis c. 52. p. 217, t. I. Scrip. Ital.
Ma se l'unione coi popoli settentrionali era utile al rigeneramento de' Latini, altrettanto l'esempio di questi poteva snervare il valore de' barbari. Nella stessa guisa quando si mischiano assieme due fluidi di diversa temperatura, l'uno acquista il calore con pregiudizio dell'altro: perciò i primi conquistatori dell'Italia perdettero in poco tempo il natio valore. La dominazione Gota in Italia durò soltanto sessantaquattr'anni[16], e gli ultimi diciotto anni della loro monarchia furono impiegati in una sanguinosa guerra contro i Greci; durante la quale Belisario, poi Narsete, conquistarono due volte l'Italia, e distrussero il fiore di quella nazione che cinquant'anni prima faceva tremare i Greci a Costantinopoli.
[16] Dopo l'invasione di Teodorico accaduta l'anno 489 fino alla morte di Teja ed alla conquista di Cuma fatta da Narsete l'anno 553, i loro re furono
l'anno 489. Teodorico.
526. Atalarico.
534. Teodato.
536. Vitige.
540. Ildebaldo.
541. ( Erarico.
( Totila.
552. Teja.
La storia degli Ostrogoti forma parte di quella del basso impero[17]; ma non può riguardarsi come parte di quella che noi scriviamo, se non in quanto i Goti furono i primi popoli barbari che s'incorporarono cogl'Italiani. Le due nazioni soggette agli stessi padroni si unirono strettamente: l'origine settentrionale de' Goti fu dai Latini dimenticata; e da quell'epoca in poi non furono che un solo popolo. Forse quest'unione non avrebbe avuto perfetta consistenza sotto la Greca dominazione; ma questi non rimasero lungo tempo padroni dell'Italia. Narsete che l'aveva conquistata e saviamente governata sedici anni, fu richiamato a Costantinopoli dalla gelosa diffidenza dell'imperatrice. Il vecchio generale, abbandonando il suo governo, affidava la cura di vendicarlo ad Alboino (567) re de' Lombardi, che segretamente invitava a scendere in Italia[18].
[17] Veggasi Gibbon Decline and fall of the Rom. Empire Vol. VII. cap. 41. e 43. Il migliore degli storici Bizantini scrisse minutamente la guerra de' Goti di cui fu testimonio. Procop. Cæsar. de Bello Goth. Lib. IV. Byzan. t. II. I Goti ancora ebbero il loro storico. Jornades de Rebus Geticis. Sembra che costui, allorchè rovinò la sua nazione, si facesse monaco. Scrip. Rer. Ital. t. I.
[18] Narsete morì a Roma di novantacinque anni nel 567 quando disponevasi ad eseguire gli ordini di Giustino II. Alboino entrò in Italia l'anno susseguente. Narsete viene accusato d'averlo chiamato da Paolo Warnefrido: Gesta Longob. Lib. II. c. 5. t. I. Rer. Ital. p. 427, e da Anast. Bibl. Vitæ Rom. Pont. in Vita Johannis III. t. III. 133.
(568) Tra le nazioni germaniche quella dei Lombardi aveva nome d'essere la più brava, la più fiera, la più libera. I Lombardi credevansi usciti dalla Scandinavia[19]; e da oltre quarant'anni abitavano la Pannonia, che cedettero gli Unni loro alleati, quando essi rinforzati da un considerabile corpo di Sassoni, si avviarono alla volta d'Italia[20].
[19] Paul. Warnef. de Gestis Long. l. I. c. 2. p. 408.
[20] Ibid. l. II. c. 7. p. 428.
