Opening the book…

Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Barbara Magni, and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net.

This file was produced from images generously made available by The Internet Archive.

EDIZIONE NAZIONALE DELLE OPERE DI

GIUSEPPE PITRÈ

OPERE COMPLETE
DI
GIUSEPPE PITRÈ

XXVII.

SCRITTI VARI
EDITI ED INEDITI

----

GIUSEPPE PITRÈ

LA VITA
IN PALERMO

CENTO E PIÙ ANNI FA

VOLUME PRIMO

G. BARBÈRA EDITORE
FIRENZE

----

Proprietà letteraria riservata

----

COMITATO

Giovanni Gentile, presidente.
Maria D'Alia Pitrè.
Giuseppe Cocchiara.
Raffaele Corso.
Nino Sammartano.
Paolo Toschi.

----

OPERE COMPLETE

BIBLIOTECA DELLE TRADIZIONI POPOLARI SICILIANE

I-II. Canti popolari siciliani.
III. Studi di poesia popolare.
IV-VII. Fiabe, Novelle e Racconti popolari.
VIII-XI. Proverbi siciliani.
XII. Spettacoli e Feste popolari siciliane.
XIII. Giuochi fanciulleschi siciliani.
XIV-XVII. Usi e Costumi, Credenze e Pregiudizi del Popolo
siciliano.
XVIII. Fiabe e Leggende popolari siciliane.
XIX. Medicina popolare siciliana.
XX. Indovinelli, Dubbi, Domande, Scioglilingua del popolo
siciliano.
XXI. Feste patronali in Sicilia.
XXII. Studi di Leggende popolari in Sicilia.
XXIII Proverbi, Motti e Scongiuri del popolo siciliano.
XXIV. Cartelli, Pasquinate, Canti, Leggende, Usi del popolo
siciliano.
XXV. La Famiglia, la Casa, la Vita del popolo siciliano.

SCRITTI VARI EDITI ED INEDITI

XXVI. Del Sant'Uffizio a Palermo e di un carcere di esso (inedito). XXVII-XXIX. La vita in Palermo cento e più anni fa (il vol. III inedito). XXX. Novelle popolari toscane (edite; ma con molte aggiunte). XXXI-XXXII. Bibliografia delle Tradizioni popolari d'Italia (il vol. II inedito).

Corsi di Demopsicologia, cinque volumi (inediti):

XXXIII. I. La Demopsicologia e la sua storia. XXXIV. 2. I Proverbi. XXXV. 3. Poesia popolare italiana. XXXVI. 4. Poesia popolare straniera. XXXVII. 5. Novellistica e varie. XXXVIII. La Rondinella nelle Tradizioni popolari (inedito). XXXIX-XL. Viaggiatori stranieri in Sicilia (inediti). XLI-XLVIII. Articoli di Riviste e di Giornali; Recensioni, Conferenze, Discorsi, Prefazioni, ecc. (editi e inediti). XLIX-L. Carteggio con illustri contemporanei (inedito).

----

INDICE

Prefazione
I. Stato politico ed economico della Sicilia nella seconda metà del
Settecento.
II. Su e giù per Palermo.
III. Pulizia e condizioni igieniche della città. Bandi di Palermo.
IV. Senato e Senatori.
V. Condizioni economiche del Senato.
VI. Le Maestranze.
VII. Cartelli e Pasquinate.
VIII. I Giacobini e la poesia politica.
IX. Come si viaggiava per mare. I Corsari e la cattura del Principe
di Paternò.
X. Come si viaggiava per terra.
XI. Locande ed Osterie, Correrìa o Posta.
XII. Portantine e carrozze.
XIII. Abituale assenza dei proprietarî dalle loro terre. Triste
condizione dei campagnuoli.
XIV. Nobiltà e gara di fasto.
XV. Passione pel giuoco.
XVI. Circoli di conversazione. Romanzi più in uso.
XVII. Ospitalità e gentilezza. Balli e duelli.
XVIII. Dame belle, dame buone, dame virtuose.
XIX. Libertà di costume. Cicisbeismo.
XX. La moda delle donne. Il parrucchiere.
XXI. La moda degli uomini.
XXII. Pranzi di ricchi e mangiare di poveri.
XXIII. Lutti di Corte, di nobili, di civili, di plebei. Scene
macabre.
XXIV. Partecipazioni.
XXV. Passeggiate della Marina e della Villa Giulia.
XXVI. Divertimenti a Porta Nuova e a Zè Sciaveria. Villeggiatura ai
Colli e a Bagheria.

AL SENATORE
Prof. PASQUALE VILLARI
CON ANIMO RIVERENTE E AFFETTUOSO
L'AUTORE

PREFAZIONE

Sorprendere e fissare, prima che cominciasse a trasformarsi, la vita pubblica e privata delle varie classi sociali nell'antica Capitale dell'Isola, nell'ultimo ventennio del Settecento: ecco lo scopo del presente lavoro.

Quella vita, così diversa dall'attuale, è in certe sue esteriorità, per chi non se ne sia occupato di proposito, poco o punto nota: ed è tale, non tanto pel comune preconcetto che la storia contemporanea sia familiare a tutti, quanto perchè da molti si confonde la storia scritta dei principali e più clamorosi avvenimenti con la vita, da scriversi, del popolo in mezzo al quale gli avvenimenti si sono svolti.

I costumi, le consuetudini e le istituzioni nel periodo illustrato in questo libro sono d'una importanza che ha pochi riscontri nella storia generale di Sicilia. Perchè, se, per esempio, il quattrocento ha grande somiglianza o analogia col cinquecento e questo col seicento, in quanto inalterato rimaneva sempre l'ordinamento politico e civile, e con esso le condizioni fisiche, morali e religiose, il settecento invece non ha nulla che lo ravvicini all'ottocento. I due secoli divide un abisso, in fondo al quale è facile scoprire che non cento ma quattro, cinquecent'anni ha corsi la Sicilia dagli ultimi decennii di quel secolo all'ultimo del seguente. Ciò che il 1789 ed il 1793 lasciarono intatto tra noi, solo per lenta, impercettibile evoluzione di tempi e di uomini si venne modificando, e potè del tutto mutarsi pei rivolgimenti politici, che principiarono dalla sapiente rinunzia (imposta, peraltro, dall'incalzare degli eventi) dei Baroni ai diritti feudali nel 1812; e finirono ai moti siciliani del 1860; onde più tardi le nuove idee e riforme sociali.

Come e per quali espedienti abbia io potuto dettare questo Palermo, parrà solo in parte dalle citazioni a piè di pagina. Dico «in parte», perchè esse son le poche indispensabili a confortare le notizie da me accennate. Se tutto quel che dico avessi dovuto documentare, le note avrebbero affogato il testo, ed io avrei scritto non già un libro pel gran pubblico, che cerca fatti in forma spigliata, ma un'opera per più ristretto cerchio di persone.

Atti, Provviste, Bandi del Senato Palermitano nell'Archivio del Comune, documenti svariati nell'Archivio di Stato, registri ed elenchi nella Congregazione dei Bianchi ed in alcuni Reclusori, carte e manoscritti d'ogni genere, e soprattutto diari non mai fin qui posti in luce (per non citare se non le cose inedite) del Torremuzza, del D'Angelo, del Camastra, e dell'inesauribile Villabianca[1] son le fonti alle quali ho largamente attinto. Da questo, le moltissime vicende, ed i fatti, per certi argomenti, nuovi, che io son riuscito a mettere insieme. Ma il soffio della vita del momento, non avvertito, perchè ordinario ed abituale, dalla vigile Polizia, dal provvido Senato, dal severo Governo, dai diligenti diaristi, io non ho potuto altrimenti raccogliere che tenendo dietro ai forestieri venuti tra noi. Le loro impressioni nessuno fin qui mise a profitto nello studio dei costumi e delle condizioni della civiltà nel secolo XVIII, nonostante che un illustre storico lo avesse autorevolmente raccomandato[2].

