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IL
SEGRETO DEI FATTI PALESI
SEGUITI NEL 1859

INDAGINI
DI
NICCOLÒ TOMMASEO.

I PATTI E I FATTI.--NECESSITÀ URGENTE.
IL VENETO.--L'ITALIA DI MEZZO.
IL PAPA NON È RE, MA IL CARDINALE ANTONELLI.
GL'ITALIANI, I MAGIARI, GLI SLAVI.

FIRENZE,
BARBÈRA, BIANCHI e COMP.
Tipografi-Editori, Via Faenza, 4765.
1860.

Proprietà letteraria.

Chi leggesse per primo lo scritto intitolato Il Papa non è Re, ma il Cardinale Antonelli, o l'altro l'Italia di mezzo, _badi che alcune delle cose toccate in quelli hanno al possibile dichiarazione dagli altri nell'opuscolo contenuti. Dico al possibile, perchè certe cose non è lecito esprimere nelle stagioni che la libertà comincia o finisce, come in quelle di piena servitù, quando il dire è pericolo; dove all'incontro in quell'altre il reprimere i propri affetti può essere più difficile coraggio, perchè più forte astinenza. Ciò nondimeno accennasi qui entro a cagioni o circostanze di fatti, non indicate ne' documenti e ne' libri finquì pubblicati. La novità non è invenzione, è sincerità: ma la sincerità non detrae del rispetto alle persone, nè della gratitudine per quella parte di bene che han fatto, e per quella a cui si sono col desiderio sollevati._

_Uno scrittore milite, marchese artista, politico d'ingegno elegante, uomo di felice facilità in ogni cosa che opera e dice e patisce, affermava dianzi che il mondo d'oggidì comincia a essere governato non dalla fede cristiana ma dal principio cristiano. E ne reca in prova il non si essere nella guerra di Crimea dato patenti di corsari a infestare il mare con legittime ruberie. Io non so veramente se da legittime ruberie siano o sperino farsi in breve sicure le terre; e se quel nuovo pudore, certamente lodevole e fausto, non sia dovuto almeno in parte alla potenza diplomatica del commercio, al prevalere della bottega sul gabinetto, all'essersi fatta la stessa politica più e più trafficante. Non so se il principio cristiano, anco che vogliasi senza fede, abbia trionfato nella guerra di Crimea, la qual guerra non tolse i seguaci del Vangelo alla scimitarra e agli strazii che il Corano santifica; non so se trionfasse nella Grecia, impedita d'insorgere dalle armi cristiane; se trionfi in Polonia dove il rito orientale è predicato tuttavia a suon di busse, e lo knutte è l'aspersorio cruento del prete benedicente; se trionfi in America sotto il patibolo di Giovanni Brown, dove la libertà è macellaia e mercante di umana carne, e siede a banchetto tracannando sangue che il boia le mesce. Forse coteste eccezioni al principio cristiano vengono appunto dal mancare a esso fede vera: ma di questa non pare che possa farsi apostolo degno il Cardinale Antonelli._

6 Gennaio 1860.

I PATTI E I FATTI.

I.--Assunto.

Il non conoscere certi fatti, il trasandarne taluni, o il non li collegare insieme, il fondare sopra cotesto imperfetto e caduco edifizio troppo grandi speranze, apparecchia disinganni gravi; dai quali poi l'inscienza stessa o la negligenza de' fatti ci toglie poter dedurre utili insegnamenti per il tempo avvenire. Acciocchè dunque le recenti vicende ci fruttino, importa collegare tra loro certi fatti dispersi, accennare come meglio si può a certi altri o ignorati da molti o non voluti avvertire; i vuoti che lascia anco la storia coetanea, riempierli colle induzioni che porge l'esperienza, e la conoscenza sicura di certe particolarità quanto più minute o intime, tanto più rilevanti. La cronaca del giorno d'ieri ha anch'essa la sua critica come le indagini dell'antichità più remota: e il giudizio intero d'avvenimenti recentissimi, bisogna talvolta saperlo comporre al modo che si ricompongono i mastodonti. Questo studio d'archeologia contemporanea noi tenteremo qui, e non per vana curiosità.

Ragioneremo, senz'odii nè amori di parte, cose meno gravi a udire che a dire; ma ci asterremo da ogni acerba parola.

II.--Prime mosse nazionali.

Nell'agosto del 1856 lo scrivente ebbe contezza del concetto di Giuseppe La Masa, maturato da esso, a quant'egli dice, assai prima; del francare l'Italia con moti concordi di tutta la nazione, e nel fine e ne' mezzi avviarla a unità. Interrogato, per discarico di coscienza e non già ch'io dessi peso al mio voto, io sottoscrissi alla proposta, con le due condizioni espresse: che l'unità fosse il fine, che tutta la nazione concorrere ne' mezzi, con libere forze ma docili concorresse; che i governi e gli eserciti regolari, di queste forze non volessero diffidare, ma sapessero fortemente ordinarle. Altri soscrissero: uomini che si dicevano devoti al Piemonte, s'astennero come da soverchio ardimento. Uscì nel settembre la lettera di Daniele Manin, scritta in nome proprio di lui solo, che dava l'Italia al Piemonte, senz'altra condizione se non che il Piemonte facesse l'Italia. Cotesto parve a taluni imporre troppo poco, e troppo; perchè nazione non si fa nè da un re, nè da un ministro, nè da una parte d'essa nazione, per valida e sapiente e risoluta e omogenea che sia. Ma forse era semplice improprietà di linguaggio: la risoluzione del posporre il bene delle parti al bene del tutto, era di buon cittadino. Chi si trovava allora in Piemonte, e chi ne leggeva i giornali anche fuori, sa come parecchi, nell'atto stesso del trionfare di tal concezione quasi di confessione, se ne facessero beffe, serbandola però come un'arme, e pensando a trarne profitto per fini più angusti ancora, e con più larghi arbitrii di quelli che consentiva il Manin. Fu poi fondata la Società il cui assunto era l'indipendenza di tutta intera la Penisola sotto la dittatura di Vittorio Emanuele, senz'altra condizione nessuna in guarentigia de' popoli combattenti, ma in guarentigia del leale condottiere concedendo che, se non il tutto, facessesi di liberare il più possibile delle parti. Condizione che nella mente di Giorgio Pallavicini, l'egregio Presidente della società, era l'ultimo caso e più remoto, nella mente d'altri il più prossimo ed unico. Chi s'avvedeva della segreta discrepanza nell'apparente concordia, se amico schietto d'Italia e del Piemonte, ne prendeva mal augurio e dolore; se faccendiere o uso a ridere del pro e del contro, se ne faceva gioco. Taluni temevano che la Società, creata per indirizzare il governo, non fosse da certi interpreti del governo, o che per tali si spacciavano, troppo indirizzata essa stessa; che di stimolante che intendeva essere modestamente, non fosse da ultimo se non frenabile dagli stimolati; che parendo operare come d'autorità e quasi d'uffizio, non mettesse nei lontani fiducia pericolosa e troppo precipitose speranze, confondendosi la sua voce con la voce dello stesso governo; che di qui si destassero i sospetti non inerti e non mansueti degli avversi, i quali griderebbero sè provocati, e si armerebbero in tempo, e potrebbero intanto infierire sugli incautamente speranti, resi dalla speranza minacciosi in parole, e malaccorti a discernere l'altrui simulata paura e il proprio pericolo; finalmente, che l'impresa diretta ad effetto d'ispirazione non paresse una mezza cospirazione, e non ne apportasse gl'inconvenienti. Delle intenzioni pie e generose del Presidente e di non pochi Socii, sarebbe stato calunnia e crudeltà dubitare, e non gliene rendere onore. Ma il fatto si è che al rompere della guerra, il degno uomo credette inevitabile sciogliere la Società, non già che il fine, cioè l'indipendenza delle parti, non che l'unità, fosse allora ottenuto; ma perchè la condizione segreta e palese de' fatti, se non degli animi, a lui stesso appariva mutata. Lo scoramento dell'onest'uomo, e non tanto credulo quanto a certi goffamente furbi piaceva spacciarlo, era presagio; e di più settimane precorse ai fatti.