Malgrado la loro bravura, ed il loro numero, i Lombardi non ottennero di occupare tutta l'Italia. L'immatura morte d'Alboino dopo il breve regno di tre anni e mezzo, e l'anarchia che ne fu la conseguenza, arrestarono le loro conquiste. Un popolo indipendente, fattosi forte nelle lagune di Venezia, si sottrasse alla schiavitù lombarda. Roma col suo territorio, che allora cominciò ad aver il nome di ducato, si tenne fedele agl'imperatori d'Oriente sotto la protezione dei Papi[21]. L'Esarcato di Ravenna, non che la Pentapoli che formava parte della Romagna, e le città marittime dell'Italia meridionale furono dalle armi greche difese contro i Lombardi: finalmente un principe lombardo, resosi quasi affatto indipendente dai re della sua nazione, erasi stabilito nel centro delle Provincie ond'è oggi formato il regno di Napoli, e vi regnava col titolo di duca di Benevento. Intanto Alboino, ed i suoi successori avevano stabilita in Pavia la sede del regno, che stendevasi dalle alpi fin presso Roma.
[21] Ciò va inteso in senso assai largo, e con diverse modificazioni, perciò che se i Papi tennero alcuna volta coll'autorità loro, già cresciuta a dismisura, fedeli i Romani all'impero Orientale, furono ancora quelli che sottrassero Roma all'impero. N. d. T.
In tal maniera la conquista de' Lombardi fu per certi rispetti cagione del risorgimento delle nazioni italiane. Principati indipendenti, comuni, repubbliche, s'andavano agitando per ogni verso, e questa contrada da tanto tempo addormentata incominciò a risvegliarsi. Poichè nel susseguente capitolo avremo esaminata l'interna forma del regno lombardo di Pavia, procederemo separatamente, e partendo sempre dalla stessa epoca, a parlare del ducato e della repubblica di Roma, del principato di Benevento, delle repubbliche d'Amalfi, di Napoli, di Gaeta, di Venezia, e finalmente di tutte le popolazioni che si videro allora acquistare un'esistenza politica.
(568 = 774) La monarchia de' Lombardi durò abbastanza gloriosa duecento sei anni[22]; nel quale spazio di tempo ebbe ventun re[23], e tra questi molti egregi ed illustri principi, come ne fanno prova le savissime leggi che diedero al loro regno. Ma i Lombardi non s'unirono agl'Italiani come fecero i Goti loro predecessori. Entrando in Italia avevano più crudelmente abusato della vittoria[24], di quel che facessero i Goti, per cui le due nazioni rimasero divise da un implacabile odio, anche lungo tempo dopo la caduta della monarchia di Pavia. Ascoltiamo il vescovo di Cremona Luitprando di origine lombarda: «Noi altri Lombardi, egli dice, siccome i Sassoni, i Franchi, i Lorenesi, i Bavari, gli Svevi ed i Borgognoni, disprezziamo di sorte il nome romano, che, in istato di collera, non sappiamo proferire maggior ingiuria contro i nostri nemici, che chiamandoli Romani; giacchè in questo solo nome comprendiamo tutto quanto vi può essere d'ignobile, di timido, d'avaro, di lussurioso, di menzognero, e per dirlo in una parola, tutti i vizj[25].» I Romani dall'altro canto, non è a dubitarsi che non avessero maggiore antipatia pei loro oppressori. Ma la razza de' Lombardi prosperava in Italia; mentre quella de' Romani s'andava gradatamente estinguendo. I corrotti ed effeminati costumi degli ultimi li tenevano nel celibato; mentre l'attività, il desiderio di perpetuare ne' loro discendenti col proprio nome la gloria ch'eransi acquistata, consigliava i Lombardi al matrimonio. I pochi Italiani ancora bastantemente ricchi abbandonavano un paese, che ogni giorno diventava per loro sempre più straniero, e si riparavano nel ducato romano, nell'Esarcato, nella Calabria greca, o nelle lagune veneziane, dove trovavano concittadini nemici dei loro oppressori. L'indipendenza di queste provincie, che i Greci abbandonavano quasi totalmente a se medesime, la loro piccolezza, i continui pericoli cui trovavansi esposte, ridestavano nel cuore degli abitanti l'amor di patria.
[22] Dall'anno 568 in cui Alboino invase l'Italia fino al 774 quando Carlo Magno, fatto prigioniero Desiderio, o Diego, a Pavia, si fece coronare in suo luogo re de' Lombardi.