[1] A ben giudicare dell'immenso Diario Palermitano di quest'ultimo, giova sapere che la parte finora stampata nella Biblioteca del Di Marzo giunge solo all'anno 1784, e che i 17 anni rimanenti, fino al 1801, vigilia della morte dell'Autore sono compresi in ponderosi volumi mss. di ben 6584 pagine in-folio, che io ho spogliati al pari di centinaia d'altri volumi, egualmente manoscritti, dell'antico prezioso Archivio del Senato di Palermo.

[2] I. La Lumia, Viaggiatori stranieri in Sicilia nel sec. XVIII: in «Rivista Sicula», a. III, v. VI, pp. 20-39. Palermo, Luglio 1871.

I trenta e più viaggi dell'ultimo terzo del settecento, distribuiti in meglio che cinquanta volumi pubblicati all'estero e non sempre reperibili, contengono preziose e quasi tutte sicure notizie di costumanze, pratiche, scene, qua e là vedute e udite da uomini colti, i quali da curiosità mossi, con gravi disagi, ingenti spese, pericoli immensi erano venuti a visitare un paese tagliato fuori del consorzio d'Europa, e rappresentato come l'ultima Tule. Qui essi non compievano inchieste in una sola settimana, come oggi purtroppo usa, correndo, volando con la vaporiera da Messina a Taormina, a Catania, a Siracusa, a Palermo, e viceversa, facendo escursioni a Girgenti, a Segesta, a Selinunte, ed interrogando i primi sfaccendati che s'incontrino nella piazza, o i primi malcontenti d'una amministrazione comunale del giorno. Essi invece si fermavano mesi e mesi girando, visitando attentamente ogni cosa, in portantina, su muli, a piedi, e patendo sovente il digiuno, il freddo, lo scirocco e gli inenarrabili supplizi delle osterie e dei fondachi.

E però non fu solo Goethe colui che, è stato detto, scoperse la Sicilia ai Tedeschi. Le sue lettere del 1787 non videro la luce prima del 1817[3]; e le dolci carezze tra le quali egli durante la primavera di quell'anno si cullò nella città mollemente adagiantesi ai piedi del Pellegrino, rimasero lungamente ignote. Prima e dopo di lui, durante cinque, sei lustri, percorsero, descrissero la Sicilia -- Palermo soprattutto -- i suoi connazionali Riedesel, Salis Marschlins, Stolberg, Reith, Hager[4], e quel Bartels, che, tanto ingiustamente da tutti dimenticato, ha il maggior diritto alla considerazione di ogni buon siciliano. La percorsero il danese Münter ed il viennese de Mayer e, prima di Swinburne, l'inglese Brydone, che del suo soggiorno tra noi offriva il primo modello di viaggio nell'isola con intendimenti moderni. Il suo Tour ebbe una dozzina di edizioni, versioni e riduzioni[5], nonostante il controllo che volle farne il Conte de Borch.

[3] Italiänische Reise, Stuttgart und Tübingen, 1816-1817.

[4] [Nell'errata corrige in fondo al secondo volume l'A. avvertì che «Hager, oriundo tedesco, era milanese»].

[5] Vedi D'Ancona, Saggio di una Bibliografia di viaggi, che segue alla edizione del Viaggio in Italia di M. de Montaigne, p. 582, e la mia Bibliografia delle tradizioni popolari in Italia, nn. 3651-3661.

Nè ciò è bastevole: oltre le cose non originalmente descritte da Audot e da de la Porte, i francesi de la Platière, Houel, de Saint-Non, de Non, Derveil, Sonnini, d'Espinchal, e gl'italiani Onorato Caetani, E. Q. Visconti e Rezzonico, assai cose descrissero delle molte che videro, e videro quelle che i siciliani non guardavano, come vecchie e non degnate di attenzione.

A tutti questi viaggi io ho avuto la fortuna e la pazienza di far capo con insperato frutto; e le affermazioni di essi ho potuto controllare, corroborare e compiere con testimonianze d'altro genere: quelle dei poeti contemporanei.

Giovanni Meli, cui vieti pregiudizi d'oltremonte non ha fatto mai spassionatamente guardare in uno dei principali suoi aspetti, è il primo gran pittore morale dell'età sua. Nessuno più coraggiosamente, più argutamente di lui rilevò il guasto dell'ambiente e della società d'allora; nessuno fu più realista del Meli, cui, solo nel 1874, nella sua patria nativa, presso alla cattedra nella quale il simpatico poeta insegnò, un improvvisato professore d'Università dovea con audacia senza limite battezzare «arcade di buona fede!».

Se io sia riuscito a ricostruire nelle multiformi sue manifestazioni la vita di Palermo nei giorni del suo vero o fittizio splendore, quando questa vita per ineluttabile necessità di eventi si disponeva a cangiamenti radicali, giudicheranno coloro che vorranno seguirmi nella rassegna, forse apparentemente severa, ma sostanzialmente spregiudicata, di ciò che facevano, di ciò che pensavano, di ciò che volevano i nostri bisnonni.

Chi ha visto con quanto ardore e con quanta coscienza io mi sia preparato per conoscere appieno ed intimamente questo passato, mi terrà conto, se non altro, del buon volere e del mio culto per le memorie storiche della Sicilia.

G. Pitrè.

Palermo, 10 Febbraio 1904.

Capitolo I.

STATO POLITICO ED ECONOMICO DELLA SICILIA NELLA SECONDA METÀ DEL SETTECENTO.

Chiamato al trono di Spagna Carlo III, la doppia corona di Napoli e di Sicilia passava al minorenne figliuolo di lui, Ferdinando[6]. Le riforme iniziate dal sapientissimo Principe venivano proseguite e fecondate dall'accorto Ministro Tanucci, educato ai principî di Montesquieu e di Hume: e l'Isola avviavasi ad altre riforme economiche, civili, sociali per quanto lo consentissero i tempi, a grandi novità poco disposti e pieghevoli.

[6] Anno 1759.

La lieve scossa recata alla istruzione pubblica dalla espulsione dei Gesuiti (1767) veniva riparata dal savio provvedimento che assegnava il cospicuo patrimonio della Compagnia alla beneficenza, agli studî ed alle scuole che dappertutto si aprivano. Ustica e Pantelleria, approdo temuto di barbareschi, si venivano colonizzando. Le imposte, già lasciate alla capricciosa violenza di avidi appaltatori, passavano al Governo, che men dura dovea renderne la riscossione. Si abbandonava il monopolio dei grani e del tabacco; ed intanto che miglioravasi il Monte di Pietà, si volgeva l'animo alla censuazione dei beni comunali; e, per quelli della chiesa richiamavasi la legge dell'ammortizzazione di Federico II lo Svevo: richiamo seguìto, a breve distanza, dal divieto ai chierici di farsi agenti nei tribunali.

L'abolizione del S. Uffizio riempiva di gioia anche gli stessi ecclesiastici.

L'opera di rinnovamento progrediva rimediando a vecchie ingiustizie.

Dignità e titoli, sotto il dominio spagnuolo smisuratamente cresciuti nel ceto nobile, si trovavan di fronte al ceto medio, che guadagnava in diritti civili assurgendo a dignità non prima raggiunta. Molte disuguaglianze e prerogative alla medio evo cadevano in oblio; e la libertà e la indipendenza personale gradatamente si affermavano. Ai vassalli, numeri senza personalità, senza ordine, senza grado, concedevasi facoltà di lavorare fuori del territorio del signore: concessione addirittura rivoluzionaria in un tempo in cui nessuno di essi potea, senza permissione del Barone, trasportare da un luogo all'altro il proprio prodotto, nessuno allontanarsi dalla sua residenza[7]. Toglievasi per tal modo vigore a certi diritti angarici e contrattazioni di servigio, traducentisi, quelli in monopolî commerciali, queste in servitù personale. In altri termini, se il feudalesimo vigeva, gli abusi ne erano in gran parte aboliti, e la capacità giuridica delle persone rimaneva appena limitata dai vincoli che tuttavia inceppavano gli agricoltori nelle terre feudali, e che in ogni occasione venivan prescritti o almeno mitigati[8].

