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JOLANDA

Dal mio Verziere

SAGGI DI POLEMICA E DI CRITICA

Terza Edizione

ROCCA S. CASCIANO
LICINIO CAPPELLI, Editore
Libraio Editore di S. M. la Regina Madre

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PROPRIETÀ PRIVATA

Rocca S. Casciano Stabilimento Tipografico Licinio Cappelli 1910.

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INDICE

Per un sasso in colombaia.
Un libro che giunge a proposito.
Impressioni di un sogno.
Poeta o Scienziato?
Per colpa di un Poema.
Aspettando un Alessandro.
Sfumature.
Giosuè Carducci: -- Cadore.
Il conte zio.
Questioni femminili.
Pleiade nuova.
I.
II.
III.
Edoardo Bellamy.
Maternità.
Narcisi e Poeti.
Alberto Cantoni.
I poeti nella Prosa.
I.
II.
Cipressi.
Fiori d'arancio.
L'ultima Primavera.
Opere buone.
Italia e Poesia.
Dal mio Verziere.
I. Antonio Fogazzaro.
Piccolo intermezzo in prosa.
II. Gabriele D'Annunzio.
Piccolo intermezzo in prosa.
III. Enrico Panzacchi.
Piccolo intermezzo in prosa.
IV. Arturo Graf.
Piccolo intermezzo in prosa
V. Emilio Praga.
Piccolo intermezzo in prosa
VI. Guido Mazzoni.
Piccolo intermezzo in prosa.
VII. Edmondo De Amicis.
Piccolo intermezzo in prosa.
VIII. Contessa Lara.
Piccolo intermezzo in prosa.
IX. Mario Rapisardi.
Piccolo intermezzo in prosa.
X. Lorenzo Stecchetti.
Piccolo intermezzo in prosa.
XI. Arrigo Boito.
Piccolo intermezzo in prosa.
XII. Giosuè Carducci.

ad ELDA GIANELLI

Dilettissima,

_Ti ringrazio d'avere affettuosamente assentito ch'io scriva in fronte a questa raccolta il tuo nome che è uno dei vanti gentili d'Italia. I gracili prodotti del mio verziere presentati così sembreranno forse meno meschini. A te, buona, qualcuno parrà anche dolce: come per me qualcuno, avvolto già nelle lontane luci del ricordo, ha perduto il suo qualunque valore reale per acquistarne uno fantastico, inestimabile._

_Questo libro contiene i documenti della nostra amicizia. Cominciammo, ti ricordi? con un bisticcio. Un mio interrogativo a proposito d'un poeta ti diede sui nervi: vi rispondesti con amabile vivacità. Io replicai, tu rispondesti di nuovo. E così ci accanimmo per qualche tempo intorno alla produzione intellettuale d'una persona ad entrambe affatto sconosciuta, la quale non avrà probabilmente mai saputo di questa cortese tenzone di dame per causa sua._

_Vennero, come messaggi di pace dall'una all'altra, libri, fotografie, lettere. Facemmo quello che gli avversari, in arte o in politica, dell'altro sesso non fanno: ci manifestammo con leale schiettezza la reciproca stima che le discordi opinioni non avevano punto scemato; ci stendemmo la mano attraverso il mare._

_Molte circostanze dolorose della mia vita, la tua costante e tenera sollecitudine verso di me, affrettarono poi la nostra amicizia che si è fatta sempre più intima, sempre più soave, che ancora dura, che ho fede non dilegui mai, perchè negli elementi che la compongono v'ha dell'immortalità._

_Oltre la carissima traccia di te, altre reminiscenze care e meste veggo evaporare da ogni parte di questo volume che ho composto senza saperlo, colle impressioni delle mie letture nello spazio di qualche anno, a intervalli, in un luogo o nell'altro; sempre però fra pareti santificate dai sogni, dalle lagrime, dal lavoro. Ad ognuno di questi miei scritti potrei indugiare per dirti in quale posizione della stanza era la mia scrivania quando fu composto, e che paesaggio vedevo dalla finestra, l'ora, e le emozioni che mi agitavano, e il pensiero dominante a cui molto spesso la mia opera non era legata che attraverso ad una più o meno lunga catena d'idee. Ci sarebbe, te lo assicuro, la tavolozza per un altro libro, e te ne parlerei se questa lettura fosse riservata a te. Ma agli altri, capirai, non importerà proprio nulla di saper di più._

_Pure temo di non essere capace di nascondere che riordino commossa queste pagine su cui l'atmosfera di giorni diversi e lontani ha lasciato un riflesso percepibile a me sola, come un atomo di quella parte della mia vita che si è spenta. Penso alle persone che mi erano vicino e che hanno raccolto la primizia di questa fioritura che doveva durare più di loro, sparite nell'infinito della morte (come voi, povero Alberto Sormani!) o nel vuoto della lontananza in cui s'addensa il silenzio lieve ed enorme, isolatore, più amaro, spesso, della morte. Ed io errando in ispirito lungo le pagine del mio Verziere mi somiglio alla Dama Pensosa d'un poeta squisito di cui è fatta menzione qua dentro, a lei che errava nell'occaso autunnale, lungo i viali sfrondati, fra l'ineffabile e simbolica mestizia delle foglie cadenti... Se non che io, al limite, trovo ancora te ad aspettarmi, te che mi stendi le braccia e mi sorridi ancora._

Cento, Settembre 1895

Jolanda.

Per un sasso in colombaia.

_Ad Alberto Sormani_[1]

[1] Autore d'un articolo provocante: «Contro le donne che scrivono». (Vita Moderna, Milano, Gennaio 1892). N. d. A.

Un caso dei più fortuiti mi mette sott'occhi un giornale che non conoscevo e il nome di uno scrittore che ammiravo, il quale ha la pazienza di occuparsi di noi. Di noi, ahimè.... perchè anch'io ho la disgrazia di avviarmi con la reproba schiera verso la via della perdizione. Io sono una donna che scrive! e che legge anche! e, quel che è peggio, che medita su quello che ha letto, quando c'è di che meditare, come in quell'articolo che era il vostro signor Sormani, nella Vita moderna, uno scritto fiero, forte, adamantino.

Gettate il guanto con un'insolenza così bella e così nuova che m'invoglia a raccattarlo, deplorando però, credetelo, di non contrapporre al vostro che il mio nome, un nebuloso nome. Meritavate di più; ma, pazienza: forse l'avversaria degna verrà.

Premetto dunque che io odio sinceramente, accanitamente i Ganimedi, i Narcisi e tutti gli Arcadi passati, presenti e futuri; che i madrigali non mi hanno mai fatto nè caldo nè freddo.... se mai, più freddo che caldo; e che quindi le qualità belle e vere che esaltate nel vostro sesso non avrebbero ammiratrice più fervente di me; ma..... bisogna proprio essere uomini per non accorgersi della differenza immensa, spaventosa, lagrimevole che passa fra l'archetipo-uomo perdentesi oramai nelle brume dell'ignoto, e i suoi milioni d'esemplari sempre più degeneri, sempre più trascurati, sempre più capricciosamente modificati. Mi fate venire in mente, vedete, certi vecchi codici del trecento, nei quali, a furia d'essere copiati e ricopiati sulle copie, non ci si raccapezza più. Figuratevi: erano centinaia e centinaia di copisti press'a poco nell'ordine di un albero genealogico, e mentre un ramo si ricordava troppo del dialetto paesano, un altro ramo rinfronzoliva per migliorare, finchè arrivati a un passo duro postillavano tutti: Graecum est, non potest legi.