[23] I re Lombardi in Italia furono
L'anno 569 Alboino.
573 Clefi.
584 Autari.
591 Agilulfo.
615 Adaloaldo.
625 Arioaldo.
636 Rotari.
652 Rodoaldo.
655 Ariberto I.
661 ( Pertarito, e
( Godeberto.
662 Grimoaldo.
671 Pertarito per la seconda volta.
678 Cuniberto.
700 Luitberto.
701 ( Ragimberto, ed
( Ariberto II.
712 ( Aliprando, e
( Liutprando.
736 Ildeprando.
744 Rachis.
749 Astolfo.
757 Desiderio, con
759 Adelchi suo figliuolo.
[24] Paulus Warnefridus de Gestis Longob. lib. II. c. 32. p. 436.
[25] Luitp. in Legat. t. II. p. 481. Bisogna ricordarsi che Luitprando parlava così a Niceforo Foca nel calore della disputa, perchè questi gli aveva rinfacciato che Ottone suo signore non era altrimenti Romano, ma Tedesco.
I popoli stranieri, esposti alla corruzione, ne furono la vittima prima dei popoli civilizzati. Benchè i Lombardi conservassero fino alla dissoluzione della loro monarchia la costituzione libera che si erano data; benchè il codice delle loro leggi fosse migliore assai di tutti quelli de' popoli barbari; benchè la forma irregolare delle loro frontiere accrescesse, proporzionatamente all'estensione dello stato, i punti di contatto coi loro nemici, e che questa stessa irregolarità, chiamandoli a più frequenti guerre, dovesse più lungo tempo tener vive le abitudini militari; pure l'influenza del clima, la fecondità delle terre, la servitù de' popoli della campagna, snervarono anco i Lombardi. Nel tempo de' loro ultimi re non avevano più il valore de' Franchi, o dei Tedeschi; da lungo tempo non avevano guerreggiato che cogl'Italiani e coi Greci; e quantunque superiori a tutti, avevano pure adottato il loro modo di combattere[26][27].
[26] I Lombardi ebbero uno storico, forse il migliore de' mezzi tempi, Paolo Diacono, o Warnefrido. Egli scrisse in sei libri la storia della sua nazione dall'epoca in cui uscirono dalla Scandinavia fino alla morte di Luitprando accaduta l'anno 774. Paolo Warnefrido fu contemporaneo degli ultimi re Lombardi, e di Carlo Magno: visse alla corte de' suoi re, poi dell'imperatore: e ritirossi vecchio in un convento, ove scrisse la sua storia. Lasciò inoltre alcune opere teologiche scritte per ordine di Carlo Magno. Le sue cose trovansi stampate nel t. I. Rer. Ital. Gli fu attribuito un breve frammento che prosiegue la storia de' Lombardi fino alla caduta di quella monarchia t. I. p. II. Rer. Ital. p. 183. Ma lo stile e le passioni dello scrittore lo dichiarano affatto diverso da Paolo, e piuttosto Romano che Lombardo.
[27] In questi due ultimi § il nostro scrittore distrugge due principj da lui stabiliti nella prefazione; 1.º che il carattere dei popoli, le virtù, i vizj ec., non sono quasi mai dipendenti dal clima; secondo, che le nazioni barbare stabilitesi successivamente in Italia non cambiarono la razza de' primitivi abitanti, per essersi, per così dire, perdute nel vortice della nazione italiana. Sembra anzi che in Lombardia non restassero poco più che Lombardi, e gli schiavi destinati all'agricoltura. Ma anche in questo vi è qualche cosa di esagerato. L'avveduto lettore saprà da sè medesimo dedurre dai fatti storici le dottrine generali: quanto è facile che lo scrittore sostituisca i suoi principj a quelli che si deducono dalla storia! I sistemi sono sempre pericolosi, ed il più delle volte fallaci. N. d. T.