[7] La Mantia, Storia della Legislazione civile e criminale di Sicilia, v. II, p. I, cap. II, p. 116. Palermo, 1874.

[8] Palmeri, Saggio storico e politico sulla Costituzione del Regno di Sicilia infino al 1816, cap. V, p. 57. Palermo, 1848. -- Gregorio, Considerazioni sopra la Storia di Sicilia, v. I. Palermo, 1861.

Intanto che promoveasi la costruzione di legni nell'Arsenale di Palermo[9], si deliberava quella di otto grandi strade rotabili per oltre 700 chilometri (1778), ma il voto dovea attender dell'altro il suo compimento.

[9] A. Sansone, Storia del R. Istituto Nautico, p. 2. Palermo, 1892.

Un intrigo di Corte spingeva nuovo Vicerè in Sicilia Domenico Caracciolo[10], il quale, informato alla politica anti-feudale ed anti-ecclesiastica del Tanucci, usanze e pratiche arditamente, benchè non sempre ponderatamente, affrontava; pur qualche volta costretto a ritornare sopra i suoi decreti o per revocarli o per ammollirne la durezza.

[10] Lettres sur l'Italie en 1785. Nouvelle édition, t. II, lettr. CVIII. À Lausanne, Mourier 1790.

Tra energici richiami forzatamente riducevasi dal 5 al 4% la rendita che lo Stato pagava per soggiogazioni; e se per alcun grave interesse di casta i tre bracci del Parlamento, quasi sempre uniti, erano in alcune quistioni in disaccordo tra loro (come quando il baronale chiedeva una legge contro il lusso e l'ecclesiastico un regolare catasto che comprendesse i beni ecclesiastici e feudali), l'accordo regnava sempre completo in tutto ciò che fosse bene del paese, e che servisse ad infrenare l'autorità regia o viceregia prevalente alla parlamentare. Laonde unanimi si opposero al Caracciolo medesimo, che il Parlamento volea chiamato congresso, e contributi i donativi (1782).

Sotto le terribili impressioni del tremuoto del 1783, Messina, ridotta a desolazione, otteneva il porto franco: provvedimento non bastevole a distruggere, ma efficace ad attenuare le conseguenze dell'immane disastro.

Mentre da un lato si proponeva il censimento dei beni feudali, dall'altro si restringeva -- sgradito colpo alla feudalità -- il mero e misto impero, che ogni dì si stremava di forze.

Dello scoppio dell'89 in Francia, la Sicilia, per ragioni feudali, civili, ecclesiastiche diversa da quella, non si risentì gran fatto; perchè se in Francia il terzo stato abbatteva nobiltà e clero, in Sicilia, clero e nobiltà sostenevano i diritti del Parlamento, qualunque essi fossero e per quanto logorati dalle leggi e dal tempo. L'aristocrazia e gli ecclesiastici aveano in sè tanto da esser giudicati liberali; la potestà regia, per assoluta che fosse, rompeva contro tutto un ordinamento, ch'era guarentigia dei diritti della nazione siciliana[11].

Quale codest'ordinamento, non è chi non sappia. Per antico istituto, non prima che la proponesse il Parlamento poteva il Re decretare una legge; nè decretata, derogarvi da sè; nè, se penale e non proposta dal Parlamento, farla valida per più d'un anno[12]. Il Re stesso, soggetto alle leggi dello Stato, non avea facoltà di far cosa che tornasse in pregiudizio delle Costituzioni, essendo lecito a' custodi di esse fin lo impedire la esecuzione dei sovrani decreti[13]. Le basi della monarchia riguardavano come incompatibile presso i privati l'esercizio del mero e misto impero: e le concessioni che si vantavano, erano precarie ad arbitrio del Re[14]. Ovvio pertanto il supporre come nessuna gravezza potesse dal supremo Capo dello Stato imporsi senza il suffragio del Parlamento, salvo che non intervenissero certi casi stabiliti da Giacomo d'Aragona; e medesimamente come nessun mutuo coattivo di danaro e di generi, non istimato necessario da quello, potesse dal monarca decretarsi[15].

[11] F. Maggiore-Perni, La Popolazione di Sicilia e di Palermo dal X al XVIII secolo, cap. XIX. Palermo, 1892.

[12] Cap. 418 Regis Alphonsi; Cap. 59 Regis Johannis.

[13] Cap. III Regis Friderici II; Cap. XXIX Regis Martini; Cap. XXXIX, CMVII, CMXXXVI Regis Alphonsi; Cap. VII, CXLV Caroli V. Imp.

[14] Constitut. Ea quae ad speciale decus Friderici Imp.; Cap. X Regis Martini; Cap. CCCLVII et CMXXIX Regis Alphonsi; Cap. CXXVI Regis Ferdinandi II; Cap. XX, LXX, CCXXXIV Caroli V Imperatoris; Cap. XCIV Regis Philippi I. Vedi nella nota seguente l'opuscolo del Ventura.

[15] F. Ventura, Dei Diritti della Sicilia per la sua nazionale indipendenza. Seconda edizione, pp. 47-48. Palermo, dalla R. Stamperia, marzo 1821.

Alle cariche dello Stato volevansi preferiti gli uomini virtuosi. Il Parlamento, sola autorità di punire i delitti dei magistrati e di altri pubblici funzionarî[16]. Condizione poi notevolissima: il Governo non avea un esercito; la forza era nelle mani del popolo.

[16] Ventura, loc. cit.

Quale diversità di ordinamenti da quelli di Napoli! E frattanto quale disparità di trattamento per opera del Governo centrale!

Un testimonio non sospetto di sicilianesimo, dopo di aver visitata nel 1778 l'Isola, scriveva:

«Questa bella parte dei dominî del Re di Napoli, dove fiorisce un milione di uomini; alla quale la natura prodiga i suoi tesori; che in altri tempi nutrì i Romani, e che ad Atene, a Roma, all'universo intero diede d'ogni ragione capolavori d'arte, è da secoli abbandonata ai Vicerè ed all'Etna! I Siciliani son ritenuti a Napoli come stranieri; alla Corte, come nemici. Si crede che vessarli sia governarli, e che per averli sudditi fedeli se ne debba fare schiavi sommessi. La Sicilia è dal Ministero riguardata come un'escrescenza incomoda; la Corte non vede se non Napoli»[17].

[17] Lettres sur l'Italie, ecc., t. II, lettre CVIII.

Nel 1795 scendevano i Francesi in Italia: e nobili ed ecclesiastici profondevano denaro ed armi per difendere il paese. Solo pochi ardimentosi cospiravano a favore dei Repubblicani d'oltralpe, impromettendosi per siffatto espediente il bene dell'Isola; ma il nobile tentativo aveva il suo epilogo nel taglione di F. P. Di Blasi e nel capestro dei suoi compagni.

Stremato per gli ultimi donativi ordinarî e straordinarî lo Erario, un decreto del 1798 imponeva la consegna degli ori e degli argenti delle chiese e dei privati, il compenso dei quali assicurava con mendaci promesse. Larghe e tutt'altro che cordiali le consegne, ma alla bisogna insufficienti: quando il 26 Dicembre, inattesa, sbigottita, chiedente asilo, giungeva la Corte.

