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SELVAGGIA
DE' VERGIOLESI.
RACCONTO STORICO
DI
GIUSEPPE TIGRI.
EDIZIONE RIVEDUTA E CONSENTITA DALL'AUTORE.
LEIPZIG:
F. A. BROCKHAUS.
1876.
"Cosi or quinci or quindi rimirando,
Vidi in una fiorita e verde piaggia
Gente che d'amor givan ragionando.
Ecco Dante e Beatrice, ecco Selvaggia;
Ecco Cin da Pistoia; . . . . . . . . . . ."
---- Petrarca nel Trionfo d'Amore.
Proprieta letteraria
AL COMMENDATORE
UBALDINO PERUZZI
CHE
NEL REGGIMENTO MUNICIPALE DELLA SUA FIRENZE
COME NE' CONSIGLI DELLA CORONA
DEGNISSIMO APPARVE DEL NOME AVITO
E DEGLI STUPENDI EVENTI D'ITALIA
REDENTA DA SECOLARE SERVAGGIO
QUESTO RACCONTO DELLE PATRIE ISTORIE
GIUSEPPE TIGRI
CON ANIMO FIDUCIOSO INTITOLA.
PROEMIO.
Nella sua raccolta di romanzi contemporanei italiani, l'editore Brockhaus accoglie, per la seconda volta, l'opera d'un pistoiese. La scelta non e fatta a caso. Come la Montagna Pistoiese e forse, con la Montagna sanese, il luogo d'Italia ove si parla piu schietta, piu viva, piu poetica la nostra favella, cosi e lecito supporre che i piu efficaci scrittori di questa favella abbiano a ritrovarsi fra pistoiesi e sanesi. Giuseppe Tigri e nato in Pistoia nel 1806; ne solo nacque in Pistoia, ma vi si educo giovinetto, v'insegno lettere, finch'ei venne dal governo italiano nominato ispettore delle scuole elementari per la sua provincia nativa. E alla sua citta e provincia egli dedico pure le migliori opere del proprio ingegno gentile, quali sono le Selve, elegante poemetto didascalico fornito di molte note, per le quali conseguiva lode di molta diligenza presso i due immortali fratelli Jacob e Wilhelm Grimm, quand'essi, venuti insieme a visitar la Toscana, ricercarono a Pistoia del Tigri; la pregevole e ricca raccolta dei Canti popolari toscani, della quale l'editore G. Barbera in Firenze intraprese gia tre fortunate edizioni; una erudita Memoria storica Intorno al palazzo pretorio o del potesta di Pistoia (Pistoia 1848); un buon libro su Pistoia e il suo Territorio (Pistoia 1854); una piccola ed eccellente Guida della Montagna Pistoiese, che fu ristampata in quest'anno, con una carta, sotto gli auspicii del Club Alpino italiano; e, infine, questo medesimo romanzo, ove si intrecciano ingegnosamente gli amori del celebre poeta Cino da Pistoia, amico di Dante, con la Selvaggia, col racconto dell'Assedio che i fiorentini ed i lucchesi posero alla citta di Pistoia sul principio del secolo decimoquarto.
E non e a credere che, per aver dimostrato tanta costanza e vivezza d'affetti alla sua terra natale, Giuseppe Tigri siasi poi raccolto in queste sole tenerezze cittadine. Nessun pistoiese ha, senza dubbio, reso con le lettere omaggio piu continuo alla propria citta; nessun pistoiese si mostro guida piu dotta e cortese del Tigri al forestiero che visitava la sua terra cosi piena di memorie; ma il Tigri, in tempi ne' quali pareva delitto anche il solo voto per la liberazione della gran patria italiana, esprimeva nelle sue scritture nobili sensi patriottici; e, quantunque ascritto agli ordini ecclesiastici, imparava per tempo a distinguere il rispetto che si deve alla religione da quello che non sempre si sono meritati i papi; e con Dante e con Cino da Pistoia si augurava egli pure che la potesta imperiale regia fosse bene distinta dalla potesta pontificia. Di questi sentimenti del Tigri parecchi indizii trovera in questo stesso romanzo il lettore tedesco, onde potra argomentare quali pensieri si volgano nella mente di una parte eletta del clero liberale italiano.
Quanto al valore intrinseco della Selvaggia, come opera d'arte, io non ho diritto di formare alcun giudizio. Ogni lettore che abbia senso di gentilezza, pregiera da se stesso i sentimenti delicati che vi si muovono; e, sebbene vi si scorga piu tosto una lingua letteraria che quella viva del popolo, molte grazie naturali la fanno ancora seducente; alcune delle descrizioni sono vivaci e pittoresche: la poesia della vita italiana fra le lotte del secolo decimoquarto, in parecchie pagine, lampeggia. Io credo passato il tempo de' romanzi storici, anzi, per dire il vero, credo che essi siano sempre stati un genere assai falso di letteratura. Vi e piu vera poesia nella storia semplice che non vi possa essere in un ricamo romantico sopra la storia. I Promessi Sposi rimangono ancora opera unica nella nostra letteratura; e stolida ogni presunzione d'emularla e di superarla; e chi volesse fare un cattivo complimento al Tigri dovrebbe canzonarlo cosi: "sapete quel ch'io penso del libro vostro? esso lascia dietro di se i Promessi Sposi". Fra i duecento romanzi storici che conta la nostra letteratura, la Selvaggia merita, senza dubbio, un posto d'onore; ma non dopo i Promessi Sposi, si bene dopo i romanzi storici dell'Azeglio e del Grossi, che sono gia essi stessi a una distanza notevole dal capolavoro manzoniano: il Cecco d'Ascoli del Fanfani, la Selvaggia del Tigri, i romanzi storici di Luigi Capranica e di Carlo Belgioioso sono, fra le opere de' romanzieri italiani viventi, degni di ricordo, a condizione, tuttavia, che non ne venga esagerata la importanza. La Selvaggia del Tigri, oltre il vantaggio d'essere scritta in buona lingua, offre poi ancora quello d'educare nell'animo del lettore sentimenti di squisita gentilezza. Non e questo lo scopo suo preciso, ma poiche lo scrittore ha l'animo ornato di ogni cortesia, egli doveva pure necessariamente improntarne l'opera del suo ingegno eletto.
Io sono pertanto lietissimo di vedere accolta nella Biblioteca italiana del tanto benemerito signor Brockhaus questo leggiadro ed onesto racconto di uno de' nostri piu gentili scrittori viventi; e, per rallegrarmene, fui contento di potergli mandare innanzi queste mie poche e disadorne, ma, spero, veridiche parole.
Firenze, 31 Marzo 1876.
ANGELO DE GUBERNATIS.
INDICE
- Proemio
- I - Il castel di Vergiole
- II - I Bianchi e i Neri
- III - Fiori e armi
- IV - Amore e danze
- V - Consiglio e difesa
- VI - L'assedio
- VII - La repulsa e i fuorusciti
- VIII - Un primo scontro
- IX - Il Castel di Damiata
- X - Valore infelice
- XI - Fermezza a resistere
- XII - I funerali
- XIII - La resa
- XIV - L'esilio
- XV - Il ritorno dello scudiero alla casa paterna
- XVI - I castelli di Piteccio e della Sambuca
- XVII - L'ambasceria
- XVIII - L'addio
- XIX - Le insidie
- XX - Il Romeo
- XXI - I contrabbandieri
- XXII - Il tradimento
- XXIII - I tristi presagi
- XXIV - Le rivelazioni
- XXV - La morte
- XXVI - Doloroso passaggio dell'Appennino
- Conclusione
CAPITOLO I.
IL CASTEL DI VERGIOLE.
"E rimembrando delle nuove talle
Ch'ivi son delle piante di Vergiole,
Piu meco l'alma dimorar non vuole,
Se la speranza del tornar gli falle."
---- Messer Cino da Pistoia, Sonetto.