La lunga inimicizia de' Lombardi coi Greci e coi Romani cagionò la caduta della loro monarchia. Luitprando aveva conquistato l'Esarcato di Ravenna e la Pentapoli; ma i di lui successori Astolfo e Desiderio, volendo occupare inoltre il ducato di Roma, costrinsero i Papi a porsi sotto la protezione de' principi Francesi[28]. L'anno 755 Pipino obbligò Astolfo a rendere, o piuttosto a promettere al Papa la possessione dell'Esarcato, e delle provincie conquistate a danno de' Greci. Del 774 Carlo Magno, chiamato in Italia da Papa Adriano, conquistò la Lombardia, fece prigioniere Desiderio, e si pose in capo la corona de' Lombardi[29].
[28] Ecco la prima chiamata de' Francesi in Italia. Forse potrà giustificarla la debolezza dei Greci; ma non potranno scusarsi i Papi d'avere in pregiudizio dell'Impero Greco accettata la donazione dell'Esarcato di Ravenna. N. d. T.
[29] Annal. Bertiniani scrip. Rer. Ital. t. II. p. 498. Chron. Reginon. lib. II. Sc. Germ. Struvii, t. I. p. 36.
Gl'Italiani risguardarono tale conquista come una nuova invasione barbarica: se non che i talenti e le virtù di Carlo Magno compensarono in alcun modo il brutale impeto de' suoi sudditi[30]. Questo monarca assoggettò quasi tutta l'Italia alla sua dominazione. I Lombardi lo riconobbero loro re, e col nome di Patrizio ebbe pure la signoria dell'Esarcato, e del ducato romano; ed in fine anche Arigiso duca di Benevento fu forzato di riconoscere la sua supremazia, e di rendergli omaggio. All'Italia così riunita, diede uno de' suoi figliuoli per re, ma il giorno di Natale dell'800 ricevette egli medesimo, per acclamazione, dai grandi e dal popolo di Roma il titolo d'imperatore. E per tal modo ripristinò egli l'impero occidentale che si trovò composto di tutta l'Allemagna, della Francia e dell'Italia, la quale, benchè dichiarata regno di suo figlio, non fu, rigorosamente parlando, che una provincia del nuovo impero. La famiglia de' Carolingi occupò il trono d'Italia dal 774 in cui la conquistò fino all'espulsione di Carlo il Grosso accaduta l'anno 888.
[30] I Greci, i Romani ed i Lombardi, ci rappresentano concordemente le armate francesi, che più volte invasero l'Italia dai tempi di Narsete fino all'età d'Astolfo, come le più feroci di tutte le orde nemiche.
(774 = 814) Carlo Magno, uno dei più grandi caratteri de' mezzi tempi, non tardò ad acquistare sui suoi coetanei l'influenza d'un uomo straniero al suo secolo. E come v'ebbero prima di lui alcuni uomini straordinarj, che coll'energia d'un carattere mezzo barbaro signoreggiarono un popolo civilizzato; così un uomo che ne aveva prevenuto l'incivilimento ebbe intero dominio sui barbari per la forza del suo spirito, de' suoi lumi, de' suoi talenti. Carlo Magno accoppiando alle qualità del legislatore quelle del guerriero, il genio creatore alla prudente vigilanza che conserva e mantiene gl'imperj, si trasse dietro sulla strada della civilizzazione le nazioni allemanne, e finchè visse le rese capaci di giganteschi passi. Con un solo legame riunì i Barbari ed i Romani sotto un solo impero, i vincitori ed i vinti. Finalmente egli pose i fondamenti d'un nuovo ordine di cose per l'Europa, d'un sistema che appoggiavasi essenzialmente sopra le virtù d'un eroe, e sopra il rispetto e l'ammirazione che ispiravano le sue virtù.
Non si creda però, malgrado lo splendore di tante conquiste, che il regno di Carlo Magno contribuisse alla felicità degli uomini. Carlo Magno è colpevole in faccia all'umanità; del regno de' suoi successori; dei più malvagi secoli della storia dell'universo, il nono ed il decimo; delle guerre civili dei Carlovingi; delle insultanti invasioni de' barbari; della universale debolezza; della totale sovversione dell'ordine, e del ritorno d'una barbarie più grande assai di quella del secolo ottavo, nel nono e nel decimo[31].