Da quarant'anni Ferdinando III regnava in Sicilia, e in quarant'anni non s'era mai sognato di mettervi piede. Nel 1792 il milanese Gorani avea detto: «I Siciliani si dolgono che il loro Re non li abbia mai visitati, che non siasi mai messo in grado di conoscere i loro mali, che li lasci vegetare sopra un suolo pel quale soltanto la natura ha fatto tutto»[18]. Quattr'anni dopo le cose erano immutate. «I Siciliani, osservava Hager, non vedono il loro Re, che pur vorrebbero vedere, e pel cui figliuolo [Francesco I] è stato preparato il palazzo reale di Palermo. Ferdinando viaggia per Genova, per Vienna, per Francoforte; ma non viene mai in Sicilia. Egli rimanda sempre questa venuta, e così è passato tanto tempo»[19]. Quando venne, un'eco sgradevole di Napoli rimpiangeva aver egli barattata la vecchia residenza di terraferma con la nuova dell'Isola![20].

[18] Gorani, Mémoires secrets et curieux des Cours, des gouvernements et des moeurs des principaux états de l'Italie, t. I, p. 456. A Paris, 1793.

[19] Hager, Gemälde von Palermo, pp. 210-11. Berlin, 1799.

[20] Notizia della città capitale delle due Sicilie e della Residenza della Real Corte durante i due regni sotto un sovrano, 1799. Palermo, Solli.

No, non si poteva essere più ingiusti verso la Sicilia generosa!

Non ostante il lungo, semi-secolare rinnovamento che abbiamo fugacemente seguito, preludio della vita del secolo XIX, l'Isola rimaneva in tale depressione morale e materiale che a noi tardi nepoti parrà quasi incredibile. Palermo, la stessa Palermo, partecipava a quella condizione di cose, triste e dolorosa ad un tempo, nella quale di fronte alla sprezzante ricchezza brancolava dimessa la povertà; accanto alla dottrina profonda balbettava la crassa ignoranza. Quivi il culto sublime della Divinità si confondeva con la superstizione delle pratiche, lo smagliante corteo nuziale s'incontrava nel Cassaro col lugubre cataletto: e con periodica, alterna vicenda si urlavano sguaiate canzoni carnevalesche e si biascicavano paternostri di quaresime penitenti: e recenti licenze di usi venivan cozzando contro viete restrizioni di consuetudini, e leggi severe contro applicazioni negligenti, ed aspirazioni sincere al bene contro accidiose attuazioni di esse.

Gli è che tutto un avanzo increscioso di abusi e di miserie gravava sulla società. La forma del reggimento interno, rimettendo al Parlamento la spartizione delle imposte, non tutelava abbastanza l'infima classe da aggravî talvolta superiori alle sue forze. Se nobili e civili ne aveano il modo, la povera gente non poteva sopportare pesi, i quali, come quelli de' Baroni alle loro terre, incombevano alle città; dove, come dappertutto, pel comun difetto di agricoltura, di sicurezza, di commercio, di comunicazioni, di pubblica igiene, miserrime eran le condizioni, rese anche intollerabili dalla mancanza di un codice, dalla cattiva amministrazione della giustizia, non sempre controllata nè sempre controllabile da un magistrato esaminatore della condotta dei ministri del Regno[21].

[21] Bartels, Briefe über Kalabrien und Sicilien, III. Bd., 824-26; II. Bd., 220. Göttingen, Dietrich, 1789 e 1792.

Oh come avea ragione quel patriotto siciliano che nel 1790 diceva a J. H. Bartels: «Il suddito dell'Isola è tutt'altro che lieto. Se egli alza per un istante il capo, un singhiozzo gli si sprigiona dall'animo!»[22].

[22] Briefe ecc., III, 832.

Capitolo II.

SU E GIÙ PER PALERMO.

Palermo era tutta circondata da bastioni e, ad ineguali distanze, da porte. Gli uni e le altre, come alcune piazze e vie principali, portavano e portano ancora nomi di Vicerè, che, poche eccezioni fatte, non vi spesero mai un quattrino del proprio.

Porta e via Macqueda, porta d'Ossuna, porta di Castro, porta Montalto, porta Colonna, strada Toledo, strada Colonna (Marina), piazza Caracciolo, e poi il bastione Vega, il bastione Gonzaga, il bastione Montalto, la via Albuquerque son testimoni di questa piacenteria o servilità, nella quale, spinte o sponte, il Senato toglieva a sè ed ai suoi concittadini il vanto di un'opera edilizia od estetica.

Anche le vice-regine vi aveano la parte loro: e porta Felice e la Villa Giulia ricordano la prudente Felicia Orsini e la pompeggiante Giulia di Avalos, mogli dei due Marcantonio Colonna: il primo del secolo XVI, il secondo del XVIII.

La gente però, non guardando a certi battesimi officiali, consacrava, salvo rari casi, quelli da essa originariamente creati per circostanze di tempo e di luogo. Laonde la via Macqueda diceva e dice Strada nuova, quasi per distinguerla dalla vecchia, che per antonomasia è sempre il Cassaro; piazza Vigliena, le Quattro Cantoniere; piazza Caracciolo, il Garraffello; la strada Colonna, Marina; la Villa Giulia, Flora; la via Albuquerque, strada Cappuccini ecc. Un giorno del 1822 il viaggiatore tedesco Tommasini, montando sopra una carrozzella, ordinava al cocchiere che lo conducesse a via Toledo, ed il cocchiere, senza tanti complimenti gli rispondeva: Niente via Toledo; niente via Toledo; si chiama Cassaro.

Come allora così anche adesso la città chiusa era divisa in quattro rioni o quartieri: Albergaria, Siralcadi (Monte Pietà), Kalsa (Tribunali), Loggia (Castellammare), il più piccolo tra' quattro rioni. Con uno sforzo di fantasia archeologica questi si volevano considerare come altrettante città, divise dal Cassaro e dalla Strada nuova ed abbracciantisi in naturale amplesso alle Quattro Cantoniere, dette di Palermo per distinguersi da quelle di campagna, ribattezzate or non è guari, al chiudersi dell'ottocento, piazza Regalmici per quell'Antonino Talamanca-La Grua, marchese di Regalmici, che ne fu l'ardito autore, e che ora si presta a certi bisticci della cittadinanza palermitana, contrariata dal recente titolo sostituito al primitivo.

Questo Pretore (giacchè il Talamanca-La Grua fu uno dei più rinomati Pretori di Palermo), agitato dal desiderio incessante di nobilitare la città, non si dava riposo: ed ora con un disegno, ora con un altro, ordinava il lastricamento della Strada nuova, dal palazzo Castelluzzo in sopra; ed il prolungamento della via fuori la porta Macqueda fino al Firriato di Villafranca (cominciamento di via Libertà). Forte del sostegno del Vicerè, moltiplicava la sua energia: e in un giorno faceva man bassa sopra tutto un giardino e sopra una casa, costringendo le monache delle Stimmate a rifare sul modello di porta Felice porta Macqueda, fino allora piccola quanto S. Agata; abbatteva le principali tettoie (pinnati) delle botteghe, le quali toglievano ai cittadini agio di passare ed a chi vi entrava, aria e luce; accorciava i banchi sporgenti dagli usci dei venditori; costruiva selciati dove non ve ne fossero, ne ricostruiva, anche a spese dei privati, dove fossero già sciupati.

Non basta: tracciava la via oggi detta Stabile, e fino al 1860 Ciccu di Palermu, e lasciando ai Quattro Canti da lui formati due lapidi ed otto sedili ora scomparsi, si spingeva, rasentando a sinistra il Firriato di Villafranca (Giardino Inglese, o via della Libertà), verso la via del Mulino a vento. Ed intanto che un terreno montuoso e selvatico convertiva nella deliziosa Villa Giulia, livellava piazze, sventrava cortili, collocava fontane, ricorrendo, ove incontrasse resistenza, alla mano militare.

Il Senato, per forza di passività, lasciava fare, e forse mentre approvava davanti il Regalmici, mormorava dietro a lui per tante e così grosse spese, alle quali non rispondevano le entrate. I contribuenti, d'altro lato, stanchi delle gravezze ogni dì crescenti, una mattina facevan trovare alla porta maggiore del Palazzo Pretorio (Municipio) questo cartello:

Nun cchiù Villa, 'un cchiù funtani:
Ma bon vinu, carni e pani.