E per noi questo non sarebbe neanche il peggior male. Il peggior male è quello di conoscer la lingua, perchè allora si è obbligati ad accorgersi degli strafalcioni. E più vi scalmanate a descriverci l'uomo quale dovrebbe essere, più ci disgustate dell'uomo quale è.

Come!? L'uomo è più forte, più intelligente, più ardito, più prepotente, meno istintivo e più sensibile, -- dite; e tengo a lasciarvi la piena responsabilità di questa corona di aggettivi: poi dobbiamo assistere tutti i giorni nelle gran scene dell'ambizione e dell'amore a vigliaccherie incredibili, a transazioni ignominiose, a cretinerie classiche, a pusillanimità senza scusa? Dov'è l'uomo forte delle vostre scritture in quella pallida falange di larve maschili che certe donne succhiano come le uova gettandone il guscio per le povere mogli future? Dov'è l'uomo intelligente in quella moltitudine di rari ingegni, ciascuno dei quali ha inventato una scuola o risolto un problema senza però aver tempo nè previdenza per scioglier quello d'una vita dignitosa e serena coltivando il cuore e lo spirito della donna sua? Dov'è l'uomo meno istintivo e più sensibile fra quegli apostoli dell'umanitarismo che colgono un fiore più o meno rusticano sapendo che lo getteranno quando cadranno i pètali e resterà il frutto? -- E indugiando un momento sul capitolo dell'intelligenza, che è quello che m'interessa di più, l'intuizione, questa qualità oramai ammessa quasi come esclusiva della donna, il buon senso pratico, che ci si concede pure in preminenza, o non sono manifestazioni d'un intelletto che ha uno sviluppo diverso, ma non inferiore a quello dell'uomo? E, badate, qui bisogna ch'io citi un gran nome anche a costo di farvi inorridire: è Spencer che lo dice. La donna, al dire dello Spencer, non intende meno dell'uomo, ma comprende in altro modo: l'uno studia, l'altra indovina; questi rammenta, quella profetizza. E non è poco mi pare.

Dirò di più: quando la donna vuole (e lo vuole poco, per fortuna!) o riesce a liberarsi dagli innumerevoli viluppi che le fanno un ginepraio della via dell'arte dove voi potete incamminarvi tranquillamente con il sigaro in bocca, non solo vi uguaglia, ma vi sorpassa, giacchè acquista la vostra larghezza di mente senza perdere la sua finezza divinatrice che voi ottenete sempre poco e a stento, e artificiosamente. Vorrei che fosse possibile dare ad un giovinetto e ad una fanciulla un'educazione ed un'istruzione identica con la medesima libertà di vita, e vi assicuro che a vent'anni la giovinetta si sarebbe lasciato indietro il suo coetaneo. La donna ha dalla sua, per riuscire, una pazienza, una astuzia, una tenacità, un raccoglimento, un'elasticità di fibra che voi non avete. Per questo anche s'invecchia prima. La nostra vita è più intensa e più completa, come quella degli abitanti del mezzogiorno, che pagano con un precoce sfiorire il precoce rigoglio d'ogni loro facoltà. Voi avete cento modi di spendere le forze che la donna serba tranquillamente per il trionfo de' suoi ideali. In voi la materia bruta prevale, e raramente siete capaci di vincere una sola delle rudi battaglie che la donna doma in silenzio, sorridendo. I vostri affetti, se sono veri, arrivano fino al Dio Termine del campo sconfinato dell'egoismo; se lo sorpassano, sono sensazioni, non più sentimenti. Non avete neanche di spontaneo il sentimento della paternità, che in voi non è che un'abitudine.

Passiamo al capitolo della bellezza. Voi uomini non fate che invocarla, in prosa e in versi, nella vita e nel sogno. Non sarebbe questa, per avventura, una divina nostalgia della natura che tenta completarsi, come in noi è quella della forza, accennata così argutamente da voi? Che volete! risalendo al prototipo della specie, non mi riesce proprio di immaginare, fra la novella frescura d'un mondo appena schiuso, Adamo più bello di Eva. Avrò torto, forse, e lascio al Mantegazza e a voi la difficile soluzione di questo problema d'estetica. Del resto, la maternità e la moda deformano presto la donna, le passioni la solcano, la fatica l'avvizzisce. Ma trovo pure qui, nel vostro paragone animalesco, una ragione che avvalora le mie precedenti: se il maschio è il più bello in tutta la creazione, la femmina è la più intelligente ed emerge nella scala dei bruti, là dove esiste la parità dell'educazione.

Io adoro il Fogazzaro perchè è idealista e perchè la sua arte ha sfumature delicatissime d'ombra. Quel posto «alto e glorioso» ch'egli e voi ci offrite, noi lo occuperemmo con gioia credetelo, e la nostalgia che ne sentiamo non è meno forte dell'altra, tanto che un'infinità di donne si ostina e si logora per conquistarlo, accorgendosi sempre troppo tardi del miraggio. Se nella vita ci fossero dei Daniele Cortis, ci sarebbero anche delle Elene, ve lo assicuro. Ma dove sono, ditelo, queste creature privilegiate, ben degne di assorbire tutti i tesori di abnegazione profonda e di affetto intelligente, di cui può disporre un'eletta natura muliebre? Credete voi, per esempio, che i fanatici indiani si lascierebbero pestare così allegramente, se l'elefante che li calpesta non fosse un dio?

L'arte (ci siamo!) l'arte può affinare, corrompere, e non sempre elevare l'anima. Ma, badiamo, è una legge uguale e severa per tutti. Una donna non eleva il suo livello morale scrivendo un bozzetto o un romanzo, come l'uomo non lo eleva pubblicando una dozzina di Elzeviri. Perchè scriviamo? E voi, perchè scrivete? Per migliorarvi? no. Per dire delle cose grandi? ma allora perchè ne dite tante delle futili? Per insegnare? Ebbene anche noi! e la letteratura dei bambini non è mai stata così bella e così buona come ora che è quasi tutta nelle nostre mani.

Una donna che scrive, in questo anno di grazia 1892 non è più lo spauracchio di nessuno. Oramai si è scoperto che la donna che scrive sa anche lavorare, mentre le donne che lavorano solamente, non sanno scrivere. Ma qui l'argomento si fa vasto come un mare. Voi ci volete a vostra immagine e somiglianza, avete la bontà di occuparvi del nostro miglioramento intellettuale e sociale, vi degnate di farci muovere con più o meno garbo nei vostri romanzi in cui si trovano persino donne ideali che conversano in latino.... (vedi Val di Olivi del Barrili) poi se una di noi, poveretta, un bel giorno trovandosi con tre idee in testa preferisce sedersi alla scrivania e metterle giù nella pace onesta della sua casa invece di oziare passeggiando o di far della maldicenza nei five o'clock thea, le gridate la croce addosso e la mandate a far la calza che qualche ora innanzi le toglieste di mano per farla assistere ad una conferenza dedicata a lei magari sull'origine dei Comuni e delle Monarchie.... Che... originali siete voi!

La penna è galeotta, dite. E la musica no? Eppure nessuno pensa a rimproverar la musica alle signore. Credete voi che se Francesca non avesse saputo leggere, Paolo non l'avrebbe baciata sulla bocca tutto tremante? O che si sarebbero salvati entrambi dalle ire di Lanciotto se invece di leggere avessero per esempio suonato il mandolino? -- Anzi, guardate, io credo che la letteratura sia per la donna la meno pericolosa di tutte le arti. La fantasia vi si sbizzarisce e si appaga; la mente è obbligata a letture serie che la ritemprano, a un lavorio d'indagine che ne acuisce il senso intuitivo a giovamento dell'educazione dei figli e della pace domestica.

