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BIBLIOTECA RARA
PUBBLICATA DA G. DAELLI
VOL. XL.
LA STREGA
TIP. REDAELLI
Proprietà letteraria G. DAELLI e C.
LA STREGA
OVVERO
DEGLI INGANNI DE' DEMONI
DIALOGO
di
GIOVAN FRANCESCO PICO
DELLA MIRANDOLA
tradotto in lingua toscana
da
TURINO TURINI
MILANO
G. DAELLI e C., EDITORI
M. DCCC. LXIV.
AVVERTENZA DELL'EDITORE
Giulio Michelet scrisse la leggenda della Strega, leggenda più meravigliosa ed attraente che le stupide storie estorte coi tormenti dalle imaginazioni inferme di povere donne in delirio. Col suo profondo sapere del medio evo, il grande storico mostrò come il diavolo fosse il necessario consolatore nelle dolenti tenebre di quell'età; come insegnasse segreti e rivelasse semi di futura scienza; come perseguitato dai signori e dai preti, contr'alla cui tirannide non era invocato invano, il diavolo diventasse uno spirito di Dio, quando serviva alla corruzione od alla avarizia sacerdotale. Così gl'idoli, nei primi tempi della nova fede, furono ai preti or diavoli or santi, secondo che loro tornava. Non si può leggere senza pietà quello strazio di anime più assetate di conforti, più avide d'idealità, che veramente colpevoli.
Il Michelet profonde le testimonianze non meno della scelleraggine che della stupidità inquisitoriale. Il Malleus di Sprenger è l'Iliade della stregheria. Tutte le luride fantasie della ignoranza popolare, e tutte le imposture della catalessia claustrale vi andarono a metter capo. Mancava però nel Michelet la testimonianza di un filosofo, di un principe, di un uomo di stato, di un letterato che rannettesse le sciocchezze della credulità moderna alle favole della credulità antica, che velasse di bello stile e di reminiscenze classiche gl'instrumenti di supplizio che adornano le sale del sant'Ufizio. Questo filosofo, letterato, statista lo presentiamo noi ai lettori nella persona di Giovan Francesco Pico della Mirandola, che tra l'infinite sue opere, non essendo vero che tenesse mano a far monete false, volle pure inserire questa falsa moneta della Strega, con l'impronta e il colore della buona antichità.
«Giovanfrancesco Pico dalla Mirandola, figlio di Galeotto fratello di Giovan Pico, era nato, dice il Tiraboschi, nel 1470. Attese agli studj in Ferrara, dove di molto aiuto dovette essergli l'assistenza e l'esempio del suo zio Giovanni, che ivi fece lungo soggiorno. Dopo la morte del suddetto Galeotto fratel di Giovanni, che accadde nel 1499, Gianfrancesco gli succedette nel dominio della Mirandola. Ma Lodovico di lui fratello pretendeva di aver diritto a quel principato, ed egli avea un forte sostegno in Francesca sua moglie, figlia del famoso Gianiacopo Trivulzi, generale allora dell'armi di Francia. Unitosi dunque con Federigo suo fratello, e aiutato da Ercole I, duca di Ferrara, e dal suddetto Trivulzi, nel 1502, costrinse colle armi Gianfrancesco ad uscire dalla Mirandola. Il conte Lodovico fu ucciso in guerra nel 1509; ma Francesca insieme co' suoi figli si tenne ferma in quel luogo fino al 1511, quando il bellicoso Giulio II, stretta personalmente d'assedio la Mirandola, ed entratovi per la breccia, ne restituì il dominio al conte Gianfrancesco. Ma poco tempo ei lo tenne; che l'anno stesso vi rientrò co' suoi francesi il Trivulzi, e Gianfrancesco di nuovo fu costretto ad uscirne. La decadenza dell'armi francesi in Italia gli fece riavere due anni appresso il due volte perduto dominio, e per mezzo del vescovo di Gurck, ministro di Cesare, si stabilì un amichevole accomodamento tra' due contrari partiti. La pace tra essi però non fu di lunga durata. Nella notte dei 15 di ottobre del 1533, Galeotto nipote di Lodovico, seguito da quaranta uomini, sorpresa la Mirandola, ed entrato a mano armata nelle stanze di Gianfrancesco, che udito lo strepito, e sapendo ciò che avea a temere, erasi gittato ginocchioni innanzi a un Crocefisso, a lui e ad Alberto, uno de' figliuoli di esso fece barbaramente troncar il capo e chiuderne in prigione la moglie e Paolo, l'ultimo de' figliuoli.»