Erano gli anni 1305 allorche un cavaliere cinto di tutt'arme, e portante sull'elmo un bruno pennoncello, al cadere dell'ultimo giorno d'aprile uscivasi di Pistoia per la porta di Ripalta, volgendo a maestro il suo focoso destriero. Le messi verdeggianti per ogn'intorno, l'aere tepido anche oltre l'usato, e una pienezza di vita che alla nuova stagione par che in ogni essere si trasfonda, sembrava rallegrassero il cavallo e il cavaliere. Non appena ebbe corso un breve tratto di strada, ch'egli accennando ad un paesetto sul primo colle a maestro, e dimandato a certuni che tenevano la stessa via, se fosse quello Vergiole;
--Messer si--rispondevagli un montanaro--lassu entro alla valle e il castello del capitano.
E il cavaliere inchinata la testa verso di lui come a modo di gratitudine, pago di non essersi ingannato, si rimetteva a galoppo sul suo cammino. Finche sopra un ponte assai stretto varcato l'Ombrone, cresciuto allora per lo sciogliersi delle nevi appennine, e che, senza sponde, per largo tratto si dilagava; poco stante si faceva a salire piu lentamente per un viottolo tortuoso e assiepato tanto di stipe del vicin bosco, e d'altri arbusti, che ad ogni svolta gli paresse impedito il sentiero. Pero quelle stipe rosso e bianco fiorite, miste ai bianchi-spini stellati, e agli abbraccia-bosco a fior giallo mandavano gia intorno un grato odore aromatico; e stavano a compensare dell'orrido delle piante piu alte, come di querci e castagni, che bruche bruche vi sorgevan per mezzo, non avendo che allora incominciato a spuntare le prime foglie. Se non che a misura ch'ei s'elevava, spingendo la vista piu sopra fra i novelli divelti, e certe regolari piaggette, scorgeva agevolmente la via che restavagli a fare, divisa dai campicelli, per basse siepi di pruneti e virgulti: mentre la per quei campi si vedea qualche vigna; qualche frutto primaticcio gia in fiore, come il mandorlo, il pesco e il susino; e frammisti a filari i pallidi olivi: che agitati in quell'ora da un venticello piu mosso, con quelle piccole e spesse foglie bianche e verdastre, ne mostravano l'ampia chioma vagamente variabile di colore.
Quivi sorpreso al grandioso spettacolo del sole al tramonto, arrestava per poco il cavallo: e rivoltosi indietro, rimirava nel piano la citta di Pistoia allor piccoletta, ma ben murata e turrita, cui le fertili e pittoriche valli dell'Ombrone e di Brana fanno magnifico anfiteatro. Poi si faceva a percorrere ansiosamente col guardo le sue pomifere coste allora fiorenti, e le vaghe circostanti colline, che, a colui che si avanzi per le nordiche terre appaiono presso che dell'ultime a offrire il prodotto delle vigne e degli oliveti: e dove nondimeno lussureggiano di tal guisa, che sembra faccian qui ogni sfoggio di lor piena vegetazione. Ammirava infine con compiacenza quell'orizzonte si lucido, che le segna d'intorno la bella cinta de' monti a settentrione, tutti coperti di castagneti e di querci, e nell'alture appennine, di faggi e d'abeti. I quali monti da un lato, movendo dal Sasso di Cireglio, si distendono in ampia cerchia a declive verso ponente sino al Castello di Serravalle: da dove poi prolungandosi a mezzodi da Montalbano a Pietramarina, lasciano pero tanto spazio da far si che si scorga in fondo in fondo come in panorama, e spesso quasi in un gran velo diafano tutt'avvolta Firenze. Sul lato opposto dal punto piu culminante dei monti del Teso, altri monti, altri poggi che volgono in semicerchio. E dove gli altri, intorno al bacino che la pianura pistoiese racchiude, nelle medie stagioni, investiti dai raggi del sole al tramonto, si colorano in cupo azzurro; quelli invece a greco-levante prendono una tinta si vivace e rossastra, che quasi li diresti di granito orientale. Tutti poi per altri gioghi ricongiuntisi ai colli di Fiesole e fino a quelli dell'Apparita, stanno ora come fiorente e trionfale corona di tre citta.
E un altro vago fenomeno, rimirando giu in basso, l'aveva sorpreso. In ogni pianura che la ricingano i monti, il cadere del sole offre sempre un aspetto di meraviglia: ma qui e in questa stagione, direi soprammodo incantevole per certa speciale configurazione dei luoghi. Infatti la catena dei poggi che si dilunga da settentrione a mezzodi, divide a ponente questa valle d'Ombrone da quella di Nievole: ed il sole col calarvisi dietro, manda refratti i suoi raggi quasi che paralleli attraverso alle depressioni della giogaia, e all'alte torri del castello di Serravalle; e stampa per cotal guisa sulla verde pianura, in direzione di levante, brillantissime strisce dorate, che tratto tratto mutando di luogo, producono effetti sempre nuovi e bellissimi. Per lo che ei vedeva per esse Pistoia investita come da un torrente di luce, e tinte in bel porporino le sue mura e le torri; mentre, altri lucidi solchi si distendevano su i circostanti terreni, in quel tempo la piu parte palustri: e tanto splendore seguitando con l'occhio, quelle vivide strisce le scorgea prolungate sino a Firenze. E se elevandosi un poco per le dette colline, cotal fenomeno era bello in quel tempo, non e a dire quanto apparisca piu incantevole adesso; potendovisi scorgere a occhio nudo, quando l'aria sia pura, irragiata la gran torre del palazzo della Signoria, e la cupola di S. Maria del Fiore: monumenti secolari i piu maestosi e per arte stupendi. S'aggiungano a questi cento e cento altri de' piu moderni che stan cogli antichi in cosi vaga armonia; e Firenze dovremo pur convenire che l'e unica forse delle citta italiane che, senza tener conto dei pregi piu eletti di civilta, anche dal lato solo materiale ed artistico alletti cotanto per essere degnamente ammirata.
A tal vista non e a dire qual commozione si suscitasse nell'animo del cavaliere! Quando omai vedutasi venir meno la luce diurna, immerso in quella mestizia che anco al cuor d'un guerriero suole infonder quell'ora, non penso piu che a riprender via per quella piaggia, e arrivare alla meta proposta.
Sovr'un poggio dirupato e per la piu parte di macigno, che oggi a grandi filoni vedresti coperto di musco, d'edera e di gramigna e intersecato d'una folta querceta, sedeva un tempo il castello del Vergiolesi. Un duplice filare di cipressi gli apriva l'adito dal fianco di ponente: una forte e prolungata muraglia lo assicurava da mezzodi posando a scaglioni fin giu nel burrone. Il rio della Tazzera che sotto gli si biforca, e ne bagna il poggio tutt'ora, lo presenta da ogni parte scosceso, e come a guisa di piccolo promontorio, sol dal lato di settentrione-ponente ricongiungendosi al monte. Non rimangono adesso che poche vestigia del fabbricato. Nondimeno da quelle puo argomentarsi ove fosse situata la torre che sporgeva di lassu da una cinta merlata a vedetta della pianura. E ancor vi si scorgono i sotterranei del castello assai spaziosi: e fra la bassa querceta e fra i cerri, i mucchi delle pietre di quelle mura che circoscrissero l'estensione del fortilizio: e le cui bozze quadrate di grigia arenaria hanno servito, non sono molti anni, a inalzare il campanile della prossima chiesuola d'Arcigliano.