Ricercando le cause ascose nelle pagine di psicologia, ella si rende ragione di molte sensazioni che le apparivano ingrandite dalla nebbia del mistero, mette a posto molte fantasticherie umiliandole, trionfa di molte debolezze: qualchevolta, guardate, si salva perchè non hanno più effetto su di lei, che ha rimestato nel crogiuolo, gli artifizi della seduzione.

Pensate un po' ai giovani e alle ragazze che vanno insieme all'Università e ditemi se è frequente il caso di un amoreggiamento, di uno scandalo, se piuttosto la dolce fatica intellettuale durata in comune non crea fra i due sessi una fratellanza, la sola destinata a degenerare in amicizia vera. Molti esempi così d'un affetto disinteressato, profondo, potrei citarvi fra uomini e donne che scrivono, in tutti i secoli.

L'arte è un conforto, voi lo sapete da tanto tempo, or bene non lo negate a noi questo conforto, questa tormentosa gioia. Vi sono tante donne, non belle, non più giovani, a cui fu negato, non solo l'amore, ma anche la dolcezza della famiglia e della maternità, poichè le loro qualità erano tutte intime e umili e voi uomini non vi curaste di rilevarle: -- dunque se queste zitellone, invece d'inacidire rodendo sè e gli altri, invece d'immalinconire a far le cenerentole o le monachine, diventassero Vestali del bello e cercassero di colmare il vuoto delle loro esistenze vivendo una vita ideale fuori del tempo; se tentassero di sopire le loro tristezze suggendo l'oblio dalla divina fonte incantata -- in nome di chi vi arroghereste il diritto di condannarle? di dar loro l'ostracismo? perchè sono donne che scrivono?..... Ma scrivano, in nome di Dio! Della carta e dell'inchiostro ce n'è per tutti; e se non faranno capolavori, se non ne verrà che un libro atto a raddolcire le veglie di un malato o le angoscie d'una reclusione, non avranno fatto un'opera inutile. Via, è meglio che scrivano le donne che gli studenti di Liceo!

Vorrei proprio sapere se è solamente la penna che vi ispira orrore fra le bianche dita femminili, o se la vostra contrarietà si estende a tutte le arti coltivate da loro. Poichè ve ne sono che stonano di più. La pittura per esempio: una donna che va alla scuola del nudo... che ve ne pare? E le scultrici che si impiastricciano le mani delicate? E le violiniste? E le donne che suonano il flauto.... Che ribrezzo, non è vero? E la drammatica? Credete voi che una scena d'amore in azione non sia più dannosa alla nostra natura che una scena d'amore scritta? Bando all'arte dunque per noi, e tutte a farsi monache. O santo cielo...! ma che avesse ragione Gemma Ferruggia, quando vi diceva placidamente.... codino?

Io non lo credo, però. Non lo suppongo nemmeno. Siete troppo intelligente, troppo fervido, troppo ardito. Un codino autentico ci avrebbe detto forse le cose che ci avete detto voi, ma ce le avrebbe dette male, mentre voi ce le regalate elegantemente. Poi mi fate degli scarti! Altro che codinismo!

Gemma Ferruggia vi osserva dolcemente, sapientemente, che la donna ricorre all'arte per salvarsi dalla passione. Voi le rispondete che parla come S. Paolo e come Tolstoî; voi le dite che non trovate perniciosa la passione, l'amore, nella vita d'una donna, anzi che per voi è l'ideale della vita femminile, e che ce l'avete con l'opera artistica perchè sottrae all'opera naturale degli affetti. A me pare che parliate, voi, un poco come.... un Mussulmano. Amore libero? Quand même? ma e tutta la vostra morale?

Anch'io conosco delle donne oneste che non scrivono, ma ne conosco ancora più di quelle altre che... non hanno tempo di scrivere. E posso anche assicurarvi che i Don Giovanni preferiscono cercarle nei salotti, anzichè nelle biblioteche. Volete che vi confidi qual'è il vero Galeotto nella vita d'una donna? È l'ozio dello spirito. Una donna che non sa cosa pensare, pensa a far dei malestri, come i bambini. L'arte corrompe, vi ho detto; ma ora vi dico che l'ozio corrompe ancora di più.

In quanto al pudore femminile, a cui fate appello a proposito della stampa, via c'è un po' di sensibilità morbosa in tutto questo. Il pudore del pensiero! dell'osservazione! nei lavori d'indole (come avete notato) esclusivamente idealista di cui si compone la produzione letteraria femminile! Quanto credete che ci perda il pudore in una pagina, per esempio, di critica letteraria? Io preferisco di leggere in un giornale un sonetto della mia sorellina che canta agli astri il suo amore, piuttosto che di vederle certi libri sul tavolino. Il pudore ci patirebbe di più. E se proprio volete esserne i custodi gelosi, se proprio desiderate che la donna non perda un atomo del suo profumo di mammola, ebbene, allora perchè non cominciate a bandire una crociata contro le scollature?

Ah uomini, uomini! Vi piacciono i veli e il pudore delle turche, a voi!...

E vi confesso un orribile sospetto: mi pare d'aver capito che l'ammirazione di cui ci onorate scema in ragione dell'aumento del nostro peso cerebrale. Come sarà?

Ma io sono alla fine, e mi accorgo di avervi detto, più meno garbatamente, un sacco di vituperi. Per fortuna che siete un uomo giovane e forte e che posso risparmiarmi di dirvi pardon, anche se vi ho camminato un poco sui piedi. Che volete? Il vostro articolo mi ha messo addosso cento diavolini, e vi assicuro che se non fossi una donna che scrive, avrei cominciato oggi a scrivere per aver il piacere di potervi rispondere. Io non sono una virago, tutt'altro; ma sono una donnina che ha più coraggio di quello che pare. Poi mi chiamo Jolanda, e gli scacchi matti non mi spaventano troppo. Anzi, qualche volta, me li lascio dare apposta.

Un libro che giunge a proposito.

[E. Zola: La Débacle.]

È un romanzo. Un volume tutto pieno di sangue e di fuoco, lanciato come un fulmine da un piccolo Giove fra la pensosa trepidazione della lunga vigilia di un migliore avvenire. È un libro sulla guerra scritto da Emilio Zola, il solo fra gli scrittori moderni, credo, che potesse adoperare l'ardente materia senza sminuirla, senza accrescerla di qualche elemento soggettivo, senza scottarsi le dita. La gente che legge non avrebbe più il diritto di lagnarsi per un anno almeno, poichè un lavoro così poderoso, così imparziale, d'un interesse così unanime basta a determinare il valore artistico d'un periodo non breve di tempo.

Quaranta o cinquanta anni fa, prescindendo dalle condizioni sociali e politiche d'Italia, un libro simile avrebbe menato chiasso; chi sa per quanti mesi si sarebbe commentato e discusso, ci sarebbero stati partigiani bollenti e avversarii ostinati; ma quell'ingenuo tempo è passato: ora nel mondo intellettuale si sbriciola con un feroce sorriso o, se l'opera s'impone, ci si abitua subito alla sua superiorità. L'ammirazione muore, ahimè, l'ammirazione che ingentiliva e metteva le ali alle giovinezze. Nulla colpisce più.