III.--Svolgersi del concetto.

Ma ed egli, e tutti i veramente avveduti, cioè gli onesti, non disperano però, e disperare non devono. Se la prova non è riuscita qual si voleva, è nondimeno in certi rispetti riuscita oltre alla speranza di taluni, oltre alla tema o agli angusti desiderii di tali altri. Intanto la forza delle cose ha voluto che delle braccia e delle volontà concorrenti da diverse parti della nazione dovesse fare suo pro anco chi sulle prime ne diffidava, e non avrebbe imaginato in altrui tanta fede, nè forse voluta. La prontezza bramosa colla quale migliaia d'Italiani, che pochi anni fa non se lo sarebbero nè anco sognato, affrontarono il dolore de' cari loro, i sospetti e le persecuzioni de' governi, la pena del confino o della carcere o della morte, per venire dopo i terrori di furtiva e lungamente tortuosa e dispendiosa fuga a affrontare gli splendidi pericoli della guerra; la docile pazienza con cui sostennero gl'inaspettati rifiuti, e gl'indugi fatti tormentosi dal desiderio e dall'inopia e dal pensiero dei cari lontani indarno abbandonati, e i disagi del quartiere più gravi che quelli del campo, e gl'imperii militari talvolta più duri che la disciplina non richiedesse; è fatto nuovo nella storia italiana, e, checchè possa accadere, fecondo. E quand'io parlo di rifiuti e d'indugi e d'imperii duri, non intendo incolpare tutti, anzi nessuno, quant'è all'animo e alle intenzioni. Dacchè gli abiti del vivere e quelli del temperamento non mutano a un tratto; e l'educazione civile mutua è cosa di secoli. Ma certo è che, a dispetto di tutti gl'impedimenti, gl'Italiani nati in paesi il cui nome a non pochi forse de' Piemontesi era ignoto finora, si strinsero ad essi come a fratelli, e al loro fianco combatterono degnamente. Col piemontese La Marmora e col savoiardo Mollard stettero i modenesi Cialdini, Cucchiari, Fanti; e il nizzardo Garibaldi, col nome suo a certi Italiani spaventoso forse più che ai nemici, attrasse a sè una schiera diversa di patrie, unanime di cuore, la quale, aiutata poteva ancora più efficacemente aiutare. E in Piemonte altri non Piemontesi tennero grado onorevole di milizia, e lo meritarono; e Piemontesi altrove ebbero quasi trionfale accoglienza. Quanto poi al concetto finale dell'unità, io non dirò che il pensiero di taluni tra quegli stessi che più ne parevano vaghi corrispondesse alle parole, o le parole quanto potevano ai fatti; ma dirò che dal cinquansei è grande anche in ciò l'intervallo; e non è colpa di tutti gl'Italiani se ad allargare le idee e le voglie di taluni è bisognato o giovato anco l'aspetto e l'invito d'uno straniero potente. E qui per ispiegare vicende le quali ai più paiono inesplicabili, forza è salire alquant'alto, toccando soltanto quel ch'è necessario a farsi capire o indovinare, ma alle persone e alle intenzioni osservando la debita o riverenza o pietà.

IV.--Guerra di Crimea.

Ognuno rammenta che uomini e Piemontesi e d'altre parti d'Italia, amici e questi e quelli all'onore di tutta Italia e in specialità del Piemonte, dalla guerra di Crimea dissentivano. Le ragioni a concorrervi erano timore de' potentati invitanti, se rifiutati; se obbediti, speranza. Potevasi opporre che la speranza d'ingrandimento, il quale avesse dalla guerra a venire, non era bene augurata, se nel timore del contrario leggevasi una confessione di debolezza; e che la forza vera del Piemonte dovevasi attingere dal seno della nazione stessa, non da aiuti di fuori. E questo tanto più, che la paura dei tristi effetti del rifiuto era vana; perchè nessun potentato d'Europa, nè anco il vicino più nemico di tutti, avrebbe permesso che con invasioni si fosse esercitata vendetta sopra il Piemonte, difeso dalla sua giacitura e dalle reciproche gelosie. E quanto al non sperare dai corrucciati soccorso al bisogno; ognun sa che siccome la gratitudine di per sè sola non è la ragione del porgere soccorsi politici, così nè anco l'ingratitudine altrui è ragione a negarli, quando il soccorrente sia mosso dalle utilità proprie e dai propri pericoli. Intendimento degli alleati d'allora nell'invitare il Piemonte non era tanto d'avere il sussidio de' suoi ventimila, del resto valenti, quanto d'attrarre Austria a sè con la minaccia d'un'amicizia che potrebbe tornarle molesta. I negoziati allora tenuti lo provano in modo assai chiaro: a chi non bastasse la conoscenza degli uomini e della storia, lo provano i fatti seguiti. Austria intese; e il gioco rivolto contro lei torse a proprio vantaggio, promettendosi alleata se le assicurassero quieto intanto il dominio in Italia, e dal Piemonte nessuna briga. Collegarsi per gratitudine a Russia non poteva, sì per timore d'una vendetta e in Italia e altrove, sì perchè, ripetiamolo, la gratitudine è una virtù privata, tutt'al più un consiglio evangelico ai Gabinetti. Nè l'innalzamento del Russo e la depressione del Turco potevano all'Austria parere desiderabili. Dall'altro lato prestare servigi d'accordo col Piemonte a Francia e a Inghilterra, foss'anco in pro di Turchia, non stimava comoda cosa; ma più spediente, risparmiando le forze proprie risparmiare anco la Russia, quasi una mezza alleata; occupando i Principati, renderle meno grave il peso della guerra; e stare intanto a vedere da qual parte penderà la vittoria. Accusarla di perfidia, nella condizione in cui l'avevano posta tutti i precedenti suoi atti, nella presente moralità della politica comune (la quale fa vieppiù risaltare le eccezioni generose, ma non le può convertire in legge per ora), è semplicità in cui non cadono gli uomini di Stato, nè anco quelli che del riservo dell'Austria hanno poco a lodarsi. Nessuno si pensa di chiedere l'impossibile; e i sagrifizi pericolosi senza guarentigia di compenso sono un impossibile agli uomini pratici.

V.--Cose desiderate da farsi tra il 49 e il 58.