Del valore filosofico del nostro Giovan Francesco, in raffronto al suo glorioso zio, udiamo il giudizio degli autori del Dictionnaire Philosophique (Paris, Hachette 1844-52).
_. . . Il inclina encore davantage au mysticisme biblique, et s'éloigna d'autant de la philosophie ancienne, de la Kabbale et même de la scholastique. La Bible est à ses yeux la vraie, l'unique source de toute doctrine supérieure; seulement il admet une lumière interne qui en éclaire la lettre, mais qui l'éclaire si activement, que, sous son influence, l'esprit peut demeurer passif._
Ses oeuvres unies à celles du son oncle, ont été publiées à Bâle en 1573 et 1601, en 2 vol. in fol.
On y distingue le traité De studio divinæ sapientiæ, que Buddeus a récommandé à la jeunesse studieuse par une édition spéciale (in-8, Halle, 1702).
_Les neuf livres De prænotionibus, imités du traité de son oncle contre l'astrologie, combattent également cette vaine science._
_Les six livres intitulés Examen doctrinæ vanitatis gentilium, sont dirigés contre Aristote en faveur de Platon, dont l'auteur n'admet pas, cependant, toutes les idées fondamentales._
Lo stesso Pico ha parlato delle sue opere in una lettera latina a Lilio Gregorio Giraldi, parente ed amico del nostro Giraldi Cintio, che ci parve bene riprodurre, così perchè porge un'idea dello scrittore, come perchè, citata da tutti, non è riportata da nessuno, e chi voglia leggerla, dee cercarla nel grosso volume dell'edizione di Basilea.
Dell'opera che noi ristampiamo, ecco le notizie bibliografiche che dà il Tiraboschi nella sua Biblioteca Modenese, T. 4, p. 117-8.
«_Dialogus in tres libros divisus, cujus titulus est STRIX, sive de Ludificatione Daemonum: ejusdem ad Leonem X de reformandis moribus Oratio; ejusdem pro asserendis a calumnia libris Dionysii Areopagitae Epistola: ejusdem ad excitandum genus humanum a vitae hujus somno ad futurae vigiliam, Carmen_, 1523, in-4. Senza data di luogo e di stampatore: edizione citata nel catalogo della biblioteca del re di Francia, e che è probabilmente la stessa che quella fatta in Bologna, lo stesso anno 1523, da Girolamo de' Benedetti. La prima di queste operette fu l'anno seguente tradotta in lingua italiana dal celebre fra Leandro Alberti, domenicano, e stampata col titolo: Libro detto Strega o delle Illusioni del Demonio. In Bologna per maestro Geronimo de' Benedetti, 1524, in-4. Evvi innanzi una breve Prefazione del traduttore, e poscia la dedica da esso fatta alla molto illustre signora della Mirandola, Madonna Giovanna Caraffa Pica, moglie di Gianfrancesco, nella quale racconta che l'anno innanzi erasi nella Mirandola introdotto un giuoco detto la Donna, che andava a terminare in empie bestemmie, e in insulti fatti alla santa Croce, che gl'inquisitori avean perciò dannati all'estremo supplicio gli autori di questa empietà, che essendosi molti di ciò lagnati, perchè dicevano, che frivole e calunniose erano cotali accuse, il conte Gianfrancesco avea voluto attentamente esaminare il fatto, e avendo conosciuto, che pur troppo eran vere le accuse, aveagli ciò dato occasione di scrivere il presente dialogo. Esso fu poscia nuovamente tradotto in lingua italiana da Turino Turini da Pescia, e stampato in Pescia nel 1555, in-8. Martino Weinrichio, avendo avuto tra le mani una copia a penna del dialogo latino del Pico, la credette opera inedita, e ne fu però fatta l'edizione in Argentina nel 1612. Quest'opera non è inserita nelle edizioni delle opere di Gianfrancesco.»