Pure la Débacle deve scuotere; è impossibile che non scuota. Mentre si parla della necessità del disarmo ed echeggiano ancora le voci che nei congressi domandano la pace, mentre ancora per l'aria vola come un fragrante fior di gelsomino un volumetto scritto per la buona causa da un'aristocratica mano femminile, e sottovoce ne implorano il trionfo milioni di cuori, e un vecchio Slavo sogna, con la pace, di rinnovare il mondo, ecco un brusco e involontario cambiamento di sistema, ecco la malattia curata omeopaticamente, ecco lo Zola a dimostrarci che la guerra è non solo necessaria ma salutare, ma provvidenziale, come un rimedio energico contro la putredine delle nazioni. Mi par di ricordare che il libro dovesse intitolarsi «_La Saignée_» -- titolo che ai simbolisti sarebbe piaciuto di più e che avrebbe forse meglio sintetizzato lo spirito, non voglio dire l'intento, del volume. Débacle, «lo scioglimento -- lo sgombero -- la catastrofe» è meno brutale, meno... Zoliano. Del resto è con compiacenza che qui noto come il Maestro accenni a sbrattare la sua arte che resta così di un sincero e sano naturalismo ben degna di esser madre di un'arte nuova ideale. In seicentotrentasei pagine fitte non ve n'ha una che obblighi la signora che legge a velarsi la faccia; e, come osserva acutamente il Depanis nel suo sagace articolo della Gazzetta Letteraria, questa volta non bisogna attribuire la straordinaria tiratura delle copie a una ragione di pornografia.

No; la ragione, grazie a Dio, è affatto spirituale. Nessuno più ignora che il romanzo dello Zola è tramato sulla guerra franco-prussiana; si può dire anzi che romanzo non c'è: sono episodi, macchiette, figure che aiutano a ricostruire dilettevolmente e sommariamente la storia di quella disgraziata campagna, permettendoci di penetrare con una rara verosimiglianza nell'ambiente dell'atroce dramma, direi nei cuori. I vecchi ricordano, i giovani respirano l'aria di un passato che evapora già nell'epopea, nella leggenda: tutti poi in quest'ora, in cui gli spiriti bellicosi sono anestetizzati, vogliono osservare riflessa l'immagine dello spaventoso fantasma già lontano.

L'immagine è orribile infatti. Ora, a mente fredda, pare impossibile di averlo potuto sopportare tanto tempo; pare impossibile che si avesse a tollerarlo ancora fra noi. È ancora e sempre la selvaggia moralità dell'opera zoliana, che par derivata dalle teorie di un certo filosofo vero o immaginario di cui parla in qualche luogo il Bourget, un filosofo che consigliava agli ammalati di qualche amorazzo dei sensi la cura d'un'osservazione all'ospedale delle infermità più schifose che affliggono il corpo umano. È il rudimentale rimedio degli antichi, che disgustavano dall'ubriachezza con l'esposizione dello schiavo ebro. Forse questo libro che mette la guerra come una condizione imposta dalla natura nell'eterna lotta d'ogni giorno; che la dice necessaria all'esistenza stessa delle nazioni; che la chiama la forza mantenuta e rinnovellata dall'azione, la vita rinascente sempre giovine dalla morte; questo libro popolato di larve e scritto da un romanziere è destinato alla gloria di essere un condottiero ideale della gran crociata bandita contro la guerra in nome della civiltà.

Non ci sarebbe troppo da stupirne. Alla foglia di rosa il vanto di far traboccare la coppa. Ognuno sa l'efficacia che ebbero nei nostri moti di libertà nazionale gli inni del Mameli e le poesie del Berchet. I tempi sono mutati e le abitudini. Ora lo Zola col suo epico poema in prosa potrebbe essere senza saperlo, magari senza volerlo, il bardo della pace.

Poichè è impossibile di scorrere quelle pagine con indifferenza. Zola ha visitato e studiato palmo per palmo il teatro della guerra: l'illusione della realtà è quindi perfetta. Si vive negli orrori, nelle ambascie, nei carnai, nell'abbrutimento della specie umana e questo dà sopratutto la tristezza infinita dei mali che gli uomini potrebbero e non vogliono evitare; dà l'avvilimento d'una degradazione cercata, la vergogna d'un affratellamento con le razze primitive e bestiali per cui pensiero è una parola vana. È un'angoscia inesprimibile che opprime riflettendo che solamente vent'anni ci separano da quelle barbarie, da quel flagello i cui episodi sono degni di far riscontro alle scene del Terrore... È una lettura che spossa quasi materialmente per il continuo fremito d'orrore e di pietà che sospende la vita; per il coraggio vero di cui bisogna disporre per vincere la ripugnanza e la tentazione di chiudere il libro e scappar via, via nel verde, nella serenità, accanto a qualche bell'opera feconda e pacifica per dimenticare... Certi episodi non si possono leggere due volte: quello del bambino febbricitante e assetato che rimane arso nell'incendio di gioia; quello del prussiano scannato su una tavola come una bestia da macello, episodio feroce in cui par che lo Zola stesso voglia infine concedere uno sfogo a una punta inevitabile di rancore costantemente e ammirabilmente domo dalla perfetta imparzialità. Tutta l'immoralità della guerra può essere sintetizzata, in questa scena nella quale una donna può assistere col suo figliuoletto, passivamente, al supplizio di colui che l'ha resa madre, quasi anzi provocarlo, perchè è un nemico dei suoi, e profittare della loro reciproca posizione per vendicarsi orribilmente d'un amore, non d'uno sfregio.

Poi l'amico che uccide l'amico all'impazzata, mentre ambedue combattono divisi da un'idea; e la donnina leggera che si concede al vincitore; e le masse condotte alla strage quasi inconscie; e le speculazioni indegne; e le rassegnazioni stupide; e i sacrifici inutili; e tutta la immensa miseria, infine, della guerra che rimesta e mette a galla il limo del l'umanità.

Dei vari pregi di colorito, di andamento, di forma sarebbe lungo, e per me arduo, il parlare. Poi oramai lo Zola non si discute più: a qualunque scuola si appartenga, qualunque concetto artistico si difenda, allo Zola ci si inchina. La sua opera resterà forse sola a rappresentare la letteratura romantica francese di questo scorcio di secolo, e sarà un monumento grandioso dalla cima fiorita di emblematiche guglie rilucenti e leggiere. Ah, non gli si faccia carico di affinarsi nel simbolo! Il simbolo è un prezioso elemento d'arte per i pensatori profondi! Mi pare che l'opera zoliana spogliandosene, si spoglierebbe d'un'irradiazione luminosa, si rimpicciolirebbe in tanti piccoli circoli viziosi e terreni, mentre così assurge alla dignità efficace e grandiosa d'una teoria universale.

Non c'è bisogno d'esser molto acuti nel pensiero e gagliardi nella immaginazione per intendere la poesia suggestiva di certe vignette, dirò così, ornamentali. La vecchia incognita, lacera e scapigliata come una furia, che dalla soglia della sua capanna urla «_vili!_» ai soldati che hanno l'ordine di retrocedere, indicando loro il Reno tedesco, mentre la sua scarna persona pare giganteggiare in quell'atto; il tranquillo lavoratore che durante una sanguinosa giornata di battaglia continua imperturbabile a spingere innanzi il suo aratro giacchè «non sarebbe perchè si combatteva che le messi cesserebbero di crescere e gli uomini di vivere»: la gloriosa spada del capitano vinto, spezzata con una forza atletica dalla gracile mano d'una madre dolorosa; l'aiuola di margherite, nell'ambulanza, arrossata senza posa di acqua insanguinata fino a diventare un piaccicchiccio nauseabondo; e tanti e tanti che io sciupo citando sommariamente così.

Ancora una parola, però: un'esclamazione ammirativa per il racconto della fatale battaglia di Sèdan, racconto elaborato con sommo magistero; per la figura dell'imperatore che s'intravede a intervalli, così oggettivamente; per la descrizione del grande incendio di Parigi titanicamente grandiosa. Si finisce per avere le vertigini di quell'eterna porpora di sangue e di fuoco, di quella distruzione pazza, diabolica, vorticosa, orgiasticamente macabra; e la mente eccitata par travolgersi nel delirio del povero Maurizio, il soldato ferito, morente, che inneggia alla distruzione, all'ecatombe, come a una salutare disinfezione, come a una pasqua di vita...