Era presso al castello un tempietto di pietra, che dal suo campanile a foggia di torre con gli archi aperti a semicerchio, appariva di quelli tanti che restano ancora su queste colline, fondati sino dal tempo della Contessa Matilde. Poco piu in basso dal lato di levante sorgeva un palazzotto d'un solo piano; i cui pertugi sbarrati di ferro; la campana che in mezzo a un arco a sesto acuto stava sopra di esso, e lo stemma della repubblica pistoiese sopra la porta, avrebbe dato facilmente a conoscere che quella era una potesteria. Ivi infatti risedeva il potesta dei due prossimi paesetti, di Vergiole e di Gello. Vi s'accedeva per questa medesima via; l'antica mulattiera dell'alta montagna che seguitava fino a Prunetta: quindi per S. Marcello fino al varco di Boscolungo per Modena. Un piano inclinato, e lastricato a frequenti risalti e cordonati dava l'accesso, alquanto ripido, alla parte anteriore del castel di Vergiole. La sua torretta si vedeva spiccare in mezzo a belle selve di castagni. Aveva dinanzi un piazzale, d'onde s'entrava, varcato il ponte levatoio, nel centro della fabbrica, che era un cortiletto, capace d'accogliervi pochi fanti e cavalli.
Non appena il cavaliere giungeva sulla crina del poggio, che la scolta della torre l'aveva annunziato al fido scudiero del Castellano. Guidotto, tale era il suo nome, stava occupato a forbire le armi del nobil Signore, cui per doppio titolo dipendeva, essendo figlio del castaldo di Vergiole. Affacciatosi agli spaldi, col suo occhio di lince anche a molta distanza aveva gia subito riconosciuto il cavalier De Reali, e prevenivane il capitano. Intanto il cavaliere giunto al pie del castello, trovava sulla scalinata lo scudiero che venivagli incontro; e aderendo al desiderio di lui che era sceso di sella, lo invitava a salire: mentre un palafreniere gia pronto, presogli a mano il cavallo, girando a tergo gliel conduceva alle stalle.
Non erano pero sfuggite all'occhio di lui che saliva due gentili donne: una delle quali provetta d'eta, l'altra giovanissima e bella, che dal sinistro lato del monte dirette a quella volta, pareva che forse per l'ora assai tarda affrettassero il passo piu dell'usato. Come appena il cavaliere le ravvisava, e fatte omai piu vicine, ben s'accorse che con qualche sorpresa si erano soffermate e gli volgevano il guardo, cortesemente le saluto. Varcato poi il ponte levatoio, la porta del castello si chiuse dietro di lui.
Era giunta la sera. Lo scroscio del sottoposto torrente si confondeva con l'alitar fra le fronde d'un vento sommosso piu dell'usato e piu fresco. Le incognite intanto a prender posa dalla salita si eran soffermate su quel breve ripiano del quale il castello si circondava. A poco a poco disparivano al guardo loro che spaziavasi intorno, non che la citta, i villaggi, i verdi campi e le grosse fiumane; financo il prossimo bosco di pini, d'albatri, e de' rigogliosi felceti, dove soleano recarsi a diporto, e ne venivan pur dianzi. Non mai il sole era caduto si splendido fra le prossime torri di Serravalle. In quel campo del cielo ancora infiammato dal raggio estremo del gran pianeta, era tornata a brillare di sua luce soave la stella d'amore. L'affisso con desio la donzella, e traendo un lieve sospiro, si volse alla madre, le porse dolcemente il suo braccio, e a brevi passi se n'entravano nel castello.
Ma mentre ogni cosa nel silenzio della notte taceva, mentre placido era l'aspetto della natura, vegliavano, e come onde in tempesta agitavansi i pensieri per entro alla mente del Signor di Vergiole, e del novello arrivato.
Era questi il valoroso cavaliere messer Simone di Filippo Reali di Pistoia. Non appena l'uno l'altro si erano avvicendati il saluto, che il De Reali, al capitano venutogli incontro nella sala del castello di gia illuminata, presentava una lettera ch'ei diceva di grande importanza.
--Da dove, o cavaliere?
--Dal comando generale delle armi.
--Che mai?--Ed apertala, e rapidamente percorsa:
--E questo financo dovevano aspettarci? Oh! voi pure, voi pure il sappiate.
E portagli la carta, il cavaliere la svolse e ad alta voce leggeva:
"Capitano Vergiolesi,
I miei fidi di Fiorenza e di Lucca mi mandano celato avviso che fra qualche giorno le milizie di queste repubbliche si raccorranno in un campo presso Fiorenza, e che ivi attendono il Duca di Calabria per venire con grosso esercito ad assediare Pistoia. Staro ancora aspettando piu certe novelle: ma frattanto la citta vostra e in pericolo! Venitevi senza indugio. Attende da voi anch'adesso e consiglio e soccorso
---- Il vostro Capitan degli Uberti".
--E il mio braccio e quello dei miei figliuoli lo avra!--Cosi di subito il Vergiolesi; che ad un tempo afferrata la spada distesa sul tavolino, forte sdegnato ripercotevala su di esso. Quindi al cavaliere risolutamente accennando con mano d'assidersi presso di lui, in questi termini gli favellava.
--E omai lungo tempo, e voi pure il sapete, che i Fiorentini e i Lucchesi si collegano ai nostri danni. Ma con qual dritto e con qual giustizia chi e mai che nol vegga?
--Io mi spavento, o capitano,--soggiungeva il Reali--a pensare di qual novella vi sono stato latore. Perche ove noi, che pochi pur siamo in faccia ad un'oste cosi poderosa, da altre genti potessimo almeno aspettare un sostegno, con piu coraggio potremmo tentar la difesa. Abbiamo, e vero, i Pisani; abbiamo i Senesi, e gli Aretini amici di nostre parti; ed essi, si dichiararono che ci avrebber soccorso: ma piu credo io di danari che d'uomini, stretti che sono di guardare i propri confini. Ora, siamo noi ben sicuri di que' di quassu? (e accennava all'Appennino) da' quali forse il piu valido aiuto d'armigeri....
--Vero pur troppo!--interruppelo il capitano.--I Bolognesi erano nostri antichi alleati. E adesso, chi l'avrebbe pensato?.... Oh! messer Cino, l'amico nostro, gia di costoro....
E il Reali--Nol sapete? Fino di ieri ei tornava fra noi.
--Tornato! cosi fuor di tempo? Gravi dunque oltre modo debbono esser gli eventi: perche pochi giorni decorsi sapete voi quel che di la mi scrivesse?
E fattosegli piu d'appresso e premendogli un braccio, con piu bassa voce e lenta e repressa, diceva:
--Che da qualche tempo era un continuo apparire a Bologna di Fiorentini e Lucchesi: e rimanevan celati e segreti conciliaboli vi tenevano. Che le calunnie contro a' Bianchi avean gia quasi sovvertito il pretore; e piu che le parole, la gran quantita di fiorini d'oro corrompeva la moltitudine e si comprava un partito. Che gia i Neri prendevan baldanza: e d'altra parte fra i Bianchi l'irritazione era giunta a tal punto, che erano per irromper le ire, non volendo piu sopportare i lor dispregi e gl'insulti.
--Dio!--esclamo il Reali--che speranze abbiam dunque a nutrire dopo siffatto abbandono? In che mai dobbiam noi confidare?
--Nelle nostre armi e nel nostro coraggio!--proruppe il Vergiolesi.
E in cosi dire, levatosi risoluto, afferrava con la destra nuovamente la spada, e la sinistra orizzontalmente distesa, alquanto immobile si rimaneva. Sicche, alto com'era della persona, fiero nel volto, e con occhi nerissimi scintillanti, ti sarebbe sembrato non altrimenti che un supremo capitano di guerra, che innanzi a' suoi prodi ha intimato la pugna.
Appresso commetteva al Reali riferisse all'Uberti, che la mattina veniente avrebbe assistito alla solenne conferma de' suoi uffici, e conferito con lui; e senza piu si eran divisi.
CAPITOLO II.
I BIANCHI E I NERI.
"Vedess'io questa gente d'un cor piano
Ma ella e bianca o negra."
---- Messer Cino, Canzone.
"Pistoia pria di Neri si dimagra,
Poi Firenze rinnova genti e modi."
---- Dante, Inferno, canto XXIV.
