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I MESI

*DELL’ANNO EBRAICO*

CON BREVI NOZIONI
DI

ARCHEOLOGIA BIBLICA

*LETTURE*
AD USO
DELLA GIOVENTÙ ISRAELITICA
PER
*BACHI FELICE*
RABBINO

TORINO
TIPOGRAFIA LOCATELLI E COMP.
nel R. Albergo di Virtù.
1880.

ALLA SANTA MEMORIA

DI

SANSON LAZZARO Rabbino E GÙTELA

MIEI GENITORI.

LETTERA.

_dell’Ecc.o Prof. Cav. S. Ghiron Rabbino Maggiore_

————

*Egregio Signor Rabbino,*

Con quella modestia, che La predistingue, La S. S. volle presentarmi la Sua Opera «*I mesi dell’anno Ebraico*» _affine di avere il mio avviso prima di pubblicarla. Io la lessi col maggior piacere, dacchè vi si comprendono nozioni storiche ed archeologiche sulle nostre solennità che indubbiamente si potranno leggere con grande utilità dalla gioventù israelitica, al cui insegnamento Ella ha dedicata la vita intiera. Se di vantaggio riescirebbe il di Lei lavoro in ogni tempo, opportunissimo mi pare che dovrà tornare ai giorni che corrono, in cui con minor fervore sono pur troppo coltivati gli studii sacri dai nostri giovanetti, mentre tanto bisogno dovrebbero sentire di premunirsi contro tante irreligiose tendenze._

_Faccio voti cordiali pertanto, affinchè il suo scritto, fatto di pubblica ragione, Le ottenga quel premio, che non dovrebbe mai fallire a chi dedica il suo tempo all’incremento della Virtù e della Fede: la ricompensa celeste e la pubblica approvazione._ Umsà hhén vescéchel tóv beené eloím veadám.

Mi pregio di dichiararmi con predistinta considerazione

25 marzo 1880.

Suo Devotissimo

*S. GHIRON.*

LETTERA.

_dell’Ecc.o Dott. M. Levi Ehrenreich Rabb. Magg.e_

————

Preg.mo Signore,

Nel restituirle il lavoro sui *Mesi dell’anno israelitico* _non posso a meno di porgerle le più sincere congratulazioni per essere riuscito a condurre a termine un’opera molto pregevole, che arricchirà la nostra letteratura d’un libro per molti rapporti assai commendevole._

_Mi piacque anzitutto l’idea d’insegnare ai nostri giovani la nostra storia antica, le leggi, i riti e costumi sacri, prendendo occasione dalle feste, dalle commemorazioni e sacre pratiche, come si susseguono nei vari mesi dell’anno._

_Il suo libro mi piace inoltre, perchè attenendosi nell’esposizione delle dottrine e delle leggi alla pura ed inesausta fonte della Santa Scrittura, Ella non trascura di rendere all’antica Tradizione il riguardo e l’omaggio che le è dovuto; mi piace infine, perchè destinato ad erudire la nostra gioventù in ciò che nell’istruzione della medesima deve occupare il primo posto, il suo libro è adorno di quei pregi che a siffatti lavori non devono mancare, voglio dire la chiarezza, l’ordine, forma attraente ed estensione e profondità d’insegnamenti proporzionati allo scopo che veggo essere quello di far conoscere, apprezzare ed amare ai giovani israeliti le nostre antichità, la nostra Religione e le sacre pratiche che da essa traggono origine._

Mi abbia, Egregio Signore, quale sono con distinta stima

23 ottobre 1879.

Devot. Amico e Servo

*M. LEVI EHRENREICH.*

INTRODUZIONE

*Ai buoni e cari fanciulli Israeliti.*

Col mio libro di Morale pratica, intesi proporre alla vostra meditazione una raccolta di atti nobili e generosi narrati nella Bibbia e nei libri Talmudici, dandovi altresì un saggio del sapere dei nostri antichi Dottori, mediante svariati assiomi ed apoftemi morali applicabili alle contingenze della vita domestica e sociale.

Quel mio lavoro fu assai modesto; ed ora un secondo ne intraprendo, e per darvi ragione e di quello e di questo, vi dirò che mi vi indusse la decadenza fra noi dello studio della lingua ebraica e relativa letteratura. Un secolo addietro, lavori di gran lunga superiori ai miei, ed i miei in conseguenza, sarebbero stati inutili e totalmente incurati; ritenuto che non fossevi Israelita, che di poco si levasse dalla mediocrità, a cui non fossero famigliari i libri talmudici, o per lo meno le raccolte aneddotiche e morali da essi estratte e proposte a studio scolastico.

Oggidì la bisogna corre assai diversa; la lingua sacra è più che trascurata....; e se voi arrivate a leggere una lezione del Pentateuco, anche senza capirne il senso, credete, o vi fanno credere, abbiate fatto abbastanza per l’educazione vostra religiosa.

Egli è per questo motivo che noi preposti alla vostra educazione sentiamo il bisogno, il dovere d’iniziarvi nelle cose giudaiche: di farvi conoscere la storia del popolo nostro, i suoi usi, i suoi costumi, i passi da lui fatti nel cammino delle scienze; affinchè cresciuti negli anni, anzichè arrossire, come molti pur troppo fanno per insipienza, del nome d’Israelita, possiate portare alta la fronte e dire e ripetere ai nemici e disprezzatori del nome d’Israelita: Noi apparteniamo ad un popolo il quale oltre di avere tenuta viva in terra la fiaccola del vero religioso, di molti rami dello scibile fu iniziatore e di altri molti coltivatore a nessuno fu secondo.

Il codice civile e criminale israelitico ha nulla ad invidiare al romano, o a qualunque altro dei popoli i meglio inciviliti: ed anzi in molti punti, massime nella parte criminale, li supera. In quanto ad astronomia e medicina, nel medio evo ancora, allorchè il nome d’Israelita era colpito d’immeritato obbrobrio, era affidata ad Ebrei la salute di re e principi, e persino quella dei papi: e furono Ebrei quelli che emendarono gli errori astronomici del calendario Giuliano, e collaborarono alla compilazione delle tavole Alfonsine e calendario Gregoriano.

Ma io m’accorgo di escire dal seminato e di essere già ito assai oltre di quanto conveniva per la introduzione del modesto mio lavoro che intitolo: I mesi dell’anno Ebraico; essendo mio scopo segnarvi i fatti più memorabili avvenuti al popolo nostro in ciascun mese, e dei quali come ne serbarono memoria i nostri maggiori, così conviene la serbiamo noi. A complemento poi di questi fatti ho creduto bene di dare alcune fra le più importanti nozioni di Archeologia biblica, distribuendole alla fine di ciascun mese. Vi riescano utili queste letture e valgano ad inspirarvi amore pel giudaismo, ed io mi terrò appieno compensato.

NOZIONI PRELIMINARI

DIVISIONE DEL TEMPO

§ 1.—*Stagioni.*

A differenza degli Europei che divisero l’anno in quattro stagioni, gli Orientali usavano dividerlo in sei parti che noi distingueremo col titolo di epoche, poichè pare che tale divisione fosse stata addottata anche presso gli antichi ebrei. Probabilmente essi la fondavano sopra un versetto del Pentateuco che ora noi andremo a citare. Dopo il diluvio, quando Dio strinse l’alleanza con Noè e gli promise che non avrebbe più mandato il diluvio a distruggere la terra, perchè la tentazione del cuore umano è cattiva dalla sua gioventù; soggiunse: «Per tutta la durata della terra la seminagione (I) e la mietitura (II), l’inverno (III), e l’estate (IV), la primavera (V) e l’autunno (VI), il giorno e la notte non cesseranno».