Ebbene, no; gli Dei sono sazi di respirare sangue e fuoco, e non è con un sacrifizio umano che si schiuderà agli uomini la feconda e pacifica landa sognata da Faust. L'amore deve estinguere, siccome invocava il De Amicis in una vecchia e nobile poesia, questo «fiume dai vortici cruenti», questo «mare di lagrime infinite». Ma però si innalzi, secondo il desiderio del poeta, un grande monumento di gloria a tutti i morti delle guerre umane, e la paura di ridiventar barbari o romantici non ci faccia -- per pietà -- rinnegare o sminuire il bello e santo eroismo italiano dove fu.

Impressioni di un sogno.

[Neera: Nel Sogno. -- Milano, Chiesa e Guindani 1893.]

Un sogno in cui non sia che terra e cielo: il cielo cristallino, uguale, soffuso d'un calmo e un po' freddo sorriso verso la terra; le vette estreme rivolte come braccia adoranti e aspettanti verso il cielo: tutto il pallore e il silenzio e i terrori e la grandiosità selvaggia delle altezze, come in qualche vasta e gentile concezione di Shakespeare. Ecco la scena. E in questo sfondo primordiale un asceta, umile, ardente, pio, che benedice i suoi fratelli invisibili con la rugiada e gli aromi fluttuanti dei rododendri in fiore, e due fanciulle, due purezze assolute, ma l'una come l'acqua, l'altra come la fiamma. Intorno ad essi tutta la vita organica, vegetativa; in essi tutta l'elevazione spontanea del pensiero nella contemplazione mistica dei fenomeni naturali: la rispondenza immediata, come un riflesso, fra le più belle cose create e i sentimenti più casti, tendenti tutti verso l'infinito, tutti nati dallo stesso principio di adorazione. Il visibile e l'invisibile, gli aspetti e le visioni, la realtà e il simbolo insieme fusi ai confini del mondo.

L'autrice di questa concezione un po' insolita, una donna d'attività e d'ingegno, si domanda se l'essere umano, sbocciato e allevato così al riparo di tutte le brutture, nell'ignoranza completa del male, possa affrancarsene; ma dal fondo della storia, dall'ideale e leggendario paradiso terrestre che forse le attraversò la mente mentre ella sognava questo sogno verginale, tutto accenna mestamente di no; tutto dice che il male, l'antico avversario, è annidato come un germe mortale in noi, non fuori di noi; che è in nostro potere di arrestarne il progresso, ma non di strapparne la radice; che l'ignorarlo non sarebbe un aumento di difesa, ma un aumento di debolezza, e la inevitabile, brusca rivelazione porterebbe la morte.

Le Marie, le due gemelle, affidate quasi nasciture dalla madre derelitta all'asceta che impose loro lo stesso nome, il nome grave e soave ad un tempo, crescono come due asfodeli in quella solitaria sfera di sogno. Ma nell'una, l'ho detto, era la purezza dell'acqua lustrale, nell'altra la purezza struggitrice del fuoco. I canti e l'opera dei minatori, a piè della montagna, che sbigottiscono l'una, rivelano all'altra la vita ed essa si slancia, vi si perde, mentre la sorella muore per la sola divinazione della verità.

L'autrice, che si chiama Neera, ha circonfuso l'austero e delicato lavoro di una semplice leggiadrìa di stile che forma un insieme armonioso con l'idea. Ma non tutti, temo, l'hanno compresa. La maggioranza ha aperto il libro credendo di imbattersi in un romanzo dei soliti, un romanzo analitico sentimentale, come quelli a cui la penna industre della scrittrice lombarda ci ha abituati; poi non trovando case, nè ville, nè salotti, nè signore, nè sfumature psicologiche, nessun vestigio di civiltà, insomma, i più restano disorientati, scontenti, come dinanzi a una mistificazione. Invece questa opera di Neera è un'originale e aristocratica opera d'arte, la più originale e la più aristocratica ch'ella abbia scritto fin qui. Poichè il valore d'una creazione non risiede nella mole e nemmeno nell'importanza del lavoro, ma nell'equilibrio, nella completa fusione del pensiero con la parola, nel raggiungimento di quel qualunque ideale vagheggiato. Una volta lessi, non mi ricordo più dove, ma certo in un libro bello e buono, questa gran verità che dovrebbe apparire come il famoso Mane Tekel Fares sulla prima pagina d'ogni libro che s'imprende a giudicare: Non bisogna domandarsi perchè l'autore ha voluto far così invece che in altro modo: ma esaminare come è riuscito: non giudicare l'opera dal punto di vista della nostra simpatia o antipatia per quel tal soggetto o per quel tale ambiente, ma giudicarla nella luce in cui si rivelò all'autore: vedere se ha o no raggiunto il suo fine. Le parole, come si vede, sono mie, ma non importa; la massima che mi colpì è questa. L'arte deve essere libera, la critica d'un oggettivismo assoluto.

Però io penso pure che il pubblico, i lettori, hanno i loro diritti. Il diritto, cioè, di trovare qualche mano dipinta che indichi la vera via quando ci si trova fuori dalle strade maestre. Ora le prefazioni non fanno più paura a nessuno, le prefazioni non si saltano più, si leggono, si gustano e... anche qualche volta, fanno risparmiare di leggere il libro. Sul serio: quando si abbia la fortuna d'avere un'idea un po' insolita, un po' originale, e la fortuna ancora più grande di saperla esporre con garbo e con ingegno in pochi tratti da maestro, bisogna avere anche la compiacenza di indicarne un po' la topografia, di fare qualche onore di casa. Noblesse oblige, non c'è rimedio.

Neera potrebbe dirmi che non ha scritto per tutti, che le basta di essere intesa e apprezzata da coloro pei quali il titolo è un appoggio bastevole, ma non importa: doveva dire anche questo. Allora il volumetto elegante e severo sarebbe stato assunto in una sfera superiore, nella sua vera. Ad ogni modo, chi ha fine intelletto d'arte ha l'obbligo di ammirarlo e d'intenderlo come una musica classica religiosa, come una pagina di Bach o di Palestrina. Le ardue difficoltà dell'ambiente insolito, dell'esposizione di sentimenti primordiali, del rimanere nell'idealità senza smarrirsi nel misticismo, nella semplicità e nella purezza senza cadere nella rigidità, sono state affrontate e vinte dalla valente scrittrice con molta bravura. Ella deve aver letto a lungo i Vangeli, deve aver gustato la rozzezza sublime di quella letteratura primitiva che significava le cose più alte, più belle, più grandi che siano nella natura umana. Deve averne intesa la poesia silvestre, l'efficacia, la vera religiosità, poichè nelle umili e ispirate e ardenti aspirazioni dell'asceta passa un soffio biblico, veramente; e nella selvatica e mite adolescenza delle fanciulle ritroviamo il riflesso di qualcuna delle vergini dolci e ardenti che ridono come fiori fra le mèssi in quell'antica opulenza patriarcale. Qualchecosa di semplice, di solenne, di poetico è filtrato nello stile e nell'idea; qualchecosa di profondamente sincero: sia ispirazione, sia fede.

Ecco, per dare un saggio del bellissimo libro la scena più leggiadra e più ideale, quella della morte di Maria dopo la sparizione della sorella:

«Era il tramonto; le ombre invadevano la cameretta, ed ella non aveva voluto che si accendesse il lume. Davanti alla piccola finestra la neve scendeva lenta.

«-- Padre, recitami le litanie della Vergine.

«Egli incominciò.

