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A. DE GUBERNATIS

STORIA COMPARATA

DEGLI

USI NUZIALI IN ITALIA

E PRESSO

GLI ALTRI POPOLI INDO-EUROPEI

SECONDA EDIZIONE
RIVEDUTA E AMPLIATA DALL'AUTORE

MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI.
1878.

Proprietà letteraria.

Tip. Treves.

AI NUOVI LETTORI.

Dopo nove anni, riprendo nelle mani il mio libretto a cui il pubblico italiano fece così cortese accoglienza. S'io dovessi scriverlo oggi da capo, forse lo farei molto più ampio e gli darei un altro ordine. Ma, poichè il libro, com'è nato, non dispiacque e non fu trovato inutile, prendo coraggio a lasciarlo stare qual è, aggiungendo solo qua e là alcuna notizia che m'è venuta alle mani da sè stessa dopo pubblicato il lavoro e che può contribuire a renderlo manco imperfetto, lieto intanto che esso abbia servito ad avviare in Italia un nuovo genere di ricerche sopra i nostri usi popolari. In appendice si troveranno pure riprodotte alcune notizie speciali sopra gli usi corsi e veneziani, venute alla luce alcuni anni dopo la pubblicazione della presente operetta, che ha forse, in parte, determinato i loro autori a raccoglierle.

Io non ho ora, in ogni modo, a far altro se non ringraziare l'intelligente editore che m'ha procurato un primo pubblico indulgente ed augurarmi che egli possa trovarmene ora in Italia un secondo non meno benevolo, il quale non trovi superflua la ristampa d'un libro che tratta di un uso il quale può trasformarsi, ma che si rinnoverà sempre fin che ci saranno nel mondo un Adamo, un'Eva ed un serpente seduttore che faccia da procolo e da paraninfo.

ANGELO DE GUBERNATIS.

AL CONTE GEZA KUUN

IN UNGHERIA

Mio carissimo Geza.

Questo libretto che fu pubblicato, per la prima volta, senza alcuna dedica, nell'anno in cui ci siamo conosciuti, vuol essere ora dedicato a te, come pubblico pegno di un'amicizia la quale non mi ha procurato fin qui altro se non grandi e soavi consolazioni, e che io mi auguro possa, fin che vivremo, recarci conforto. Gli anni che passano fanno invecchiare ogni cosa intorno a noi, ma non i sentimenti, che, quanto più mettono radice nel tempo, più gagliardi crescono. Possa il tuo nome messo sulla prima pagina di questo libretto fortunato ricordare per molto tempo ed a molti il bene che ti vuole

Firenze, primavera del 1877.

il tuo
ANGELO DE GUBERNATIS.

PREFAZIONE

alla prima edizione

_Non so se io dico una grande eresia; ma parmi che la storia si scriva molto più che non si faccia. Sopra le miriadi d'uomini che vengono ogni secolo a popolare e fecondare, da vivi e da morti, la terra, infimo è al certo il numero de' privilegiati, che, per lustro od infamia, sono eletti all'immortalità. Mentre il grosso degli uomini nasce, lavora e si estingue, martire uniforme, ne' periodi veloci di oscure generazioni, io non so se come fiore o come crusca, alla superficie, si agita e dà spettacolo di sè un'aristocratica famiglia di benefattori e di tiranni che rimorchia, in parte, le moltitudini e seco le trascina a dividere la sua pubblica fortuna. Ma, come nella prospera sorte de' così detti grandi, il pubblico beneficio, il più delle volte, è, in realtà, assai poco, per la ragione medesima, precipitando essi, il popolo alla sua volta non muore mai tutto; egli non è stato il solo autore della sua così detta nazionale grandezza, e però, quando questa appare più gloriosa, egli la gode assai male; per altro verso, egli prende pure una minima parte alla sua rovina; e, però, continuerà facilmente a vivere anche dopo che questa, o per suo vizio organico, o per alcuna violenza di interni ed esterni nemici, sia cessata. I protagonisti della storia raccomandano il nome loro alla posterità col monumento, ma periscono come le loro istituzioni; il popolo a cui nessuno innalza monumenti, per compenso e quasi direi per vendetta della natura, vive immortale come le sue tradizioni e le sue patriarcali consuetudini._

_Mi pare poi che se volgessimo soltanto lo sguardo intorno a noi medesimi, per osservare come la storia odierna vada intessendo le sue fila, a traverso le quali presumeranno le generazioni future giudicare la nostra, come noi giudichiamo, senza appello, le passate, io non credo che seguiremmo con tanta passione il racconto delle gesta consegnate da autenticissimi, se si voglia, ma poco sinceri documenti, alla storia; delle gesta, io dico, le quali, per essere state pubbliche, immaginiamo universali, per essere state pompose, supponiamo importanti, per essere antiche, veneriamo._

_Certo, quando si ritenga per fermo che l'arte meretricia, la quale converte spesso la ragione dell'individuo o della parte in solenne ragione di Stato, non imbelletti mai la vergogna de' grandi, quando si ritenga per fermo che lo storiografo non sia mai condotto nè da vezzo rettorico, nè da vigliacca assentazione ad esagerare, a travestire, ad inventar nulla di ciò ch'ei narra, ha pure la sua importanza la narrazione delle pubbliche vicende di un popolo costituito in proprio Stato; ma, come nello studio della natura, prima del fenomeno, vuole osservarsi la legge, così ragion vuole che si ricerchi la vita intima ed immutabile di un popolo, innanzi di rappresentarcelo nelle sue esteriori, più aperte bensì, ma assai meno complete e assai più combinate manifestazioni. Il più delle volte, il fenomeno non è la legge in atto, che appare, ma l'eccezione della legge, l'anomalia; così la storia ci riferisce della vita di un popolo molto più che il suo modo di essere costantemente, il suo modo di apparire in alcune circostanze eccezionali._

A costo pertanto di lasciar parere che io dica qui una seconda eresia, piglio la parola nel suo senso etimologico e più nobile e non chiamo la così detta storia d'un popolo altrimenti che la sua caricatura, _quando pure esso non sia qualcosa di peggio, destinato a mascherarlo. Poichè, eziandio facendosi una distinzione molto larga fra la storia delle democrazie e quella delle monarchie, oligarchie e teocrazie, non può sfuggire come presso le prime ancora non di rado avvenga che il popolo, per affermarsi insieme e per consentire fiducioso con tutti, nasconda e neghi individualmente sè stesso o sia ci sottragga la sua propria e vera parte di originalità._

_Per fare la storia e per dare degno soggetto al filosofo di meditarla è necessario adunque qualche cosa di più profondo e di più saldo che il vago e mobile tessuto degli avvenimenti esterni, i quali esprimono imperfettamente il carattere d'un popolo come le escandescenze o le imposture quelle d'un individuo. Negli individui molte delle azioni loro si attribuiscono alla loro eccitabilità nervosa od a ragioni segrete; anche ai popoli si vuole tener conto di cosiffatta eccitabilità e di certe ragioni occulte; ma, evidentemente, nè quella nè queste non bastano di certo a lasciarci intendere quello che un popolo abbia potuto essere o quello che sia._