[31] Dopo Jornandes, e Paolo Warnefrido, l'Italia non ebbe per molto tempo veruno storico che si potesse loro paragonare. Non n'ebbe un solo sotto il regno de' Carlovingi, quando non si voglia tener conto di Agnello abbate di s. Maria ad Blachernas, il quale nel suo liber pontificalis dà la storia degli arcivescovi di Ravenna. Scrip. Rer. Ital. t. II. p. 1. I Francesi n'ebbero in maggior numero: gli Annali di Fulda, di Metz, Regino, ed Eginardo furono pubblicati dal Duchesne Scrip. Francor. Gli Annali Bertiniani si stamparono dal Muratori, Scrip. Rer. Ital. t. II. p. 490.
Carlo Magno fondò una monarchia quasi universale, ma non ha potuto, come i Romani, consolidarla colle successive conquiste di sette secoli, e temprare saldamente le catene che attaccavano l'una appresso l'altra le nazioni vinte alla vincitrice, ed identificarle di maniera le une colle altre, che venissero a formare un solo corpo. I sudditi di Carlo Magno, sottomessi soltanto per il corso d'una vita, erano più tosto attaccati alla sua persona che alla sua nazione. La feroce indipendenza di que' popoli barbari si era prostrata innanzi a lui. Durante la loro sommissione avevano perduto lo spirito nazionale, la forma propria del loro governo, e tutto quanto poteva porli in situazione di mantenersi o di difendersi; ma non avevano nemmeno preso ad amare una monarchia affatto nuova; e l'idea del diritto e della giustizia era affatto straniera a così violente istituzioni. Invano l'autorità sovrana determinava tra i principi le successioni e le divisioni; questa autorità mancante della sanzione de' secoli, cedeva a fronte degl'interessi particolari, e dava luogo alle contese dei figli di Luigi il buono. Gli ordini civili e militari non erano rinforzati da veruno spirito nazionale, da veruna affezione dei popoli per un governo che aveva sovvertiti tanti altri governi: e di qui ebbero origine le invasioni de' Normanni e dei Saraceni, di qui la debolezza di un vasto impero popolato da valorosi soldati, e non pertanto incapace di far fronte ai più spregevoli nemici[32].
[32] I Normanni avevano già commesse alcune piraterie su le coste quando ancor vivea Carlo Magno, ma non incominciarono a saccheggiare la Francia che dell'836 e 837, quando devastarono la Frisia e l'isola di Walcheren. An. Bert. p. 523. Herm. Cont. Chr. p. 229. apud Struv. Scr. Germ. t. I. — I Saraceni cominciarono a saccheggiare le coste d'Italia l'anno 839. Carlo Magno era morto in gennajo dell'814.
Vero è che i successori di Carlo Magno furono tutti uomini senza talenti; ma tale è pure l'ordinario andamento delle cose, e non era da supporsi che il conquistatore dell'Europa, il fondatore d'una nuova dinastia, dopo un regno glorioso di quarant'anni, avesse in oltre un successore erede de' suoi talenti e delle sue virtù. Se ciò fosse accaduto, se due o tre uomini come Carlo Magno avessero successivamente occupato il trono dei Franchi, la monarchia universale sarebbesi probabilmente mantenuta; ma l'Europa avrebbe perdute le prerogative che la distinguono: sarebbesi forse più presto civilizzata, ma sarebbe ancora rimasta in seguito stazionaria come la China, senza energia, senza forza, senza genio, senza virtù.
Effettivamente Carlo Magno figurò solo sulla scena del suo secolo; i suoi Paladini non esistono che ne' romanzi; tra i suoi contemporanei, e nella susseguente generazione, non sorse verun personaggio distinto. Il secolo che lo precedette non mancò di grandi uomini; e tutti i popoli soggiogati da Carlo, ebbero, come i Lombardi, capi meritevoli di essere registrati nella storia. Almeno prima di lui la metà della specie umana non era subordinata ad un solo capo, nè mossa dal capriccio d'un solo uomo.