«Nella luce crepuscolare, con quell'uomo inginocchiato per terra, con quella fanciulla che moriva, la bellissima fra le preghiere acquistava un fascino soprannaturale. Ad ogni versetto Maria rispondeva col semplice movimento delle labbra, calma ed assorta in una visione interna. Come al prete mancava la voce per lo strazio, ella gli pose la mano sulla spalla, quasi a confortarlo, ed egli continuò. Giunto alle parole Virgo fidelis, un singhiozzo gli spezzò la voce.

«Oh! era ben lei la vergine fedele, la vergine martire del proprio ideale, l'ermellino che non sopravvive alla macchia! Virgo fidelis, riprese due o tre volte nell'esaltamento del proprio dolore; nè altro aggiunse, ed ella non lo richiese.

«L'ombra diveniva sempre più nera. Egli fece un movimento per accendere il lume, ma la mano posata sulla sua spalla lo trattenne, e, mentre cercava di distinguere al buio il dolce viso, Maria disse:

«-- Quanta luce!»

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La morte di questa fanciulla immacolata come un giglio, il suo seppellimento sulla più alta vetta, nella neve candida che velava la terra e riempiva lo spazio, hanno un carattere simbolico in cui lo spirito si diletta e si raccoglie. Lo svolgimento graduato delle emozioni e dell'amore nell'altra Maria, è pure reso a tratti delicati e sicuri, da artista. D'un'elevatezza d'apostolo e di martire sono tutte le aspirazioni e i pensieri dell'eremita rivolti a Dio.

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«.... che cosa egli aveva fatto? Aveva creduto di poter compiere da solo quello a cui non riuscirono milioni di martiri e di eroi, quello che Dio non permette ancora. Aveva creduto di allontanare ogni male dalle sue pecorelle, tenendole lontane dal mondo, quasi Egli non fosse laggiù come Difensore e dappertutto come Punitore».

Così l'atto d'umiliazione lo quetava, e come un eroico neofita dei primi tempi, questo martire spirituale finisce per benedire la mano che lo flagella, per trovare nel suo dolore, come i veri eletti, il sublime marchio dei privilegiati, un elemento di perfezione:

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«-- Colpitemi ancora, ancora, mio Dio, e fate che il mio cuore arda d'amore per Voi, poichè non nell'appagamento sta la perfezione, bensì in un crescendo di ardore. -- »

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E il sogno cessa a questo triste e sublime matutino...

Poeta o Scienziato?

Mentre quasi tutti i giornali letterari fanno a gara per innalzare in un'apoteosi sfolgorante Camillo Checcucci e il suo poema della Vita, il Fanfulla della Domenica ci fa una risatina su e gli volta le spalle. Anche elevando la risatina e l'atto all'ufficio salutare dello schiavo antico dietro il carro del conquistatore, dispiace di non vederne ammessa la discussione da uno dei giornali più simpatici d'Italia. Oh, bel paese, dalle facili ebbrezze e dai facili disdegni! bel paese in cui ogni giorno spicca il volo e... si tuffa un Icaro, sei pur adorabile coi tuoi novi entusiasmi di nazione ardente e giovinetta! Intanto la novellina di Cornelio Lapide e l'esempio dell'Alfieri che qualcuno tirò in ballo per questo poeta emergente dalle ombre, mi sembrano abusi d'un effetto di gran cassa in una marcia, sia pure trionfale. E innanzi tutto è proprio vero poeta il Checcucci? poeta nell'anima, nella fantasia, nelle sensazioni, nelle divinazioni? o piuttosto la poesia non è in lui che la fodera del geologo, dell'ignologo, dell'areologo, del naturalista?... Egli sale, è vero, a vertiginose altezze, e si immerge nei bagliori di atmosfere luminose; ma vi sale in pallone: non coll'ala libera e poderosa; ed assai spesso mentre l'anima e lo sguardo saturi di quei splendori provano la voluttà del dissolversi nell'infinito, una cordicella che si strappa, un sacchettino di zavorra che cade, una valvola che sibili ci ricordano che viaggiamo sull'aria per via di combinazioni fisiche e non sul mantello di Mefistofele o sull'aquila di Giove. Fa tristezza ed ira cadere così da un bello squarcio di lirismo in una frase giuridica o in una fredda formula tecnica di chimica e d'astronomia; e al moltiplicarsi degli esempi, incalzanti verso il fine, si arriva a far un atto d'impazienza e concludere che la Vita del signor Checcucci è un delirio scientifico, uno di quei deliri splendidi e tremendi che il Lombroso potrebbe additarci come affermazione di qualche sua teoria: -- o, -- più fantasiosamente, balena l'idea di un incubo punitore cagionato da un rimorso: per esempio il rimorso d'aver abbandonato una professione per un'altra, ambedue poi cozzanti e soverchiantesi nel sogno.

Citare è difficile per la copiosità della vena poetica, abbondanza inevitabile forse per un poema cui «poser mano e cielo e terra». Un'immagine delicatissima; Shelleyana -- un po' troppo Shelleyana anzi -- è questa nel Canto del Regno Vegetale:

E tu m'affida, o gracil sensitiva,
Chi vesta in te sensibile persona,
Chi teco tremi nelle tue paure;
E se del viver mio tu pur sei viva
Vieni e allevia alle mie le tue sventure.

e quest'altra ardita e assai bella, nello stesso canto parlando ai fiori:

Ma quando il triste inverno e gli uragani
Vi sfrondano gli steli,
E quali aperte mani
Volan le foglie a scongiurare i cieli,
Allor mi vince una pietà profonda
Come d'un volgo preso da terrore,
E qual piovesse vittima ogni fronda,
Conforme ai rami mi si schianta il cuore.

E alla terra parla così:

. . . . genuflesso sulle tue rugiade
Vedrò che gioie alle muscose rocce
E che conforti infonda all'arse biade
La fresca carità di quelle gocce;
Verrò le notti ad arrestar per l'ombre
Gli odorosi messaggi
Spinti alla luna dalle tue vallee
E a spiar l'amor suo calar sui raggi
E l'amor tuo salir dalle maree.

Emanazione di poesia fresca e gentile: come questa al Fuoco è davvero una vampa scoppiettante, striata, gagliarda:

Eccola; scocca e vola
Miracolosa, indomita e possente
L'elettrica scintilla
Che scatta al mondo la vittoria e leva
Dall'agitata argilla
Le fiamme dei metalli e gli occhi d'Eva.
. . . . . . . . . . . . . . . .
Dai fatui fuochi all'albe nebulose
Balza, lampeggia e crea,
E ardendo cuori e cose
Nei soli è luce e nelle teste idea.
. . . . . . . . . . . . . . . .
Ed io l'invoco con la testa ignuda
Questa tremenda dia
Che brucia a baci e a spasimi si dona;
Penetri stimma nella carne mia,
Paga se solca d'un suo raggio santo
La croce del dolor da dove io canto.

Dal mare dipinge più efficacemente i tumulti che le immensità:

E quanto più sollevi le procelle
Ad insultar gli scogli;
Tanto maggior la tua tristezza pare,
E fra loro accenandoti le stelle,
Ti chiameranno l'astro dei cordogli.
Ma va' per l'universo a dar l'allarme
Col tuo tetro fragore
Come in tempesta stormo di campana.
E sia quel verbo ansante di dolore
L'eco fedel d'ogni sciagura umana.

Cantando l'aria, accenna ad intuirne fantasticamente, e ne rende qualchevolta magicamente, le fluttuazioni frementi di vita e piene di mistero:

Spiriti esulta il regno tuo, vanenti
Divinità camminan le tue sfere;
Son limpide città d'ombre viventi
Queste sul capo mio tacite sere?
Non forse ospiti in seno
L'anime che migran dai petti umani
Ferme sull'ali a scongiurar l'oblio
Dai consueti mani,
Sospese in te fra il camposanto e Dio?
E quando sui sopiti
Sfiorano i sogni ed erran le visioni,
È forse allor che quei poveri estinti
Tentan parlare ai vivi...