Dicono che ogni rione avesse uno stemma suo: l'Albergaria, un serpente verde in campo d'oro; Siralcadi, Ercole sbranante un leone; la Loggia, l'arme di Casa d'Austria; la Kalsa, una rosa. Chi voglia sincerarsene, vada alla microscopica piazzetta del Garraffo all'Argenteria vecchia, e li troverà scolpiti in marmo, sotto la trisecolare statua del Genio di Palermo, dei tempi di quel Vicerè Caetani, Duca di Sermoneta, che fu soprannominato: Duca di far moneta (1663-1667).

Vero o no questo affare delle quattro cittadine stemmate, certa cosa è che ogni rione avea una santa patrona propria: l'Albergaria, S. Cristina; Siralcadi, S. Oliva; la Loggia, S. Ninfa; la Kalsa, S. Agata. La vergine Rosalia, santa sopra le sante palermitane, troneggiava su tutti i rioni. Ora nel dubbio, che la notizia possa o non comprendersi, o dimenticarsi, è bene guardare le Quattro Cantoniere, la fantastica «Piazza del Sole» dei nostri iperbolici scrittori antichi, e si vedrà che la santa torreggiante dall'alto dei quattro lati è la protettrice del quartiere; sotto di lei, è un re di Spagna; sotto il re di Spagna, una delle quattro stagioni: le beate del cielo, i beati della terra (allora sì che potevano dirsi tali i re: e Carlo V si compiaceva che il sole non tramontasse mai nei suoi Stati), i simboli delle quattro parti dell'anno.

Sia che si voglia, i rioni differivano tra loro per indole, costumi, occupazioni, pronunzia. Anche oggi la vita e la parlata dei Kalsitani è un po' differente dalla vita e dalla parlata dei Brigarioti e dei Sampietrani. Per siffatti caratteri, che formavano un distacco tra palermitani e palermitani, nel secolo XV gli abitanti di un quartiere erano in relazioni niente cordiali, anzi assolutamente odiose, con gli abitanti di un altro; ed il Senato nel 1448 otteneva da Alfonso de' capitoli contro gl'ingrati disordini giornalieri[23].

[23] De Vio, Privilegia urbis Panormi, a. 1448, p. 308, n. 2. Panormi, MDCCVI. -- G. Alessi, Notizie della Sicilia, n. 75. Ms. Qq. H, 44 della Bibl. Comunale di Palermo.

Nel Gennaio del 1776 si fu a un pelo d'incorrere in un grosso guaio per una sassaiuola che dovea impegnarsi tra monelli di mestieri diversi[24].

[24] Vedi il cap. Maestranze.

Una distinzione tra' nativi di questi quartieri non è così facile come la divisione della città nei quartieri medesimi. V'hanno caratteri etnici comuni a tutti e quattro, e ve ne hanno di particolari, che pure qua e là si vennero intrudendo e confondendo, e che ora a somma fatica potrebbero sceverarsi. I Kalsitani, per esempio, se uomini, son pescatori; se donne, ricamatrici; e quando all'una ed all'altra occupazione non son più adatti, i vecchi rammendano reti, che servono pei loro figli; le vecchie fanno funicella di cerfuglione[25]: gente, dal più al meno, tranquilla, che solo due volte ha fatto parlare di sè: nel 1647, durante la sollevazione del Masaniello di Palermo, Giuseppe D'Alesi, e nel 1770, quando le donne kalsitane, messe con le spalle al muro dal Senato, che voleva costringerle ad una tassa sulle aperture delle case, si adunarono furenti sulle Mura delle Cattive, e con grida da spiritate e manate di fango dimostrarono contro il Pretore Duca di Cannizzaro, andato per la solita sua passeggiata alla Marina.

[25] Maria Pitrè, La Kalsa e i Kalsitani in Palermo. Palermo, 1903.

Specie di colonia di pescatori della Kalsa era la frazione di S. Pietro nel rione della Loggia, che poi con quella venne a poco a poco formandone un'altra, parte di pescatori, parte di marinai, nel Borgo, dove i Lombardi, per ragioni di commercio, facevano vita propria.

Ma dalla Kalsa propriamente detta alla Corte Pretoria (Municipio) ed a porta di Vicari (S. Antonino) quant'altra gente, diversa per indole e per occupazioni!

Lattarini coi suoi fondaci aperti a tutti i mulattieri dell'Isola bastava sola per richiamare a costumi del tutto medievali ed al ceto meno colto, anzi addirittura incolto, dei comuni anche prossimi a Palermo.

La gente dell'Albergaria anche oggi ha la non buona riputazione di litigiosa: e brigariotu vale persona che non tenga peli in bocca, che non si faccia passare mosca al naso, che non rifugga dallo attaccar briga per un nonnulla: il rovescio della medaglia delle persone della Kalsa. Un po' lontanamente nelle inclinazioni medesime tenevan dietro alle persone dell'Albergaria, quelle del Capo nel quartiere di Siralcadi.

Siamo alla Kalsa e vogliamo percorrerla un tratto.

Nelle vie dell'Alloro e di Lungarini, a pochi passi dai tuguri della povera e rassegnata gentarella che vi si addensa, sono palazzi dalle ampie ma semi-buie corti, dai riposati scaloni, dalle luccicanti sale, ove i Marchesi Abbate, della Sambuca, di S. Gabriele, di Bonagia, lussureggiano di magnificenze. I credenzieri vi hanno le loro case, la loro chiesa i cocchieri, che nella processione del Venerdì Santo affermano la loro prestanza fisica e la aristocratica dei loro padroni nelle dorate livree e nelle bianche parrucche.

Ecco il monastero della Pietà, già palazzo Abbatellis, dalla strana, unica sua porta d'ingresso (sec. XV); ove pietose monachelle ogni anno, al domani di Pasqua, non tralasciano di recitare in suffragio degli Angioini freddati nel Vespro Siciliano l'uffizio dei defunti.

Imboccando la strada Butera, il palazzo di questo nome, ultimamente ingrandito con lo spazio del demolito baluardo del Tuono[26], e che si ingrandirà ancora dell'altro (1798) verso porta Felice, accoglie con isplendore reale ed ospitalità tutta siciliana sovrani e principi, ambasciatori e ministri. La via è come ostruita dalla parrocchia di S. Niccolò Anita la Kalsa, la quale ad oriente guarda porta Felice, ed a tramontana l'ospedale di San Bartolomeo. Fissiamolo bene questo cimelio d'arte innanzi che il tempo lo spazzi.

[26] 3 Marzo 1768. «La casena, ossia baloardetto di Porta Felice, a lato la strada Colonna (Marina, Foro Italico) fu concessa dal Senato ad Ignazio Lanza-Stella, Duca di Camastra, figlio del Pretore Principe della Trabia». Villabianca, Diario della città di Palermo, in Biblioteca storica e letteraria di Sicilia, di G. Di Marzo, v. XIX, p. 88. Palermo, L. Pedone Lauriel.

L'architettura medievale dell'Isola v'impresse la delicatezza delle sue linee. La finestra sulla porta d'entrata gareggia con quella di S. Agostino. Il campanile ha sagome che ricordano quelle della Cattedrale coi loro archi dolcemente acuti e le ogivali di purezza inappuntabile.

Guai se il cav. Fuga vi mettesse gli occhi!

Tutte le cure del Senato nel chiamarvi i più eletti parroci, nel mantenervi il culto più attivo[27], non impedirebbero ch'egli vi ripetesse, come in corpore vili, l'opera devastatrice del maggior tempio della Capitale[28].