Noi alla nostra ristampa ci siamo valsi della traduzione del Turini, che scrive in buon toscano, e dà una tal qual patina di eleganza alle pitture, un po' tetre, del signore infelice della Mirandola. Abbiamo qui una Strega in carne e in ossa, che negl'intervalli dei feroci interrogatorj, confessa alla buona i suoi ratti e i suoi amori con Lodovico. Vivissimo è il carattere di Dicaste, l'inquisitore tutto benignità e mansuetudine, che si riserba l'adirarsi al dassezzo, e intanto va avvolgendo nella rete la sua buona Strega, per darla poi al fuoco, forse per grazia già priva di spirito con l'indulgenza della strangolazione. Apistio è l'incredulo che sa non avervi luogo nè la ragione, nè lo scherzo, e oppone per esser vinto. È proprio un quadro di genere; e colto certamente in una delle sale del sant'Ufizio.
Ai nostri dì rifiorisce la stregheria nello spiritismo, e uno degli eroi il signor Home, passato dall'eresia al cattolicismo, se ne confessa e fa penitenza, tornando poi al peccato, tanta è la forza che lo leva a mezz'aria, e il visibilio dei miracoli che in quel capogiro gli aliano intorno. Ma ora non si risica la tortura ed il fuoco; si risica sol la ragione. La superstizione non succhia più il sangue, ma il cervello, e quando l'ha ben rassetto a suo modo, come la donna dipinta col sangue della sua vita nel ritratto ovale di Poe, il cervello è perfettamente ridotto all'ortodossia, e non ha che un difetto come la cavalla d'Orlando: è morto.
Carlo Téoli.
EPISTOLA
de operibus literariis Ioan. Francisci
Pici, et Ioan. Pici ejus patrui:
Ioan. Fr. Lilio suo
salutem.
_Quoniam desideras ut meorum ordinem librorum exinuem [enarrem] tibi, morem geram, difficilem tamen eum ipsum ordinem inventu esse non ambigo, et si quibusdam voluminibus eorum quæ olim a me Vuolphius extorsit, et in Germania formis excudenda curavit, aliquem per epistolam ordinem indiderimus: Absolutus tamen ille non est, nec plane integer, nec omnium omnino librorum. Nam postea multos composuimus, quos diversis temporibus, diversis etiam ex causis elucubratos, te in primis nosse opus est: diversis etiam in locis scriptos, nunc domi, nunc in expeditionibus, et tumultibus, etiam plusquam civilibus, et aliud post aliud volumen, et scriptum, et editum est, ut coherere ipsa inter se difficile te arbitrer judicaturum. Quare si hunc ordinem tibi narrare velim, vereor ne eum ab omni esse remotum ordine jure comperias. Materias vero singulorum operum, si sub examen revocavero, et ad instituendum in doctrinæ studiis hominem, et ad summum quod est in literis evehendum aptavero, ordinem fortasse illa ipsa inter se opera quempiam, nec forte omnino vulgarem videbuntur agnoscere. Dixi summum quod est in literis, non quod aut in me, aut ipsis in meis libris quicquam summum agnoscam: sed quia Dei lumine super nos signato, et identidem nostri affulgente oculis animi, in lectione optimarum literarum versatis, deprehenderim forte, quod sit supremum illud et summum: idque; ipsum aliis interscribendum ingesserim. Nam quicunque doctrinæ studiis addicunt sese, ut verum internoscatur a falso, dialectica opus habent facultate. Qua de re usui illis esse possum, quinque de logica institutione editis libris. Inde ad philosophiam sese naturalem præclara conferre solent ingenia, quo in genere composuimus. De Appetitu primæ materiæ librum, et librum quoque de Elementis. Ac præterea de Anima rationali in Aristotelem scripsimus commentaria, et de Imaginatione volumen, de rebus autem Metaphysicis, et Theologicis in defensionem Ioannis Pici patrui, pro libro ejus