_Ma, sotto la storia pubblica o civile o politica o convenzionale che addimandar si voglia, vi è una storia viva e perenne che si potrebbe forse chiamar domestica, poichè vive della vita delle famiglie, nel loro intimo focolare e nelle loro mutue relazioni d'ogni giorno. Questa storia accetta o subisce dalle vicende e dalle istituzioni politiche quello che le conviene o quello che non può evitare; ma conserva, a traverso le fasi della storia esterna che hanno potuto alterarla, un fondamento tradizionale, il quale è tanto più solido e puro quanto meno varia e accidentata riuscì la vita pubblica. Questa nuova specie di storia si studierà dunque meglio presso que' popoli che non ebbero storie propriamente dette. Dirò di più: sopprimendo le storie della vita dei popoli di una razza, l'unità della razza, nel legame dell'uso e della tradizione, emergerà al nostro pensiero ricreatore delle nostre origini, con una evidenza sorprendente, non risultando più altre varietà nella razza medesima, all'infuori di quelle che determinarono, ne' primi tempi, la discordia delle famiglie, la distinzione delle famiglie in tribù, e la loro dispersione, varietà che il diverso clima e la diversa regione hanno quindi potuto accrescere ed alimentare, molte consuetudini d'un popolo essendo intimamente legate con le condizioni fisiche le quali esso, nelle sue migrazioni, incontra; così che certi usi antichi si depongono per altri nuovi che sorgono; ma sempre è rimasto qualcosa che ci richiama all'unità caratteristica della razza. Questo qualcosa è nel nostro sangue; questo qualcosa può diminuire ed offuscarsi: ma non si perde. Nello stesso modo, in seno ad una famiglia, si notano diverso carattere, diverso umore, diversa maniera di favellare; e due fratelli differiranno fra loro tanto che l'uno parrà straniero all'altro; essi saranno fra loro orribilmente discordi e divisi; e pure, se noi, che ci troviamo al di fuori delle loro differenze, li osserviamo senza alcuna preoccupazione, ne scorgeremo soltanto la somiglianza e la consanguineità, li affermeremo figliuoli d'uno stesso parente. Basta una linea per dare la somiglianza ad un ritratto; ora questa linea lega tuttora il gran quadro delle famiglie alle quali diedesi il nome d'Indo-Europee. L'uso della prima famiglia patriarcale si moltiplicò nelle famiglie successive, e, nel moltiplicarsi, naturalmente prese modo differente; ma nè le varie inclinazioni che divisero per tempo le tribù di una stessa antica unica famiglia e talora persino le armarono l'una contro l'altra, nè la varietà del colore locale, nè l'incontro con altre razze, nè, mi si permetta l'espressione, il lungo uso dell'uso, hanno potuto presso alcun popolo estinguere i caratteri essenziali della primitiva sua stirpe._

_Un autore indiano, alcuni secoli innanzi all'êra volgare, a proposito degli usi domestici e particolarmente nuziali dell'India, scriveva: «Varii sono gli usi secondo le regioni ed i luoghi, i quali possono osservarsi nelle nozze; noi recheremo soltanto quello che essi hanno di comune[1].» Lo stesso pressapoco debbo io qui ripetere, in questo primo saggio di una storia comparata degli usi nuziali. Ma poichè l'Italia formerà l'oggetto speciale delle mie ricerche, ho bisogno di prevenire il giudizio del lettore italiano, affinchè per avventura non s'inorgoglisca se anche, per la copia degli usi, il nostro paese sia forse sovra ogni altro ricco. Non c'è di che andare troppo superbi; questi usi non sono tutti indigeni; nella loro varietà, invece, essi provano pur troppo come l'Italia fu visitata da stranieri d'ogni nazione; Greci ed Arabi nel mezzogiorno, Celti e Germani nel settentrione hanno più largamente contribuito, invadendo la nostra contrada, e confondendosi quindi con noi, a trasformarci in parte nelle nostre consuetudini; e soltanto nell'Italia di mezzo e nella Sardegna, ove lo straniero si arrestò meno, l'antica tradizione italica può, nella sua povertà, gloriarsi di essere rimasta più originale. Converrà quindi, quando io verrò riferendo gli usi nuziali d'Italia, tener qualche conto della provincia onde li ho rilevati; quelli dell'Italia centrale, ossia di quella Italia che sta in digrosso fra l'antica Magna Grecia e l'antica Gallia Transpadana, sono, per lo più, indigeni; quelli della rimanente Italia, non di rado, importati. Il che non toglie che spesso fra usi indigeni ed importati si trovi somiglianza; poichè la somiglianza ha la sua ragione nel vincolo di parentela Indo-Europea. Solamente, dove, per esempio, nell'Italia superiore, l'uso nuziale, che sente di feudalismo, ci richiama spesso alla dominazione germanica, arrivando per tal modo a noi di seconda mano, nella media Italia, ove sente ancora il pagano, risaliamo direttamente con esso, malgrado il papa, e forse un poco a motivo di esso, all'antico e tutto nostro mondo latino._

_E spiegatomi così sovra gl'intendimenti che io ebbi nel distendere il presente lavoro, non avrei altro d'essenziale che mi prema d'aggiungere, se non che, prima di offrire ai concittadini miei il povero frutto delle mie povere fatiche, mi è necessario render grazie alle cortesi persone che mi vennero in aiuto nelle ricerche. So bene che non si troveranno nel mio libro tutte le notizie relative agli usi nuziali, e che quest'opera potrà col concorso di futuri scrittori ancora centuplicarsi; io non ho quindi la pretesa d'avere punto punto esaurito il mio argomento; ma ho fiducia che il poco che ho detto possa difficilmente contradirsi, e che serva intanto come di scheletro ad opere di più ampio disegno che sopra gli usi popolari, non per appagare una lieve curiosità, ma per far parlare un solo linguaggio all'uomo Indo-Europeo, auguro vivamente possano un giorno concepirsi e mandarsi ad effetto da qualche nostro felice ingegno._

_In parte vidi io medesimo, in parte udii, in parte lessi quello che io descrivo, primo forse esplorando i nostri Statuti Municipali per cavarne notizie relative all'uso popolare; ma, per l'Italia odierna, io debbo specialmente molto alla sollecitudine di due sorelle mie, della signora Carolina Bertoldo residente a Riva di Chieri, dell'ing. Giuseppe Chiaroviglio da Pinerolo, del cavalier Alerino Como da Alba, di Agostino Isola da Novi Ligure, del benemeritissimo delle storie Genovesi cav. Emanuele Celesia, di Pietro Vayra ed Antonio Bertolotti Canavesani, di monsignor Losana vescovo di Biella, di Desiderio Chilovi Tridentino, di Pietro ed Emilio Ferrari residenti nella Lunigiana, del prof. Giuliano Vanzolini da Pesaro, del cav. Marcolini da Fano, del professor Luigi Morandi Tudertino, del cav. Andrea Miotti Valtellinese, del prof. Ferdinando Santini residente ad Arpino, del cav. Gabriello Cherubini da Atri e del prof. Giuseppe Pitrè Palermitano. Per gli usi Russi, oltre all'esserne io medesimo stato testimonio oculare ed essenzial parte, mi giovarono assai le rimembranze di mia moglie e di mia suocera; e, per alcuni canti popolari Russi che illustrano l'uso nuziale del distretto di Tarszok, i lettori italiani ringrazieranno l'amabile zelo della signora Tatiana Lvoff._

_Le donne hanno contribuito a questo libro quello ch'esso contiene forse di più poetico; possa ora il libro medesimo, come povero compenso a tanta gentilezza, nel venire fra le loro mani, non parere nè troppo indiscreto nè troppo pesante._

Santo Stefano di Calcinaia, 1.º settembre 1868.

ANGELO DE-GUBERNATIS.

NOTE:

[1] Açvâlayana Gr'ihyasûtra. I

INNANZI DI ENTRARE IN MATERIA

SCOPO DEL MATRIMONIO.

Dall'inno vedico al catechismo cattolico si è sempre consacrato il matrimonio per una sola potente ragione, quella di procrear figliuoli; ma la ragione fu spesso sottintesa o temperata da un naturale istinto di poesia, che non permetteva di considerare la compagna dell'uomo come un solo servile strumento di generazione. Unico il Diritto romano pose per legge e considerò come sacro[2] che il matrimonio si compie per cagione dell'ottener figli. Unico il Diritto romano distinse, per legge, la dignità della donna da quella dell'uomo, decretando che vi sia potestà sopra il maschio e che la femmina si possa dar nelle mani, ossia, ciò che torna poi il medesimo, _manomettere_[3]. Unico il diritto sacro romano inventò una dea _Viriplaca_[4], ossia placatrice del marito, alla quale s'innalzò pure un tempio a fine di comporre le contese domestiche.