(814 = 888) Morì Carlo l'anno 814, e la sua famiglia non conservò che settantatre anni la monarchia da lui fondata. Dopo alcuni regni vergognosi e miserabili, Carlo il Grosso, l'ultimo de' Carlovingi, fu deposto in novembre dell'ottocento ottanta sette, e morì due mesi appresso. La storia de' Carlovingi non appartiene all'Italia, ma a tutta l'Europa; e noi abbiamo la fortuna di poterci dispensare dal tenerle dietro in mezzo alle scandalose guerre de' figliuoli contro il padre, de' fratelli contro i fratelli, che ne formano la principale orditura. Durante questo periodo di tempo l'Italia fu alquanto meno infelice degli altri regni subordinati ai successori di Carlo, perchè governata ventisei anni da Lodovico II principe virtuoso, nè senza talenti, nè privo di bravura[33]; e fu appunto specialmente sotto il di lui regno, che l'esempio del valor francese fece rinascere l'amore delle armi, e la riputazione della milizia italiana. Le campagne d'Italia incominciarono allora a ripopolarsi, e le città desolate dalle precedenti invasioni ricuperano i loro abitanti[34].
[33] Luigi II fu associato alla corona l'anno 849, od 850, da suo padre Lotario figlio di Luigi il buono. Morì in agosto dell'anno 875.
[34] I monarchi d'Italia della razza Carlovingia furono:
Pipino sotto Carlo Magno 781=810. Bernardo figlio di Pipino 812=818. Luigi il buono imperatore 814=840. Lotario suo figliuolo 820=855. Luigi II figliuolo di Lotario 849=875. Carlo II il Calvo 875=877. Carlomanno figliuolo di Luigi I di Germania 877=879. Carlo il Grosso suo fratello 879=888.
Sotto il debole governo de' Carlovingi il patto sociale perdette ogni forza: i re nelle guerre di famiglia furono obbligati di comperare i soccorsi dei loro sudditi coll'accordar privilegi che resero nulla l'autorità reale. Occupati nella difesa degli stati contro i nemici stranieri, o resi deboli dalle loro guerre civili, eransi lasciati pregiudicare in tutte le loro prerogative, sicchè appena ne' vasti loro stati rimaneva qualche città o castello che non avesse un altro padrone. Le province appartenevano ai duchi o marchesi, le metropoli ai vescovi, le altre città ai conti; il re era senza autorità, quantunque i suoi diritti non fossero mai passati in mano dei popoli.
(888) Gli avvenimenti ch'ebbero luogo dopo la deposizione di Carlo il Grosso vogliono essere più attentamente considerati in quanto che si avvicinano all'origine delle repubbliche. Appartengono in oltre più strettamente alla nazione italiana che si trovò allora di nuovo governata da un monarca italiano. Le rivoluzioni del trono, accadute nel periodo di sessantatre anni dall'espulsione dei Carlovingi fino all'incoronazione d'Ottone di Sassonia, posero in movimento, fissarono il carattere nazionale, e svilupparono quella tendenza alla libertà repubblicana, che ben tosto vedremo prender piede nelle città.
I Lombardi avevano divisa la loro monarchia in 30 principali feudi col titolo di ducato, de' quali dovremo parlare con maggiore estensione nel seguente capitolo, ove tratteremo del sistema feudale. Sotto la dinastia de' Carlovingi furono i feudi ridotti a minor numero, non già, per quanto sembra, in forza di alcuna legge, ma o col riunire più feudi sotto un solo padrone, oppure dividendo un ducato in molte contee. Perciò, allorchè fu deposto Carlo il Grosso, non eranvi in Italia che cinque o sei grandi signori a portata di comandare alla nazione e di disputarsi il trono. I grandi feudi di cui erano proprietarj, avevano quasi tutti indifferentemente il titolo di ducato o di marchesato. Il vocabolo di Mart indicava presso i Franchi ed i Tedeschi i confini degli stati; ed in fatto i soli grandi ducati conservati erano posti alle frontiere dell'Italia, affinchè il loro signore potesse, ancora senza essere soccorso dal monarca, difendere il regno dalle straniere invasioni.