Ma per ritornare al Piemonte, i vantaggi da quella alleanza sperati, non a tutti parevano tali che non se ne potessero attendere altri maggiori da chi sapesse aspettare, nel che consiste assai volte e la virtù e la prudenza degli uomini di governo. Io qui non intendo detrarre punto alle lodi d'un uomo d'ingegno arguto e di rara operosità; che nè questo è momento a riprensioni, nè io me ne sento autorità nè prurito; e le riprensioni, se giuste, dovrebbero rifarsi da taluni almeno di quelli che precedettero ad esso. Ma non devo tacere che parecchi e Piemontesi e sinceri amici al Piemonte desideravano che per il bene d'Italia si fosse qui, fin dal primo, proceduto altrimenti. Desideravano che nei più che dieci anni di costosa aspettazione; di troppo sicura incertezza, di non sufficiente apparecchio nè alla guerra nè alla pace, scemassero i dispendii sospetti dell'esercito, quanto al numero delle milizie, ma gli arnesi di guerra venissersi intanto accumulando; addestrassersi i militi cittadini sul serio; si raffermasse con la disciplina lo spirito militare congenito a questo popolo buono; s'imitassero in ciò le istituzioni di Prussia; che si provvedesse alla marineria, tanto negletta fin dopo intimata la guerra; non si sdegnasse in ciò l'opera degli esuli Veneti, nè il sussidio dato loro paresse gratuita carità; con simile intendimento ascrivessersi almeno i più reputati fra i militi d'altre parti d'Italia, non aspettando di farlo agli estremi, con risico di non ottima scelta; prima che alla magnificenza de' porti, si desse cura al modo di degnamente, se non riempierli, munirli, e con essi le coste, acciocchè un altro Stato italiano, provocato provocante (e fu provocato abbastanza) non potesse con le ben guarnite sue navi impunemente assalire, e non si dovesse anche in questo riporre tutta intera la speranza nel sussidio, non sempre sicuro e pronto, non mai affatto gratuito, degli stranieri invocati. Desideravano che, scemate le spese di guerra in tempo di pace, se non scemare, non crescesse almeno il debito pubblico, che è debito di ciascun cittadino, e ne pagano il pro più caro quelli a cui meno fa pro, quelli che meno possono; che le imposte non si aggravassero specialmente sulle arti minute e sul commercio minuto; che i possidenti pagassero il giusto, e a tal fine il catasto fosse prontamente iniziato, e intanto una più equa distribuzione suppletoria attenuasse i danni dello Stato, e alleggerisse i pesi del popolo; che alla sorte de' villici si cominciasse a provvedere, buona parte dei quali in Piemonte sono in condizione più dura che in altri paesi non aventi Statuto; che alla prosperità dell'industria s'aiutasse non solo con mostre di pompa che non creano, e con premii che non ispirano, ma promovendo la diffusione delle utili novità, e principalmente curando che nelle Società degli Artieri l'amore della libertà e quel dell'ordine, la religione e la istruzione concorressero al fine medesimo, non fossero commessi a battaglia dissolutrice d'ogni vincolo umano; che al commercio fosse dato braccio, in ispecie al marittimo, il qual darebbe alle coste non pericolosa importanza, e, insieme coll'agricoltura e colle arti, vita nuova all'isola di Sardegna la qual si sospetta disamata e spregiata; che nel lusso delle strade ferrate, non tanto utile al vivere materiale quanto forse dannoso al civile e morale delle Provincie, troppo da meno di poche città dominanti, non si trasandassero, e in Sardegna e altrove le strade interne, che son come le vene del gran corpo, necessarie insino alle ultime sue estremità. Desideravano sopra molte altre cose data al Municipio l'importanza dovuta, senza la costituzione del quale non solamente gli Statuti non valgono, ma possono farsi fomite di corruzione e strumento di tanto più cattiva schiavitù quanto più palliata; che delle deliberazioni municipali e delle provinciali facessesi grado a quelle del parlamento; che il parlamento fosse da' governanti rispettato non solo co' modi urbani del dire e del sedere, ma principalmente col lasciarne la concezione vergine d'ogni macchia, le elezioni pure d'ogni sospetto, non dico di subornazioni ma nè anco di suggestioni indirette, di promesse di cose lecite, di lusinghe insolitamente benigne. Desideravano che i lavori del parlamento fossero meno travagliosi per lunghezza e verbosità, e insieme più fruttuosi per leggi non disputate senza concludere, non fatte per poi disfare e rifare, leggi che l'ordine civile col nuov'ordine politico conciliassero; che le penali fossero così ritemprate da non far parere necessario il lusso de' patiboli, lusso il qual non corregge i costumi, ma li fa atroci laddove non sono; che provvedessesi alla sanità e moralità delle carceri, fogne di tutta sorte contagi; che nei processi di stampa le sentenze de' giudici alla coscienza pubblica vera, non allo schiamazzo di pochi giornali, nè al cenno de' governanti, neppur sospettato, ubbidissero; che non solamente la calunnia ma lo scherno, specialmente se vòlto contro interi ordini di persone, fosse esemplarmente punito, perchè stupra la libertà e nel cospetto de' nemici la infama; che a frenare la licenza non fosse bisogno d'imperii venuti di fuori; e che della necessità di servire a tali imperii si approfittasse per frenare a un tratto ogni maniera di licenza, e non permettere che, dall'un lato repressa, dall'altro essa si scagli a insolentire più che mai sopra i deboli, e le credenze del popolo senza nè civiltà nè pudore conculchi. Desideravano che l'istruzione educatrice si promovesse non per moltiplicazione di scuolette impotenti o tentatrici e di maestrucoli arrogantelli o scandalosi, e d'ispezioni sopra ispezioni, d'esami sopra esami, di testi sopra testi, di norme e di guarentigie sopra norme e guarentigie, le quali mai non giungono a regolare e ad assicurare sè stesse; ma per fondazione di buone scuole a formare maestri, per scelta pronta e rispettosa di direttori e precettori autorevoli, senza prova oltraggiosa di concorsi e inutile di attestazioni; che coi riguardi debiti non alle fazioni ma alla pubblica moralità, non ai gazzettieri, ma ai padri di famiglia s'aprisse libero l'adito all'insegnamento privato; che il letargo delle università per il paragone si scotesse; che dell'illustre Accademia delle Scienze si facesse un consiglio di civiltà, un modello delle Accademie rinnovellate, si accettassero o chiamassersi gli uomini insigni di tutta la nazione, che sarebbero accorsi riconoscenti; e si levasse un vessillo men minaccioso del bellico, e più unificatore davvero, e più trionfale. Desideravano che la prima mossa civile dopo le calamità militari non paresse un voler, non potendo con Vienna, attaccare la guerra con Roma; che alle necessarie franchigie della potestà secolare prendessersi gli auspizi dell'esempio di Francia e di Toscana e di Napoli, ma senza piglio inimichevole nè in forma di sfida, giacchè con una potestà che resistendo immobile, stanca, e vince aspettando, le impazienze non valgono; che dei vescovi, non ancora provocati, scegliessersi i meglio disposti, e la loro autorità si opponesse ai restii; che tra' preti si rivolgesse l'occhio a que' tanti i quali alle mutate cose s'erano dimostrati propensi, nè tutti si lasciassero da goffe impertinenze o inasprire o condannare al silenzio; che inutilmente non s'aizzassero i frati, con la minaccia alienando da sè anco i non tocchi, e facendo gridare all'usurpazione intanto che lo Stato e il popolo sopportavano dalla confiscazione improvida pesi più gravi, come se fosse gloria e lucro e trastullo il crearsi a bella posta, e a proprie spese quasi assoldarsi, nemici. Desideravano che le divisioni, per le quali il vecchio Piemonte non è ancora ben fuso in sè e però invalido a fondere nuovi paesi che non siano provincie, divisioni ad ora ad ora prorompenti in discordia, fossero per savie elezioni di magistrati e per avvedimenti morali meglio che politici mano mano composte; che tra gli esuli facessesi tale discernimento, da non eccedere nè in predilezioni e indulgenze malcaute, nè in diffidenze ingiuriose, nè in severità precipitose o tarde, le quali paressero atti d'arbitrio o di ubbidienza soverchia a cenni stranieri. Desideravano che alle relazioni cogli esteri Stati fosse tenuto dietro con veduta più ampia; che si sbrattassero Consoli inetti o ignobili o ligi a potentati non amici; che massime nel Levante, dove la lingua d'Italia è tuttavia la più nota, ma quella di Francia tra poco soverchierà, la bandiera Piemontese si facesse proteggitrice di tutti gl'Italiani, anzi de' Cristiani, indarno invocata. Desideravano che gli altri potentati d'Italia non fossero fuor di tempo irritati, nè da minacciose promesse tenuti all'erta, ma, cominciando dai meno avversi, procurassesi di ottenere da essi, ogni agevolezza possibile e a sè e ai loro sudditi; non si permettesse ai giornali insolentirgli contro, non si attendesse per questo il precetto di Francia; non si facesse nelle animosità distinzione ingenerosa tra i forti e i deboli; i più ostinati tra questi mettessersi dalla parte del torto coll'abbondare in riguardi, che mai non potevano parere paura; che con gli esempi del meglio tranquillamente continuati, questa parte d'Italia si facesse rimprovero a chi non la voleva modello. Desideravano (cosa per vero difficile a condurre, ma non impossibile politicamente, in dieci anni di tempo), che deposte le diffidenze proprie e dileguate a poco a poco le altrui, ritentassesi quello che si era fiaccamente voluto nel 48 o fatto le viste di volere, dico la colleganza, non di servigi dall'un lato e d'imperii dall'altro, ma di mutui sicuri vantaggi tra i due grandi Stati Italiani i quali soli potevano rendere vita di nazione all'Italia; che quel vincolo maritale il qual poi stretto a questo fine con una famiglia che i suoi doveri fanno essere necessariamente straniera, per quanto le sue affezioni vogliasi credere che la rendano amica e devota, quel vincolo si stringesse a viemmeglio preparare l'interna unità.