Esaminiamo dunque brevemente queste sei epoche dell’anno ebraico.

L’epoca prima, quella della mietitura, comincia alla metà di aprile per finire alla metà di giugno (secondo e terzo mese dell’anno ebraico). Per tutto questo tempo il cielo ordinariamente è sereno; ma ai primi giorni d’aprile l’aria comincia a farsi calda.

L’epoca seconda è la stagione dei frutti e dura dalla metà di giugno alla metà di agosto (quarto e quinto mese). Il calore comincia ad ingagliardire tanto che gli abitanti dormono spesso sui terrazzi¹ a cielo scoperto.

¹ In Oriente, come diremo altrove, le case erano ordinariamente e sono tuttavia in gran parte di un sol piano oltre il piano terreno; e sono coperte non da tetti a tegole come da noi, ma bensì da terrazzi di cui spiegheremo l’uso a suo tempo.

L’epoca terza, segna il tempo del gran caldo che si fa sentire eccessivo dalla metà di agosto alla metà di ottobre (6º e 7º mese), e per la sua ardenza i ruscelli si asciugano e la terra si screpola. Le pioggie sono bensì rarissime dalla metà di aprile alla metà di settembre, ma in compenso cade abbondante la rugiada a ristorare la campagna.

L’epoca quarta è quella della seminagione, e dura dalla metà di ottobre fino alla metà di dicembre (8º e 9º mese). La temperatura è varia; sopravvengono pioggie, brine, nebbie, ecc. Il più spesso verso la fine d’ottobre cominciano a cadere le prime pioggie d’autunno, indicate nella Bibbia col nome di iorè e tanto necessarie ai campi per la germolazione del seminato.

L’epoca quinta segna l’inverno, e comincia alla metà di dicembre per finire alla metà di febbraio (10º e 11º mese). La neve cade talvolta anche nel piano, ma è raro che duri un giorno intiero, ed il ghiaccio sempre sottilissimo si strugge ai primi raggi del sole. I lampi, il tuono e la grandine vengono molto frequenti. Verso la fine di gennaio, i prati cominciano ad abbellirsi di fiori, i maggesi inverdiscono, gli alberi si rivestono di foglie.

L’epoca sesta, che corre dalla metà di febbraio alla metà di aprile (mesi 12º e 1º), è la stagione del freddo. La temperatura che nel principio di quest’epoca si mantiene tuttavia freddetta va riscaldandosi a gradi. Nel principio del mese di aprile cadono le ultime pioggie indicate nella Bibbia col nome di malcosc, per le quali si facevano pubbliche preghiere e voti ardenti, essendo esse assai necessarie per la fecondazione dei campi.

§ 2.—L’anno.

Non è probabile che i primi uomini abbiano determinato la durata dell’anno e regolatone il corso secondo il cammino del sole; imperocchè sarebbero loro bisognate cognizioni astronomiche, che solamente più tardi potettero acquistare; epperò è molto più verosimile che essi abbiano preso per norma la state e il maturare dei frutti della terra. Osservando infatti che la state e la maturità dei frutti ritornavano, nei principii, dopo dodici lunazioni circa, composero l’anno di dodici mesi lunari, onde nelle età primitive l’anno ebbe solamente 354 giorni.

Ma come dopo un certo numero d’anni così computati, lo stesso mese aveva finito per ricondurre stagioni opposte, si sentì la necessità di conciliare l’anno lunare col solare. Difatti dalla narrazione della grande catastrofe diluviana si rileva come fosse già stabilito l’anno di dodici mesi a giorni 30 caduno. Mosè prescrisse agli Ebrei l’anno lunare: ma affinchè fosse sempre in armonia col solare, comandò di offerire a Dio nel secondo giorno di Pasqua, vale a dire nel giorno sedicesimo dopo la neomenia del mese di Nissan, un manipolo di spighe mature (ómer): così se le messi non erano ancora giunte a maturanza i sacerdoti dovevano aggiungere un mese. Questa cosa dovevano farla quasi ogni tre anni, giacchè gli undici giorni di differenza che passano annualmente tra l’anno lunare e il solare, componevano in tre anni più di un mese intiero. Questo mese aggiunto si chiamava Veadar.

Gli Ebrei avevano un doppio cominciamento d’anno, il sacro d’instituzione mosaica, secondo cui regolavano le feste, i digiuni e tutto quanto si riferiva alla religione; ed il civile, d’instituzione rabbinica, e di cui si valevano per gli affari e le cronache civili. L’anno sacro cominciava in primavera alla neomenia del mese di nissan, l’anno civile cominciava in autunno alla neomenia del mese di tisrì.

§ 3.—Del giorno e del mese.

Sulla durata del giorno furono e sono varie le usanze dei diversi popoli. I Babilonesi contavano i loro giorni da un levare all’altro del sole; gli italiani all’incontro da un cadere ad un altro; gli Ebrei invece da un tramonto ad un altro del sole. Lo spazio d’un giorno intiero, cioè di 24 ore, viene designato nella Bibbia colle parole: sera e mattina oppure meèrev ad èrev (da una sera all’altra).

Un’indicazione affatto naturale divide il giorno in tre parti, vale a dire il mattino, quando il sole nel suo mo movimento apparente, s’alza sopra l’orizzonte; il mezzodì, quando il sole giunto alla maggiore altezza è a metà del suo corso; la sera quando esso tramonta e si cela al nostro sguardo. Sono appunto questi i tre tempi del giorno in cui il fedele Israelita deve volgere il suo pensiero e la sua adorazione a Dio. Però, come fanno ancora tuttodì gli Arabi, gli Ebrei dividevano il giorno in sei parti ineguali, ed erano: 1º sciahhar (ricercare, considerare quanto ne circonda) l’aurora; 2º boker (riconoscimento degli oggetti) mattino; 3º hhom aiom (riscaldamento del giorno) le ore prossime al meriggio; 4º ssahoraïm (le due luci) il tempo medio del giorno, cioè il fine della prima metà e il principio della seconda; 5º ruahh aiom l’ora del vento (che nelle contrade Orientali spira ogni giorno) sul cadere del giorno; 6º érev (confusione) sera. Il tempo che comincia col tramontare del sole e finisce al momento che le tenebre coprono la terra, viene pure detto: ben-aarbaim, e la notte viene designata col nome di laila.

Quantunque non trovisi menzione delle ore, come l’intendiamo noi, nè nei libri santi, nè negli scritti caldaici² tuttavia è probabile che gli ebrei conoscessero la divisione del giorno in 24 ore; e ciò lo possiamo argomentare dal quadrante d’Ezechia diviso in gradi maalód, e dalla cognizione che avevano gli Egiziani delle clessidre, inventate, dicevano essi, da Mercurio.

² Le parole saà e sanhtà interpretate nei libri rabbinici per ora, probabilmente non furono in principio adoperate se non nel senso di momento, istante, derivando esse dal verbo saà che vale: gettare uno sguardo.

Trovasi la parola regan per significare il minuto.

La settimana veniva indicata col nome ssavuan (giro di sette giorni da ssevan, ssivñhà). I giorni non avevano nomi peculiari, ma s’indicavano numericamente 1º, 2º, 3º ecc. Essendo il sabbato il dì principale della settimana, perciò si dava anche alla settimana intiera il nome di sabbato.