Il più potente de' grandi feudi d'Italia era quello di Benevento, fondato da Zenone l'anno 568, e formato di quasi tutte le province che oggi appartengono al regno di Napoli. Nel quarto capitolo, tracciando la storia delle repubbliche dell'Italia meridionale che furono sempre in guerra coi duchi di Benevento, dovremo con qualche accuratezza tener dietro alla loro dinastia. Nel nono secolo erasi questo ducato diviso in tre principati indipendenti, Benevento, Salerno e Capoa, che poi s'indebolirono reciprocamente con ostinata guerra. È cosa notabile, che que' signori non facessero mai alcun tentativo per ottenere la corona d'Italia.
Uguale moderazione manifestò Adalberto conte di Lucca e marchese di Toscana. Quel signore possedeva la bella provincia, che pare dalla natura destinata a formare uno stato indipendente, avendola con una linea di montagne separata dal resto dell'Italia. Fino ai tempi di Carlo Magno trovansi memorie di certo Bonifacio duca di Toscana[35]. I suoi discendenti continuarono a governare quella provincia un secolo e mezzo, e la loro corte aveva credito d'essere la più splendida e magnifica delle feudali.
[35] Muratori Annali d'Italia all'anno 813. La famiglia di Bonifacio marchese di Toscana, di cui fu ultima erede la celebre contessa Matilde, è stata l'argomento delle più diligenti ricerche di Muratori e di Fontanini. Memorie della contessa Matilde.
Di questi tempi venivano spogliati dei loro feudi i marchesi di Fermo e di Camerino, i quali governavano le due piccole province che ancora adesso chiamansi le Marche, e che altra volta erano i confini che i Lombardi dovevano difendere dalle aggressioni dei Greci. Il marchese d'Ivrea possedeva una provincia del Piemonte, che altra volta formava la barriera de' Lombardi contro i Franchi: ma due più potenti principi disputaronsi soli la corona; Berengario marchese del Friuli, ossia della Marca Trivigiana, e Guido marchese di Spoleti, ossia dell'Umbria. Gli stati del primo stendevansi dalle Alpi Giulie fino all'Adige: a lui spettava la custodia del passaggio delle Alpi, il solo che dia facile accesso in Italia, e quello in fatti per cui eranvi entrati tutti i popoli barbari nelle precedenti invasioni. Berengario discendeva dall'antica famiglia dei duchi Lombardi del Friuli; e poichè Carlo Magno s'impadronì dell'Italia, questa famiglia aveva contratto parentado colla casa imperiale. Berengario era figliuolo del duca Eberardo e di Gisla sua consorte figliuola di Luigi il buono[36].
[36] Annali di Muratori all'anno 877. t. VII. p. 215. Hadr. Valesii Berengarius Augustus, Scrip. Italic. t. II. p. 376.
D'altra parte Guido duca di Spoleti aveva aggiunte ai suoi dominj le Marche meno considerabili di Fermo e di Camerino, e Guido I suo Avo, approfittando delle guerre civili ond'era travagliato lo stato di Benevento, ne aveva acquistata gran parte, o più tosto erasene impadronito a tradimento[37]. Guido, da tale conquista reso uno de' più potenti principi, era originario Francese, ed alleato della real casa de' Carlovingi, come che non se ne conosca il modo. Dopo avere assoggettata la Chiesa Romana a molti tributi, erasi riconciliato, ed era stato adottato da Papa Stefano V. Oltre la rivalità di potenza, Berengario e Guido avevano altro particolar motivo di vicendevole odio. Guido poc'anni prima era stato per ordine di Carlo il Grosso messo al bando dell'Impero[38], e Berengario aveva accettato il non agevole incarico di muovergli guerra, e spogliarlo de' suoi stati[39]. Questi due principi, pari in potenza, aspirarono al regno d'Italia tostochè l'impero di Carlo Magno s'andava dividendo fra diversi padroni. Imperciocchè lo stesso anno che Arnolfo, bastardo della razza Carlovingia, impadronivasi della Germania, Luigi, figliuolo di Bosone, faceva lo stesso del regno d'Arles; Rodolfo, figlio di Corrado, dell'alta Borgogna, ed Eude, conte di Parigi, della Francia occidentale.