VI.--Congresso a Parigi.

Io non dico che tutte queste fossero cose operabili: dico anzi che da un solo uomo operabili non erano nè tutte nè la minima parte di quelle; che le più importanti operare non poteva il Piemonte tutto intero qual è. Io non approvo e non biasimo; espongo, e rammento. E la memoria mi dice che i benefizi sperati dalla guerra di Crimea, la qual guerra poteva portare seco pericoli estremi ai deboli se continuata e dilatata, non vennero appunto di lì. Se il Piemonte ebbe quindi opportunità di sedere a un congresso coi maggiori potentati d'Europa, ognun sa che le cose seguite nel corrente, anno con quella adunanza non hanno vincolo necessario, poichè i nemici d'allora dovevano poi sperarsi proteggitori, e un alleato e proteggitore d'allora sospettarsi avverso. In quel congresso fu parlato, sì, dell'Italia; ma come? non del farla libera da quella forza che sola mantiene le dominazioni minori moleste; non per accennare, nè anco in ombra, ai dolori o alle speranze de' Veneti e de' Lombardi; non per proporre i veri rimedi all'abuso della potestà temporale del Papa, contro il quale pareva esser vòlto tutto il coraggio dello zelo, quasi contro il solo accusabile: ma lui solo prendevasi in mira, non tanto quasi come una specie di mito politico, quanto come il più debole, e da potersi assalire con più sicura speranza di raccorre i suffragi de' seguaci di Lutero e di Arrigo VIII, di Fozio e di Maometto. Alla proposta che ne porgeva il Piemonte, diresti che sole le Legazioni patissero del governo de' preti, che sole meritassero reggimento migliore, sole fossero mature a questo. E i rimedi suggeriti alle piaghe di quel membro, indiviso dall'intero corpo piagato, erano pure insufficienti, e portavano seco nuovi dolori e pericoli. Il pericolo più grave era quel paragone ingiurioso e odioso tra le une e le altre provincie, quel fare alle une sperare ciò che alle altre negavasi con tanto più dura noncuranza che pareva meditata e accompagnata di ragioni o di scuse. Eccitando negli uni fiducia importunamente superba, negli altri invidia dispettosa e disperata; e per più squisitezza di spregio, consigliando ai preti regnanti l'accorgimento di commisurare al numero dei sudditi da tener sotto, il numero degli armati Italiani e stranieri che bastassero al tristo uffizio; venivansi a suscitare discordie nuove in paese dalle discordie ingangrenito; e così preparavasi la civile e la morale unità.

VII.--Disegni più vecchi insieme e più nuovi.

Cotesta vecchia ricetta, razzolata tra' fogli del conte Aldini, uomo imperiale, che, come Bolognese, badava a San Petronio e alle aggiacenze, e che scriveva al principe di Metternich, come protomedico della Corte e della Penisola; cotesta ricetta, ognun vede non essere invenzione colpevole del valente uomo che a Parigi nel 56 la mise innanzi modestamente, per condiscendere al desiderio d'alcuni tra suoi amici, i quali dalla guerra di Crimea non speravano migliore frutto; nè a quanto pare da ciò lo sperava egli stesso. Onesta e pia cosa è discernere l'angustia de' concetti dalla malignità degli intendimenti. Nè intendimento maligno è da imputare, non dico all'arguto ministro che nel congresso di Parigi portava in mezzo quell'unico tema, ma nè anco a coloro che facevano lui troppo modesto canale di voglie nell'apparente boria modeste. Senonchè bisogna pure soggiungere che meno angusto concetto che quello di cui la facondia del conte di Cavour si faceva levatrice nel 1856, era il concetto di Pellegrino Rossi nel 1832, quale apparisce da una sua lettera al signor Guizot opportunamente ristampata dal signor Eugenio Rendu nel recente suo libro intorno alle Relazioni tra le Corti d'Austria e di Francia e di Roma; libro che chiaramente dimostra quanto dalla protezione austriaca e la Corte e la Sede di Roma abbia patito e sia in più pericolo di patire. Vero è che il Rendu mescolando un po' le memorie con le speranze, ci dona l'occupazione francese, qual è stata dal 49 infino a' dì nostri, come restitutrice della dignità del Papato. Ma la sua argomentazione speriamo che, se non storia, sia vaticinio; e, giacchè le cose sono a tal punto da chiedere imperiosamente agli stessi imperanti risoluzione seria, aspettiamo. Fatto è che il Rossi, più d'un quarto di secolo fa, proponeva che non solo le Legazioni, ma insieme le Marche formassero uno Stato da sè, titolarmente soggetto al Pontefice, e debitore a lui d'un annuo tributo, assicuratogli da Austria insieme e da Francia. Il Papa così diventava protettore davvero de' sudditi suoi Italiani dalle esterne e interne violenze, e non protetto per forza d'armi esterne contro le esterne insidie e contro gli odii intestini. E non che scemare, gli cresceva sovranità; dico quella sovranità vera e degna di persona spirituale, che secondo le originarie condizioni, gli fu conceduta sulle provincie conservanti il diritto di governarsi di propria autorità.