[27] Il Senato si occupava con manifesta predilezione della casa del Parroco, della rifusione delle maggiori campane e d'altro che accrescesse il lustro di questa parrocchia. Vedi nell'Archivio Comunale di Palermo gli Atti del Senato medesimo, a. 1789-90, p. 79; 1797-98, pp. 46 e 53; Provviste del Senato, a. 1796-97, p. 380.

[28] Ma ahimè! il tremuoto del 1823 ne rovinò una parte, ed il Governo di Napoli, per alte influenze palermitane, permise la demolizione di tutto l'edificio!

Tre grandi palazzi, sorgenti sulla medesima linea e ad eguali distanze, dalla parte orientale alla occidentale della città, dal basso all'alto, furon teatri di avvenimenti drammatici nella storia cittadina: il palazzo Chiaramonte, ora dei Tribunali, il Pretorio, e quello del Vicerè, ora Palazzo Reale.

Che epopea d'arte, d'avventure romanzesche, di fasti religiosi e civili il palazzo Chiaramonte! Qui il fondatore Manfredi raccoglieva il fiore del baronaggio siciliano, traendo legittimo vanto dalle geste cavalleresche probabilmente della Casa Clairemont di Francia fatte da lui dipingere nel soffitto del grande salone. Qui, vinto da Martino II, lasciava sul palco la testa Andrea, uno dei quattro Vicari del Regno dopo la morte di Federico III il Semplice, padre della minorenne Maria. Qui il libidinoso vecchio Bernardo Cabrera Conte di Modica con comico insuccesso assaliva la bella Regina Bianca di Navarra involantesi da lui verso il Castello di Solante. Qui Luca Squarcialupo assediava il Vicerè Ettore Pignatelli, e la plebe in rivolta uccideva e precipitava giù dalle finestre i giudici della Gran Corte. Qui i piccoli Torquemada degli uomini e dell'arte martoriarono temerarî ed isteriche, visionarî e maliarde, e tagliarono architravi e ruppero colonne, che erano gioielli della migliore architettura dell'epoca aragonese. Dal sommo del prospetto rispondente sul Piano della Marina qui si precipitarono i trasgressori delle leggi della pubblica salute nei giorni paurosi di pestilenza. E qui, nelle notti scure e rigide d'inverno, quando il vento vi fischia sinistro, par di sentire come cupi gemiti di sepolti vivi e strida orribili di torturati e mormorii confusi ed imprecazioni feroci di giocatori al Lotto, interrotte dal monotono battere dell'immenso orologio, nel quale il poeta Meli ravvisò la grandezza dell'occhio di Polifemo.

Nell'andar su pel Cassaro, le vie laterali scompariscono al multicolore bucato teso tra un balcone e l'altro, tra una ed un'altra finestra. E non ci vuole di più per comprendere che si è in un paese del mezzogiorno, se pure non lo accusi quell'attentato permanente ai piedi dei passanti che è il ciottolato delle strade.

A destra è sempre la chiesa di S. Antonio, centro della città, donde partono gli avvisi dei generali Parlamenti del Regno e dei pubblici consigli, e le chiamate impellenti degli uomini atti alle armi, quando pericoli di corsari minaccino la sicurezza della vita e delle sostanze[29].

[29] Villabianca, Diario, in Biblioteca, v. XX, p. 305.

Più in su a sinistra sorge il Palazzo Pretorio con le sue tre porte, una delle quali, quasi per irrisione, serba ancora l'antico motto: Pax huic domui.

E pace sia!

In alto, sul cornicione, di fronte alla chiesa dei Teatini, furon sempre di orrore due gabbie di ferro, nelle quali stavano chiuse le teste di due giustiziati per delitto contro la fede pubblica e l'Erario del comune: Francesco Gatto (1611) e Carlo Granata (1721), cassieri della Tavola (Banco).

La fontana del cinquecento è sempre lì maestosa, ma le sue statue, più che scollacciate, ignude, offrono ancora le cicatrici dei nasi rotti per una vendetta, dicesi, compiuta dai Messinesi[30], o dalla barbarica abitudine dei monelli -- ed anche dei non monelli -- di guastare cosiffatte parti nei simulacri in marmo. Ad un prelato della famiglia Sermoneta di Roma, venuto a visitare Palermo (1773), fu assicurato la impudicizia di quelle statue essere stata in parte corretta da un suo antenato, (il Vicerè B. Francesco Caetani, dianzi citato) per riguardo alle monache di S. Caterina[31].

[30] Pitrè, Usi e costumi, vol. II, pp. 351-54. Palermo, 1889.

[31] O. Caetani, Observations sur la Sicile, par Son Excellence Mgr. Caetani, en 1774, p. 5. Roma, 1774.

Dal lato di S. Giuseppe rendevano una volta gaia la piazza i fiorai della città, dagli antichi posti raccoglientivisi a giornaliero mercato[32], caro ai devoti di chiesa e di galanteria, che andavano a provvedersi di mazzolini da offrire a santi e a donne[33].

[32] L. M. Presti, Nuova ed esatta Descrizione del celeberrimo fonte esistente nella piazza del Palazzo Senatorio ecc., p. 44. In Palermo, Epiro, 1737.

[33] L'idea d'un mercato di fiori, che si vuole oggi tradurre ad atto in Palermo, come si vede, non è nuova.

Se non s'avesse fretta, potremmo guardare ad una ad una tutte le particolarità di questo edificio, dal secolo XV a noi centro di vita civile, religiosa e politica, teatro di grida di Morte! al domani di grida d'Evviva! ad un medesimo personaggio. La visita ci stancherebbe forse, perchè non poche son le curiosità da vedervi anche dopo l'orribile scempio dell'Armeria perpetrato all'ultimo piano dalla plebaglia pazza d'incosciente devozione pel suo Pretore Principe del Cassaro nei tumulti del 1773. Non tutto, peraltro, potremmo visitare, giacchè nel quartierino del Pretore non è permesso di metter piede: e quello superiore della rappresentanza, dopo i tumulti, non è sempre a tutti visibile come lo è l'urna dei privilegi di Palermo, specie di arca santa messa sotto la tutela d'una immagine della Immacolata.

V'hanno arazzi di squisita fattura e suppellettili di non ordinaria bellezza, e tutto un corredo di argenteria, che attesta munificenza di Pretori e dignità di Senato. E sopra, di fronte a S. Caterina, sono ancora seimila tra archibugi grandi di archiglio e serpentina (zuffioni), ed elmi e corazze e cimieri e bracciali ed altre armature, buone a mettere in pieno assetto un esercito per la difesa della capitale.

Chi ne voglia, però, sapere qualche cosa si affidi al Torremuzza ed al Villabianca, che gliene diranno per filo e per segno[34].

[34] Gabr. Lancellotto Castello, Le antiche Iscrizioni raccolte e spiegate. In Palermo, MDCCLXII. -- Villabianca, Palermo d'oggigiorno, v. I, p. 45, e Diario, in Biblioteca, v. XX, p. 300; v. XXVI, pp. 376-77.

Noi potremo solo esaminare il portico, a tutti consentito di guardare. Vi sono statue in marmo: un David battezzato per Giovanni da Procida; un uomo in abito consolare con una matrona allato, ricordo di non so che lega tra Roma e Palermo: e che forse raffigura due coniugi romani. Un magro genio di Palermo col motto Fidelitas in uno scudo è sostenuto da mezza colonna di porfido, e seduto sopra un sasso, col solito detto: Panormus conca aurea, suos devorat, alienos nutrit: e vi sta fin da quando il Pretore D. Francesco del Bosco lo esumava da luoghi sordidi (1596). Nella medesima linea è un'urna cineraria, la cui recente iscrizione, male imitante le forme antiche, vuol confermare la vantata lega, essendo console per Roma in Sicilia Cecilio Metello.