La donna riuscì per tal modo, una schiava dell'uomo, e, malgrado il cristianesimo, questo barbaro sentimento penetrò ancora dal diritto romano nell'italiano. Gli statuti di Lugo, confermati nel 1520 dal duca Alfonso di Ferrara, affermano nel marito il diritto di batterla, e se adultera, di esporla sul rogo, tanto che muoia ove a lui piaccia[5]. La barbarie della legge contribuì ovunque in Italia a rendervi talora barbaro l'uso. Quindi alla legge stessa la necessità talora di correggersi e di contraddirsi per sopprimere l'uso che perseguitava la donna. Gli Statuti di Perugia, pubblicati nel 1523[6] mettono una multa ai maschi che insultino per via una donna di buona condizione e di buona fama. Un decreto del 13 maggio 1709, pubblicato dalla Repubblica di Genova[7], tenta correggere lo stesso abuso nell'isola di Corsica, ove era pur divenuto un'arte di darsi moglie. La donna si rispetta male finchè si considera da meno dell'uomo; e il diritto romano che ne proclamava la servitù contribuì non poco a rimuovere dai nostri usi quella specie di culto per la donna che prima di essere cristiano fu celtico e Germanico, quella specie di culto estetico alla madre, alla sposa, alla indovina, ossia all'essere di più delicato e più pronto sentire, che ci lascia così felicemente distinguere la donna dalla femmina. Perciò, in Italia, e, precisamente nel seno del cattolicismo, nell'Italia del papa, ossia nell'Italia della superstizione, più ostinati che altrove si mantennero gli usi fallici. Non sono molti anni che a Veroli nella Sabina si compievano ancora processioni falliche. E mi sembra simbolo di un'antica processione fallica, l'uso che vigeva, nella città di Gallese, per la festa di San Famiano, nella quale si portava attorno un talamo acceso[8]. Nel seguito di quest'operetta, ci accadrà di notare i varii usi persistenti in Italia, come augurio di fecondità alla sposa, alcuni de' quali troveremo perfettamente conformi con altri de' tempi patriarcali vedici. Qui si benedice ancora la terra perchè porti buon grano; si benedice la sposa perchè riesca feconda; ed altra virtù alla benedizione non si desidera.

La donna pel nostro popolo unicamente partorisce; resta perciò una cruda ironìa la risposta che l'epicureo imperatore Elio Vero dava alle lagnanze della moglie negletta: «Soffri ch'io mi dia piacere con altre. Perocchè il nome di moglie suona dignità e non voluttà»[9]. Elio Vero metteva così la donna al di sotto di quello che piace ai sensi: ne faceva una fredda cosa elegante.

NOTE:

[2] Ennio, presso Festo, ha:

Ducit me uxorem sibi liberûm quærendûm gratia,

e Varrone, presso Macrobio, va più in là: «_uxorem liberorum quærendorum causa ducere, religiosum est._». Presso gli odierni Parsi, il marito piglia una seconda moglie, se la prima sia sterile, e assoggetta la prima alla seconda.

[3] Gajus, I, 108: «_Sed in potestate quidem et masculi et feminæ esse solent; in manum autem feminæ tantum conveniunt._»

[4] Cfr. Valerio Massimo, II, 16.

[5] Ita quod moriatur si viro suo placuerit.

[6] Rubr. 75: _Quoniam est inhonestum verecundiam facere mulieribus, statuimus quod quicumque masculus fecerit alicui mulieri bonæ conditionis et famæ iniuriose cadere de capite vel acceperit vettam vel drapellum vel velectum vel pannum quem in capite deportaret, puniatur pro vice quolibet in XXV lib. den._

[7] Si trova nelle Addizioni agli Statuti di Corsica, Lione 1843: «Avendo avuto notizia che si vada sempre più addimesticando l'abuso già tanto tempo introdotto di baciare in istrada pubblica e di attaccare secondo il vocabolo di quel paese, cioè di levare la scufia, o dar di mano, o di fare altri atti di famigliarità alle giovani, perchè impossibilitate queste dal pregiudicio che nell'altrui opinione ne sentono a più maritarsi con altri siano costrette a sposarsi con loro, ecc.»

[8] Statuti di Gallese, pubblicati in Gallese nel 1576, lib. V: «Perchè egli è cosa concedente che nelle feste solenni celebrate dalla santa chiesa cattolica romana e parimenti dalla nostra città s'abbino da ornare ed onorare con gli lumi maggiori che si possono, e somigliantemente per manutenere le buone e laudabili consuetudini di questa nostra città di Gallese, per il presente capitolo, statuimo ed ordiniamo che tutti gli artigiani della nostra città di Gallese siano obbligati e debbano ogni anno perpetuamente un mese avanti la festa della solennità del glorioso San Famiano advocato et Protettore della nostra Patria, creare due Rettori della loro arte, quali Rettori così creati, abbiano da esercitare il loro ufficio del Rettorato per un anno continuamente, e debbano fare un Talamo, o vero un Cirio, ad uso e stil di Roma, e detto Cirio basti per tutta l'arte, sino che serrà buono adoprare e detti Rettori abbino cura e debbano processionalmente farlo portare per tutta la città acceso, ecc.»

[9] Elio Spartiano, nella vita di Elio Vero, presso gli Scriptores Historiæ Augustæ; ed Th. Vallaurius, Augustæ Taurinorum, 1853: Patere me per alias exercere cupiditates meas. Uxor enim dignitatis nomen est, non voluptatis.

LIBRO PRIMO

PRIMA DELLE NOZZE

I.

Quando la fanciulla è bambina.

La pupa de' Latini, pupattola degli Italiani, poupée de' Francesi, è il primo oggetto che richiama l'attenzione della donna al suo destino; ancora bambina ella è già madre; la bambola ch'ella inventò per bisogno di prodigar tenerezze a qualcosa di più debole ch'essa non sia, fu creazione del suo solo istinto di madre. La pupattola è comune all'uso indo-europeo; paidiskê l'addimandano i Greci, come noi diciamo bambola presso bambina; e per la stessa analogia gli Indiani chiamavano la pupattola putrì, o dàruputrì, dàruputrikà, che vale _fanciulla di legno_[10].

NOTE:

[10] Essa ci viene già ricordata nel Mahàbharàta.

II.

Quando la fanciulla cresce.

La donna si anticipa le gioie nuziali ne' giuochi fanciulleschi, ove la sposa è figura prediletta. Lascio stare, per ora, la parte che i fanciulli pigliano nelle vere nozze, ora per fare allegria, ora per festeggiare, ora per maledire, dovendo qua e là farvi accenno in diversi capitoli; quello che essi ripetono ora facevano in antico; quello che si nota fra noi, osservasi pure, a mia notizia, in Germania, tra i Bretoni, tra i Finni, nell'India; la festa è un po' per loro, perchè essi sono lo scopo finale della festa. Essi rompono le vecchie stoviglie, essi mandano urli di gioia, essi salutano e servono[11] gli sposi, e talora, per ischerzo, li arrestano; talora vanno più in là; per esser fatti tacere con regalini d'ogni maniera, molestano gli sposi per mezzo di ostinate insolenze. I fanciulli sono adunque la morale, il coro della favola; e come la favola è spesso fatta per la morale, così la festa nuziale è animata da fanciulli, la presenza de' quali è necessaria come un augurio per la fecondità del talamo.