Quale straordinaria impressione avesse prodotto nell'animo del capitan Vergiolesi l'annunzio di guerra recatogli dal De Reali puo solo immaginarlo colui che, posto mente alle turbinose vicende dell'italiane repubbliche, e fra queste alla pistoiese, dovra convenire che mai piu prepotenti non dominarono come allora gli odi e gli sdegni; le ambizioni piu violente degl'individui fra di loro, fra le diverse fazioni, fra l'una e l'altra citta. Per lo che all'intelligenza di queste pagine reputiamo utile d'accennare di cio che riguarda il signor di Vergiole e il cavalier De Reali; non che del civile stato di Pistoia, e de' politici avvenimenti che si compierono prima di questo tempo.
Dicemmo gia che M. Simone De Reali fu valoroso capitano di parte Bianca. Ma pero non di quelli cui il proprio partito suol soverchiar la ragione, ne altro attendono che a non far cio che imprese a fare la parte avversa, ancorche faccia bene. Antico errore degli uomini di parte, che per sistematica opposizione toccando spesso gli estremi, trasser la patria in man de' settari e in rovina. Riflessivo e prudente era invece l'animo del De Reali. Infatti quattro anni innanzi, quando i suoi concittadini per le intestine discordie de' Cancellieri videro ridotta in pessimo termine la citta, si adopro egli prima a far riunire il general Consiglio del popolo, perche a una nuova magistratura che si chiamo de' Posati fosse data autorita e balia di far leggi e statuti per la pace della repubblica. E fu pure dei primi a proporre al Consiglio che per conseguir questa pace era d'uopo che almen per tre anni si desse ai Fiorentini, gia loro alleati, la protezione e tutela della citta. All'interne discordie forse un terzo che si fosse intromesso, piu poi un'estranea autorita come quella, crede che piu facilmente avrebbe conciliato le parti. Infine la sua mite indole e generosa non d'altro studiavasi che di rendere alla terra natale la perduta tranquillita e la sua floridezza.
Non cosi moderato era l'animo del Vergiolesi. Troppe condizioni poneva innanzi per ottener questa pace. E si che egli pur la bramava: non pero mai col piegarsi a siffatta tutela. Per lui era questo un troppo umiliar la citta.
Ne poco ostacolo gli facevano a cio i principii ereditati da' suoi maggiori. Non che di magnatizia prosapia, si diceva uscito dalla famiglia romana Vergilia, dalla quale, emigrata con molte altre in Etruria, vuolsi che il villaggio che la accoglieva prendesse nome Vergiole. Contava poi fra' suoi antenati fino dal 1156, da Guido che fu primo signor di Vergiole, lunga serie di avi che occuparono in patria e fuori i piu nobili uffici. Noverava un Tancredi console dei militi; un messer Orlandetto gonfaloniere di giustizia; ed il celebre Guidaloste gia vescovo di Pistoia, ed eletto anche capitan generale delle milizie, perche di grand'animo e pratico molto delle cose di pace e di guerra. Ebbevi in fine messer Soffredi capitano e rettor di Bologna; e tutti costoro costantemente della parte de' Ghibellini. Di questi tempi poi il cavalier Bertino, e messer Luca fratelli del capitano Filippo; Fredi e Orlandetto, figli di questo, non avevano smentito in parole ed in fatti l'attaccamento alla parte della casata, irremovibili in quella lega dei Ghibellini e dei Bianchi.
Ora nissuno piu del capitano avvisava che se le molte milizie, come dicevasi, insiem collegate, venissero a quest'assedio, male da soli avrebber potuto resistere. Vedeva che molti dei cittadini piu valorosi erano stati cacciati, e cosi la sua parte, per adesso dominatrice, a breve andare correva rischio d'essere umiliata e disfatta. Non per questo era uomo da trarne sgomento. In faccia anzi al pericolo gli cresceva l'ardire. Benche presso al duodecimo lustro, si sentiva animo giovanile e capace di grandi cose. Se queste poi in pro della patria, nol trattenevan dubbiezze od ostacoli. Ma sebbene i piu savi in politica sien d'avviso non esservi principii certi e norme invariabili per giovarle, se non quelle dell'onesta, e doversi anzi mutar consiglio ne' modi, ove l'esigano gravi cause e il pubblico bene, per lui non era si agevole il rimoversi dalle proprie opinioni, e la sua parte una volta abbracciata, doveva esser quella. Un carattere si tenace del suo proposito, e l'autorita di probo cittadino, ed esperto nell'armi, aveva influito a condurre alle sue parti, non che quelli di sua parentela, moltissimi di citta e del contado. Si tenevano infatti nella casa dei Vergiolesi in Pistoia i piu importanti consigli. Di qui si deliberava sulle pubbliche aziende; le opinioni piu generose si rafforzavano, e prendevan voce per ogni lato.
Messer Fredi, di lui figliuolo, non meno del padre era fervido e risoluto: congiungeva pero alla fierezza dell'uomo d'armi tale urbanita, tali attrattive nell'aspetto e nel favellare, che, come in lui eran doti spontanee e naturali, gli acquistavano fra' suoi compagni stima ed affezione particolare, e una deferenza a' principii del padre suo, ch'ei pur professava. E lo notavano come il modello del proprio zio messer Bertino, quattr'anni innanzi ucciso a tradimento da quelli di parte Nera, e che passava pel piu nobil cavaliere della citta. Messer Orlandetto, il minore de' figli, non differiva nell'animo dal fratel suo; sicche ambedue per indole nobile e generosa formavano il vanto della famiglia, e la speranza del lor partito.
I deplorabili ultimi avvenimenti, e le discordie piu accalorite della citta, avevano da qualche tempo fatto men tollerante, aspro anzi e risentito l'animo del capitano; il quale solo talvolta placavasi, e rimetteva del consueto disdegno al cospetto di sua figlia Selvaggia.
Costei con un parlar dolce, e sempre giusto e persuasivo, esercitava sopra di lui tale arcana potenza, che egli, pel grande affetto che le nutriva, senza esitare piegavasi al piacer suo. Che anzi ogni piu lieve alterazione di salute o di spirito della diletta figliuola, bastava a recare in quel forte animo il piu grave sgomento.
Conferiva non poco quest'amore per essa a moderarlo con la consorte. La quale quanto piu implorava dal cielo a' suoi cari piu miti gli spiriti, e il viver cittadino piu riposato e tranquillo, ad ogni nuovo rumore per la citta, piu si poneva in angustie, e stava in sospetto pel marito e pei figli. Per lo che messer Lippo, se ella alcun giorno gli fosse apparsa timorosa ed afflitta, usciva subito in rabbuffi e in rampogne; o per lo meno soleva ammonirla che l'occhio bagnato di lacrime non e atto a vedere. E allora, ponevale innanzi la fredda ragione, l'onor di famiglia e i diritti di cittadino, che ad ogni modo con le parole e con l'armi chiedevan difesa e vendetta. Tali erano e cosi insite in tutti quelli animi queste gelose passioni, che l'offesa piu lieve, o quale si fosse divergenza di parti bastava loro a por mano sul brando.
Ma di tal fiamma distruggitrice chi primo porto qui la favilla? Come e per quali cagioni fu secondato un incendio, che or celato ora aperto e in varie forme ebbe fomento per tanti anni?
La gran lotta fra l'Impero e la Chiesa, suscitatasi in Germania pe' diritti a conceder titoli e investiture, ne diede l'origine. Il grido de' Guelfi e de' Ghibellini, partito dalla battaglia di Wisenberg, si diffuse prima per Lamagna, poi su i campi d'Italia. Qui dunque come cola si parteggio sulle prime pe' medesimi pretendenti: o per Cesare e i fautori appellaronsi Ghibellini, o per Pietro e si dissero Guelfi. Come coloro che avevano ereditato le fiere lotte di Gregorio VII e di Arrigo IV, cercavano le parti di far trionfare ciascuna la propria supremazia: la quale mirava, per l'una a fondare un nuovo regno o meglio federazione in Italia, che distruggendo ogni traccia delle conquiste longobarda, greca e araba, dipendesse da Roma; per l'altra invece da Aquisgrana. Ma imperatori e papi, che dovevan comporre a concordia la specie umana, la turbarono trasmodando ne' loro poteri non ben definiti.