Oltre le settimane di sette giorni si avevano ancora: 1º Le ebdòmade di settimane, cioè i quarantanove giorni che correvano dalla festa di Pasqua alla festa di Savuód; 2º Le ebdòmade d’anni, dei quali il settimo si chiamava anno sabbatico senad assemità; 3º Le ebdòmade di anni sabbatici, cioè i periodi di quarantanove anni chiusi dall’anno del giubileo iovel, che cadeva nell’anno cinquantesimo. Lo storico Giuseppe Flavio fa anche menzione di un periodo di dodici anni giubilari, cioè di seicento anni: ma i libri santi non parlano in verun modo di tale divisione.

Non v’ha dubbio che le varie fasi della luna abbiano fornito occasione ai primi uomini di determinare i mesi. Quando videro che dopo ventinove giorni e mezzo la luna ricominciava la sua carriera, era cosa naturale che, mossi da tale regolarità, avvertissero questo periodo di tempo, in cui poscia inchiusero il mese. Difatti i vocaboli ebraici adoperati ad indicare il mese sono: ierahh (da iareahh luna); hhodess (da hhadass nuovo ovvero novilunio).

I mesi, tranne pochissimi, venivano anch’essi indicati numericamente 1º, 2º ecc. Durante la schiavitù babilonese gli ebrei adottarono i nomi dei mesi babilonesi e i nomi degli angeli³. I mesi stabilmente prescritti colla compilazione del Talmud sono i 13 seguenti: 1º Nissan indicato nel Pentateuco col nome di abib (maturazione); 2º Iiar (ziv bellezza, decoro per l’abbondanza dei frutti e dei fiori); 3º Ssivan; 4º Thamuz; 5º Ab; 6º Elul; 7º Tisrì designato nella Bibbia col nome di _ierahh aedanim_⁴; 8º Merhhasvan (bul); 9º Chisslev; 10º Theved; 11º Ssevath; 12º Adar; 13º Veadar o Adar secondo.

³ Prima della schiavitù babilonese non si trova nei libri santi veruna menzione di nomi speciali dati ad angeli, ma bensì il nome generico di malach adoperato indistintamente per significare: angelo, messaggiere, inviato. Difatti con questo vocabolo troviamo designati i messaggieri che Giacobbe inviò ad incontrare il fratello Esaù; l’angelo che impedì ad Abramo di sacrificare il figlio Isacco; l’uomo apparso a Gedeone per consigliarlo ed incoraggiarlo a prendere le armi per liberare la sua patria gemente sotto l’oppressione straniera; Mosè redentore d’Israele; gli uomini mandati da Mosè al re di Edom ecc. Invece in Daniele, che scrisse all’epoca della schiavitù Babilonese, gli angeli assumono nomi proprii: Michæl che sta alla destra dell’Eterno, Gabriele che sta alla sinistra di lui, Raffaele, Uriele ecc.; e Schammaele, e Sàtana quali angeli cattivi.

⁴ Questo vocabolo viene dai commentatori diversamente interpretato, perchè, come vedremo in seguito, ricorrono in tale mese gli anniversarii di parecchi fatti importantissimi: quali quello della creazione del mondo, quello della nascita dei patriarchi, quello della nascita di Samuele ecc. Però il suo significato più probabile e letterale è la sua derivazione dalla radice adà venire, essendo il mese in cui si raccoglievano nei granai tutte le specie dei prodotti campestri. (Lib. vocabolo Edan).

NISSAN (Marzo-Aprile).

Come s’apre splendido e nobile l’anno ebraico! Con quanta ragione Mosè potè rivolgere al popolo che stava per redimere le seguenti parole: «Questo mese è a voi il capo dei mesi: il primo sia per voi dei mesi dell’anno»; poichè fu in esso che quello stesso popolo scosse il lungo giogo di dura oppressione, cominciò ad avere vita politica, ad essere nazione. Riassumiamo questo principale avvenimento della storia del nostro popolo.

Dopo ventidue anni dacchè Giacobbe piangeva perduto il suo amato Giuseppe, appena lo sa vivo spinto dall’ardente desiderio di abbracciarlo ancora una volta prima di morire, non esita neppure un istante ad aderire all’invito di lui, e portasi in Egitto con tutta la sua famiglia composta di settanta persone. Passato poco meno d’un secolo, e morto Giuseppe e tutti i suoi fratelli, sorge a re d’Egitto un uomo, che agitato dalla paura e guidato da una politica iniqua, infrange ogni legge di lealtà; e dimentico degli immensi benefizii fatti da Giuseppe all’Egitto, a quella famiglia venuta colà ad ospitare fiduciosa, e fattasi in quel frattempo un popolo numeroso, impose dapprima enormi gravami e poscia nell’intento di estinguerla totalmente decretò: che ogni neonato maschio di essa, venisse violentemente strappato dalle braccia materne e affogato nel Nilo. Ma se Dio pei suoi imperscrutabili disegni permetteva che questa famiglia scelta a ricevere e spandere la sua eterna volontà fra tutte le nazioni della terra, fosse nei suoi primordi oppressa da dura schiavitù, vegliava nullameno su d’essa con particolare affetto.

Ad una madre, Iochebed figlia di Levi, non resse il cuore di lasciarsi strappare il suo nato dagli sgherri di Faraone. Le riuscì di nasconderlo. Ma non potendo celarlo oltre a tre mesi, lo espose alle rive del Nilo fidente nel divino aiuto, e quasi presaga di quanto doveva succedere. Iddio, che con segni straordinarii, come ci afferma la tradizione, aveva palesato la grandezza avvenire di quel bambino sino dal suo nascere, dispose che raccolto dalla figlia di Faraone e da quella, stupita dalla sua maravigliosa bellezza, addottato a figlio e chiamato Mosè; venisse condotto alla reggia e quivi educato dai sacerdoti d’Osiride in tutta la scienza del paese.

Però nè le seduzioni della sapienza, nè quelle della Corte, fecero dimenticare a Mosè i suoi fratelli oppressi. Dopo luminose vittorie, che a capo degli stessi Egizii che avevano dovuto proclamarlo loro capitano, ottenne sugli Etiopi che avevano invaso e volevano sottomettere l’Egitto⁵; egli ebbe a provare la più nera ingratitudine. Esigliato per essersi levato in difesa di un suo fratello ingiustamente maltrattato da uno di quegli aguzzini, che strumenti di tirannia, pare che si facciano una legge e trovino una dolce voluttà nell’aspreggiare vilmente i miseri pazienti sottoposti ai loro ordini; dovette riparare in Madian ove trovò cortese ospitalità presso un certo Ietro sacerdote di quel paese e del quale ne sposò poscia la figlia Zéfora.

⁵ Nelle sue antichità giudaiche, Giuseppe Flavio racconta alcune curiose particolarità su Mosè, che noi crediamo utile di riportare compendiandole; poichè nel Pentateuco si riscontrano effettivamente nella vita di Mosè certe lacune o allusioni a fatti che non vennero in esso registrati, perchè onninamente personali al suo autore e non richiesti da nissun vero interesse storico.