Per questa parte probabilmente che i fanciulli da lungo tempo hanno preso alle feste nuziali, la tendenza nei loro giuochi ad imitarle. Io so di parecchi giuochi somiglianti che si fanno in Italia, de' quali il più evidente parmi quello che usa in Piemonte detto dell'ambasciatore, che qui descriverò, poichè mal noto o punto ai non Piemontesi. Ambasciatore chiamano i Piemontesi nel loro giuoco, come i Toscani ne' loro stornelli, il messaggiero d'amore. Un fanciullo che figura il capo di casa dà la mano a due fanciulle che formano catena con altre disposte in una lunga fila. L'ambasciatore, che è un altro fanciullo, si avanza e con la cantilena, alla quale io segno qui sotto le note, dice solennemente:

Sur imbasciatur[12]
(mi) (fa) (sol) (la) (sol)

quindi facendo alcuni passi indietro:

Lantantirulirulena
(mi) (sol) (sol) (re) (mi) (mi) (do) (sol);

il fanciullo si avanza di nuovo e ridice:

Sur imbasciatur

quindi si ritrae al suo posto, cantando:

Lantantirulirlàlà
(do)

Allora le fanciulle guidate dal capo di casa si avanzano verso il messaggero d'amore e cantano:

Cosa völi vui?[13]
Lantantirulirulena[14]
Cosa völi vui?[15]
Lantantirulirulà.

Ritorna la volta dell'ambasciatore, che avanzandosi al primo e al terzo, ritirandosi al secondo e quarto versetto, ricomincia a cantare:

I vöi üna d' vostre fie[16]
Lantantirulirulena, ecc.

Le fanciulle e il capo di casa, muovendo di nuovo incontro, domandano:

Quala völi vui?[17]
Lantantirulirulena, ecc.

La risposta dell'ambasciatore non è sempre la medesima; ora egli dice che vorrebbe la bionda, ora la bruna, ora la più bella e così via finchè il giuoco si stanca. Le fanciulle interpellano l'ambasciatore sul mestiere dello sposo che fa domandare la loro compagna:

Che mestè farála?[18]
Lantantirulirulena, ecc.

Qui pure la risposta dell'ambasciatore può essere varia; ora la sposa è destinata a diventare principessa, ora fruttivendola, ora qualcosa di meno, secondo l'umore variamente burlesco dell'ambasciatore. Ma non di rado avviene che il giuoco si guasta e la partita si scombina, poichè la fanciulla si sente offesa di essere chiamata ad un mestiere troppo vile. Allora si mettono in mezzo i pacieri e si studia di placarla col rifare il giuoco ed invitarla a nozze più illustri. Le fanciulle e il capo di casa ripigliano le loro domande, una delle quali sopra la dote[19] che il marito intende fare alla sposa. Dopo alcune altre domande e risposte, il capo di casa e le fanciulle lasciano andare la fanciulla eletta alle nozze con le parole sacramentali:

Piévla püra ch'a l'è vostra[20]
Lantantirulirulena, ecc.

L'ambasciatore la mena con sè e tutti, fanciulli e fanciulle, che pigliano parte al giuoco, formano un circolo e girano, mettendo grida di gioia, poichè la sposa è fatta.

Io suppongo che questo animatissimo giuoco dei fanciulli piemontesi sia di origine celtica, per la gran parte che nelle nozze assume l'_ambasciatore_[21]. Il giuoco riproduce, al vivo, tutta una chiesta nuziale alla maniera celtica, sebbene la chiesta stessa, in genere, e le danze che la conchiudono siano conformi a tutto il rito indo-europeo.

Probabilmente, in Piemonte, appena l'uso celtico, che dura pur sempre tra i Bretoni, si andò perdendo, divenne un giuoco da fanciulli.

Così pure la moscacieca, che si fa nell'Annoverese[22], per nozze, è diventata, in Piemonte, un giuoco da fanciulli, mentre vi scomparve dall'uso nuziale. Un fanciullo bendato deve, fra molte fanciulle, ritrovare la sua; se egli si sbaglia, diviene ridicolo a tutta la brigata.

In Piemonte, usa ancora un altro giuoco che si riferisce alle nozze. Esso rappresenta i doni da farsi alla sposa. I fanciulli stanno seduti in giro. Il capo-giuoco domanda a ciascuno di essi quello ch'essi sarebbero disposti a regalare alla sposa. I fanciulli rispondono, avendo cura di evitare, nella descrizione dell'oggetto ch'essi destinano alla sposa, la lettera r. Ove si sbaglino, lasciano nelle mani del capo-giuoco un piccolo pegno da riscattarsi, in fin di giuoco, per mezzo di una penitenza. Particolarmente le fanciulle, nella minuta descrizione degli oggetti per la sposa, mostrano una sollecitudine tutta amorosa; i loro occhietti si animano e brillano quanto vorrebbero far brillare le stupende vesti delle quali intendono regalare liberalmente la loro sposa.

In Toscana usa il giuoco del _verde_[23]; piace agli innamorati; chi perde, in questo giuoco, perde spesso l'amore; poichè per il damo e per l'amata è segno d'obblio, di disprezzo, il non trovare il verde nelle mani di chi ama. I bambini lo fanno volontieri coi vecchi che hanno altri pensieri pel capo, sapendo come sogliono rimediare con doni alle patite sconfitte; gli amanti maliziosi, nel principio de' loro timidi amori, mettono volentieri, per condizione, un bacio che chi perde deve dare o lasciarsi dare da chi ha vinto; gli amanti inoltrati invece s'insospettiscono, diffidano, s'adirano, si allontanano talvolta, per la sola cagione del verde dimenticato[24]. L'uso tuttavia va in disuso; ed è a prevedersi che resterà, col tempo, un solo giuoco da fanciulli, finchè alla loro volta i fanciulli, per la cresciuta serietà de' tempi, diventati serii, non ismettano anch'essi di giuocare.

Ho inteso che in Grecia gli innamorati dividono per mezzo una foglia di platano, la quale devono rimettere insieme quando si ritrovano.

NOTE:

[11] Tra i latini, per esempio. Quindi Varrone, presso Nonio: Sic in privatis domibus pueri liberi et pueræ ministrabant; ed Ovidio, ne' Fasti, a proposito di un sacrificio domestico:

Stat puer et manibus lata canistra tenet.
Inde ubi ter fruges medios immisit in ignes
Porrigit incisos filia parva favos.

[12] «Signor ambasciatore.»

[13] «Che volete voi.»

[14] Cantando questo versetto le fanciulle e il capo di casa fanno alcuni passi indietro.

[15] Le fanciulle si avanzano di nuovo col capo di casa.

[16] «Io voglio una delle vostre figlie.»

[17] «Quale volete voi?»

[18] «Qual mestiere farà ella?»

[19] Vedi il capitolo Sulla dote nel secondo libro di quest'opera.

[20] «Pigliatevela pure ch'ella è vostra.»

[21] Vedi nel primo libro di quest'opera, il capitolo intorno al messaggero d'amore e quello intorno alla chiesa.

[22] Cfr. Kuhn u. Schwarz: Norddeutsche Sagen, Märchen u. Gebräuche, Leipzig 1848 e, in questo libro, il capitolo che intitolo: «Gli sposi si provano.»

[23] Ecco, in qual modo, lo descrive il Fanfani, nel suo Dizionario dell'uso Toscano: «_Verde_ chiamasi la pianta del bossolo che si mantiene sempre verde. Nella quaresima è costume che due, specialmente gl'innamorati, spiccano una o più foglie di verde e la custodiscono gelosamente, guardando di non la perdere; e se l'uno la perde, dee dare all'altro o questa o quella cosa pattovita fra loro. Ciò si dice fare al verde, e ogni volta che i due si trovano insieme, l'uno dice tosto all'altro: fuori il verde!»