Ildebrando immagino di levar la Chiesa a prima potenza della terra; e per toglierla affatto dalla sudditanza degl'imperatori, che per vero con le investiture dei benefizi ecclesiastici si erano arrogati un diritto che ad essa spettava, egli solo voleva esser detto re dei re, signore de' dominanti. Ma gl'imperatori, presumendo di avere ereditato la potesta antica dell'Impero Romano, sdegnarono di sottostare a cotesta dipendenza. La Chiesa, o meglio la Curia romana frattanto, col suscitar pur essa a pro suo l'elemento dell'antico Impero Latino, e con la sua rappresentanza che era in Roma nel Senato, studiavasi d'amicarsi i Comuni italiani favorendo le tendenze d'emancipazione dei popoli, cui gia pesava la straniera supremazia. E per questo lato in que' primi tempi l'alta protezione pontificale pote essere all'Italia di molto vantaggio. Ma in questo mezzo i Comuni, traendo profitto dalle discordie che non cessavano fra la Chiesa e l'Impero, non vollero piu sottostare ne all'uno ne all'altra. Fu da quel tempo che ciascuno non penso piu che a provvedere a se stesso. Gia da ogni parte s'era svegliato uno spirito nuovo. Cominciarono i popoli a scuotere il giogo feudale mantenuto dalle due potesta; poi a volere un governo d'ampia forma repubblicana, civili e propri Statuti. Gli Italiani liberati dai barbari, fatti ricchi e potenti pe' grandi commerci, avevan sentito la propria forza, la virtu e la dignita d'un gran popolo. Sorgeva infatti fin da quel tempo pei municipi la prima aurora di liberta: la quale, per quanto osteggiata dai loro dominatori, nei due secoli appresso ando sempre diradando le invide nubi, finche con la crescente luce di civilta il genio italico ravvivato, apparve alla fine nel suo pieno splendore.
Perduravan le funeste contese fra la Chiesa e l'Impero, allorche, dopo la morte del secondo Federigo, il Comune di Pistoia coi piu della Toscana si volse al partito dei Guelfi. Sperarono sorti migliori dalla protezione non piu di un principe straniero, ma italiano e pontefice. Tardi pero s'accorgevano che questi, debole per se come principe, non con armi proprie ne prendeva la tutela, ma si con quelle di altri stranieri.
Nondimeno in Italia a quel tempo ogni Comune, novello polipo, viveva gia d'una vita propria, e fra loro era sorta una nobile emulazione.
Negli ultimi trent'anni con che compivasi il tredicesimo secolo, Pistoia col suo distretto fioriva gia di commerci, d'industrie, di banche: aveavi culto di lettere e di scienze, e grande amore di arti belle. In prova di sua cultura bastera ricordare per le prime un Meo Abbracciavacca, un Lemmo Orlandi, e lo stesso sciagurato Vanni Fucci, assai pregiati fra i trovatori; poi quel Soffredi del Grazia, uno de' piu antichi prosatori italiani, le cui scritture sono innanzi al 1278. L'amor per le scienze si facea manifesto per quel famoso frate Leonardo pistoiese che primo scrisse un trattato sul computo lunare (1280) e per la cattedra di Leggi che dal celebre Dino da Mugello si teneva in Pistoia. Di messer Cino de' Sinibuldi non e a dire, quando tutti ancora l'ammirano e gli fanno onore.
Del culto poi delle arti belle (esse pure sicuro argomento di civilta) fanno fede pur sempre, il celebre altar di S. Jacopo di bassi rilievi d'argento, che, con la Sagrestia de' belli arredi, segnano dugent'anni del buon tempo dell'orificeria, de' ceselli, de' nielli e di smaltature. Il quale altare dall'orafo cittadino Ognabene, e da altri si comincio ad arricchire di pregiati lavori fino dal 1287. Aveva dipinto in cattedrale il pistoiese Manfredino d'Alberto, che adorno San Michele di Genova nel 1292, e l'altro pittore e mosaicista Vincino che lavoro nel Camposanto di Pisa. Quindi son ricordevoli, il palazzo del Comune ed alcuni bei templi: le sculture poi dei pergami, d'un Guido da Como; le mirabili d'un Guglielmo; e le quasi uniche d'un Giovanni, l'uno e l'altro pisani. E se si pensi che queste opere sorsero le piu sul finire del secolo XIII, e appresso, in una piccola citta, fra le lotte della civilta e del dispotismo, fra i corrucci piu fieri de' cittadini divisi, sono anche oggetto di maggior meraviglia. A queste prove di civil governo aggiungi gli Statuti pistoiesi, che furono de' primi in Italia (circa il 1117) a distruggere i privilegi feudali, a recare fra i cittadini una piu equa ripartizione di diritti: infine i belli ornamenti della propria milizia.
Le quali istituzioni, degne invero di forte e libera gente, avrebbero assicurato a Pistoia le piu prospere sorti, se il mal seme, sparso prima in Firenze pel crudo fatto de' Buondelmonti, non avesse prodotto entro di essa e nelle terre vicine l'amaro frutto della discordia.
In Pistoia di questi tempi primi a insorgere e parteggiare con nuovi nomi furono i Cancellieri; sopra gli emuli Panciatichi potenti gia per dovizie acquistate con la mercatura, per uomini d'arme, che ne contavano lino a cento, e diciotto cavalieri a spron d'oro, per grandigia e per ambizione di dominio. Rifugge l'animo a ricordare le feroci rappresaglie, prima fra le dette casate le maggiorenti in citta, insorte poi fra una medesima parentela, intendiamo fra quella de' Cancellieri. L'aspra vendetta del taglio d'una mano presasi da uno di loro sopra un giovinetto parente, dal quale innanzi per rissa un figliuolo dell'altro era stato non gravemente ferito: vendetta tanto piu cruda quanto che il feritore era venuto a chieder perdono agli offesi; fu cagione che la detta casata col nome di Bianchi e di Neri (cosi detta o dai nomi delle madri stesse, o dai colori che portavano in guerra, o da qualsiasi altra cagione) si dichiaro avversa e divisa in cotal modo, che trassero seco i cittadini d'ogni ordine o da una parte o dall'altra, e fieramente s'inimicarono.
Tutti ora a Pistoia come a Firenze si dissero Guelfi, ma nel fatto con diverse intenzioni, quelle, cioe, di far risorgere piu violenti gli sdegni fra nobili e popolo. Di qui la suddivisione dei Guelfi di Pistoia in Bianchi e in Neri, e questi con propri capi ed insegne. Ma feroci e temibili tanto, che i capisetta bisogno incontanente bandirli a Firenze. I Bianchi, poiche furon vinti, cercarono aiuto cola presso dei Ghibellini, e vi trovaron parteggiatori nella famiglia dei Cerchi: i Neri unitisi a' Guelfi, in quella de' Donati.
Pero questa fazione de' Bianchi e de' Neri non e a credere, come da alcuni fu asserito, essere stata la favilla che suscito la fiamma delle discordie di Firenze. Bisognerebbe avere obbliato le vecchie ire personali di quei cittadini fin da quelle de' Bondelmonti e degli Amidei; la superbia dell'antica nobilta gia alle prese con la gente nuova: l'una capitanata da Corso Donati, l'altra da Giano della Bella; e di qui sino a quest'anno le rappresaglie, le uccisioni, gl'incendi; e per fine la spedizione violenta degli usciti contro la citta loro; spedizione che, sebbene fallita, pose il colmo alle divisioni. Esse eran gia all'estremo fra quelle mura, quando i fatti di Pistoia vi s'immischiarono. I quali, secondo che rilevasi da Dino Compagni e dal suo moderno illustre biografo e commentatore, Carlo Hillebrand, altro non furono che una suddivisione de' Guelfi, e un episodio di quella feroce epopea di sciagure italiane, che dopo dieci anni non si udi piu ricordare, perduto nei primitivi nomi di Ghibellini e di Guelfi. Terribile lezione pur sempre pei popoli bramosi di liberta, perche serbino concordia; se pongano mente che mali indicibili procacciassero allora le divisioni d'una sola famiglia!