Dopo di avere quindi descritto le doti fisiche di cui Mosè era ornato e dettolo di una bellezza mirabile e divina, nota che la sua intelligenza era talmente sviluppata e superiore alla sua età, che la sua madre addottiva Thermutis, che i nostri dottori cambiarono in Bitià, presa per lui di un’affezione talmente viva, all’età di tre anni lo presentò al proprio padre onde volesse dichiararlo suo erede presuntivo qualora non fosse favorito di prole maschile. Espone in seguito come gli Egiziani atterriti da un’invasione di Etiopi furono costretti a nominare Mosè loro capitano, malgrado le vivissime opposizioni di molti suoi nemici e particolarmente di quelle che gli venivano fatte dai Sacerdoti; i quali invidiosi della sua straordinaria sapienza paventavano che la corona dei Faraoni dovesse veramente cingere la fronte di uno straniero. Mosè preso dunque il comando diede battaglia ai nemici del suo re, li ruppe completamente: anzi assediò e prese Saba (Méroé) loro capitale, e sposò Tharbis (forse la donna mora, Cussid, accennata nel Pentateuco e che diede motivo a mormorazioni contro Mosè per parte di Aronne e Marianna?) figlia del re che erasi perdutamente invaghita di lui.

Racconta poscia un breve episodio il quale quantunque concordi nel fondo coll’esposizione fattane pure dai nostri dottori, ciò non pertanto diversificando nei particolari, noi crediamo bene di attenerci a questa seconda: e tanto maggiormente perchè essa serve a dare una ragione plausibile di un difetto organico di Mosè. Ecco il fatto:

Un giorno che Faraone teneva nelle sue ginocchia il bambino Mosè, questi gli tolse la corona dal capo e se la cinse egli stesso. I maghi di Faraone, che avevano già in lui pronosticato un futuro salvatore d’Israele, dissero a Faraone: «Bada che costui non abbia ad essere il tuo nemico e rivale: mandalo a morte».

Ietro, presente a quel barbaro consiglio, s’interpose a favore del bambino, dimostrando che il solo lucicare delle pietre preziose lo avevano allettato ad afferrare la corona; e per meglio persuadere i suoi opponenti propose la seguente prova: «Si presenti, disse egli, a questo bambino un bacile con sopravi la corona e una brace ardente; e si esperimenti se è la vivacità della luce o un interno presentimento di futura grandezza che lo abbia spinto a quell’atto.»—La prova è accettata: il bambino ha davanti agli occhi una brace lucidissima e una corona. Senza esitare egli stende la mano alla corona; ma un angelo scende dal cielo gli sospinge la mano a dar di piglio alla brace.

Il bambino mette un grido, porta alla bocca la mano e il fuoco, la lingua ne fu scottata, rimase balbuziente, ma fu salvo.

Nella solitudine del deserto di Sinai presso cui pascolava le pecore dello suocero, invigorendo il suo nobile e magnanimo cuore maturò il sublime proposito di tornare in libertà i suoi fratelli e di farne un popolo segnalato fra le nazioni. Certo dell’appoggio divino che nel roveto ardente vinceva le estreme sue riluttanze, inspirate dalla sua modestia e dalla gravezza dell’incarico che stava per assumersi⁶, va in Egitto: e col fratello Aronne arringa il popolo d’Israele, e lo persuade che il Dio giusto e forte dei suoi padri conobbe i suoi dolori, vide l’angoscia del suo animo; e lo trarrà da quella vita di avvilimento e di patimenti e lo condurrà in una terra beata promessa ad Abramo, Isacco e Giacobbe, e da loro già abitata. Portatosi poscia al cospetto di Faraone gli domanda la libertà del popolo primogenito di Dio in nome di quell’Essere che fu, è, e sarà⁷. Faraone con un’alterigia dissennata, non si soddisfa di rispondere con un rifiuto dicendo di non avere cognizione di tale Iddio; ma con una iniqua disposizione impone sul popolo un nuovo gravame, attribuendo la domanda fatta da Mosè unica conseguenza della loro pigrizia. Ma coll’opera di mirabili prodigi, detti le dieci piaghe d’Egitto, Mosè rende manifesta a tutto l’Egitto la onnipotenza del vero Iddio, e libera Israele arricchito delle spoglie dei suoi oppressori⁸ che prima eransi arricchiti del suo lavoro di oltre due secoli⁹.

⁶ Nelle riluttanze spiegate da Mosè nell’Oreb, quando a più riprese cercò di sottrarsi a tale missione altissima, giustificando il suo rifiuto colla tardità di sua favella, dice a Dio: «anche da quando tu parlasti al tuo servo». In tali parole i nostri Dottori trovarono una prova che già precedentemente a quell’avvenimento Iddio aveva parlato a Mosè su tale proposito.

⁷ La rivelazione, che contiene tutta la filosofia, e più che la filosofia, così espresse la definizione di Dio: «Io sono colui che sono». Definizione stupenda, che quando fu promulgata non sarebbe potuta essere trovata dal discorso degli uomini, e che congiuntamente alle altre dottrine dei libri mosaici, non potendo aversi per un parto naturale di quei tempi, accusa un’origine divina.

Gioberti, Teorica del Sopran.

⁸ Nel nostro libro di Morale pratica, pag. 89, abbiamo inserito una quistione storico-politica ricavata dal Talmud e suscitatasi tra gli Ebrei e gli Egiziani all’epoca in cui Alessandro Magno vinto Dario re di Persia aveva esteso il suo dominio in gran parte dell’Asia e dell’Egitto, e la quale serve a spiegare questo fatto che da troppi scrittori venne preso a pretesto di ignobili accuse e basse insinuazioni contro l’onestà di carattere del popolo nostro.

⁹ L’Egitto fioriva da antichissimo d’una prosperità materiale, e consideravasi come il paese della ricchezza e della scienza. Colà viaggiò Abramo spintovi dalla carestia; e i libri sacri, come vanto della sapienza di Salomone, dicono che vinceva quella degli Orientali e degli Egizii.

C. Cantù, Docum. alla sua St. Un.

Pare essere destino dei tiranni di non volere o potere mai cedere alla ragione acciecati dalle loro prave passioni. Cuocendo al Faraone di avere permesso a tanti uomini di sottrarsi al suo giogo, e non potendo comportare che quel popolo che per tanti anni aveva dovuto curvare il capo alla sua verga se ne andasse libero; raccoglie in fretta il suo esercito e si pone ed inseguirlo, onde ritornarlo di nuovo alla sua soggezione. Ma allora appunto lo aspettava una terribile punizione che tardi o tosto colpisce sempre l’ostinato ed inumano oppressore. Breve strada disgiunge l’Istmo di Suez dalla terra che Dio aveva promessa agli Ebrei; ma siccome questi avrebbero incontrato prontamente i Filistini, e siccome il dovere subito combatterli avrebbe in essi risuscitato il desiderio di tornare in Egitto, perchè una secolare schiavitù ne aveva avvilito il cuore e domato il coraggio, Mosè fece loro prendere la via del deserto.

È assai difficile il precisare oggi le posizioni, a cagione dei grandi cambiamenti che una lunga serie di secoli, fece subire alle spiaggie del Mare Rosso. La prima tappa fu fatta in un luogo detto Sucoth (tende) probabilmente a causa delle tende colà rizzate; la seconda ad Etan. Però affine d’ingannare il re d’Egitto, facendogli credere di essersi smarrito in quelle inospiti e sconosciute solitudini, Mosè fece accampare il popolo con una marcia retrograda tra Migdol e il mare dirimpetto a Baal-Sefon.