Più largo ancora che quello del Rossi, era un concetto più antico, cioè del 1822, ed era più pio al Pontefice, ancorchè dettato da Gian Pietro Vieusseux protestante. Lo dettava egli alle istanze reiterate del conte di Bombelles, uomo probo, allora ambasciatore austriaco in Toscana, marito a una figliuola di madama di Brun, conosciuta da esso Vieusseux in Copenaghen, amica al Sismondi, e riverente al nome italiano. Proponeva il Vieusseux fin d'allora una Confederazione di Principi Italiani, una Lega doganale, e quanta conformità d'istituzioni veramente civili potessero permettere quei miseri tempi. Della quale proposta giova, come di documento storico, tenere di conto, e all'affetto dell'uomo benemerito renderne onore. E importa notare, che tra le cose prudenti allora e opportune a dirsi, non più accomodabili a questo tempo, ce n'è parecchie, e le più rilevanti, alle quali dovrebbero porre mente i fondatori d'una Confederazione Italiana sul serio; che, determinando questo concetto ancora incerto nella mente e de' governanti e de' popoli, ne persuaderebbero la possibilità, ne farebbero più agevole l'attuazione, e più sicura anco ai più diffidenti.

VIII.--Jattanze e speranze.

Ma ritorniamo all'animoso ministro dal quale l'ordine delle idee ci portò alquanto lontano. Rivenuto di Parigi al suo parlamento dovevasi certamente aspettare che, col ritegno voluto dalla prudenza, egli toccasse delle cose trattate in Parigi, cioè della proposta sua rispetto al migliore governo da dare a una parte degli Stati Papali. Nel che non poteva, almeno in massima, non convenire, e l'Imperatore, la cui lettera a Edgardo Ney rimaneva da più anni quasi fatta ludibrio alla Corte di Roma; e l'Inghilterra, che aveva nella vittoria di Crimea messa in luce piuttosto la sua debolezza che la sua forza, e a cui doveva gradire che opportunità le si offrisse di far prova altrove in qualche maniera della propria potenza. Veramente dovevano e l'Inghilterra e la Francia rammentarsi altresì le accoglienze non rispettose da Napoli fatte alle loro ingiunzioni, le quali avevano per ragione il disordine che quel governo fomentava in Italia, e quindi in Europa: al che Napoli colla sua inerzia sprezzante pareva rispondere, che altre cagioni di disordine numera l'Italia e l'Europa; e che, tolte via queste, provvederebbe anch'esso a fare il possibile dal suo canto. Ma le parole del ministro in parlamento parvero avere significato più ampio che le sue proposte in Parigi; e in quasi tutti subitamente infusero speranze grandi. Dicevano, maravigliati dell'inaspettata fiducia: non è possibile che parole tali non siano quasi il saggio d'altre parole segrete ancora più minacciose ai nemici nostri, non siano precorritrici di fatti prossimi, memorandi. Quindi le congratulazioni e i ringraziamenti affrettarsi; e l'esultazione parere tanto più ragionevole, che rammentavasi, l'oratore in altri tempi più disposti a guerra, essersi dimostrato ben cauto. Ma coloro che questa memoria e la conoscenza degli uomini rendeva cauti, non però diffidenti, aspettavano che prima ancora de' fatti, altre parole venissero a rischiarare e temperare le prime. Vennero nel Senato, dove il prudente dicitore avvertì, non essersi bene inteso il significato del suo primo discorso, fervente di pii desiderii, ma non istigatore di pericolose speranze. Certo è che le cose accadute nel 59 non erano nè pattuite nel cinquansei nè previste. Che a maturarle (come taluni sognano, calunniando i popoli più che i principi) servisse un misfatto, che quella paura ispirasse generosità; il crederlo sarebbe quasi un farsi complice del misfatto: nè su tali stoltezze può l'uomo onesto pur fermare il pensiero. Vero è che di lì venne occasione a una legge, la quale, se le precedenti non bastavano, doveva essere portata assai prima, acciò non paresse riparazione tarda, e quasi confessione di reità nè commessa nè imaginata. E quelle leggi che provvedono al rispetto delle persone e dell'onore sì de' principi e sì de' privati cittadini, dovevano alcuna volta essere con severità più coraggiosa eseguite. Ma cotesta negligenza piuttosto che agli uomini del governo è da imputare alla timidità de' cittadini stessi, o alla loro inopportuna generosità.

IX.--Patti segreti.

Se i fatti storici, per disgregati che paiano, non possono in tutto tenersi divisi così che non abbiano tra sè relazione veruna; non si deve però nè anco la loro apparente successione, o il materiale concorso di certe circostanze, prendere come vincolo di causa ed effetto. La critica storica in questo rispetto dev'essere governata dal criterio morale; e specialmente ne' fatti recenti deve l'uomo tenersi in guardia contro i pregiudizi delle passioni, e contro le sentenze de' politicanti volgari, e anche contro le testimonianze di taluni fra gli uomini che hanno presa qualche parte alle cose. Chi dicesse che alla alleanza di Francia col Piemonte nel 59 la guerra di Crimea fosse necessario apparecchio, si mostrerebbe nuovo delle cagioni che consigliano le alleanze. Ma chi non volesse immaginare alcun negoziato, alcun patto precedente alle cose seguite nel corrente anno, col fare un vuoto nella serie de' tempi, non provvederebbe alla verità meglio di coloro che il vuoto riempiono con negoziati e con patti da sè immaginati. Quest'è la parte inscrutabile della storia: nè a dileguare tutte le finzioni mitologiche le quali confondonsi all'esperienza degli uomini quotidiana basterà, cred'io, la luce che suole in tali oscurità venire portando il corso degli anni. Quel che fu detto e taciuto, inteso e sottinteso e frainteso a Plombières; quello che fu poi sopraggiunto o detratto o mutato espressamente o no dalle parti, a Parigi e a Torino, a Milano e a Firenze, e altrove; per quali gradi si passasse dalle prime prudenti promesse di pace scritte per rassicurare l'Europa, al proclama dato in Milano, e dalle nozze di Clotilde di Savoia alla pace di Villafranca; non lo sapranno ben dichiarare nè tutte insieme raccolte le lettere de' giornali più minutamente informati, nè tutti i più autentici documenti diplomatici che, a cose finite, usciranno alla luce; nè le memorie che della vita propria potranno scrivere coloro stessi che parteciparono ai patti, che fecero e che disfecero; nè le stesse loro narrazioni privatissime confidate agli orecchi de' più intimi amici. Perchè ciascheduno de' partecipanti non sa che una porzione de' fatti, quella dov'egli operò di persona, o di cui fu testimone; ma quanto accadde in sua assenza, quanto fu o espresso o lasciato intendere o disdetto o impedito, insciente lui, tutto cotesto può essere che taluno de' principalmente benemeriti lo ignori e lo giudichi malamente fors'anche più dell'ultimo dei suoi segretari. Nelle stesse parole inenarrabili, che posson essere corse tra due uomini soli, chi dice a noi che e l'uno e l'altro le abbiano prese nel medesimo senso, e nel medesimo le abbiano ritenute; e che i nuovi casi via via succedentisi non ne abbiano quasi insensibilmente mutata nell'animo loro l'intelligenza con tanto più risico di reciproci sbagli, quanto più i due uomini erano sinceramente unanimi, ed espertamente avveduti, e cautamente animosi? Chi dice a noi che in faccende tanto gravi, dalle quali pendeva il destino di milioni e milioni d'uomini, e l'onore de' negoziatori (dico l'onore nel senso comune della parola, e anco in quell'altro che concerne l'esito fortunato), parlando ciascun di loro seco medesimo, si sia trovato dal principio alla fine sempre costante a sè stesso; e che nella medesima parlata che nell'intimo suo faceva in un punto medesimo, si sia bene inteso, e francamente svelato a sè il suo volere? Disperati pertanto, come noi siamo, di conoscere la verità segreta de' patti, attenghiamoci a quel che d'essi apparisce manifesto in digrosso, e materialmente palpabile; facciamo come gli anatomici che sotto il coltello scrutatore ben sanno di non poter rincontrare la vita, ma, come possono, studiano nondimeno la vita.