de Uno et Ente libellum edidimus, et ejus Apologiam a Petri Garsiæ calumniis vindicavimus, librumque revelationum Hieronymi a Samuelis Cassinensis impugnatione defendimus; pro quo etiam ab laqueo excommunicationis eximendo, duos libros edidimus. Cæterum de causis calamitatum nostræ tempestatis librum scripsimus, in quo et inanes, et perniciosas cum vulgi, tum Mathematicorum opiniones eliminavimus. Librum etiam de Divina providentia in quo primum, quid Aristoteles et Averrois decreverint, narravimus: deinde quid nostri ea de re Theologi, et sanctius, et verius sanxerint, nostra quandoque intermiscentes ab eorum dogmatis non abhorrentia. Attamen quia possent homines, per inanem decipi philosophiam, vel ei nimio plus incumbere, idcirco ut a minus utili studio avocentur, et ad id quod in votis omnium literatorum debet esse, se totos vertant. Duo de Studio divinæ et humanæ philosophiæ libri sequuntur. Quoniam vero ii fortasse minus subtiliter scripti videri potuissent. Sex in Examen vanitatis doctrinæ gentium et veritatis Christianæ disciplinæ libri editi sunt: quibus humana omnis sapientia ducitur incontroversiam: quorum in librorum initiis potissimum, et inter disputandum sæpenumero, sed semper in finibus, nostræ literas et dogmata religionis asserimus. Sed ne magis confutasse falsa quam vera comprobasse reprehenderer, in eo quo plus et operæ, et temporis posuisse, quam in hoc ipso, scilicet, ut assererem nostra: Theoremata de fide et ordine credendi publicum arripuere. Verum quoniam fides nisi amore nitatur, mortua dicitur esse, quatuor de Amore divino libri, sese ingerunt alacres: quo cum pervenerit humani excursus ingenii, tum progredi non datur ultra, sed nec retrogredi quoque fas est. Verum usque morari, in ipsoque versari et consentaneum est, et apprime necessarium. Amanti autem incumbit, ut ipsum conservet amorem, ut sese in aliquo exerceat, ut caveat quæ amori possint officere: propterea non deerunt Epistolarum varii generis libri septem, si tamen inter epistolas reponendi sunt. De Imitatione ad Bembum libelli duo. Non deerit et opus aliud in novem distinctum volumina, cui titulus est de Rerum Prænotione, quibus vanæ et noxiæ præsensiones confutantur, et veræ ac religiosæ comprobantur. Nec etiam deerit quæstio Parisiensi propemodum exarata stylo, in qua de Præsensionibus genethliacis, deque omni eiusmodi vanitate disputatur, libellum quoque eodem pene stylo edidimus, tempore dissidii in Iulium Pontificem concitati: quo per conclusiones seu mavis speculationes aut theoremata nuncupare, de suprema authoritate differebatur: titulus est resolutio potestatis ecclesiasticæ, sed ei manum extremam nondum indidimus. Adhæc de Imaginatione libri ultima pars suffragabitur, ut vanæ repelli phantasiæ queant, et tres libri de Morte Christi et propria cogitanda: quibus tam imaginatio, quam mens, et dirigi facile possit, et erigi. Ac ne nimio timore qui solet plærunque esse noxius, angatur vitæ amatoriæ deditus, regulas quas pro extrudendis conscientiæ scrupulis edidimus, ei profuturas facile coniectamur. Oratio item de Reformandis moribus ad Leonem Pontificem et Synodum Lateranensem edita, omni hominum ordini et maxime principibus viris commodo esse poterit. Carmina præterea de expellenda Venere heroico versu tibi dicata: quo in genere et de mysteriis coelitus in Germania lapsis cecinimus, eodem item carmine octo hymni editi sunt, quorum tres, qui sunt ad Trinitatem, ad Christum, ad Virginem, nostris quoque commentariis expositi, et elegiaco argumento quo quomodo aperti. Quinque alii