Era il sesto giorno dall’uscita d’Egitto, e il popolo alzando gli occhi videsi vicino la formidabile oste di Faraone. Smarrito, grida al suo conduttore: «Ecchè! non eranvi forse sepolcri in Egitto, che ci conducesti a perire in questo deserto? Perchè ne traesti dall’Egitto?» Mosè, avvisato da Dio del grande fatto che stava per succedere, li conforta con queste parole: «Non temete! Oggi per l’ultima volta voi vedrete gli Egizii. È l’Eterno che combatterà in vostra difesa». Sorge l’alba del settimo giorno, e dietro l’ordine di Dio, Mosè batte colla sua verga i procellosi flutti del mare: ed oh prodigio! le acque si dividono, e schiudono nel loro seno un ampio passaggio ad Israele che lieto vi si precipita, onde frapporre il mare tra sè e l’inimico. Acciecato dal desiderio di vendetta, Faraone ordina al suo esercito d’inseguire i fuggenti, che già toccavano l’altra sponda. I soldati accortisi, ma troppo tardi, dell’estremo pericolo che loro sovrastava affannosamente gridavano: «Fuggiamo, fuggiamo da Israele, poichè Iddio combatte per lui contro l’Egitto». Intanto Israele esce festosamente dal mare, e Mosè batte di nuovo colla sua verga le acque, le quali con immenso fragore ripigliano il loro corso ordinario, e seppelliscono nei loro abissi quegli ostinati oppressori. Un sublime cantico, la lirica più antica giunta insino a noi, venne composto da Mosè; e coll’accompagnamento di strumenti musicali venne cantato dal popolo ad onore di quel Dio, che si dimostrò tanto buono e potente in suo favore.

Ecco il grande avvenimento che diede origine alla instituzione della festa di Pasqua o delle azzime Pessahh o hhag amassod, che noi celebriamo nel plenilunio di Nissan, cioè dai 15 ai 22 di questo mese. La doppia denominazione con cui viene designata questa festa avviene da ciò, che colla parola Pessahh (che significa transito, salto) si vuole commemorare l’incolumità serbata ai primogeniti ebrei quando l’angelo di Dio uscendo per l’Egitto ad uccidere indistintamente i primogeniti degli uomini e delle bestie, saltava le abitazioni degli Ebrei frammischiate a quelle degli Egiziani; e coll’altra denominazione di hhag amassod si vuole ricordare il comando dato da Mosè, e costantemente quanto scrupolosamente osservato dal popolo ebreo, di cibarsi d’azzime per tutto il tempo della sua durata.

Quantunque sia forse cosa superflua, pure ricordiamo, che lo scopo di questa ordinazione fu quello di volere commemorare il pane dell’afflizione che mangiarono gli Ebrei nella loro precipitosa uscita dall’Egitto; inquantochè fu talmente forte lo spavento provato da Faraone e da tutti gli Egiziani, vedendo istantaneamente cadere esanimi i loro primogeniti, e non trovarsi casa ove non vi fossero morti; che raccoltisi frettolosamente presso Mosè ed Aronne li stimolarono, li obbligarono ad allontanarsi immediatamente dal loro paese, pregandoli pure a volerli benedire prima della partenza, onde non avessero ad incontrare anch’essi la sorte dei loro primogeniti. Gli Ebrei dovettero pertanto caricarsi sulle spalle la pasta che con prudente disposizione Mosè aveva fatta loro preparare pel viaggio, e farla cuocere con sollecitudine in focaccie non fermentate appena fuori della città.

E qui cade acconcia una osservazione. Tanto questa solennità come quelle di Savuóth e di Sucóth, noi le prolunghiamo di un giorno oltre al numero fissato da Mosè, e in opposizione a quanto anco attualmente si segue in Gerusalemme. Ecco il motivo di tale differenza. In Gerusalemme ove risiedeva il Sinedrio che formava il Senato della nazione, e di cui noi parleremo in seguito, si stabiliva il primo giorno del mese dietro le deposizioni di testimonii irrecusabili di avere veduto la luna nuova: e di questa decisione se ne rendevano partecipi le provincie con fuochi accesi convenzionalmente sopra certe montagne. Ma dopo la distruzione del Tempio e il trasporto del Beth Din in Iabnè, sul dubbio che l’annunzio del vero primo giorno del mese arrivasse in tempo nei luoghi lontani, si decise che si prolungasse di un giorno la festa; e la Pasqua si festeggiava nei dì 15 e 16 per cui il 7º e 8º giorno della festa venivano a cadere nei dì 21 e 22 del mese. Questo giorno fu chiamato il iom tov scenì scel galuiod (secondo giorno festivo della dispersione). E quantunque sia ora impossibile il cadere nell’errore che si temeva dai nostri antenati, nullameno si persiste a seguire tale uso quasi universalmente.

Inaugurazione del Tabernacolo.

Fu pure nel primo giorno di questo mese nel secondo anno dall’uscita d’Egitto, che fu inaugurato il tabernacolo fatto fabbricare da Mosè nel deserto. Noi ommettiamo la descrizione di tale solennità, sia perchè essa riescirebbe troppo lunga e sia per essere cosa di mediocre importanza storica. Nelle nozioni di Archeologia, avremo però occasione di parlare del pregio artistico di quei lavori. Non dobbiamo però passare sotto silenzio, essere stato tale l’entusiasmo del popolo nell’offrire preziosi oggetti per erigere ed arredare quella prima casa d’orazione consacrata al vero Iddio; che Mosè fu costretto «a fare passare una voce nell’accampamento onde raccomandarne l’astensione, essendone già provvisto oltre al bisogno». I direttori dei lavori furono due artisti di genio designati da Dio stesso, e che si chiamavano Bessalel e Oliab.

Sollevazione del popolo.

Essendo destino dell’umanità che al bene debba trovarsi sempre mescolato il male, in maggiore o minore proporzione, dopo i due fatti precedenti di cui uno glorioso e l’altro onorevole pel popolo nostro; noi siamo costretti di presentare ai nostri lettori un fatto deplorevole sia per se stesso e sia per le sue conseguenze, avvenuto nel deserto di Sin.—Poco tempo dopo la morte di Marianna, sorella di Mosè, venendo a mancare l’acqua¹⁰, il popolo si sollevò contro Mosè rimproverandolo di averlo tratto dall’Egitto per condurlo in luoghi ove difettava persino l’acqua. Come sempre, Mosè si rivolse a Dio: e neppure questa volta gli venne meno il suo soccorso in favore di quel popolo protervo, che malgrado tanti miracoli, ad ogni minimo ostacolo che incontrava, perdeva ogni fiducia nella provvidenza. Mosè ed Aronne fecero radunare il popolo presso una rupe indicata da Dio, e dalla quale sgorgò un rivo d’acqua limpidissima. Ma in questo fatto i due grandi personaggi commisero tale atto di mancanza verso Dio, (atto che noi avremo occasione di dilucidare in seguito), che furono anch’essi condannati a morire nel deserto.

¹⁰ Dissero i nostri Dottori che il sasso prodigioso che forniva acqua al popolo nel deserto era merito speciale di Marianna: per cui essa morta, cessò il prodigio.

Passaggio del Giordano.

Ultimo fatto importante successo in questo mese fu il passaggio del Giordano. Il Giordano era quel fiume che separava i paesi di Sihhon e Og dalla terra santa. Morto Mosè dopo d’avere combattuto e vinto i re di quei due paesi, perchè si rifiutarono a concedergli il chiesto passaggio attraverso ai loro stati, e concessone il territorio in eredità alle due tribù di Gad e di Ruben e alla metà della tribù di Manasse¹¹, Iddio avvertì Giosuè, che nella stessa guisa che il mar Rosso aveva aperto un varco asciutto al popolo d’Israele, altrettanto avrebbe fatto il Giordano. Quel giorno memorando fu il decimo del mese di Nissan, epoca in cui il fiume era straordinariamente ingrossato. Giosuè ordinò ai sacerdoti portatori dell’Arca santa di porsi alla testa del popolo per passare il Giordano, e appena i loro piedi ne toccarono le acque, queste arrestarono immediatamente il loro corso impetuoso, si ammucchiarono ai due lati, ed aprirono al popolo un libero passaggio. Ad eternare la memoria di quel fatto che, unito ai tanti altri prodigi operati da Dio in favore d’Israele, finì per gettare lo spavento nel cuore degli abitanti di Canaan, Giosuè fece innalzare nel Ghilgal un monumento di dodici pietre levate appositamente dal letto del Giordano, e rispondenti alle dodici tribù d’Israele.