La gente però si ferma volentieri innanzi a due statuette ignude: e vi si ferma non perchè tali, ma perchè ha sempre sentito narrare sul conto loro una certa storia, un po' triste, un po' allegra, che serve d'ammaestramento a chi abbia la tentazione di litigare. Il pittore Houel, messosi un giorno a disegnarle entrambe ebbe raccontato:

«Due fratelli piativano in questo Palazzo. La lite era di somma importanza, e tutti tenevano gli occhi fissi su di loro. Inesprimibile l'ardore che essi mettevano nella causa; l'agitazione, la fatica, la contenzione d'animo influì tanto sul temperamento dell'uno, che, appena udita la sentenza contraria, la sua statura s'accorciò improvvisamente d'un piede; mentre fu così viva la gioia dell'altro che le sue membra si allargarono, e di più pollici s'ingrossò la sua corporatura. Il duplice, strano prodigio sorprese tanto che si pensò a far eseguire due simulacri della grandezza dei due fratelli dopo la loro trasformazione: ed eseguiti, si collocarono alla porta del Palazzo senatorio ad ammaestramento dei litiganti; i quali, peraltro, non si correggono mai»[35].

[35] Il David si perdette nel tremuoto del 1823, e col David il Mercurio e le misure esistenti nell'atrio. Le gabbie di ferro, già vuote, furon fatte togliere dal Principe Lanza di Scordia nel 1836, appena nominato Pretore. Le teste, con le armi, erano state buttate giù dalle finestre nel 1773.

E dire che le due statue leggendarie rappresentavano, l'una un Antinoo, l'altra un Mercurio! L'Antinoo è sempre lì al municipio; il Mercurio, da buon mezzano, prese il volo[36].

[36] Houel, Voyage pittoresque des isles de Sicile, de Malte et de Lipari, t. I, p. 66. Paris, 1782.

La leggenda venne testè con notevoli varianti raccolta dalla bocca del popolo. Vedi Archivio delle tradizioni popolari, v. II, pp. 547-49. Palermo, 1883.

A scanso di molestie, nell'uscire non ci voltiamo nè a destra nè a sinistra. Sui due lunghi sedili, a piè del palazzo, stanno accoccolati straccioni e miserabili sollecitanti elemosine e grazie: e son già troppi quelli che s'incontrano per la città, la quale ne è tutta invasa!

Constatazione dolorosa: dal lato meridionale del monastero di S. Caterina e del Palazzo Pretorio evidenti rimasero le tracce dello sconsigliato tentativo di abbassamento del livello stradale. Voleva togliersi il rialzo della piazzetta S. Caterina; e, scava, scava, dopo dodici palmi di terriccio portato via, si scopriron le fondamenta dei due edificî minaccianti rovina. Si gridò alla improvvida opera, e con gravissima spesa del Senato dovette subito ricolmarsi il malfatto vuoto. Malfatto, sì, perchè metteva a pericolo la solidità di antiche fabbriche solo per vanità della Deputazione delle strade, e, sia detto senza riserbo, per vantaggio d'uno di essa, il Marchese Giacona, il quale avendo acquistato una casa nel piano di S. Anna, e riformatala, ad ottenere il comodo di uscire in carrozza per la più corta via nel Cassaro (salita Giudici, via S. Caterina, piazza Pretoria) sacrificava al suo privato il pubblico interesse[37]; esempio pernicioso ai futuri amministratori del Comune!

[37] Questo nell'anno 1782, Vicerè il Caracciolo, annuenti il Regalmici, il Castelnuovo, il Prades, il Cefalà, deputati per le strade! Villabianca, Diario, in Biblioteca, v. XXVII, pp. 415-16.

Torniamo alla piazza Vigliena, da poco stata proclamata nobile[38].

[38] Atti del Senato, a. 1775-76, p. 8.

Otto altri sedili accoglievano altri disoccupati in attesa di chiamata.

Chi per avventura si affacciasse dalla ringhiera della Casa dei padri Teatini (S. Giuseppe), o da quelle del palazzo Jurato (oggi Rudinì), Napoli, Gugino (Bordonaro), poteva bene indovinare, a certi loro strumenti, che mestiere essi esercitassero. Ve n'erano con una cazzuola in mano, e questi eran muratori; ve n'erano con grandi pennelli: imbianchini; i falegnami aveano una sega; i fontanieri, una specie di elmo di ferro in mano ed una martellina; i cocchieri, una frusta; e non occorreva cercare insegne per i lacchè, i servitori, i barbieri, ed altri oziosi forzati e volontarî, i quali davan la misura del disagio delle classi operaie. Nel 1777 un ingegnere della marina francese li trovò armati di spadini: il ciabattino dal grembiule di cuoio e dal sudicio vestito; il parrucchiere dal sacco pieno di cipria. Inoltre qualunque artigiano, uscendo di casa nel costume proprio del mestiere, andava armato d'un'ampia e vecchia parrucca, sovente d'un paio d'occhiali inforcati sul naso[39].

[39] C. S. Sonnini, Voyage dans la Haute et Basse Égypte, t. I, p. 45. A Paris, Chez F. Buisson. An 7 de la République.

Poco discosto, presso la chiesa di S. Giuseppe, s'aggruppavan preti e sagrestani privi d'elemosina di messe e senza occupazione; ed al lato opposto nella Calata dei Musici, la virtuosa canaglia, presso la quale gironzolava questuando qualcuno dei «figliuoli dispersi» del Conservatorio del Buon Pastore, in attesa di rientrare la sera nel pio Istituto[40].

[40] Costituzioni del Conservatorio del Buon Pastore dei Figliuoli dispersi di questa Capitale, pp. 9-10. In Palermo, MDCCXLVIII.

Gente di bassa estrazione, facchini, lettighieri, si sarebbero cercati invano qui. Gli uni stavano alla posta di li vastasi, nella via dei Chiavettieri, presso la Vicaria, dove a quando a quando gridavano: Cu' mi chiama, cà sedu! i seggettieri, -- portantini di sedie volanti -- nelle loro vie dell'Albergaria (Lomonaco-Ciaccio) e del Monte di Pietà, e i cancelli, vetturali da soma[41], nei dintorni della chiesa di S. Maruzza, che da essi prende il nome, nella piazzetta di S. Cosimo[42].

[41] Canceddi erano appunto i guidatori di bestie da soma, così detti dallo arnese a guisa di forbici che stava levato sul basto, e che chiamavasi appunto canceddu.

[42] Atti del Senato, a. 1790-91, p. 132.

Mastro Bernardo Rusciglione, dalla sua classica panca vendeva nelle Quattro Cantoniere acqua diaccia di estate, acquavite, centerbe, mmiscu d'inverno. E d'inverno, appunto, col piano della pavimentazione delle vie, le piogge correvan giù impetuose al mare, e le Quattro Cantoniere diventavano un lago, a traversare il quale, non bastando i passaggi tenuti dal Senato[43], chi non era un disgraziato, si lasciava caricare a spalla da uno dei tanti marangoni che per un grano a persona facevan da S. Cristoforo.

[43] Villabianca, Diario, in Bibl., v. XX, pp. 270 e 274.

Qualche viaggiatore, venuto a svernare tra noi, pensò di far sapere a chi non se l'era mai sognato, che Palermo era una città divisa da un fiume ed unita da ponti. Il fiume sarebbe stato l'Oreto; i ponti, a vedere, i pezzi di legno di passaggio, dei quali era incaricato il famoso mastro Agostino Tumminello!

Se volessimo per un momento andare oltre, dovremmo sguisciare tra la folla che assiepa la strada. Tanta gente parve ad un inglese maggiore di alcune vie popolate di Londra[44].

[44] J. Galt, Voyages and Travels ecc. containing Observations on Gibraltar, Sardinia, Sicily, Malta ecc. Second Edition, p. 20. London, T. Cadell a. W. Davies, 1813.