Laurentio, Geminiano, Martino, Mariæ Magdalenæ, Antonio dicati sunt: Adnotationes præterea in sacra eloquia veteris et novi Testamenti fecimus. Adnotationes item in leges civiles et pontificias, non omnes, sed eas in quibus vel inventio, vel emendatio, vel clarior, aut uberior expositio, id ipsum mihi ut probe fieri posset suggessere. Hæc adhuc sub incude tractantur. Sic et liber de Humana perfectione, ubi continentur cognoscendi, volendi, agendi, si non omnino numerosissima, ac certe utilia, et futura (sic arbitror) grata bonis ingeniis theoremata. Ad hæc et ad S. Franciscum, et angelum custodem, et alium coelitem, hymnos carmine heroico scripsimus: quæ aliis juncti undecimum referunt numerum duodecimum ad Paulum Apostolum meditamur hymnum. Atque ut illa omnia superiora, vel edita iam, vel proxime edenda sunt, ita adnotationes ipsæ viventibus nobis fortasse nunquam exibunt: quoniam qui adnotandi et observandi finis erit, idem vitæ futurus est. Nostrorum quoque temporum historia eadem lege premetur, quoniam non deerunt ætatis nostræ progressus, quorum gesta chartis commendemus, eoque libentius posteris edendæ historiæ relinquimus curam, quod non solent ita æstimari, Aristotele authore, et teste experientia, quæ proxime ab oculis recessere gesta, si literarum monumentis referantur, ac ea quæ aliquot antea sæculis evenere, sed cum exoletis et antiquatis nimium posthaberi: Accedit quod qui vera scripturi sumus, offensam multorum sine ulla posteritatis utilitate facile contraheremus, quam quidem longa dies et præscribet, et abolebit. Sed enim particulares quasdam historias olim scripsisse recordamur, id est, vitam et mores, Ioanni Pici patrui, et Hieronymi, pro quo et adversus invehentem Samuelem unum, et duos de anathemate libros edidimus, ut quæ de Græco vertimus in Latinum, et alia minoris curæ monumenta præteream. Si desiderio tuo fecimus in parte satis, gratum habeo, si minus, alium hunc ordinem per artes liberales, et omnes humanæ, et divinæ phihsophiæ partes diffusum intuere. In Grammatica, multa scripsimus in trium hymnorum commentariis, sive de ea parte ratio habeatur, quæ loquendi regulas tradit, sive de ea intelligas, quæ in exponendis versatur authoribus, cum historiæ, aut locorum, aut gestorum, aut temporum solent enarrari, ut mittam quæ peculiari, et congruenti ordine rei Theologicæ, de qua hymnos cecinimus aptantur: Scepticorum etiam rationes, a nobis adversus Grammaticam relatæ sunt et paraphrasi quadam expressæ in tertio examinis de Vanitate doctrinæ gentium. In eodem libro eorummet philosophorum in Rhetoricam artem argumenta declaravimus, ac duo de Imitatione libelli nostri etiam num pertinent ad Rhetoricam: et Oratio quoque ad Pontificem et Synodum, uti puto, non abhorret a præceptis Rhetorum. In Dialecticis, quinque adsunt libri logicarum institutionum, quibus in libris Aristotelem et qui ab eo fluxere, sum magna ex parte, nec minori diligentia secutus. Contra logicos vero et in 2 et in 3 Examinis de vanitate doctrinæ gentium ex Pyrrhoniis institutis multa disputantur. Et in 5 ejusdem operis contra libros posteriorum Analyticorum Aristotelis plurima exarantur: non jam ex Pyrrhoniis excursionibus, sed passibus ipso in Lyceo confectis. In Arithmeticam, Geometriam, Musicam, Ephecticorum aliorumque armis philosophorum, hoc est, gentium, gentibus ipsis bellum indictum est. In Astrologiam quae pertinet ad motus dimetiendos eodem in libro 3, de Vanitate gentium doctrinae fit excursio, propriis non alienis velitibus: quanquam mihi Ioan. Picus patruus auxiliares copias subministravit: Seorsum vero