¹¹ Furono gli stessi componenti le suddette tribù che trovandosi possessori di numerose greggie, e riconoscendo come quel paese presentava grassi pascoli, pregarono Mosè di concederglielo loro in eredità. Mosè aderì alla loro domanda colla condizione che tutti gli uomini atti alle armi passassero il Giordano, e aiutassero i loro fratelli a conquistare la terra che Dio aveva loro promessa.

Questa condizione fu scrupolosamente osservata. Fabbricate fortezze a difesa delle loro donne e dei loro figli, tutti gli adulti si portarono col resto del popolo al di là del Giordano; e non ritornarono in seno alle loro famiglie se non quando vennero congedati e benedetti da Giosuè stesso, dopo le vittorie da lui riportate sui 31 re che dovette combattere.

ARCHEOLOGIA BIBLICA

Della Palestina.

§ 1.—Limiti, montagne e fertilità della Palestina.

La Palestina è una piccola contrada della Siria in Asia. La parola Palestina, presa nel suo senso ristretto, significa il paese dei Filistini o Filistei, che stendesi lungo il mare mediterraneo da Gazza al sud, fino a Lidda, al nord. In un senso più esteso, s’applica a tutto il paese di Canaan detto anche terra promessa o terra d’Israele, situata fra il mediterraneo, chiamato nella Bibbia iam agadol (mare grande), il mare morto iam amelahh, ed il Giordano.

Quando Abramo entrò nel paese di Canaan, lo trovò abitato da dieci popoli che traevano il loro nome dagli undici figli di Chanaam figlio di Hham.

La Palestina è paese montuoso; due catene di montagne l’una al di qua del Giordano, l’altra al di là di questo fiume, stendonvisi per traverso dalla Siria all’Arabia, e sono interrotte da molti piani.

Le principali montagne della Palestina sono:

1º Il Libano, che si compone di due catene nel cui mezzo sta la gran valle detta dagli antichi Celesiria. Egli è su questa montagna che una volta crescevano in abbondanza i magnifici cedri tanto celebrati nella storia, e più particolarmente nella Sacra Scrittura.

2º Il Carmelo, catena di monti coperti da boschi di quercie e di abeti. Le valli che vi stanno frammezzo ombreggiate da lauri ed olivi ed irrigate da molti ruscelli, formano un paese deliziosissimo¹².

¹² Un viaggiatore così termina la sua breve descrizione delle valli del Carmelo nella Revue britannique: «Codesto quadro, malgrado la sua tristezza, non risponde all’idea che si fa della desolante sterilità della Palestina. Alla ricchezza della vegetazione si può giudicare che se questa terra fosse coltivata con cura, essa sarebbe come altra volta il giardino del Signore».

3º Il Thaborre, monte rotondo e sublime nella Galilea. Fu su questo monte che la profetessa Debora levatasi, come Ella stessa dice nel suo stupendo canto, a madre d’Israele, eccitò Barak a raccogliere un dieci mila uomini della tribù di Naftali e di Zebulun; e messasi ella stessa alla loro testa sfidò e vinse Sissera generale del re Iavin che da vent’anni opprimeva Israele.

4º Le montagne d’Israele dette anche monti di Efraim, catena aspra ed ineguale che sta in faccia alle montagne di Giuda, il cui suolo invece è molto fertile. Nel Deuteronomio ed in Giosuè si fa menzione dei monti Ebal e Garizim, posti l’uno al nord, l’altro al mezzodì di Sichem.

A queste montagne bisogna riferire il famoso monte Moria ove Abramo erasi portato per sacrificare l’unico suo figlio, ed ove Salomone fece erigere il più maestoso Tempio, che l’uomo abbia innalzato ad onore dell’unico vero Iddio; e il monte Sion ove era la città di Davide.

5º Le montagne di Galaad, poste al di là del Giordano. A questa lunga catena appartiene il monte Nebo ove salì Mosè per contemplare la terra promessa avendogliene Dio impedito, colla morte, di entrarvi. Il Sinai e l’Oreb, il primo famoso perchè fu su d’esso che Dio proclamò il Decalogo: il secondo perchè fu su d’esso che Dio apparve a Mosè nel roveto ardente, e lo decise alla grande impresa della redenzione d’Israele; si trovano nell’Arabia Petrea fuori della Palestina.

Capitale del regno sotto Davide e Salomone, del regno di Giuda dopo il distacco delle dieci tribù dalla dinastia davidica, e di tutto il lungo periodo che durò il secondo Tempio, fu Gerusalemme. Più avanti si troverà la descrizione di questa città cotanto celebrata nella storia e la descrizione del tempio di Salomone. Non taceremo che vi furono alcuni scrittori, i quali, giudicando lo stato antico della Palestina da quello che presenta attualmente, dissero: che Mosè ingannò gli Ebrei quando promise loro un paese «colante latte e miele, e prodigiosamente fornito di ogni cosa per trarre la vita in continua abbondanza»; per poi dare loro un paese montuoso ed arido. Ma così non è: poichè, oltre alla storia biblica che ad ogni passo ci fa fede della prodigiosa fertilità di quel paese, come proveremo innanzi, abbiamo pure la testimonianza degli storici profani, quali Ecateo contemporaneo di Alessandro il Grande, Tacito, Ammiano, Marcellino e Plinio.

Se ora quel paese è sterile, ne sono causa le devastazioni successive dei Babilonesi, Egiziani, Sirii, Romani, Saraceni, Arabi¹³, ecc. e l’attuale mancanza di coltura.

¹³ Gerusalemme fu presa e saccheggiata 17 volte, dice Chateaubriand: nessun’altra città provò simile sorte.... Quella contrada divenuta preda del ferro e del fuoco, i campi inculti perdettero la fertilità ecc.

Itineraire, tom. 2.

§ 2.—Dell’agricoltura e suoi Strumenti.

La pastorizia e l’agricoltura, furono i due rami d’industria ai quali primamente si dedicarono gli uomini, chiamativi dalla necessità di soddisfare i materiali loro bisogni. Iddio pose Adamo nell’Eden, non perchè vi conducesse una vita di contemplazione oziosa, ma affinchè lo custodisse e lo lavorasse. I due figli che egli procreò dopo il suo fallo, si dedicarono appunto uno alla pastorizia, l’altro all’agricoltura: e all’agricoltura troviamo dedicato Noè appena uscito dall’arca. Desiderando Mosè che il suo popolo si dedicasse particolarmente all’agricoltura, la favorì in tutti i modi. Nel corso di questo lavoro, noi avremo occasione di parlare di parecchie sue opportune e savissime disposizioni prese a tale riguardo, fra le quali primeggiano quella della partizione del territorio nazionale, e quella dell’anno sabbatico. Riserbandoci di esaminare i diversi motivi che dettarono queste due disposizioni, diremo intanto che la prima tendeva a riparare diverse piaghe dell’agricoltura che si possono riassumere nelle tre seguenti: 1º Le grandi proprietà, che in mano di uomini potenti e sensuali sono cariche di sontuosi edifizi, di eleganti giardini, di deliziosi boschetti. 2º Il continuo succedersi dei coloni. La mancanza di una cognizione vera ed esatta del terreno che si deve coltivare ha un’importanza massima sul successo dei ricolti. 3º Le spese e i lavori ai quali si è spesso obbligati per migliorare il terreno, e a cui difficilmente vi si assoggetta, colui a cui manca la sicurezza di un lungo possesso.