Alla fazione de' Neri s'accostarono tutti i Guelfi aristocratici: a quella dei Bianchi i Guelfi popolari: quelli sostenitori delle pretese feudali; questi bramosi di conservare la loro liberta democratica. Parteggiavano co' Bianchi in Firenze gli uomini piu notevoli per nobilta di natali, per indole buona, per ingegno e sapienza. Un Guido Cavalcanti, gentile poeta; l'intemerato storico Dino Compagni; oltreche l'astrologo Cecco d'Ascoli, i verseggiatori Guittone d'Arezzo e Jacopone da Todi: lo storico Giachetto Malespini, il giureconsulto Donato Alberti, il legista Petracco; e in fine, a porre in fama la schiera, Dante Alighieri.
Stavano all'incontro pe' Neri molti de' popolani con a capo Corso Donati; i Frescobaldi, i Pazzi, i della Tosa. Questo rinnovarsi dell'antica lotta, benche per breve, ma piu violenta, non pero fece si che le sette, invocando i simboli di parte del papa o dell'imperatore, parteggiassero con loro e per loro. I nuovi nomi non furono che una parola d'ordine, cui rispondevano per ravvisarsi le famiglie nemiche. Si accostavano di preferenza a quella fazione d'onde speravano maggior beneficio, o temevano minor danno. Infine, per avervi man forte a schiacciar l'avverso partito escludendolo dagli onori e dai beni della repubblica per ottenerli essi stessi. E infatti, per l'assenza dall'Italia e per l'abbandono dell'imperatore, i Guelfi, non piu come un tempo popolari tutti, ma parte ora aristocratici, riuscirono in ultimo a prevalere. E cio perche aiutati da papa Bonifacio che da Roma potentemente li favoriva, tanto da mandare un venturiero di Francia a capitanarli, e a far quel gran male che poi diremo. E soprastarono anche per altra ragione. Perche gli Spini di Firenze che eran banchieri del papa e altri aderenti Neri, allora siccome sempre, nel temporale governo lo circuivano, e volentieri per loro utile lo secondavano. Si ebbe un bel chiedere a Bonifazio s'interponesse a concordia: quella sua indole violenta all'uffizio di paciere non s'affaceva gran fatto. Nondimeno invio a tal uopo a Firenze il cardinal d'Acquasparta. Inutilmente pero. I Bianchi avevan gia occupato il governo: e temendo che la corte di Roma abusasse de' poteri che dimandava per abbassarli, rifiutarono al cardinale di ridarsi in balia. Ed ei si parti e la citta interdisse.
Allora la signoria di Firenze opino di poter conciliare senza esterno intervento col porre a confine i caporali d'ambe le parti. Ma i Neri di subito con Corso Donati andarono al papa, e lo incitarono contro a' Bianchi, e, come gli chiamavano, contro a' cani del popolo per abbassarli, e favorire la nobilta. Or come a Bonifazio premeva molto di abbassare Federigo usurpator di Sicilia, e di ripor questo regno in mano degli Angioini di Napoli da lui deferenti, invito a tal impresa Carlo di Valois, fratello di re Filippo di Francia, e con questa spedizione colse il destro ad un tempo di favorire i disegni de' Neri, inviando il francese, come gia l'altro Carlo d'Angio, in qualita di vicario in Toscana con cinquecento cavalli, e col titolo di paciere di Firenze. Sperava il papa con cio di recarsi in potere assoluto, e alle sue parti tutti quanti i Comuni. "Cosi (osserva uno storico illustre) nell'anno medesimo in cui a Roma si dava col giubileo general perdono a tutti i peccati degli uomini, si preparava ivi stesso una grande iniquita, che a Firenze e altrove fu cagione di lunghe sciagure."[1]
[1] Vannucci, I primi tempi della liberta fiorentina.
Mentre queste cose da siffatti protettori si macchinavano, e il consiglio de' Posati a Pistoia aveva gia consegnata per amor di concordia la signoria per tre anni al Comune di Firenze, la fazione de' Bianchi fiorentini abusando della fiducia, non appena giunta in Pistoia, per afforzarvisi di prepotenza caccio la Nera, e ne disfece le case e le torri. In questo modo riformata la parte Bianca, poco stette che non fosse poi fatta segno alle tremende vendette de' Neri che tenevano il governo di Firenze e di Lucca, e secondavano le male arti de' fuorusciti. Che volesser costoro gia l'abbiam detto. Chiamar lo straniero a Firenze per lor private vendette, era massima iniquita. E lo straniero avido di potere e di danaro, venne e vi si fece tiranno. Scellerato paciere, che a nome del papa dava forza ai ribaldi di riempire di sangue e di desolazione tanto bella citta! Sotto il suo usurpato governo ogni sorta di nefandita fu commessa. Al principio dell'anno 1302, Carlo di Valois macchiato omai di molti delitti, se ne parti e ando a Roma per aver consiglio dal papa, e gli chiese danari. Bonifazio (come narra pure Dino Compagni) gli replico che mandatolo a Firenze, lo aveva messo nella fonte dell'oro. Risposta che bene spiegava la qualita delle sue intenzioni.
Dai fatti che seguitarono, apparisce secondo i cronisti e lo storico prelodato, che fin d'allora fu stabilito l'esilio dei Bianchi. Infatti il Valois torno a Firenze, e sapendo che ivi era la fonte dell'oro, sazio a quella le bramose sue voglie. Fece altre rapine; die sentenze di morte; pubblico i beni, e arse le case ad alcuni, che falsamente e con empio artificio furono accusati di aver cospirato per ucciderlo. Imprecato da tutti, delibero di partirsi; ma prima "nuovi tormenti e nuovi tormentati!" Per mezzo del suo vil potesta, procede alle condanne del bando, ed esilio oltre a seicento cittadini, i principali de' Bianchi, che sparsi per Toscana e fuori, fecero causa comune coi Ghibellini. Tra questi esuli fu anche il grande Alighieri. Citato a comparire per essere stato dei Bianchi, e per aver contrastato alla venuta dello straniero, non si presento, ed ebbe arse le case, confiscati i beni, e condanna di morte! Ma egli aveva il modo a vendicarsi solennemente delle scellerate condanne; e fra le miserie dell'esilio, senti crescersi la forza dell'animo per consacrare all'infamia i furibondi settari, e i suoi giudici iniqui.
CAPITOLO III.
FIORI E ARMI.
"Quando va fuori adorna, par che 'l mondo
Sia tutto pien di spiriti d'Amore,
Si che ogni gentil cor divien giocondo".
---- Sonetto di Messer Cino.
"Ridendo, par che s'allegri ogni loco;
Per via passando, angelico diporto,
Nobil negli atti, ed umil ne' sembianti".
---- Altro Sonetto di Messer Cino.
Da antico tempo costumava a Pistoia, come a Firenze, di festeggiarsi dal popolo nel primo giorno di maggio il ritorno di primavera. Cio si faceva sulle pubbliche vie e nelle case, con trionfi di fiori, con giuochi, con balli, e con sollazzi di varie guise. Dopo gli ultimi eccidi per le civili discordie, e dopo gli esili di tante famiglie, i tempi a dir vero in Pistoia per pubbliche feste non pareano opportuni. Nondimeno da circa tre anni che vi fu creato il consiglio de' Posati, e per la tutela che ebbe di quel governo il Comune di Firenze, vedendo i rettori restituita alquanto di quiete alla citta e al distretto, essi medesimi vollero in questo giorno ripristinare in modo straordinario pubblici rallegramenti, e far cosi obliare per qualche istante le passate sciagure. E il popolo, che agli spettacoli per propria indole si sente allettato; quello poi di si forti tempre, e vivace ad un tempo, che facilmente passava dalle danze agli assalti, ignaro al tutto della nuova sventura che al di fuori gli si apprestava, n'ebbe caro l'invito, e concorse desioso a prendervi parte.