[24] Vedi ancora, in questo primo libro, il capitolo che descrive «come si fa l'amore.»

III.

Pronostici.

La funzione più importante della vita è il matrimonio; occorre quindi averlo propizio; le stelle, il cielo, la sorte, il destino si invocano come augurii. La fanciulla incomincia a sottintendere ch'ella non può mancare di maritarsi. Ma quando gli amanti si fanno desiderare ella sa il modo di attirarli a sè e di vincerli.

Nell'India[25] e in Grecia v'erano formole per far nascere l'amore e per far arrivare lo sposo. Nell'India, la fanciulla le recitava sopra una pelle di vacca tentando il suo destino. Queste formole usano pure nella Germania meridionale[26]; la giaculatoria ha la virtù di destare l'amore nella persona indifferente che si ama[27]. Nato l'amore, chi ne è posseduto diventa furioso. La Venere ellenica si vendicava spesso così de' ribelli al suo potere; e le streghe del medio evo avevano mille maniere d'unguenti e di incantamenti per muovere la passione d'amore o allontanarla. Nelle nostre novelline non di rado l'eroe è acceso, per erba o bevanda che gli passarono le streghe, da subita passione per altra donna che non sia quella che egli ama.

Posta la necessità di un marito, bisogna sapere di qual parte egli verrà, e quale sarà la sua condizione, e quando e dove si faranno le nozze. Ora, con la rovina di Delfo non rovinarono tutti gli oracoli; le nostre fanciulle ne conoscono parecchi i quali, a senso loro, non possono sbagliare; e, poichè la sorte è quella che deve decidere, esse la tentano in ogni onesta maniera. A Roma i due iddii Pilummo e Picummo, secondo Nonio Marcello, presiedevano anticamente agli auspicii per nozze; e in Toscana, era l'uso di digiunare, per assicurarsi un felice matrimonio[28].

In Grecia ed in Roma si pigliavano pure augurii per nozze da parecchi uccelli. Rileviamo da Plutarco che i Greci consultavano, per sapere se la fidanzata sarebbe stata sposa fedele, le cornacchie, le quali gracchiando fanno ingiuria alla castità di Penelope, che, per una sola vita, attese il marito assente, quando invece esse, morto il marito, rimangono vedove per nove intiere generazioni; le cornacchie erano sacre anche in Roma a Giunone Dea delle nozze, onde abbiamo da Festo che al di là del Tevere vi era un luogo sacro ad esse, detto perciò _corniscarum divarum locus_[29]. Plinio ci fa ancora sapere che una specie di sparviere detto Egituo, zoppo d'un piede, era di ottimo augurio per le nozze[30]. Ma già fin dai tempi di Cicerone, che ne fa motto nel suo trattato De divinatione, i riti augurali si erano smessi nelle nozze, ed erano solo rimasti gli auguri come mediatori e testimoni delle cerimonie nuziali[31]; questi auspici delle nozze sono ancora ricordati da Giovenale e da Lucano.

A novembre s'incomincia, come dicono nel Canavese

A purtè le büsche pr fe' 'l nì[32].

Ma la vigilia dell'Epifania, e, in genere, il tempo fra il Natale e l'Epifania, si elegge particolarmente dalle fanciulle così in Italia, come, a mia notizia, in Germania, in Russia e Scandinavia, per riscaldare i loro amori. Gli antichi Ateniesi chiamavano col nome di Gamelione il mese di gennaio, siccome quello in cui celebravasi il maggior numero di matrimonii.

Altro giorno propizio a tirare l'oroscopo per nozze è in Italia, in Grecia, in Francia, in Isvezia e, come suppongo, anche in Germania, la vigilia di San Giovanni.

Nell'Umbria, la sera dell'Epifania, le ragazze, per sapere se troveranno marito, vanno nude (così almeno, perchè l'oroscopo riescisse bene, dovrebbero andare) a cogliere un ramo d'olivo verde. Preparano un posticino sul focolare, staccano una fogliuzza, la bagnano di saliva e la buttano quindi sul focolare; se la fogliuzza fa tre salti, o per lo meno gira e rigira sopra sè stessa, ne traggono augurio di prossimo e felice matrimonio; se, al contrario, la foglia brucia senza muoversi, ogni speranza di matrimonio è perduta. Mi piace qui ricordare l'erba che, presso _l'Atharvaveda_[33], si rallegra innanzi a quello che arriva.

In Piemonte, come in Russia (e forse pure in Germania) usa per l'Epifania nella focaccia, che in tal giorno si mangia, mettere due fave, l'una nera, l'altra bianca; l'una rappresenta il re, l'altra la regina; i due che trovano la fava, ossia il re e la regina, si levano e si baciano; il re e la regina rappresentano evidentemente gli sposi[34].

A Riva di Chieri si piglia uno stelo d'erba a più nodi e si rompe ciascuno di questi nodi, dicendo all'uno: io mi sposerò qui, e all'altro io mi sposerò fuori. L'ultimo nodo è quello che deve dir la verità. Somiglia questo oroscopo a quello che pigliano le innamorate francesi, e, per riflesso di moda, le nostre sopra i petali della margheritina per indovinare la forza dell'amore della persona amata.

A Riva di Chieri ancora, e nel Canavese, all'Epifania, le ragazze da marito usano lanciare la pantofola o lo zoccolo verso la porta di casa; se la punta si volge verso la porta, il segno è buono, la ragazza, entro il carnovale, piglierà marito; se no, no. Lo stesso pronostico si leva a Pinerolo, ma il primo giorno dell'anno. Una simile usanza vige ancora in Russia, ove si getta una pianella sopra la strada; lo sposo dovrà arrivare da quella parte verso la quale si volge la punta della pantofola.

I pronostici nuziali del Bolognese ci sono descritti così dalla signora Carolina Coronedi Berti[35]. «Una ragazza si mette alla punta d'un piede una ciabatta e dal sommo d'una scala la getta in basso; palpitante discende tosto insieme alle compagne, per vedere da qual lato sia rivolta la punta; se verso l'uscio di strada, coglie l'augurio d'andare in quell'anno a marito; se verso la scala, si prepara a rimanere zitella. Dopo questo viene un altro esperimento: Far ai quater canton. E vuol dire, prendere un anello, un vasetto pieno di cenere, un altro pieno di acqua, ed una chiave, ponendo ad uno ad uno questi oggetti a' quattro canti della stanza, e facendo attenzione di coprirli acciò ne resti nascosta la qualità a chi ne va in cerca. Quindi si fa entrare una delle giovani che vogliono mettersi alla prova, la quale si avanza fra il timore e la speranza verso l'uno de' canti, e a quello a cui si sente più attirata. Se vi troverà l'anello sarà come la buona notizia di maritarsi; se la chiave, avrà in quell'anno il governo della casa. Ma se incappa nella cenere, può esser certa di morire. L'acqua indica ch'ella ha da sparger lagrime. — L'usanza di consultare gli spilli poche donne la dimenticano. Prima di coricarsi, mettono alla punta del guanciale tre spilli; l'uno avrà la capocchia rossa, l'altro bianca, il terzo nera. Messe in letto, e trovandosi allo scuro, cambiano la posizione agli spilli in modo da confonderne i colori, poi ne estraggono uno e lo piantano all'estremo opposto del guanciale. Al primo raggio di luce, volgono gli occhi allo spillo, e se la sorte è favorevole avran levato il rosso. Il bianco significa che le cose di famiglia seguiteranno senza nessun cambiamento; il nero, al solito, è indicazione di morte. — Si fanno dalle nostre ragazze esperimenti col piombo fuso e gettato in acqua, e dalle svariate forme che prende, come di martello, vanga, forbici e simili, fanno giudizio del mestiere a cui il futuro sposo sarà dedicato.» La stessa scrittrice ci fa ancora conoscere un altro uso[36]. «Nell'estate le spighe de' prati sono alle fanciulle strumenti per tentare la sorte. Ne staccano una, la troncano per metà, e la parte staccata accomodano un'altra volta al posto come intera, prendono poi la spiga fra le dita della sinistra mano, e dando colla destra un colpo sul braccio, esclamano: Viva o morta? Se al colpo la spiga staccata si slancia via, l'amore è vivo, cioè il giovane ama davvero, ma se l'erba non si muove, oh allora la ragazza non è riamata; ed ecco il mal augurio. Il seme di certe erbe campestri che a guisa di leggiero involucro di sottil piuma, staccato dal vento s'inalza e percorre l'aria, è di buon augurio se volge il suo corso verso il volto della fidanzata; quel seme chiamano furtòna (fortuna) e vedendolo in aria si sta fermi per indagare la direzione che prende.»