Gli strumenti che in principio si adoperavano per arare i campi, dovettero essere molto semplici, consistendo probabilmente in soli bastoni aguzzi. Nel Deuteronomio si parla d’uno strumento, con cui gli ebrei dovevano fare un buco nel terreno fuori del campo pei loro bisogni naturali; e questo arnese detto Iathed probabilmente era una specie di vanga o di pala che serviva anche ai lavori di terra. Però nel primo libro di Samuele si fa menzione di vari strumenti aratorii, quali sono: mahharesced vomere, eth zappone, kardom scure, mahharesciâ sarchiello. Il malmed era lo stimolo dei buoi.

§ 3.—Suoi Prodotti.

Sono menzionati nella Bibbia i seguenti cereali: dagan grano, hhittà frumento, nisman dohhan miglio, cussémed spelta, seorà orzo.

I legumi od erbaggi venivano detti con nome generico jarak (da ierek verde) od oróth. Erano tali: il pol fava, gli adascím lenti, i kisciuím cetriuoli, gli abbatihhím poponi, i bessalím cipolle, il hassir porro, lo scum aglio.

S’incontrano pure i nomi di parecchi fiori e di molte specie di alberi fruttiferi ed infruttiferi. Lo sciuscian viene interpretato pel giglio, la hhabasseleth per rosa. Il vocabolo dudaim, col quale si sottintende il frutto della mandrágola, probabilmente era qualche fiore d’amore derivando dal vocabolo dud. Il karkom indica lo zafferano, la laanà, l’assenzio, e l’_ezov_ trovandosi spesso contrapposto all’_erez_, cedro, fa credere che fosse una pianta piccolissima.

Fra gli alberi fruttiferi sono nominati il thappuahh melo, il thamar palmizio, il rimon melagrano, il theenà fico, il zaid olivo, il sciacked o luz mandorlo, e l’_egoz_ noce.

La vite ghefen fu in ogni tempo coltivata con grandissima cura. Molte viti avevano il loro ceppo abbastanza alto perchè si potesse starvi sotto comodamente, onde la frase che s’incontra spesso nella scrittura: essere assiso sotto la sua vite e sotto il suo fico, per significare il godimento di una vita fortunata e tranquilla.

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IIAR (Aprile-Maggio).

«Ed il Signore si pentì d’aver fatto l’uomo in terra e ne ebbe il cuore addolorato¹⁴». Con queste parole, premesse alla narrazione del diluvio universale, Mosè fece manifesto il corruccio provato da Dio nel riconoscere come quella creatura fatta a sua immagine e somiglianza s’ingolfasse in ogni sorta di brutture; contaminasse nel fango di ignobili passioni la sua anima immortale; e costringesse Lui, il sommo bene e la somma misericordia, a dovere usare il massimo rigore annientandola¹⁵.

¹⁴ Il Celeberrimo Maimonide nel suo Morè nebohhim dimostra luminosamente come questa e tantissime altre consimili espressioni bibliche quali: il braccio dell’Eterno; odorò Iddio; discese Iddio per vedere, non intendano di materializzare Iddio in nissun modo; ma siano adoperate esclusivamente per addattarsi al nostro intendimento. La parola dell’uomo si trova impotente a esprimere convenientemente gli ineffabili attributi di Dio, e le inesplicabili vie per le quali si conduce colla umanità; per darne un’idea si è costretti a servirsi delle espressioni con cui si rappresentano le cose materiali e i loro attributi.

Non possiamo astenerci di rapportare il seguente aneddoto Talmudico relativo al soggetto di cui stiamo intrattenendoci:

Un ateo s’imbattè un giorno in un Rabbino e gli disse: «Nella vostra legge si nega la previdenza al vostro Dio: poichè nel fatto del diluvio sta scritto: «e il suo cuore ne fu addolorato» Perchè creare l’uomo per poscia pentirsene e addolorarsene?».

«Mio caro, rispose il dotto rabbino: Non fosti mai padre?»—«Si»—«Ebbene! non sapevi che tuo figlio dovrà sostenere fatiche e dolori per poscia morire? Perchè il procreasti e festeggiasti la sua nascita?»—«Penso e spero che potrà anche essere felice, darmi care soddisfazioni ed essere il sostegno e il conforto di mia vecchiaia»—«Così Iddio che creò l’uomo per la felicità, ritiene che mercè la carità e la giustizia, potrà raggiungere quella mêta assegnatagli malgrado la veemenza delle sue passioni che spesso lo fanno deviare dalla virtù e dalla rettitudine».

¹⁵ Anche nel castigo meritato dai tristi geme la divina misericordia. Dissero i nostri Dottori che quando gli Egiziani stavano per essere sommersi nel mare Rosso gli angeli intuonarono il cantico. «Come! disse Iddio, le mie creature affogano nel mare e voi intuonate il cantico!».

Nella universale corruzione un uomo solo, Noè¹⁶, seppe mantenersi giusto e pio: e il Signore lo destinò a ripopolare la terra. Gli ordinò quindi di fabbricarsi un’arca ove riparare colla moglie, coi figli, e colle nuore, e con una coppia di ogni specie di animali, fatta eccezione pei quadrupedi ed uccelli puri¹⁷, dei quali doveva accoglierne sette coppie.

¹⁶ Si ricava dalla Bibbia che i nomi imposti in quei tempi ai bambini si riferivano o a qualche speciale incidente occorso alla madre prima o all’atto dello sgravio; o valevano a rappresentare qualcosa relativa al bambino stesso; o servivano a commemorare qualche luttuosa circostanza pubblica o privata o la speranza di vedere compiuto qualche desiderio. Egli è per questo che la nascita di quel bambino avvenuta in tempi assai tristi fu salutata dal padre, Lemehh, augurando agli uomini un più lieto e riposato vivere, epperció chiamò il suo nome Noahh (da nahhà riposare o da nahham consolare) con dire: Questi ci sarà di conforto, in mezzo al nostro lavoro, ed al travaglio delle nostre mani, proveniente dal terreno che il Signore ha maledetto».

¹⁷ Mosè distingue gli animali in puri ed in impuri. Sono da lui dichiarati puri quelli della cui carne ci è permesso di cibarci, impuri tutti gli altri. In quanto agli uccelli Mosè non ci somministra veruna indicazione per distinguere gli uni dagli altri, ma specifica nominatamente egli stesso gli impuri quali: l’aquila, il nibbio, il corvo, lo struzzo, il falcone, ecc.; in quanto ai quadrupedi dichiara soltanto puri quelli forniti di unghia fessa e che sono ruminanti: e in quanto ai pesci dichiara puri solamente quelli che hanno pinne e squamme.

I nostri Dottori dissero: che Iddio ordinò a Noè d’impiegare 120 anni nella costruzione dell’arca, nell’intento che venendo egli interrogato dell’uso a cui essa doveva servire; Noè predicesse loro la catastrofe che pendeva sui loro capi e li esortasse al ravvedimento. Noè s’uniformò all’ordine di Dio: ma la tradizione nota che le di lui esortazioni non solo riuscirono vane, ma anzi, trattato da quegli empi quale pazzo, non riceveva in ricambio che dileggi e scherni.