E così dopo i quattro elementi il Checcucci ci canta i tre regni della natura, poi l'Uomo, il Sole, l'Atomo, l'Etere, la Materia, la Forza, e Dio; e quasi tutti i canti hanno un corruscare multicolore di gemme e si svolgono in fili d'oro. Ma, purtroppo, quasi in ogni canto c'imbattiamo anche in versi di questo genere (parla all'Universo):

E come tu combaci ed utilizzi
A governar gli empiri
Senza sbilanci e senza incagliamenti,

o come questi, che fanno agghiacciare il sangue:

Chi sa da dove è emerso
Per capillarità di sensazioni
Questo respiro....

oppure:

Han le carezze dell'amor gli artigli
E la maternità dai marsupiali
Insegna al mondo a palpitar sui figli;

od anche, parlando all'uomo:

A tutte le convalli e tutti i mari
Rapisti i sali, i fosfori, e gl'incensi
E son tuoi tributarî
Tutti i vissuti a ingentilirti i sensi.

E intanto quei «tributari» richiamano alla mente le tasse e l'esattore con una lucidità spaventosa. L'uomo è proprio il più maltrattato dal signor Checcucci. Un po' più giù lo consiglia a tracciar sulla creta:

L'itinerario delle tue sventure;

gli dice di costringere i cieli

A imbeverar d'elettrico le valli

concludendo che la vaporiera

. . . . . . ridestrutto nel torace il sole
Il suo monarca rapida trascina.

Inoltre il Checcucci dimostra una certa predilezione per le similitudini... come chiamarle? sociologiche?... tendenza allarmante in un poeta; e canta le sponde colonizzate dai baci del sole, i pianeti in sodalizio di pietà, la nazionalità dei mondi, le teorie, ruggenti entro i vulcani (teorie persuasive!) la fratellanza dell'universo, i raggi delinquenti e i lampeggi degradati, l'assemblea torrida, l'atomo che non presenzierà più «dei cieli al gran lavoro» l'umanesimo dei cieli, il genio collettivo ecc.; poi da sociologo diventa impresario e sogna

I drammi dell'amore
Rappresentar nella platea dei cieli
Maestro il tempo e metodo il dolore

avvertendoci però del suo temperamento un po'...... nervoso, poichè l'energia che rattiene gli atomi componente il suo corpo gli

.... apre in solchi elettrici le vene
E in batterie magnetiche il costato.

Ancora, nel canto: Forza e Materia, ci ammanisce versi come i seguenti:

Tanto chi ozia, quanto chi lavora
Per vie segrete fatalmente crea.
Tramonta il sol, ma dura l'afa ancora,
Muore la testa ma riman l'idea,
In tutta questa universal famiglia
Non siamo che congiunti
Dal tempo per l'abisso spatriati,
Dispersi in cielo a grumoli di punti
Economicamente utilizzati.

Ecco: che questo sia linguaggio da buon padre di famiglia è indiscutibile; ma da poeta poi... avrei i miei dubbi e non pochi. Dubbi che si fanno giganti udendolo riprendere più avanti sullo stesso tono che

Nel gran tesoro della creazione
Ogni tormento tuo sarà quotato:
E perchè il bello e il buono
Possan compire la loro evoluzione
Fa d'uopo al ciel che venga utilizzato
Ogni tuo pianto ed ogni tuo perdono.

E in un altro punto, chiamandoci con un sonoro «Quà, quà» che fa venir voglia di cedere il passo agli anatrotti, fra le tante belle cose che ci promette, trovo anche questa:

Annunzio ai proletari
La carità dei codici venturi
Sfamati, a domicilio, dagli armenti
E annunzio ai nascituri
Come parlar coi fuochi ai firmamenti.

È uno sgomento, Dio buono! E vado domandandomi con melanconico rammarico come mai un verseggiatore che ha saputo pennelleggiare così finamente e così grandiosamente certe alate visioni, sia poi caduto in queste goffaggini che mutano le iri variopinte in un abito da Arlecchino e farebbero diventar monella una suora di carità. -- Perchè quell'insistenza sul verbo mugliare, insistenza che ci trasporta troppo spesso vicino alle... cascine? -- Perchè quella predilezione per un'immagine già sfruttata completamente dal De Amicis in un verso solo della sua migliore poesia «_Come vorrei morire_» nell'ultimo splendido verso:

«Col sole in fronte ed una palla in core»

dopo il quale, tutti questi del signor Checcucci: «Col fuoco ai fianchi e con la luce in testa», «Col genio in testa ed il coraggio in cuore», «Con la porpora ai labbri e il riso agli occhi», «Coi cori a rango e coi vessilli in testa», ecc. non sono che parodìe? Peccato! Forse se il poeta della Vita si contentava di cantarci i miti e le leggende e i simboli degli elementi, dei regni della natura, dei paesi del sole, invece di farci della cosmogonìa, della cosmologia e dell'archeologia da trattato scientifico, l'Italia esulterebbe oggi per una originale e artistica creazione di più. Così come è, i bei versi vigorosi, iridati e fluenti cingono un'aureola al loro cantore: ma temo forte che i vapori terrestri, stagnanti, finiranno per offuscarne la luminosità. In alto dunque, e voli: abbracci un po' meno e idealizzi un po' più e perdoneremo volentieri all'angelica farfalla di non essere un elefante. Dal grandioso che sbalordisce, al grottesco che attira il frizzo, il passo è così breve!

Per colpa di un Poema.

Credevo proprio di non parlarne più. Ma poichè un'amabile quanto valente scrittrice ha voluto ricordarmi, a proposito di Cammillo Checcucci e della sua Vita, mi sento tentata di aggiungere una parola in coda all'argomento.

Qualche mese addietro, appena letto il volume, dissi ad alta voce le mie impressioni nella Battaglia Bizantina, e le intitolai così: «_Poeta o Scienziato?_» La risposta mi veniva da sè; me la dava l'eco dell'ultima parola. Ora la signorina Gianelli, invertendo appunto forse per ragione d'eco la domanda, mi grida: -- Poeta, poeta, poeta. -- Vediamo un po'.

Ricordo che mentre m'accingevo con gioia a far la conoscenza di questo nuovo astro, che per il fervore dell'entusiasmo di molti pareva destinato a impallidire il sole, mi venne fra le mani un periodico fiorentino che fra un coro di lodi riportava un brano del poema. Era una parte del canto alla Terra. Ebbene, mi ci accostai con una specie di reverenza, come ogni volta che so di stare per essere iniziata al culto d'una nuova manifestazione del bello; lo lessi, lo rilessi, con un'attenzione quasi religiosa ma ahimè, dopo non mi trovai nel cuore e nella mente che l'interrogazione fatale: -- Sta tutto qui? -- E questa interrogazione, allora forse un tantino imprudente, mi assediò anche terminato il libro che chiusi triste per la delusione. Al solito. Fuori di qualche ispirazione felice, specialmente nei primi canti, io non trovai, confesso, che aridità, che monotonia, che goffaggine, che... presunzione. Delle immagini leggiadre, degli squarci lirici efficaci, degli accenti delicati, dissi tutto il bene che potevo; sul resto risi. Un poeta a cui è balenato il concetto colossale di un poema sulla Vita, che ha domandato la sua ispirazione agli elementi, alle forze, a Dio, doveva darci qualche cosa di più, doveva dirci qualche cosa di nuovo, doveva farci entrare nel mondo riflesso dalla sua fantasia e non trascinarci in una faticosa spedizione geologica, facendoci inciampare nei ciottoli ad ogni momento. Non ho dimenticato ancora certi marsupiali, certe capillarità di sensazioni, certi sbilanci e certi incagliamenti.