X.--Apparecchi e auspizii della guerra.

Se in troppe cose doveva il Piemonte pendere dal cenno del suo potente alleato, e prenderne le parole e i silenzi per norma; in una cosa gli era utile e bello imitarlo, nella parsimonia delle minacce e de' vanti, sì perchè questa è indizio di forza e augurio fortunato, sì perchè non paresse che il più debole fosse quasi condannato alle parti di provocatore, e avesse sembianza di semplice strumento alle altrui volontà. Rammentiamo con quanto riserbo e il Governo di Francia, e gli stessi giornali francesi, parlassero dell'Austria innanzi la guerra; e questo, se non ci spiega, c'insegnerà molte cose. Ma continui clamori, non ismentiti, e non rattenuti come ognun sa che potevasi in questa libertà della stampa, sfidavano il nemico, e lo annunziavano disfatto già. Poniamo che esso non se ne lasciasse aizzare, che si tenesse armato sull'orlo dell'opposta riva, aspettando a tutte le ore; e che d'altra parte l'esercito di Francia si tenesse alle opposte falde dell'Alpi, secondo la parola Imperiale la qual non prometteva soccorso se non quando il Piemonte fosse dalle armi austriache occupato. Cotesto stato d'inerzia violenta, di guerra senza guerra, di minaccia senza sfogo, cotesto sfoggio rovinosissimo di potenza impotente, diventava ai freddi e ai crudeli spettacolo di ludibrio; ma agli Italiani aspettanti tra speranza convulsa e terrore dell'oppressore irritato, si faceva incomportabile, inaudita agonia. Se l'Imperatore austriaco, quasi impietosito, volle colla sua uscita imprevista e incredibile trarre d'impaccio la parte avversa; non so chi ne possa andare superbo. So bene che taluni invocavano le armi austriache di qua dal fiume acciocchè tirassero le armi francesi di qua dal monte; ma io confesso che le esperienze fatte sul corpo delle nazioni con tali calamite non mi paiono un miracolo d'arte e di scienza. La tardità e inettitudine de' condottieri nemici, le piogge del cielo e le acque della terra, la provvida celerità del soccorso straniero, potettero attenuare i danni, ma non impedire la troppo presentita possibilità che Torino per qualche giorno vedesse nelle sue vie la bandiera gialla e nera; non impedire la mal dimenticabile calamità, che provincie fiorenti fossero da quell'aspetto contristate, insanguinate fuor di battaglia, insultate con ladre angherie. Pagò caro; nè fu solo il braccio della Francia a respingerlo di là da uno e da altro e da altro fiume, d'una in altra e trincera e città; nè l'esercito Piemontese fu alla memorabile impresa un inutile soprappiù. Combattettero allato ai soldati di Crimea e d'Affrica, e noti inugualmente, soldati d'Italia; e tra questi, alla pari coi meglio esercitati, i novelli; e ciascuna regione della Penisola portò il suo tributo. Gran danno che, siccome i due Principi Capitani, siccome le due nazioni sorelle, così non potessero sempre e in tutto consentire intimamente i due eserciti ne' loro comandanti inferiori; e ciò non per colpa d'alcuno in ispecie, ma perchè la novità del fatto, e la diversità de' modi e de' temperamenti, più che quella degli umori e degli animi, nocque un po'. Nè maraviglia se questo tra Piemontesi e Francesi accadesse, quando taluni de' militi stessi d'altre parti d'Italia ebbero a sentire alquanto fredde le accoglienze de' loro fratelli, non si ricordando delle tante cause che per secoli li tennero divisi da essi. Non è però meno da desiderare che questo non fosse; non è men da dolersi che delle feste cordialmente clamorose fatte ai Francesi venuti alla guerra nessuno evviva rimanesse per il ritorno di loro vittoriosi, nessuna ghirlanda. Io so bene che la gratitudine era ne' cuori, e che il dolore del disinganno è scusa più che sufficiente negli occhi de' Francesi stessi; ma il meglio era governarsi per modo da rendere o meno inuguale l'espressione della gratitudine, o piuttosto impossibile il disinganno.

XI.--Rotta e interruzione.

Fatto è che l'Imperatore de' Francesi potè scrivere d'avere francato e il Piemonte e la Lombardia; potè questa e quello chiamare debitori alla Francia; potè quindi prescrivere al suo benefizio il limite della propria volontà. Gli appassionati hanno un bel dire che la pace di Villafranca è una ristampa del trattato di Campoformio con giunte e con varianti: l'arbitro delle nostre sorti, o chi parla per lui, può rispondere, che la guerra nel suo concetto non era che un episodio e quasi una parentesi della pace; che l'altra guerra di Crimea è similmente finita, lasciando le cose a mezzo, il vinto non più debole di prima, l'alleato da soccorrere non punto più forte; che se là una fortezza fu smantellata, e qui risparmiatene quattro, qui s'è in compenso ricevuta con una mano, e donata con l'altra, una delle più beate provincie del mondo; che la parola rimettere, comunque s'intenda nel francese e nelle altre lingue d'Europa, non muta la natura de' fatti; e che la storia dirà a chi quella provincia sia data, da chi conquistata, e con quale frutto. Noi che non sappiamo nè gl'intendimenti segreti di questa guerra, nè le promesse che a lei precedettero, e non abbiamo altri documenti che le parole d'un proclama, e le promesse, non sempre uguali e non tutte chiare, divulgate in nome del Piemonte, ma nè dal suo Re nè dal suo Parlamento asserite; noi possiamo, se questo ci giova, gridare barbaro col Metastasio il nostro destino; il meglio è tacere, e apprendere come si vive. Chi invoca l'altrui soccorso, per gaie che gli si facciano le condizioni, egli primo fa a se medesimo una condizione dura, che la generosità altrui può fino a un certo segno alleviare, mutare del tutto non può. Chi ha troppo sperato, ha già tolto a sè stesso il diritto di muovere doglianza se le speranze sue tutte non sono adempiute. Chi ha sperato in altrui, per forte che sia, non è più in tempo a far prova di quel coraggio disperato che da ultimo vince. Ricorrono adesso al Piemonte altri popoli speranti in lui, ma in lui solo; e il Piemonte dalla sua stessa vittoria è messo in tale stretta da non poter nè accettare di pieno arbitrio, nè rifiutare, nè lasciare, nè prendere; apparisce avido insieme e timido, e non è nè questo nè quello. E non per avidità nè per timidità, ma per altre cagioni che sarebbe difficile dire chiaro, il suo potente alleato non può permettergli ch'e' muova un passo senza prendere norma da quel che conviene alla Francia. Nec tecum possum vivere, nec sine te.