Non meno diffusa è l'usanza di consultare il destino intorno allo sposo futuro, per mezzo delle figure che si osservano sopra il ghiaccio. A Pinerolo, nel Canavese e nel Mantovano, la notte dell'Epifania, le fanciulle mettono fuori di casa, possibilmente sul tetto, una scodella piena d'acqua. L'acqua diacciandosi nella notte, dalle impronte che si vedranno sul ghiaccio, le quali, nel Canavese, sono attribuite ai tre Re Magi, la fanciulla al mattino indovinerà il mestiere dello sposo predestinato.

Poichè le donne credono alla predestinazione; e fu tempo che vi credevano anche gli uomini. Leggo nella vita di Settimio Severo, presso gli _Scriptores Historiæ Augustæ_[37], come questo imperatore sposò una fanciulla, credendola sortita a nozze regie, se pure, come è probabile, non simulò di credere quello che gli tornava. Così, presso il _Lalita-Vistara_[38], Buddha non conoscendo ancora la sua futura sposa, appena la incontra, sente ch'è dessa. Egli ha la piena intelligenza delle sue virtù. Ora a questi presentimenti che sono diventati una superstizione particolarmente femminina, io do volentieri una origine mitica. Mi par difficile che una giovinetta dica d'una cosa accaduta «il cuore me lo diceva», se simili avvisi del cuore non abbia mai udito vantare prima da sua madre; la credenza ne' presentimenti è tradizionale, ereditaria di madre in figlia. Buddha s'accosta alla sua sposa e ha l'intendimento della sua virtù; Buddha è il sole, quello che vede tutto; la sua sposa è l'aurora; il sole s'accosta all'aurora; il sole trova la sua sposa, la indovina alla prima. Per altra parte, l'aurora è la più sollecita a destarsi; è la prima a vedere, a scoprire; essa prevede; l'aurora è donna, e la donna si paragonò all'aurora; ossia si fece indovina. Ma non solo l'aurora è sposa del sole; anche talora la nuvola: la nuvola tuona; la nuvola avvisa; la nuvola è donna; e la donna si paragonò alla nuvola, ossia si fece pitonessa, sibilla, druidessa, fata, profetessa. Come aurora, presente; come nuvola, predice.

Ad altri pronostici ricorrono ancora in Italia e fuori le fanciulle da marito.

Nel contado di Pinerolo, per sapere se un matrimonio avrà luogo sì o no, mettono insieme due pallottole di stoppa destinate a rappresentare gli sposi desiderati; quindi le due pallottole si abbruciano nell'aria; se le ceneri si sollevano, buon segno, il matrimonio si fa; se restano giù, cade pure ogni speranza nella povera villanella. Un'altra forma dello stesso uso è il così detto mignofet; si mettono due fantoccioni di stoppa l'uno innanzi l'altro e s'appicca loro il fuoco; cadono essi l'uno verso l'altro? e tutto andrà bene; si voltano essi da un'altra parte? ed anche le nozze si voltano.

Nell'Atharvaveda, è una strofa ove si invita la sposa a salire sopra una navicella della fortuna che la porterà verso il suo predestinato. Il Weber, che la scoperse e la citò[39], riferisce alcune usanze germaniche, le quali mi sembrano bene provare come la formola d'invito alla fanciulla perchè si imbarchi con la sua fortuna dovesse pure accompagnare qualche esperimento che le fanciulle indiane facevano della loro sorte come spose.

Ora una tale corrispondenza de' giuochi a certe popolari usanze, parmi che renderebbe, a chi lo tentasse, molto interessante un altro libro, che si potrebbe intitolare la storia dei giuochi. Auguro pertanto che, fra tanti giuocatori, uno se ne trovi, che il desiderio di illustrar l'arte, alla quale si appassiona, muova a soddisfare con la vanità sua la nostra curiosità, raccogliendo materiali per l'opera da me proposta, alla quale non farebbero certamente difetto i lettori.

Oltre l'Epifania, è vivamente desiderata dalle nostre fanciulle la notte di S. Giovanni[40], per interrogare l'oracolo d'amore. In Santo Stefano di Calcinaia, piccolo borgo ad otto miglia toscane da Firenze, ove io sto scrivendo queste pagine, le fanciulle ricorrono a tre forme di oroscopi. Verso l'albeggiare, pigliano del piombo e lo liquefanno; così liquefatto lo mettono nell'acqua, ove il piombo assume figura di un omino; secondo la figura di quest'omino, argomentano del mestiere che farà il loro sposo.

Oppure le fanciulle, pigliano tre fave; sbucciano l'una per intero, l'altra a mezzo, la terza punto e le involgono in tre pezzi di carta per riporle sotto il guanciale; la notte ne levano a caso una di sotto il guanciale: se la fava è tutta sbucciata, lo sposo sarà un povero; se a mezzo, nè povero nè ricco; se punto, lo sposo sarà ricco. Finalmente, ancora consultano la sera le stelle e ne fissano particolarmente tre, le quali chiamano de' mercanti; la notte, com'esse dicono, sogneranno inevitabilmente tre uomini; e l'uomo che esse vedranno in mezzo sarà lo sposo loro destinato.

A Modica, scrive il signor Amabile, nel primo giorno di ottobre, la ragazza semina due fave in un vaso, l'una per sè, l'altra per colui che le diresse qualche occhiatina amorosa; e se le due fave spunteranno prima della novena o nel corso della novena dell'Arcangelo Raffaele, il matrimonio pare assicurato; se spunta la sola fava del maschio, è segno che la fanciulla mancherà di parola, se la sola fava della fanciulla, essa verrà invece tradita. La fava è un noto simbolo fallico, uno de' motivi per cui era considerata come cibo impuro dagli antichi, onde Pitagora si asteneva dal mangiarla.

Mattia di Martino, in uno scritterello sopra gli usi e le credenze della Sicilia[41], ci fa conoscere un altro pronostico fatto con le fave: una donna gli raccontò come assistendo ad una di quelle fattucchierie che sogliono farsi la sera di San Giovanni «vide mettere in un sacco tre fave, una intera (sana), una senza l'occhio, (la parte nera pizzicata), ed una terza sgusciata (munnata); ciascuna avvolta in un pezzetto di carta. Dopo averle mosse ben bene, vi si faceva mettere dentro la mano a quella ragazza a cui si voleva predire che razza di marito avesse a pigliare; se si tirava su quella intera, segno che doveva essere benestante; se quella senza l'occhio, tignoso; se quella sgusciata, nudo[42].»

A Mineo, in Sicilia, la notte di San Giovanni, le ragazze mettono alla finestra la così detta spina (il fiore del cardo selvatico); ove la spina si apra e fiorisca nella notte, esse si sposeranno, oppure il loro amante sarà fedele.