L’esposizione biblica ci dice che Noè aveva 600 anni allorchè entrato nell’arca coi membri della propria sua famiglia, con tutte le specie di animali e con grandi provviste di viveri, le acque cominciarono a cadere.

L’arca era un immenso rettangolo col coperchio curvo per lo scolo delle acque. Spalmata di pece dentro e fuori per meglio impedire all’acqua di penetrarvi, essa misurava 300 braccia di lunghezza, 50 di larghezza e 30 di altezza. Non v’ha dubbio che o l’uomo antidiluviano aveva uno sviluppo fisico proporzionato alla sua longevità¹⁸, e quindi assai superiore al nostro; o che il braccio che servì di misura all’arca dovette essere più lungo del braccio di un uomo comune. Altrimenti non si saprebbe comprendere come un’arca di così ristrette proporzioni abbia potuto contenere l’infinita varietà di animali che vi ebbero stanza, e l’immensa provvigione di viveri che Noè vi dovette introdurre, senza ricorrere al miracolo, comodo sistema, di alcuni commentatori per appianare qualunque difficoltà. Era pertanto il giorno diciasettesimo di Iiar quando le catteratte del cielo si aprirono; l’oceano furente uscì dal proprio letto e si riversò sulla terra; e un vento impetuoso che soffiò per 150 giorni, favorì il rigonfiarsi delle acque che superarono le cime dei più alti monti. Tutto fu distrutto: solo l’arca di Noè galleggiando sicura su quello sterminato oceano, portava nel suo seno i pochi avanzi della creazione. La colomba messa fuori da Noè; e a lui ritornata in sul far della sera portando in bocca una fresca foglia di olivo, lo avvertì essere la terra pressochè asciutta. È ammirabile l’insegnamento morale ricavato dai nostri dottori da questo fatto. Il corvo, spedito prima, tristo ed ingrato, abbandonò il suo benefattore, nè più ritornò nell’arca. La colomba innocente e pia vi faceva bensì ritorno, ma con una foglia di olivo in bocca. E perchè ella raccolse una foglia amara a preferenza di qualunque altra?—Per significare al suo ospite che per quanto ella fosse grata e sensibile ai benefizii che da lui riceveva con un vitto abbondante e gratuito, ad ogni modo vi preferiva di gran lunga un pane stentato e povero, ma fornitole dal proprio lavoro.

¹⁸ Quantunque non sia nostra intenzione di entrare in disquisizioni filosofiche o filologiche, che in questo lavoro sarebbero affatto inopportune, tuttavia noi teniamo a dare nel modo più semplice e breve, che per noi si possa, la ragione o la dilucidazione di alcuni pochi fatti o precetti, che giudicati superficialmente possono parere molto oscuri. Daremo ora pertanto alcuni schiarimenti sul fatto della longevità, constatata dal Pentateuco, di parecchi uomini antidiluviani e che fu oggetto di tante controversie tra i dotti.

Il celebre Maimonide nel summentovato Morè nebohhim, dopo d’avere dimostrato insussistente la teoria di quanti vollero sostenere, che gli anni d’allora fossero di una durata assai più breve degli attuali; stima che la longevità antidiluviana non fosse generale, ma individuale ai pochi uomini nominati nel Pentateuco: e ciò per divina parzialità verso di loro in premio del loro tenore di vita morigerato e virtuoso.

Abrabanel, seguendo l’opinione del Nahhmanide, respinge questa spiegazione. Ritiene invece generale la longevità negli uomini antidiluviani, attribuendola: 1º Alla differenza degli alimenti di cui si cibavano allora e che appartenevano esclusivamente al regno vegetale; 2º alla vita morigerata e virtuosa delle prime generazioni umane; 3º alla purezza e soavità dell’atmosfera straordinariamente alterata e guastata dal diluvio e dalle morbose esalazioni di tanti residui animali corrotti; 4º alla necessità di popolare la terra con maggiore sollecitudine; e finalmente al vantaggio che tale longevità procurava alle arti e alle scienze appena nascenti, poichè moltiplicava gli ammaestramenti della esperienza. In quanto al braccio che servì di misura per l’arca, lo stesso Abrabanel opina che effettivamente fosse più lungo del nostro, e che in media equivalesse a sei braccia di un uomo pos-diluviano.

Il di 27 dello stesso mese, in cui era entrato un anno prima, Noè e tutti gli animali abbandonarono l’arca. Quali sensazioni di sgomento, di stupore e di dolore non avrà provato quella famiglia ricalcando la terra! Più nulla dava indizio di vita. Case, uomini, animali, vegetabili tutto era intieramente sparito, cedendo il posto ad un vasto ed orrido deserto. Ma a tali sensazioni penosissime, succedette ben presto il sentimento del dovere.

Noè fabbricò sollecitamente un altare e offrì olocausti al Signore. Il Signore gradì la manifestazione della sua riconoscenza, e gli promise che mai più avrebbe mandato un diluvio a distruggere la terra. Poscia benedisse lui e i suoi figliuoli, e permettendo loro l’uso di cibi animali, loro proibiva formalmente il sangue¹⁹. Sono significanti le parole colle quali condanna il suicidio, perchè prova non dubbia dell’immortalità dell’anima, di cui ragioneremo più diffusamente altrove, e che sono le seguenti:

¹⁹ «Però fortemente, dice altrove il Legislatore, tu devi astenerti dal mangiare il sangue, perchè il sangue è elemento di vita: e tu non devi mangiare la vita (ciò che dà la vita) colla carne. Non devi mangiarlo, ma versarlo in terra come acqua. Non mangiarlo; e così, facendo cosa grata al Signore sarai felice, e lo (saranno) i figli tuoi dopo di te.

«Farommi poi rendere conto dell’omicidio che attenterete sulle vostre stesse persone; farommene rendere conto dall’anima sua immortale²⁰».

²⁰ Vedi traduzione e commento Reggio, e Dizionario Lib. sul vocabolo hhaià.

L’alleanza conchiusa tra Dio e Noè consistette nel dargli sette comandi, detti Noèchidi, e che sono puramente e semplicemente i più ovii principii della religione naturale. Eccoli quali ce li trasmise la tradizione: 1º Non professare un culto idolatra; 2º Non bestemmiare il santo nome di Dio; 3º Non commettere omicidio; 4º Non commettere adulterio; 5º Non commettere furti e rapine; 6º Osservare i principii fondamentali di giustizia; 7º Non cibarsi di un membro strappato o tagliato ad un animale vivo.

Censimento del popolo.

Fu pure nel primo giorno di questo secondo mese che Mosè, dietro ordine di Dio, invitava i capi delle dodici tribù d’Israele a fare il censimento degli uomini atti alle armi; vale a dire dagli anni 20 in su. Il risultato, esclusa la tribù di Levi, esente da pubblici carichi, fu di 603550. Quarant’anni dopo, nelle pianure di Moab presso alle rive del Giordano poco prima della sua morte, Mosè ordinò un secondo censimento che diede un totale di 601730. Non farà meraviglia alcuna la diminuzione nella cifra, se si considerano i disagi, le privazioni d’ogni specie sofferte dal popolo per tutto quel lungo lasso di tempo; e più di tutto per le mortalità che infierirono nel popolo per la deplorabile sedizione di Corahh, pel fatto degli esploratori, e per l’adorazione di Baal Peór. È antico assioma che la popolazione non aumenta che nella pace, nella prosperità e nell’abbondanza di ogni cosa.