Più sotto incontreremmo «uno stuolo di mercatanti seguiti da una turba più folta di piccioli rivenduglioli, o rigattieri, e traffichieri minori di basse merci di comodo e di vantaggio alla povera gente». Troveremmo sarti e calzolai lavorare all'aria aperta, proprio nel Cassaro, e in tanto numero, da sorpassare ogni immaginazione; e, sparsi per terra, libri usati e, in varie fogge distesa, roba vecchia[45]; e resteremmo confusi alla ressa di altri venditori, i quali con panchette, attaccapanni, tavole, sporte, paniere, canestre prendon posto sulle sponde (marciapiedi); e qui, presso la Piazza, nelle quattro vie che in essa convergono, più che mai all'apparato di stoffe e di abiti che impedisce la vista, ed alle seggette (portantine) che barricano dappertutto, alla moltitudine di uomini, ai quali solo da pochi anni, per la riforma delle maestranze, è stata fatta libertà di gridar la roba che spacciano, libertà non prima concessa[46].

[45] C. Santacolomba, L'Educazione della Gioventù civile proposta ai Figliuoli del R. Conservatojo del Buon Pastore, p. 374. In Palermo, MDCCLXXV.

[46] Che cosa sia questa, ce lo dice il Santacolomba (p. 372): «Gente civile che assiste al foro, agli scagni, alle officine di computo, ai pubblici e privati archivj, alle dogane, ai rogiti di notaj, ed a simili occupazioni».

Sprigionatici appena, potremmo a destra e a sinistra guardare i grandi palazzi, ai cui pianterreni son pannerie, botteghe, caffè, con entrate inegualmente divise da basse colonne sostenenti l'architrave e sópravi certi quartierini che sembrano gabbie da uccelli e sono abitazioni dei pigionanti delle botteghe medesime. Non uno spaccio di grasce, non uno di annona, non un'osteria od altro che non offra carattere di pulitezza. Antiche, inviolate ordinazioni del Senato non ne consentono uno nei due corsi[47].

[47] Nelle Provviste del Senato del 1778-80, p. 521, è un ricorso del Console e dei consiglieri d'una maestranza della città contro le persone che vanno bandiando (gridando per le strade) roba.

Sopra le botteghe grandeggiano abitazioni di persone di foro e di toga, di gente arrendata e di gente di penna[48]; nei «quarti (quartieri) nobili», alti impiegati e magistrati del vecchio stampo, pei quali abituale è lo spandere più del pingue stipendio, gaudenti dell'oggi, non preoccupati del domani delle loro festaiole famiglie. Agli ultimi piani, sotto i tetti, son le logge coperte dei monasteri, dove in ogni spettacolo profano, in ogni grande solennità religiosa fiammeggiano occhi irrequieti, sui quali più oltre senza secondi fini alzeremo freddamente i nostri.

[48] Provviste del Senato, a. 1782-83.

In altre vie, di secondo, di terz'ordine, stanno di casa e di bottega artigiani; dalla specialità dei loro mestieri prendono nome le vie: Materassai, Sediari, Formari, Pianellari, Spadari, Cintorinai, Tornieri, Gallinai. A brevi distanze singolare è il contrasto di vita e di movimento. Silenziosi i vicoli dei Calzonai, dei Frangiai e dei Mezzani, che pur danno sul Cassaro; stridenti quelli degli Schioppettieri, dei Chiavettieri (magnani), e dei Cassari, che intronano le orecchie.

L'ab. Meli raccomanda, rimedio infallibile alla sonnolenza, lo star di casa ai Calderai, che è, secondo Galt, «il sito forse più tumultuoso di tutta Europa», dove si ammassano «considerevoli blocchi di stagno per la manifattura di lampade, forchette e di altri utensili da tavola e da cucina»[49]. Nel medesimo rione (e deve esser la Kalsa) egli vede pure una strada tutta di ricamatrici: ed il ricamo è su mussolino di Caltanissetta, città produttrice di buona tela, come Palermo lo è di nastri di ogni dimensione e colore per le centinaia di piccoli telai che vi stanno in continuo moto.

[49] Galt, op. cit., p. 20.

Sconfortante peraltro è il pensare che molto, moltissimo venga manifatturato all'estero su materie prime qui prodotte e da qui partite. Un uomo d'ingegno fa osservare (1793) che l'olio siciliano è di gran lunga inferiore al medesimo olio che, mandato fuori, ritorna depurato, meno verde e più squisito; ed aggiunge: essere di pelle siciliana i cappelli provenienti dall'estero, di potassa nostra i cristalli, di canape nostra le funi, di lana nostra i panni, di seta nostra molte stoffe[50]. Carte di archivî privati in Palermo confermano la osservazione; se mai di conferma fosse bisogno.

[50] J. H. Bartels, op. cit., III, pp. 827-28.

E sì che questo è il paese nel quale il cav. de Mayer di Vienna trovò della gente che sa fare un'ascia con una sega!...

Andiamo avanti: piazza di Bologni!

La statua di Carlo V pare la figura d'un cieco che s'appoggi al suo bastoncello ed allunghi la mano andando tentoni. Ai suoi piedi cresce dell'erba, ed alla base fan brevi apparizioni pasquinate che tutti vedono e nessuno sa chi le attacchi: nè i servitori del Principe di Belmonte che vi stanno di faccia (Palazzo Riso), nè i frati del Carminello (Tribunale militare), nè i corrieri del Principe di Villafranca, che vi stanno allato.

Nell'andar su verso porta Nuova copriamoci gli occhi per non veder la Cattedrale. Dal 1780 l'ingegnere Fuga vi perpetra restauri, che sono complete trasformazioni. C'era presso i campanili, dal lato orientale, una torre, ed egli l'ha convertita in cupolone quasi quanto quello di S. Giuliano; c'erano, qui sulla piazza meridionale, tre ordini di merli e di finestre, e li ha caricati di tredici cupole e cupolette per altrettante cappelle edificate distruggendo i muri laterali lungo le due navate laterali, e pel necessario sfondo alle cappelle guadagnando terreno a mezzogiorno ed a settentrione. Le statue gaginesche del coro le ha piantate innanzi queste cupole, e, sopravvanzandogliene, le ha messe a fianco delle incoronazioni di Vittorio Amedeo e di Carlo III, sotto il portico! C'era.... c'era tutto un tesoro d'arte siculo-normanna e non ha avuto ritegno di sfigurarlo, disperdendone le parti più belle!

E per tanto scempio, prima non permesso, poi voluto dalla Corte di Napoli, si sono spesi centomila scudi, ed altrettanti se ne ritengono ancora necessarî alla interna decorazione, nella quale neppure un arco venerando sarà rispettato! E già si parla dell'opera con immenso vantaggio, e si gongola al pensiero che per la festa del Corpus Domini del nuovo secolo (4 Giugno 1801) il ringiovanito, rifatto tempio verrà riaperto al culto dei fedeli![51].

[51] Su questo doloroso argomento potrà leggersi la recente Monografia sulla Cattedrale di Palermo di Mons. S. Di Bartolo. Palermo, 1903.

Stringiamoci al monastero dei Sett'Angeli, e, senza guardare al vandalismo dell'abside e del lato settentrionale del sacro luogo, rasentiamo la chiesa della Incoronata, che vide giurare rispetto a diritti siciliani sovente conculcati. Pietro d'Aragona, al domani del Vespro, vi prese la corona. Alla porta del Palazzo arcivescovile sta sempre attaccata un'elsa che ricorda quella con la quale Matteo Bonello avrebbe squarciato il petto di Maione, triste ministro di più triste sovrano (Guglielmo I).

E siamo già nella maggiore piazza della città, in faccia al più grande edificio: il palazzo vicereale.

Anche dopo la scomparsa delle sue primitive torri, esso fu fortezza custodita sempre da alabardieri, quando spagnuoli, quando tedeschi, quando svizzeri, e munita di cannoni dominanti da solidi terrapieni la città. Ogni parte di esso è un monumento, ogni monumento una pagina di dolore, di fremiti, di dolcezze.