Ma le più copiose notizie sopra gli usi popolari siciliani del San Giovanni che si riferiscono alle nozze le trovo in una lettera che il mio amico Giuseppe Pitrè diresse nell'anno 1871 alla cara e compianta baronessa Ida Reinsberg von Düringsfeld. «Tutte le fanciulle insofferenti d'indugio, nei tredici giorni che precedono la festa di Sant'Antonino, cercano propiziarselo con una tredicina, durante la quale altre nella chiesa di lui, altre nel silenzio delle pareti domestiche lo pregano a caldi occhi perchè con S. Pasquale e S. Onofrio avvii un matrimonio tra lei e un giovane grazioso e simpatico; di che l'invocazione:

Sant'Antuninu,
Mittitilu 'n caminu;
San Pasquali,
Facitulu fari;
Santu Nofriu gluriusu:
Beddu, picciottu e graziusu!

Ora supponiamo negli invocati santi le migliori disposizioni di questo mondo a favore della troppo ingenua supplicante; chi, e di qual mestiere sarà lo sposo di là da venire? e chi lo sa? E come si fa a saperlo? Niente di più facile, dicono le donne, non s'ha che attendere la festa di S. Giovanni Battista, e se ne vedrà la esperienza. Allora verso il mezzogiorno, quando il sole è più alto, ogni ragazza che sente il pizzicor d'amore mette innanzi l'uscio di casa sua una catinella con acqua limpida e fresca; fonde un pezzo di piombo, e ve lo riversa d'un colpo. Il piombo, istantaneamente raffreddato, vien tratto fuori dall'acqua; tremante e palpitante la ragazza lo guarda, lo affissa e vi scorge, o crede di scorgervi, un carro, una vanga, una vela, una pialla e che so io; ed ecco fatto: il futuro sposo sarà un carrettiere, un contadino, un pescatore, un falegname! — In Belpasso, comunello su quel di Catania, si cerca appurare il mestiere dell'amante per mezzo della farina. La ragazza prende uno staccio, e colle mani rivolte indietro tanto che nè anche lei veda nulla, si mette a cernere e cernere. Terminata l'opera, si volta e chinasi a guardare la farina caduta; la quale se è a barre dà indizio che c'è a vista un falegname, se a rivelature e a mucchietti, un contadino, ecc. — Le ragazze dello stesso Belpasso e di Assoro, un giorno prima della festa, si riuniscono in varii gruppi. Colei, a cui venga nel giuoco la volta sua, addoppia un laccio o una cordella e dai due capi messi insieme lo avvolge a un pezzettino di legno, a un bubbolo, a una cosa qualunque; e così avvolto lo gira per tre volte di seguito senza pure vederlo, intorno alla persona, e secondo i suoi desiderii ripete:

San Giovanni sì, San Giovanni no;
Sì m'hè pigghiari a iddu,
Pozz'essiri 'mbrugghiatu, o dunca no.

Se S. Giovanni vuol bene alla ragazza, in capo al terzo giro, il laccio o la cordella dev'essere talmente intrigato che i due capi del principio s'hanno a trovare in fine, e quello che è sopra deve passar sotto. E qui sta, m'ha detto una buona donna di quel comune, il miracolo di S. Giovanni. In Prizzi e Salaparuta ogni fanciulla corta di sorte raccoglie un fiore, detto perciò Ciura di S. Giovanni, gli abbruciacchia le estremità della corolla e lo ripone in un buco all'aria aperta. Il domani, se esso è ravvivato, se ne promettono buoni augurii pel futuro sposo e per l'indole e condizion sua, altrimenti egli o non si troverà o porterà la mala ventura. In Milazzo questo fiore è un piccolo carciofo selvaggio[43], in Assoro e in Belpasso un quissimile, ma in Belpasso lo si mette sui forni invece che in un buco qualunque. A Monte S. Giuliano (l'antico Erice, prov. di Trapani), nel giorno di cui parliamo, ogni ragazza getta dalla sua casa in mezzo la via una mela, e la tiene d'occhio finchè altri la raccolga. Se il primo a passare per quella via è un uomo, sarà questo un augurio di sicure e non lontane nozze; se una donna, o essa raccoglie la mela, e questo vuol dire che non c'è da sperare nessun matrimonio; o la guarda senza toccarla, e questo significa che la ragazza che attende il presagio resterà vedova; se un prete, ella morrà nubile. Nè questa maniera di trarre auspicii è solamente per San Giuliano. Se ci fermiamo a Milazzo, ne veggiamo una anche più curiosa. Quivi le donne, sopratutto le ragazze, fanno, secondo la loro intenzione, la novena a San Giovanni. Al nono giorno, si mettono in via a sentir parole che eventualmente il primo incontrato dirà. Le prime parole che udranno saranno indizio se l'oggetto per cui han fatto la novena sarà o non sarà per avverarsi. A mo' d'esempio, sentiamo a dire: nenti, nenti, è inutili; oppure mmalidittu ddu jornu, ovvero sunu perduti li spisi, e allora diranno: la cosa non avverrà, non può avvenire.»

A Venezia, le ragazze prendono la ventura mischiando insieme i tarocchi, e poi vi fanno passare ad una ad una tutte le carte, dicendo: uomo, bell'uomo, mercante, ladro, spia. Se quando passa il due di spade, si dice bell'uomo, è segno che si sposerà un bell'uomo, se si dice spia, è segno che si sposerà una spia, e così di seguito. Il giuoco si fa pure con una variante per sapere se si è amati: si dice: mi ama, mi brama, mi vuol bene, così così, non me ne vuole; la parola che si dice quando passa il due di spade dice la verità. Si prova ancora l'amore nel modo seguente: si toglie un capello al damo, lo si distende sopra una mano; con le unghie del pollice e dell'indice dell'altra mano si distende in giù tre volte, ricordando il damo; poi si guarda come il capello è rimasto: se il capello si rizza, è segno che il damo vuol bene (si può confrontar qui la prova che si fa nell'Umbria con la fogliolina d'ulivo); se nè si rizza nè si distende, l'amante non è caldo, se rimane disteso, l'amante è intieramente freddo, e fa solo per celia. La vigilia di San Giovanni si fanno tre lettere col nome che si vuole, ma differente per ciascuna lettera, che si chiude ma non si suggella; e si va sul tetto e si mettono le tre lettere sotto gli embrici. All'alba si torna sul tetto, e si è sicuri di trovare una delle tre lettere aperte; il nome che è scritto in quella lettera che s'apre è il nome dello sposo futuro. Si fa pure a Venezia la prova del piombo, o quella della chiara d'uovo che le somiglia, ed anche quella della pantofola, che si getta giù dalla scala; mancano tanti anni al matrimonio quanti sono gli scalini che la pantofola ha passati andando giù, onde le ragazze mettono ogni arte nel buttar con la punta del piede la pantofola perch'ella ritorni allo scalino da cui si butta. Si pianta pure frumento in un vaso, lo si inaffia e si mette al buio; dopo otto giorni, il grano è nato; se si trova duro, verde, bello, si sposerà un giovine bello e ricco, se si trova bianco o giallo, lo sposo non varrà niente. Se il frumento è bello, lo si lega con un nastro rosso, e lo si mette in vista sul balcone, perchè si vegga quale fortuna sta per toccare alla fanciulla. Si ascoltano pure a Venezia i nomi di quelli che passano la mattina di San Giovanni, e si fa pure una prova simile a quella toscana e siciliana delle fave[44]. La prova de' fagiuoli riunisce insieme le due prove; si va alla riva, e quando l'acqua è calma, si buttano ad uno ad uno in mare, i tre fagiuoli dicendo:

Fasiol, bel fasiol,
Va più lontan che ti pol;
Va più lontan del mar,
Dime 'l nome de quello che m'à da sposar.