Senonchè legge provvida della natura si è, che in ciascun'anima umana, e così in ciascuna società d'anime, sia una certa quantità, siccome d'ogni altro bene, anco di buona fede. Felici gli uomini e i governi e i popoli che sanno ben collocarla, e la spendono in cose e in persone oneste, presso cui sole essa può rendere frutto. Ma la buona fede anco nelle cose e nelle persone oneste ha i suoi limiti: e limite consiste nel volere non tutto quel ch'è possibile, il che darebbe troppi diritti alle speranze dei deboli, li renderebbe perpetui creditori e importuni tiranni dei forti; ma volere l'utile, dico l'utile di coloro dai quali aspettasi un qualche servigio. E quand'anco il servigio paia espressamente promesso, bisogna por mente alle parole che esprimono la promessa, e non dare a quelle un tropp'ampio significato. Io non dico che le parole annunzianti l'Italia libera fino all'Adriatico dovessersi intendere archeologicamente, cioè de' limiti fin dove il mare arrivava in antico, che sarebbe la città d'Adria, e in tempi più remoti ancora più su; ma dico che il nome di libertà si può intendere in molte e diverse maniere, e che ai deboli non è lecito dargli l'interpretazione più comoda a loro. Certo è che vedendo intatto dalla guerra l'Adriatico, e del grande apparato marittimo non si fare dinnanzi a Venezia quell'uso che gli Austriaci più d'ogni sforzo terrestre dovevano paventare; raccogliendo le confessioni e le affermazioni non tanto private che non diventassero pubbliche, le quali porgevano ai Veneti tutt'altro che speranze; leggendo nella Gazzetta di Venezia il dì seguente alla battaglia di Solferino un annunzio stampato già in altri giornali nel quale vaticinavasi l'armistizio e le cose che poi sono fedelmente seguite; e rammentando il celebre motto che l'Impero è la pace; se ne viene a dedurre che la promessa dell'Italia libera è stata interpretata in modo non conforme alla critica diplomatica, e che lo sbaglio è da apporsi ai chiosatori imperiti. Il tutto si spiega supponendo che l'Imperatore dei Francesi abbia con troppa buona fede sperato che Austria e libertà italiana si possano conciliare. Non già ch'egli potesse essere tanto credulo da sperare un Governo Italiano di libertà civile entro a un Governo estero militare, nè le franchigie politiche de' popoli consociate amicamente al franco esercizio d'una polizia non assai popolare. Ma l'Imperatore si figurò che, siccom'egli in Villafranca mutava disposizioni verso l'Austria vinta, o almeno disperata di vittoria, così l'Austria muterebbe a un tratto disposizioni verso i Veneti, se non liberati secondo il senso volgare della parola, almeno raccomandati dal suo vincitore.

L'esempio de' Principati di lungo il Danubio gli era forse ragione a fidarsi, dove l'Austria smesse da ultimo, tuttochè di mala voglia, le sue renitenze men cristiane che turche; e dove con una specie di scherzevole arguzia, vennesi a conseguire una specie d'unità. Vero è che, pensando alla tanta mole di guerra, a tanta parte d'Europa insorgente per la Turchia e per la civiltà contro Niccolò delle Russie il qual diceva combattere per la croce; pensando al tanto sangue versato, alle ruine fatte e alle eccitate speranze, i benefizi da dedurne a Moldavia e a Valacchia potevansi aspettare maggiori: vero è che l'unità della persona del Principe non è l'unità del principio nè dello Stato; che all'occorrenza d'una novella elezione ritornano in campo le dubbietà e le discordie; e che tocca ai Rumeni piuttosto iniziare che compire l'impresa. Ma ad ogni modo la condizione di que' Principati è meno incerta con accanto il Gran Turco, che non sia quella del Veneto e dell'Italia con l'Austria soprale; e nel Veneto, quanto più augusti erano anco diplomaticamente i diritti, tanto più minacciosi si fanno, dopo la guerra liberatrice, i pericoli di servitù. Men difficile imporre a Turchia leggi d'equità verso popoli mezzo francati, e per buone ragioni sorretti dalla Russia vicina, che imporre all'Austria, accovacciata in un nido d'Italia, patti di lega fraterna co' Principi Italiani e co' popoli; trovar modo di conciliare i Principi tra loro e co' popoli; sancire istituzioni tutte nuove, e donar loro in un dì la fermezza d'inviolate consuetudini antiche. Questo credette l'Imperatore de' Francesi fattibile nel suo buon volere, di cui diede saggi guerreggiando, e nella sua grande potenza della quale è prova arditissima la pace stessa.

XII.--Congresso e guerra.

Di qui non è da concludere che la pace sia per essere universale e perpetua; giacchè se dall'un lato in Francia una parte degli armati rimandasi, dall'altro apparecchiansi nuovi armamenti; e la nuova parola inventata al nuovo bisogno, dico la demobilizzazione, va anch'essa interpretata con le cautele debite; giacchè la diffidenza stessa talvolta è una specie di credulità.

Altra specie di credulità, di semplicità, se posso così dire, doppia, è il figurarsi di taluni, che un congresso europeo possa pacificamente ordinare ogni cosa, e il figurarsi di tali altri che dalle pacifiche dispute in congresso debba pullulare la guerra, e poi la libertà dalla guerra. Certo è che o posino le armi o s'insanguinino, le sorti dell'Italia infelice sono tali da non si poter decidere senza gli arbitrii della forza straniera; e che le parole pacifiche, i consigli amici, sono anch'essi nel caso nostro una maniera d'esercitare la forza. L'Imperatore de' Francesi, provandosi di fondare una Confederazione Italiana, assume non tanto il sospettato diritto quanto il debito tedioso e rischioso di sempre intervenire nelle cose d'Italia per sospingere questi, per rattenere quelli, per rammentare agli uni ch'egli hanno troppa memoria o troppo ingegno, agli altri che poco. E, non potend'egli, nè volendo, essere solo a compire gli uffizi di pedagogo de' Principi e di arcipresidente della Lega; ne segue che tutti i Gabinetti d'Europa troveranno la via d'immischiarsi nelle faccende dell'Italia liberata, come parecchi s'immischiano nella creazione de' Papi. Già fin dal 1847 fu detto, e dianzi da molte parti ripetuto, non si poter ritoccare i trattati senza il consentimento di tutta l'Europa; con che, senza forse avvedersene, vengono a riconfermare, come santi, i diritti dell'alleanza del quindici, anzi a spacciarli per diritti imprescrittibili e naturali. Consentimento di tutta Europa, qui suona un foglio sottoscritto da cinque o sei Principi, dopo un più o men lungo e amicabile disputare d'alcuni pochi inviati di Principi, dopo un negoziare della cui generosità non si disputa; senza che in questa Europa scrivente abbiano parte i parecchi milioni dell'Europa pensante e paziente, senza che questi sappiano delle ragioni espresse disputando, nè delle omesse, nè delle sottintese (e son quelle che tagliano il nodo); non sappiano nè anco del destino che loro si viene facendo, se non a cosa fatta. Questo significa il consentimento d'Europa. Entrano nel congresso certamente per intercedere a favore de' deboli, ma non però con sì rovinosa magnanimità che i forti abbiansi a ridurre nella condizione di deboli; giacchè allora farebbero di bisogno nuovi congressi per favorire coteste nuovamente create debolezze, sempre rispettabili, perchè debolezze, fosser anco di Principi.