in quaestione, stylo prope Parisiensi edita, de triplici Astrologia disseritur. In quinto autem ex novem de rerum Praenotione libris, ipsa Astrologia divinatrix magno conatu rejicitur, in quo et si patrum mihi fuit auxilio, rependi tamen vices quo quomodo, dum Lucii in eum Bellantii eo ipso in libro argumenta retudi. In philosophia naturali, de Appetitu primae materiae secundum Peripateticos liber extat, et alius de Elementis, non juxta communiter philosophantium dogmata, quorum opiniones sub examine revocantur. De Anima rationali commentaria in Aristotelem perscripta sunt. In tertio quoque de Vanitate doctrinae gentium, scepticae in physicos et morales philosophos argumentationes explicantur, et ad moralem quoque Philosophiam tam ultima libri de Imaginatione pars, quam regulae adversus scrupulos, et adnotationes in sacra eloquia, atque in leges civiles et Pontificias pertinebunt. In sexto vero ejusdem examinis per omnes ferme libros Aristotelis discurrens, quae Peripatetici vocant indissolubilia ipsius philosophi argumenta, ea posse dissolvi (ni fallor) aperui, nec in naturalibus tamen modo libris, sed etiam in metaphysica facultate, ad quam pertinere etiam potest defensio de Uno et Ente pro Ioan. Pico patruo edita. Et de divina Providentia liber, quanquam proprie magis ad nostram is pertinet Theologiam. Ad quam etiam multa spectant ex libris de rerum Praenotione, et maxime ipsa de Fide Theoremata, ac ipsi quatuor de Amore divino libri, et tres de Morte Christi, et propria cogitanda, et duo de Studio divinae, et humanae philosophiae: nam mores et ipsi divinos indipiscendos concernunt, sicut et is quem inscripsi de Imaginatione, et alius cui titulus est de veris causis calamitatum nostrae tempestatis, et ad Pontificem Synodumque Lateranum oratio: et liber de humana Perfectione ad omnes fere literarias pertinens facultates. Sunt etiam nonnulli quos supra memoravimus libri, varia doctrina permixti, et maxime volumina epistolarum. In Theologia vero magis pura et antiqua magis, annotationes in sacra eloquia. In ea vero quae apud Parisios colitur, defensio Apologiae Ioan. Pici patrui, adversus Petri Garsiae calumnias: et quaestio de Astrologia: et resolutio supremae potestatis ecclesiasticae: et alia nonnulla sparsim. In jure autem civili et Pontificio, praeter adnotationes, duo extant de excommunicatione, et unus inter exponendum caput quoddam Hilarii in decretis Pontificiis repositum, cujus supra non memini, ejus tamen materia summe Theologica est. Porro in historia, nostrorum gesta temporum, et vita Ioan. Pici patrui, et Hieronymi: et praeter haec omnia, carmina quoque Theologica, quorum supra mentionem fecimus. Item nonnulla quae de Graeco vertimus in Latinum, Iustini martyris, et Chrysostomi, et Theophrasti. Atque haec ad annum aetatis nostrae, quem jam explevimus quinquagesimum, et humanae redemptionis, vigesimum supra millesimum, et quingentesimum. Ioan. vero Pici patrui mei opera, te non puto ignorare. Heptaplum, Apologiam, de Uno etiam et Ente librum, quae fuerunt, dum vixit, edita. Post ejus autem obitum a nobis instaurati sunt, duodecim libri contra Astrologiam, et Epistolae circiter quinquaginta, et unica Oratio. Quae autem nondum instaurata, haec habentur: in Psalmos commentaria, in quibus reficiendis assiduam operam impendimus, et multae quoque schedae fragmentorum, quae si faverit Omnipotens, collecturum me spero, ne pereant. Vale._
LA STREGA
ALLA ILLUSTRISSIMA SIGNORA
LA SIGNORA
LEONORA DI TOLEDO
DUCHESSA DI FIORENZA
TURINO TURINI
ABATE DA PESCIA
SUO UMILISSIMO E DEVOTO SERVO.