«Il poeta», dice uno degli ingegni più chiari e più penetranti d'Italia, il Nencioni, «il vero poeta, non è un sognatore ma un veggente,» ed io gli faccio eco con intima convinzione. Un veggente, sì; egli deve aver lo sguardo più acuto di noi e l'orizzonte più vasto; egli deve fissare e discernere ciò che non è che una fluttuazione iridata e luminosa ai nostri occhi; egli deve sviscerar l'anima delle cose e intenderne il linguaggio arcano: intuirne il simbolo, e senza enumerarci le sfere celesti farci sentire con una parola tutta l'immensità dell'infinito, evocarci con un'immagine tutto un mondo di larve e di splendori; richiamarci, con un metro o con un'intonazione, le visioni delle età passate; farci respirare, insomma, l'aria dei secoli e illuminarci di tutte le luci e avvolgerci di tutti i colori. Oh, non chiediamo al poeta il perchè delle cose; l'analisi svela e distrugge; la poesia deve afferrare complessivamente gli aspetti, i sentimenti, per farsene un'anima e rivestirla poi di tutti gli splendori dell'idealità. E sempre dall'alto, qualunque soggetto ci svolga, storia leggenda, ci canti le sinfonie della natura o le battaglie del cuore.

L'estensione non fa l'altezza, la vastità di un concetto non fa l'opera d'arte. In nessun'epoca, credo, si fece tanto spreco di grandiosità come nel seicento; parole, monumenti, pitture, vita, tutto doveva essere grande, magnifico. E quanto orpello invece! quanto presuntuoso barocchismo! Che abbondanza opprimente di materia, che assenza malinconica di classica sobrietà!

Mancava l'essenza, quell'essenza che ho cercato invano fra i quindici canti che compongono il poema della Vita; quell'essenza che deve scorrere sotto la trama d'un'opera d'arte come una linfa vivificatrice, che dà freschezza, e intensità, e vigorìa, e tumulti fecondi. Che m'importa se sono quattro versi invece che quattrocento quelli che mi dànno la divinazione dell'infinito o che mi fanno piangere sulle lotte degli umani? La corda ha vibrato, l'emozione artistica o del sentimento c'è; basta. Io preferisco un piccolo bronzo di Jerace alla torre Eiffel che ha sbalordito mezzo mondo. Questione di gusti.

E voi stessa, signorina, che difendete l'autore della Vita, non potete trattenervi dal convenire che accanto alle bellezze che io pure riconosco, v'è nel poema «l'ampollosità che affanna e la minuzia pedantesca che agghiaccia. A profondità filosofiche, dite, seguono declamazioni, in cui il pensiero diluisce; agli slanci più arditi, ai più vigorosi colori, alle grazie più schiette dell'arte, sono spesso vicini subentrano lunghi periodi intralciati, che accusano la preoccupazione ed hanno quasi l'aria di bisticci scientifici.» Ebbene, a me pare che ce ne sia abbastanza per distruggere il poeta. Come volete che la poesia alata, eterea, inafferabile e luminosa, e ingannatrice come il regno della fata Morgana, non dilegui all'apparire della scienza, che ci avverte di tutte le menzogne, che ci mette in guardia contro tutti gli incanti, che ci sveglia da tutti i sogni?

Un poema scientifico per me è una contraddizione, un paradosso. Si reggerà se la scienza si personifica in larve fantasiose come nel Faust di Goethe, in spiriti smaglianti come nel capolavoro dantesco, (lasciando dormire i genii) se si diffonde nel panteismo, come nei versi puri e freddi del Marradi, oppure se diverrà favola come in una delicata creazione di Alfredo Baccelli. Ma un poema cosmogonico e solitario come quello del Checcucci, in cui non si sente che la sua voce come quella di Dio, durante i sei giorni della Creazione, non può che trascinarci sotto il suo peso soffocando in sè ogni melodioso accento di passione, frenando ogni volo, spegnendo bagliori, ottenebrando l'immensità. Poi, che ne dite voi, signorina, voi l'autrice elegante di tanti versi armoniosi, fra cui non dimentico certi «_Fiori d'Arancio_» fragrantissimi: che ne dite di certe trascuraggini di forma che accuserebbero la fretta, se non si sapesse anche troppo che la Vita costò sei anni di lavoro al suo poeta? di certe ripetizioni, stucchevoli, d'immagini e di vocaboli? di certe parole così barbare, così barbare che fanno accapponar la pelle come lo stridere d'una lama sul vetro?

Cuore e fede, cara signorina, possono fare un galantuomo, ma non bastano per formare un poeta. Del resto che importa? meglio per lui e per noi. I galantuomini sono così rari! e dei poeti ce ne sono tanti...

Aspettando un Alessandro.

. . . . . un Alessandro, sì, o meglio forse nel caso nostro un'Alessandrina, che col suo bravo paio di forbici (arma più umile, ma qualche volta più spiccia della spada) venisse a tagliare il nodo Checcucciano intorno al quale da troppo tempo la signorina Gianelli ed io stanchiamo le mani delicate.

Se al silenzio non si potesse dare che un'unica interpretazione, starei zitta e addio; ma si ha un bel indorare il silenzio; tacerà sempre chi non sa più cosa dire. Veramente gran che di nuovo da dire non l'ho più neppur io; feci le mie considerazioni e ridissi le mie impressioni come la signorina Gianelli fece e ridisse le sue. Ora vorrei solamente domandarle il permesso di stenderle non la mano, ma tutte e due le braccia, per ringraziarla del troppo bene che disse di me e della simpatia di cui mi onora; vorrei dirle il desiderio di vederla qui in una poltroncina, accanto alla mia, nella beata solitudine del mio salottino di studio, per continuare la nostra polemica in tutta intimità e difendermi dall'accusa d'incoerenza, che con un garbo tutto femminile mi fa più intuire che leggere fra le sue righe cortesi.

No, cara signorina Elda, non ho mutato opinione, l'ho solamente accentuata e forse per quel cattivo vezzo d'ostinarsi vieppiù nel proprio parere, magari di esagerarlo, quando insorge qualcuno che vuol dimostrarci il contrario. Parlando subito di quel libro, fresca di lettura e trovandomi contro al gusto dei più, non osai, confesso, di impancarmi a dir crudo e netto il mio parere, come lo spifferavo al piccolo crocchio dei miei amici, ma vi gettai su un velo di dubbio, abbastanza trasparente, mi parve per farlo conoscere a chi lo voleva intendere.

Ora che non temo più l'immaturità delle mie impressioni, ora che la falange partigiana dell'astro novello non s'è accresciuta, non solo, ma si sfronda di molte illusioni; ora con voi, signorina, e in un giornale di signore, mi attento a togliere quel velo e a confidarvi all'orecchio che l'autore della mastodontica Vita, secondo il mio umilissimo modo di vedere, non è niente affatto poeta, che qualche emanazione di poesia fresca e gentile e il corruscare di gemme e i fili d'oro e tante belle cose che scovai esultante fra i fossili della Vita, e anche i bei versi vigorosi iridati fluenti, di cui feci perfino al signor Checcucci un'aureola (badate; scrissi i bei versi per distinguerli da... quegli altri del poema), tutta questa fragilità in sboccio, insomma, -- il fummo del ruscel di sopra aduggia -- e, come io temevo, ora un po' di lontano, stempera tutto in una tinta greve e monotona di cielo piovorno.