Ed ecco che fino dall'alba i sacri bronzi suonavano a festa. Da quell'ora, del piu bel mattino d'un primo di maggio, la cattedrale riboccava di popolo, perche era solito che anche co' sacri riti si festeggiasse questo bel giorno. Li in quella piazza maggiore avresti veduto giungere ogni momento giovani donne, per lo piu dal contado, farsi largo fra 'l popolo con volti belli e giulivi, e con a braccio ed in capo gran canestri di rose, avvicinarsi alla chiesa, e alla porta di essa presentarle a un sacerdote che le benediva. Antico costume che in Pistoia, e in questo mese, tuttora si mantiene, e che forse si volle sostituire alle pagane feste floreali. Que' fiori si vendevano poi per le vie, a mazzi e a ghirlande come un li volesse. Le rose in tal giorno avevan pel popolo un che di mistico, di lieto augurio, di benedizione, tanto che non v'era alcuno che ricusasse di farne acquisto. Al cessare del suono a doppio di cattedrale, la campana della torre grande di sul palazzo del capitano continuava a gran tocchi: e al tempo stesso le trombe marziali, rispondendo per ciascuno de' quattro quartieri della citta, appellavano gli uomini d'arme alle insegne.
--Che e questo?--si dimandavano, imbattendosi per la via di S. Prospero, due vecchi cittadini.
--Calen di maggio, messeri: forse Dio! nol sapete?--replicava loro un altro sopravveniente.--Oh! alla fine mi s'apre il cuore: un po' di festa, un po' d'allegria!...
E un di quelli:
--Ma dove va' tu col capo? Oggi che han che fare i fiori con l'armi?
E porgendo l'orecchio:
--Sta'! sta'! non senti? Qui, non ti pare? si fa appello agli armigeri; il campanone suona a rintocchi.
Usciva allora dal suo palazzo li presso, tutto chiuso nell'armatura, messer Fredi de' Vergiolesi, che avendo udito quel dialogo:--Buoni popolani!--avvicinandosi disse loro--col buon di buona ventura gli e questa che vuo' contarvi. Sappiate che agli anziani del Comune giungeva da pochi giorni un messaggio del cardinal da Prato molto amico nostro, pel quale si pregava il Consiglio di non voler porre indugio a confermar nelle cariche di potesta e di capitano generale delle nostre genti il valoroso messer Tolosato degli Uberti. E questo atto solenne, in armi tutte le compagnie, si compira questa mane.
--Ah! ecco! cosi va bene! benissimo!--esclamarono i tre vecchi con la massima gioia.--Viva il nostro gran capitano!
Queste esclamazioni facevan soffermare intorno ad essi alcuni giovanetti loro parenti, che per caso passavano con altri amici! e:--Come, come--dissero incuriositi--rieletto proprio il dell'Uberti?
A' quali il piu vecchio poggiato ad un bastoncello, fendendo l'aria con una mano, con gravita rispondeva:
--Si, si. Eh figliuoli! Se non era lui! Prima col suo valore: e badate, ci vuole! poi con la nomea che si e conservato d'un'illustre famiglia: che, vedete, non ha mai mutato parte: ghibellino sempre! Lui, e lui proprio qui fra noi ci voleva, che non del paese: perche.... uhm! Dio ne guardi! Ma egli nobile, egli imparziale, mettesse ordine e pace; e temuto da' nostri vicini, ci desse anche con loro quel po' di riposo che da un anno e' si puo dir che godiamo.
Queste giuste parole le approvavano tutti. Ma intanto avevano inteso una certa nuova, che li affrettava a separarsi: parte per proseguire verso la piazza; i piu svelti poi prendendo a fretta pe' vicoli, chi da un lato, chi da un altro, per esser de' primi a informarne gli amici. E gia i cittadini d'ogni eta e d'ogni ceto erano accorsi al proprio armamentario o loggia, che era il corpo di guardia d'ogni quartiere della citta; e fornitisi delle armi, ciascuna compagnia co' lor capitani moveva alla piazza maggiore a porsi sotto il comando del capitan generale.
In Pistoia, fino dai tempi de' Consoli, dodici erano le compagnie del popolo, divise tre per quartiere, e di tutte le persone che dalla prima gioventu alla vecchiezza erano atte alle armi, fossero nobili o popolani. Volevan con cio che fosse dovere di tutti di custodir la citta, perche i cittadini non si dividessero fra loro in due classi troppo diverse; l'una, la nobilesca, agguerrita, operosa, ma fiera e arrogante, e ministra di tirannie come spesso avveniva: l'altra, la popolare, oziosa ed inerme, e troppo inclinata a una pazienza servile. Perche infine, dicevano, nissun cittadino dev'essere agli altri terribile, ma tutti insieme farsi temibili ai nemici della patria. Esercito stanziale, siccome adesso, in questo, come negli altri Comuni, in Italia non v'era. Le compagnie armate ne facevan le veci. Potrebbe dirsi che quasi col medesimo ordine e intendimento vedemmo istituita la guardia nazionale mobile nel nostro regno. Che anzi alcuni scrittori, e principalmente inglesi e alemanni, hanno notato, esser la moderna landwehr della Prussia imitata dall'antica Ordinanza della milizia nelle repubbliche italiane; cioe dal tempo della Lega Lombarda fino all'Ordinanza del Macchiavelli, perfezionatore delle passate costumanze.
Or mentre la campana del capitano aveva appena cessato, e gia la citta brulicava di gente che avviavasi in piazza da ogni strada, annunziate dai trombettieri vi si vedevano entrare con bell'ordine e con belle armature le tre compagnie del quartiere di Porta Lucchese, che andavano a schierarsi fra 'l palazzo del capitano e il fianco destro del Duomo. E vi entravano quasi ad un tempo dal lato di mezzodi, e facendosi eco con uno squillo uguale di trombe, quelle del quartiere di Porta Gaialdatica. Dalla ripida via di levante, fiancheggiando il nuovo palazzo della Signoria, poco appresso salivano in piazza i militi del quartiere di Porta Guidi. Dal quartiere infine dell'antica porta di S. Andrea, allor di Ripalta, vi convenivano le ultime tre compagnie: e tutte e dodici portavan diverse e bellissime insegne; e co' santi protettori della parrocchia da cui si traevano; e con animali e fiori simbolici, ricamati in lana, in seta o in oro a colori vivissimi: tali come i cronisti ce le descrissero e come si vedon dipinte nel magnifico cortile dell'antico palazzo pretorio, ora del tribunale di questa citta.
In ogni quartiere aveavi una compagnia di arcieri: le altre portavano picche e lance, e alabarde di varie forme e scudi rispondenti alle armi, dalla forma dei quali i militi prendevano nome di tavolaccini o di palvesari. V'erano pure in citta un trecento cavalieri coi loro capitani ed alfieri. La ristrettezza del luogo non offriva pero assai spazio per ischierarveli e far di se bella mostra. Infatti la piazza del Duomo, sul lato di ponente, era limitata da una fila di case che a distanza di poche braccia sorgevano parallele ad altre; e dove, dopo 80 anni circa, fu fabbricato il Pretorio con quella semplice architettura che vi si vide fino al 1842; prima che, come di presente, fosse accresciuto d'un piano, e cosi perdesse in parte del primitivo carattere. Quelle case poi non furono demolite che nel 1311 per ampliare come adesso la piazza. A settentrione, dove ora si vede un'altra fabbrica non finita, detta il Palazzaccio, sorgeva il palazzo del capitano del popolo con l'alta sua torre: ad oriente la chiesa di Santa Maria Cavaliera, e un lato (il sinistro) dell'attuale palazzo del Comune che solo da pochi anni si costruiva: infine, a mezzodi, il lato destro del Duomo. Cosi la piazza non aveva che quest'unico dei grandiosi monumenti che ora l'abbellano; e come nelle vie principali, in luogo di pietre non v'erano che grossi mattoni a coltello.