XIII.--Inghilterra.

Io non dubito punto di quelle che, nel linguaggio della diplomazia e degli affetti teneri, chiamansi simpatie del mondo incivilito a pro dell'Italia; e non oserei da questo mondo escludere l'Inghilterra, ancorchè nel 1848 ella non ci abbia altro mandato che Lord Minto per saggio delle sue simpatie. Ma stimerei irriverenza all'amor patrio degli Inglesi il pensare che nel presente zelo che mostrano in pro dell'Italia sia in tutto dimenticata la cura degli utili loro; e che ad essi non paia bello il poter gareggiare d'italianità coll'Imperator de' Francesi, e fare le viste di voler superarlo. In troppe altre cose, e più arrischiate di questa, si viene manifestando la gara. E io confesso che, avendo l'Imperatore infino al giugno del corrente anno assai più avventurato per l'Italia che non abbia Inghilterra, non posso vedere senza rammarico e senza umiliazione, ch'altri intenda attribuire a sè quasi postume benemerenze, e paia aver compassione di noi per fare dispetto a chi dimostrò averla prima. Io non posso dimenticare le parole dal Visconte di Palmerston scritte al Principe di Metternich, suo naturale alleato, titolo oramai storico, come quello per cui tutti i Principi sono cugini: «Accordandomi ai sentimenti legittimi del diritto di possessione, per il quale il Governo austriaco manifesta la sua risoluzione di difendere i possessi imperiali in Italia, il Governo Britannico spera che nessun caso prossimo si presenti di mandare questa risoluzione ad effetto.» Giova sperare che il signor Visconte, mutate le insegne, e trasportato dall'Austria all'Italia il suo affetto, vorrà beneficarci con altro che con la speranza che l'Austria non voglia mandare contro di noi le sue risoluzioni ad effetto.

XIV.--Russia.

L'Italia che dianzi aveva tutti contro di sè, oggidì pare che abbia tutti per sè cospiranti; nemici tra loro, o sospettati di poter domani diventare nemici, in ciò solo unanimi stupendamente: Prussia e Francia, Inghilterra e Russia. Anche Russia chiede un congresso; altri dice per la Turchia, cioè per la cristianità, che le preme: ma l'una cosa non esclude l'altra, essendo parte di cristianità anco l'Italia, a un dipresso. Certo è che la guerra di Crimea, anzichè respingere Russia verso Asia, la attrasse nel bel mezzo d'Europa; ebbe anche Russia la sua Villafranca. Storico, ma sul serio, anzi sunto di storia molta, è il motto: Russia non s'imbroncia, ma si raccoglie. Si raccoglie per isvolgersi, come chi si fa indietro per prendere con più empito la rincorsa. Russia, al modo di tutti coloro che si destinano, e son destinati a vantaggi sicuri e ultimi, sa aspettare. E siccome i governi liberi per loro fini si collegano co' governi assoluti; e umani in casa verso una parte della propria famiglia, verso un'altra e di fuori son altro; così per contrario i governi assoluti non solo si associano ai liberi, ma si fanno promotori di libertà, di rivoluzioni, di congiure, intendendo alla loro maniera il proverbio, che da un disordine nasce un ordine. Non dico che debbasi da noi perciò diffidare o della Russia o d'altri che sia, perchè nella diffidenza stessa, ripeto, può essere credulità: dico che conviene saper discernere le ragioni vere e della nostra fiducia e dell'altrui benefizio.

XV.--Germania--Confederazione.

Non bisogna attribuire agli uomini (uomini sono anco i Principi, persone umane anco i governi) intenzioni sovranamente generose, o gratuitamente crudeli; nè troppo grossi pensamenti, nè troppo acuti. In questo rispetto Napoleone III fu da' suoi ammiratori calunniato, troppo più che se fossero suoi nemici. Per torcere le parole di lui a servigio delle proprie speranze, affermavano che quanto egli dice, è il contrario di quello che sente; dal che per vero le promesse all'Italia acquisterebbero senso troppo sinistro. Altri pensò che la pace di Villafranca non fosse che un artifizio per lasciare l'Austria impacciata nel Veneto, quasi un laccio di morte: altri per contrario pensò che l'accostarsi all'Austria era un'alzata d'ingegno per dividerla da Inghilterra, così come l'accostarsi a Russia era stato un voler mettere l'Inghilterra in pensiero. Altri ordiva una trama di ragionamento più fina; e diceva così: Francia non può permettere che Germania sia una, che diventi nazione davvero. Finchè Polonia viveva, vigile e minacciosa tra Germania e Russia, con la lancia sempre in resta contro la schiatta Germanica, la più invaditrice che sia sulla terra; l'Europa poteva affidarsi: ma, dopo la grande iniquità del secol passato, si è fatta trista missione alla Francia impedire che Prussia appropri a sè tutte le forze Alemanne. Or cotesto era da temere pocanzi; non gli eserciti del Reno accennanti alla Francia, ma l'autorità morale cresciuta alla Prussia dall'annichilarsi dell'Austria. Depressa questa con l'una mano, con l'altra conveniva rilevarla da terra; e il rilevarla era un'altra depressione. Il distruggere è un modo di creare; ma si può, anche creando, distruggere. Questo gioco l'ha fatto la pace. Non so se la Francia possa andar lieta di cotesto uffizio di reagente chimico di revellente medico, se a Napoleone III possa piacere pur l'apparenza di dissolvente e di pittima. Ma direi che chiunque troppo sperasse o troppo temesse dalla dissoluzione delle alleanze vecchie e dal congegno di nuove, risica di sbagliare; perchè e le nuove possono disfarsi, e le vecchie rifarsi, siccome vedemmo e vediamo. E c'è una perpetua naturale alleanza, in certe cose, di certa gente con certa altra gente. E per me credo, che senza voler nè difendere nè offendere l'Imperatore di Francia o quel d'Austria, altri potrebbe credere che nel loro colloquio e' si siano dette ragioni a vicenda persuasive, e che l'uno abbia fatta la parte dell'altro con rara, e forse unica, sincerità.