La fedelissima ed umil servitù tenuta già gran tempo da M. Baldassari Turini mio zio, e da mio padre maestro Andrea con la illustrissima ed eccellentissima casa De' Medici, prima con Leon X, poi con Clemente VII, rari e santissimi pontefici, è continuata ancora con l'illustrissimo ed eccellentissimo signore il S. Cosimo duca suo gran consorte; nella quale sono prosperamente vissuti, e felicemente morti (eccellentissima signora duchessa; patrona mia singolarissima); ha mosso me, loro successore, che in essa devotissimo e umilissimo persevero con le eccellenze vostre, e con i vostri illustrissimi figliuoli, a dedicarle questa mia piccola fatica: più per segno dell'affezione cordialissima, e della reverenza ch'io le porto, che perchè io giudichi che la sia cosa degna di lei. Al che fare mi ha dato animo l'avere letto, essere stata usanza degli antichi di offerire le primizie de' loro frutti (come che ei fusseno) a quei grandi eroi, che più avevano in venerazione, e il vedere tutto giorno che non si sdegnano i fugaci fiori della terra, e le umili frondi di mirto e d'alloro negli onori de' divinissimi tempj e de' santi altari. Questa poca fatica, eccellentissima ed illustrissima signora, per due cagioni ho io preso a fare; prima per fuggire l'ozio (radice e fondamento d'ogni male), poi per giovare generalmente a quegli che non hanno la lingua latina: scoprendo con essa gl'inganni dello invidioso demonio, nemico dell'umana generazione, acciocchè l'uomo possa guardarsi, intesi i vari modi ch'egli ha usato, e che continuamente usa, per indurlo con perverse vie, con diaboliche lusinghe e falsi diletti a farsi adorare, per farlo nimico al suo Fattore, in dispregio della nostra santa religione e del vero culto di Dio, contra il quale, avendo noi sempre continua battaglia, armati della santissima fede, faremo più sicuramente resistenza, sendo per questa ancora avvertiti delle sue insidie, delle fraudi, e delle vane apparenze de' falsi e mortiferi piaceri, degl'infiniti lacci che sempre ci tende: come vostra eccellenza potrà qui (per l'esame di quella scellerata gente che gli dà in preda) conoscere nella storia di questo libretto. Quella adunque non si sdegni d'accettare questa picciol cosa che le offerisco per segno della mia fedelissima servitù. E così, pregando Dio che le doni felicità in questa e nell'altra vita, le bacio umilissimamente le onoratissime e illustrissime mani.
AL REVERENDO SIGNOR ABATE
TURINO DE TURINI
ANTONIO BUONAGRAZIA
CANONICO DI PESCIA.
_Ritrovandomi, signor Abate nipote carissimo, alla usata solitudine nella villa mia di Corsigliano, dove poco innanzi che arrivasse il suo servitore (il quale mi portava la traduzione del dialogo dell'illustre S. Giovan Francesco Pico della Mirandola, sopra le Streghe, che V. S. ha fatto a fin che io la vedessi), vi era arrivato lo eccellente dottore fisico e medico M. Pompeo della Barba, amicissimo mio, per avere da me delle marze da innestare dei frutti diversi che qui si ritrovano, dal quale anco la desiderava che fusse vista; ed essendomi io a sorte ritirato (per fuggire questo sole di marzo non troppo lodato per la sanità) all'ombra della spelonca de' miei boschi, con i miei famigliari della villa, Plinio, Columella, M. Varrone e Palladio, vedendo chi di loro meglio trattasse la coltura delle viti, e insegnasse i modi dello innestare, la varietà de' frutti, opera a questo tempo convenientissima, subito posti da parte i libri della agricoltura, amenduni ci ponemmo a leggere la sua traduzione, e avendola accuratamente letta e considerata, ci è parso (per quel poco che conosciamo) che V. S. abbia fatto bella e dilettevol fatica, nel tradurre di latino in toscano, quel divino e illustre signore autore del libro, ch'ella ha preso a tradurre: signor veramente, fra i rari e dotti ingegni del suo tempo, rarissimo e dottissimo, come si vede per le molte opere sue. E io ne ho preso tanto più piacere, quanto che mi ha rinfrescata la memoria, che vive sempre in me di quei magnanimi signori, appresso de' quali io sono stato già molto onorato fra gli altri servitori di quella casa illustre: avendomi eletto il signor Galeotto Pico signor della Mirandola, più anni fa per suo agente e secretario appresso il cristianissimo re Francesco, e onoratissimamente intertenutomi alcuni anni in quella corte per il suo servizio appresso di sua maestà. Laonde mi trovo molto obbligato alla sua felice memoria, e a tutti i suoi illustri figliuoli e discendenti. Piacemi particolarmente poi, per l'interesse della signoria vostra, considerando che ella vuole mostrare al mondo che in lei si verifichi quel detto,_
Qui viret in foliis venit a radicibus humor Sic Patrum in natos transeunt cum semine mores.