La cavalleria o cavallata, come allora la chiamavano, era sotto gli ordini del capitano Filippo Vergiolesi. Per mancanza di spazio l'aveva schierata lungo la via di San Giovanni, e solo ne distaccava alcuni cavalieri per far ala e contenere la folla. Gli altri capitani si erano gia disposti col Vergiolesi presso al palazzo del capitano generale, Tolosato degli Uberti, ed attendevano che egli giungesse.
Non furono che pochi istanti e se ne usciva sopra un bel palafreno, bardato di lucenti brocchieri; egli poi splendido per le armi. Cominciando dall'elmo, con alti e bianchi pennoncelli; usbergo, braccialetti, cosciali e schinieri erano tutti a lamine e squamme di forbitissimo acciaio, con sopra rabeschi d'oro mirabili: il petto poi coperto d'una cotta bianca tessuta d'argento con in mezzo la nera aquila ghibellina. Al suono degli oricalchi, al levarsi in alto dei bei gonfaloni ed agli evviva del popolo affollatosi di ogni intorno, moveva dalla piazza e coi principali dei militi s'avviava al palazzo del Comune. Non gia a quel palazzo maestoso del Municipio, d'architettura gotico-italiana, che ora veggiamo, del quale non piu che da 10 anni (1295) aveva posta la prima pietra il famoso Giano della Bella, quando, bandito da Firenze e qui riparatosi, piacque ai rettori di eleggerlo a potesta. Era invece l'altro antichissimo che in parte fiancheggia il lato destro di quel bel Battistero che allora da Cellino di Nese da Siena sul disegno d'Andrea Pisano da tre anni si costruiva. Il detto palazzo, che a settentrione non aveva case dinanzi, si estendeva alla piazzetta contigua, or del mercato; dal qual palazzo per certo le venne il nome di Sala. Questo nome, che serba ancora, riscontrasi le fosse dato prima del mille e forse all'epoca dei Longobardi: perche in questa piazza era una statua di Luitprando XVIII, re loro: e questa di sala, e pur voce longobarda che significa palazzo, corte principale e resedio d'autorita.
Qui adunque su quella sua torre, di cui non restan che i ruderi, sventolava a quell'ora il gonfalone del popolo; e nella sala maggiore di detto palazzo, adunati, il gonfaloniere di giustizia coi dodici anziani e i dugento consiglieri del popolo, al capitan degli Uberti, in merito de' suoi grandi servigi, erano per confermarsi i due maggiori uffici, di capitano e di potesta. Com'egli infatti vi giunse e ando ad assidersi al banco del potesta in mezzo a suoi ufficiali, due damigelli riccamente vestiti recarono in un vassoio d'argento al gonfalonier di giustizia la bacchetta del comando, ch'ei di nuovo consegno all'eletto. Fu un momento solenne, quando gli astanti, fatto silenzio, udirono, il gonfaloniere rivolgergli gravi parole nell'atto della consegna; essendo che anche questa volta, fuor del costume, si riunissero in lui tre grandi poteri; il civile, il giudiciario e il militare. Allora il degli Uberti si alzo, e con lui tutti; e distesa la destra sul libro degli evangeli che gli stava dinanzi: "giuro (pronunzio a voce alta) di difendere e mantenere la citta di Pistoia e il suo distretto secondo che gli Statuti comandano: particolarmente di tutelare gli orfani e le vedove; le chiese e gli spedali e tutte le altre ragioni di religiosi, di pellegrini, di mercatanti, rimosso odio e prego, e tutte malizie da questo di a un anno." Quindi i giudici e tutti i suoi ufficiali che gli facevano corona, distese le destre, ripeterono a una voce: "giuriamo!"
Dopo cio, il nuovo eletto disceso col seguito nella piazza, a piede, fra la folla plaudente, si diresse alla cattedrale. Le trombe del Comune squillavano: le campane suonavano a festa. Lo accompagnavano gli anziani, vestiti in lucco di color rosa e ricami in oro, calzatura di scarlatto, e berretta di velluto chermisi guernito di perle e di una candida piuma. Appresso gli ufficiali suoi ed i consiglieri; aggiuntivi ora gli operai di Sant'Jacopo. Procedevano i tavolaccini del Comune vestiti di verde, che, accennando con un'insegna, sgombravano la via. Seguivano i trombettieri, le cui lunghe trombe d'argento erano adorne di una banderuola bianca con in mezzo l'insegna del Comune, la scacchiera bianca e rossa, con fregi e nappe d'oro: ed essi pure in abito di gala, e con in petto una larga piastra d'argento incisavi la detta insegna. Un buon numero di mazzieri con mazze d'argento, vestiti di rosso e di bianco, ne chiudeva il corteggio.
Alla porta del tempio, il degli Uberti, ricevuto dal clero, fu da esso accompagnato all'altare di Sant'Jacopo. La, il venerando vescovo della diocesi, messer Bartolomeo Simibuldi, orando, attendevalo. Un altro giuramento, secondo, gli Statuti, doveva profferire dinanzi a lui. L'opera di Sant'Jacopo custoditrice della celebre sagrestia de' belli arredi, per le molte ricchezze da amministrare e per la sua dignita, era allora in Pistoia una nuova magistratura. Giunto appena il degli Uberti alla cancellata della cappella, il vescovo lo invitava ad entrarvi. E li, a pie dell'altare del grande patrono, presenti i detti operai, posta la destra sugli Statuti di detta opera, i quali un chierico sopra un guanciale gli presentava, "giuro, egli disse, di offerire all'altare del messer baron Santo Jacopo un pallio di lire dodici di pisani, il giorno di sua festivita." Allora il prelato solennemente lo benedisse.
Uscito di cattedrale, era di nuovo a cavallo in mezzo agli altri cavalieri nella piazza maggiore. Arrestatosi dinanzi al proprio palazzo fra le cittadine milizie che gli facevano ala, un banditore, dati tre squilli di tromba, a gran voce annunzio al popolo che, per volere dei magnifici signori e consiglieri del Comune, messer Tolosato degli Uberti era stato confermato negli uffici di potesta e di capitano generale delle armi. Un grido universale di lieti evviva scoppio allora da ogni lato. I cittadini erano omai assuefatti a scorgere in lui la propria gloria e la propria difesa!
All'uscire d'ufficio di ogni capitano del popolo costumavasi che, quando avesse egli ben meritato della repubblica, il Comune lo presentasse di un ricco dono. Ora, sebbene l'Uberti sull'uscire vi fosse subito confermato, il Consiglio del popolo non volle passarsi di far quest'offerta a un personaggio si degno. Quand'ecco, com'era dell'uso, venire a lui due giovani delle primarie famiglie sopra bei palafreni, portando in alto l'insegna del Comune. I quali, come gli furono rimpetto, prima agitarono i gonfaloni e li piegarono dinanzi a lui: poi, accostatisi, gli presentarono a nome della citta, in due vassoi d'argento che i donzelli del Comune porgevano loro; l'uno un pennone, una targa, una barbuta ed un cappelletto con la corona d'oro; l'altro un mesciroba con otto tazze d'argento; il tutto, come narrano le cronache, della valuta di trecento fiorini. In questo mentre gli alfieri agitarono le insegne, i capitani brandirono le spade, e ogni milite levo in alto le lance e gli scudi, facendo cosi un saluto d'onore al valoroso lor duce. Rispose egli al saluto; e passate in rivista le schiere, con nobili parole le congedava.
Bello e gradito spettacolo fu allora a vedere il marciare animoso di quei militi cittadini nell'uscir dalla piazza fra i lieti suoni delle trombe, e il dividersi come raggi dal centro per tante file, e il luccicar di quegli elmi e di quelle armi, fatte ora piu splendide pel sole gia alto e promettitore di una bella giornata.