[37] Nell'anno 853. Erchempertus Hist. Princ. Long. apud Camillum Pellegrin. c. 17. Rer. Ital. t. II. p. 241.
[38] Si ritiene la frase straniera perchè comunemente adottata per indicare la proscrizione dall'impero.
[39] L'anno 883. Annales Bertiniani t. II. p. 570.
Siccome tutti i principi d'Europa risguardavansi allora quali principi francesi, tutte le guerre prodotte da questo smembramento assunsero il carattere di guerre civili; guerre promosse dalla sola ambizione de' grandi, cui il popolo non prende veruno interesse. Di qui ebbe origine, in mezzo ad una nazione valorosa, la strana debolezza della monarchia, e quella dissoluzione sociale che doveva alla fine ridurre tutte le città a provvedere alla propria difesa ed a governarsi da loro.
(888 = 894) Intanto Berengario e Guido andavano sollecitando l'assemblea degli stati, o più tosto i vescovi d'Italia, a dar loro la corona. Questi due principi, a vicenda vincitori e vinti, comperarono, allorchè ebbe luogo qualche rivoluzione, i voti degli elettori con novelle concessioni; e si videro spogliare la corona di tutti i suoi privilegi, senz'aver perciò ottenuto il sicuro appoggio dei loro partigiani. I feudatarj abbracciavano sempre la parte del vinto, perchè il vincitore richiedeva ubbidienza; lo che pareva loro cosa dura ed obbrobriosa[40].
[40] Guido morì l'anno 894, dopo aver portato quattro anni il titolo d'imperatore. Lamberto suo figlio ereditò le sue pretensioni, e portò il titolo d'imperatore fino all'anno 898 in cui morì a Marengo, ucciso alla caccia.
(888 = 894) In sessant'anni che durarono le guerre civili, Berengario regnò trentasei anni, prima col titolo di re d'Italia, e gli ultimi nove con quello d'imperatore; il quale, dopo aver domati i principi della casa di Spoleti suoi primarj rivali, rivolse le armi contro gli altri competitori, che gli suscitarono i suoi sudditi, Luigi di Provenza e Rodolfo di Borgogna; onde la lotta che sostener dovette per il trono, durò quanto il suo regno; «imperciocchè, osserva uno storico quasi contemporaneo[41], gl'Italiani vogliono aver sempre due padroni onde contener l'uno col terrore dell'altro[42].»
[41] Luitpr. Ticin. Historia lib. I. c. 20. Rer. Ital. t. II. p. 431.
[42] I sovrani che disputaronsi il trono d'Italia dopo la deposizione di Carlo il Grosso fino ad Ottone il grande, sono i seguenti:
re, imp., mort.
Berengario duca del Friuli 888 915 924 Guido duca di Spoleti 889 891 894 Lamberto figlio di Guido 892 892 898 Arnolfo re di Germania — 896 899 Luigi III re di Provenza 900 901 915 Rodolfo re della Borgogna transjurana 921 — 937 Ugo conte duca di Provenza 926 — 947 Lotario figlio di Ugo 931 — 950 Berengario II marchese d'Ivrea 950 — 966 Adalberto figlio di Berengario 950 — — Ottone il grande re di German. 951 962 973
Il regno di Berengario, reso celebre dalle guerre civili dell'Italia, fu pure l'epoca sventurata dell'invasione dei popoli nomadi del nord e del mezzogiorno, gli Ungari ed i Saraceni, che pel corso di cinquant'anni continuarono le loro devastazioni, cambiando i costumi degl'Italiani coll'obbligarli ad adottare un nuovo sistema di difesa.