Allora si ascolta, ed il primo nome che si ode è quello di colui che si deve sposare.

Per una simile ventura, s'invoca pure alla vigilia di Sant'Agostino questo santo:

Sant'Agustin de l'abito,
Santo sè e santo sarè,
La mia fortuna vu la savè;
De la del mar, de qua del mar,
Diseme 'l nome che m'à da capitar.

Allora s'ascolta quello che l'acqua risponde, e il primo nome che si ode rammentare sarà quello dello sposo futuro.

In Francia, nel mattino di San Giovanni, è il trifoglio che annunzia alle ragazze un prossimo matrimonio o un matrimonio felice[45]. Una simile credenza esiste in Italia pel trifoglio delle quattro foglie; lo rammenta pure S. Farina, nel suo Tesoro di Donnina.

Nella Svezia, secondo il Léouzon Le Duc[46], la vigilia di San Giovanni tre ragazze si raccolgono a preparare in silenzio un pasticcio, che insieme fanno cuocere e dividono a caso in tre parti; le quali mangiano. Vanno quindi a dormire e sognano la notte inevitabilmente un giovane che muove alla lor volta con una dolcissima bevanda; quello è il giovine destinato a menarle all'altare. È chiara la somiglianza di quest'uso con quelli di Calcinaia sopra riferiti; un altro, pure della Svezia, ci richiama ai medesimi; ma io temo che il Léouzon Le Duc non ce lo abbia descritto per intiero. Secondo questo viaggiatore e dotto francese, le ragazze svedesi compongono a San Giovanni un mazzo di nove fiori diversi, fra i quali sempre l'hypericum o fior di San Giovanni; questi fiori vogliono essere raccolti da nove campi diversi. Composto il mazzetto, lo mettono sotto il guanciale e si coricano; quello che nella notte sogneranno, avverrà. Non sembra egli probabile che ogni fiore abbia un suo proprio significato? e che dal tirar fuori del mazzo a caso uno di quei fiori si disegni alle fanciulle svedesi il loro destino?[47].

Ad altri oracoli d'amore ricorrono in Grecia per San Giovanni, ai quali allude pure il canto popolare:

La sorte gettai per provarti
E la mia sorte mi disse che moglie ti pigli:

ed una prova sarebbe accennata in questo distico:

La mia mano ha ben presa la tua tenera mano, Quest'è segno buono ch'io ti farò compagna[48].

Il dottor Pierviviano Zecchini, ne' suoi _Quadri della Grecia Moderna_[49], ci ha fatti conoscere due de' pronostici nuziali ai quali ricorrono le fanciulle greche. «San Giovanni, egli scrive, è per queste ragazze quello che San Nicolò è per le giovani di molti paesi d'Italia, il quale, dappoi che dotò tre fanciulle per condurre ad onor lor giovinezza, facendo il miracolo del pomo d'oro, venne generalmente considerato il protettore delle pitocche, tanto più che difficilmente ne troverebbero uno in terra, e al certo è meglio averlo in paradiso che qui, ove lo stesso patrocinio è spesso pericoloso. Le zitelle dell'isole dell'Egeo, nella vigilia della festa di quel santo, riunisconsi insieme in varii drappelli, sia nelle chiuse stanze, sia nell'aperto de' campi, con un bel pomo in mano, che però è meno bello delle fiorite lor guance; e la prima cura in cui si occupano dopo qualche colloquio amichevole, o qualche giuoco innocente, è di farsi recare dell'acqua da un secchio, o da una sorgente. La persona ch'è incaricata di tale uffizio non deve proferire alcuna parola, ed è perciò che quell'acqua è detta acqua secreta. Avuta che la s'ebbe, se ne riempie un gran vaso, entro il quale ciascuna ragazza mette il suo pomo, indi coprono il vaso, e lo chiudono a chiave; finita questa operazione, lo collocano sopra la terrazza della casa, o su d'un luogo elevato, un poggetto, se in campagna; ed ivi lo si lascia all'aria libera durante la notte. Nel domani, cioè nel giorno della festa del santo, voi vedete quelle angeliche creature prese da una curiosità e trepidezza inesprimibile, stringersi di nuovo insieme, finiti i vespri della chiesa; ned è a temere che alcuna tardi a raggiungere le sue compagne. Postesi in ginocchio, d'accordo innalzano una tenera e divota preghiera a San Giovanni, la quale in conclusione non è che una invocazione ad Amore. Cantato quest'inno, si fanno recare di nuovo il misterioso vaso pieno d'acqua, che vien portato con somma precauzione; tosto che l'hanno dinanzi, piene di una impaziente sollecitudine, lo aprono e ciascuna alla sua volta prende un po' di quell'acqua secreta per versarla in un piccolo vaso, nel quale pone anche il pomo che il giorno addietro aveva tuffato nel vaso maggiore; e fatti tre segni di croce sì sopra l'uno che l'altro dei due recipienti, comincia così ad apostrofare il santo nuvolato: «oh gran santo Giovanni! fa che s'io debba sposare N.... questo vaso giri a destra, e, se non deve essere mio sposo, si volga a mancina.» Quella delle giovani che pronunciò questa preghiera, congiunge le mani in atto supplichevole, e tenendo i pollici elevati e disgiunti tra loro, si mette davanti ad una delle sue compagne, la quale fa la stessa cosa; appresso v'è una che colloca sull'estremità di quei quattro pollici così ritti il vaso che, dicesi, non manca mai di girare da sè a destra o a sinistra. Nello stesso giorno di san Giovanni pongono in opera un altro mezzo, oltre quello del vaso pensile; e consiste nel lavarsi il volto con quell'acqua secreta, in cui dev'essere già stato immerso il pomo di ciascuna; poco dopo si conducono in istrada, se chiuse erano in camera, o nel paese, se in campagna; strano è poi il primo nome di un giovine che sentan a pronunciare, sia quello che debba essere il loro sposo.» Il dottor Zecchini ricorda ancora l'uso delle fanciulle greche, per assicurarsi se sono amate, di percotere sulla mano un petalo di rosa; se il petalo scoppia, è buon segno; così il capraio di Teocrito, nella prima delle egloghe, si duole con l'amata che il petalo d'un papavero schiacciato sul braccio non avesse scoppiato.

Nell'India, il sedersi sulla coscia sinistra d'un uomo è segno di volerlo fare suo sposo; il sedersi invece sulla coscia destra è proprio dei figli e delle nuore[50]. Un moto singolare del braccio avverte il re Dushyanta dell'avvicinarsi della sposa nella Çakuntalâ di Kâlidása. I moti del corpo seguono quelli dell'anima; nell'India e in Russia, si crede ancora che l'uomo provi il bisogno di starnutare quando una donna pensa a lui.

In Italia si dice: «_Chi a digiuno ha starnutato sarà nel giorno regalato o mortificato._» A me sembra, per cagione del buon senso attribuito ai proverbi, che quest'ultima parte del proverbio, ossia la mortificazione che segue lo starnuto, sia un'aggiunta posteriore[51] fatta da chi non credeva alla sincerità del primo proverbio. Gli augurii poi che accompagnano fra noi l'uomo che starnuta, i prosit, le felicità, i Dio ti prosperi, i bonheur, gli inchini che accolgono, ovunque ne arrivi il caso, colui che starnuta, sono, come parmi, un resto della superstiziosa credenza, che considerava lo starnuto come una benedizione.

I medici troveranno forse a questi augurii una ragione tutta igienica, ed avranno l'augurio che si fa allo starnutante, come uno scongiuro di qualsiasi caso apopletico che potesse cogliere l'uomo nell'atto dello starnutare. Ma io non so allora perchè non si farebbero simiglianti augurii per colui che ha un accesso di tosse, per dire d'un caso molto più pericoloso.