_E questo dico, perchè avendo ella avuto un padre tanto virtuoso ed eccellente, che per il merito delle sue rare virtù, oltra l'avere tenuto le prime cattedre degli studj d'Italia, fu anche chiamato (come sa ognuno che conobbe maestro Andrea Turini), e tirato al consiglio e servizio di due sommi Pontefici, Clemente settimo e Paulo terzo, con tanta onorata provvisione. Laonde, avendo conosciuto il prefato Clemente la molta sufficienza, la intera fede e le sue rare virtù, lo mandò in Francia al servizio, alla cura ed ai secreti di Caterina sua nipote, illustrissima duchessa d'Orliens, oggi serenissima regina di Francia, con provvisione di mille scudi d'oro, ove non stette molto tempo; chè avendo conosciuto il Cristianissimo re di Francia i meriti delle sue virtù, lo elesse fra gli altri eccellenti e nobili, ch'egli aveva, per suo particolar medico, e non con minor provvisione di quella del sommo Pontefice. E s'io mi volessi stendere agli altri virtuosi suoi meriti, mi bisognerebbe più tempo ed altra occasione che di una semplice lettera. Piacemi per non mi stendere in lungo che la S. V. nata di quello arbero, a sua imitazione, cerchi di fare frutti simili a quello. Piacemi ancora che la non voglia degenerare, oltra il padre, dalla natura e dalle belle opere del reverendo M. Baldassare Turini suo zio, il quale per i meriti delle sue virtù, fu da Leone X pontefice massimo eletto per suo Datario, uffizio di tanto onore ed importanza quanto sa ciascuno che ha pratica della corte di Roma; per le quali fu di poi ancora eletto da Paulo terzo, pontefice massimo, cherico di camera, e segretario apostolico, alle opere del quale è obbligatissima di perpetua e grata memoria la terra nostra, sì per gli belli ed onorati edifizj, come anco per avere rinnovato la memoria (già spenta per le passate pesti, e per gli gravi incendj di guerra) degli ecclesiastici onori di quella, avendo sua signoria reverenda (con il mezzo e favore di Leone X) di nuovo eretto il collegio de' canonici, che già anticamente era onoratissimo nella nostra collegiata chiesa di S. Maria Maggiore, con tanta dignità ed onore (come ciascuno può vedere), in jure canonico, nel Decretale al Cap. Per tuas de Arbitriis, già sono anni circa CCCLX, nel pontificato d'Innocenzo terzo, pontefice massimo, e fatta tutta questa nostra provincia di Valdinievole di nessuna Diocesi, onorato il Collegio, non solo del Prelato, che a guisa di Vescovo, celebra con ogni sorte di episcopale ornamento, e ch'esso Prelato insieme con i suoi Canonici, abbia facoltà di conferire i benefizj della sua giurisdizione, e che in detta Collegiata vi siano sette dignità, cioè Proposto, Arcidiacono, Priore, Tesaurieri, Arciprete, Decano e Primicerio, con altri dodici Canonici, tutti giudici delegati, ed altri onori che io lasso, per non essere tedioso. Alle cui virtuose opere, non potendo la S. V. rendere altre grazie, nè altre gratitudini, in altro miglior modo, assai ne renderà ella se (come ha cominciato) seguirà onoratamente le pedate dell'uno e dell'altro, col virtuoso, onesto e religioso vivere: al che fare con tutto il cuore la esorto. Mandole il Sonetto che ella ha ricercato M. Pompeo che ei faccia sopra la detta opera. Il quale può ella veramente accettare più tosto da questa occasione di essersi trovato qui oggi che da lui, sendo nato in questi boschi dilettevoli, per avere egli un pezzo fa dismessi questi studj piacevoli, occupato in cose di maggior pregio. Vale._
Di Corsigliano gli XV di marzo del M D LV.
Lugubri carte, a voi dogliose strida
Di miseria e d'orror non sia chi neghe,
Tristi lai, mesti accenti, atroci grida
Maggiori or più l'antica età non spieghe.
Al più barbaro Scita omai si pieghe
L'animo fero; a cui la mente infida
Diè il freddo ciel, poi ch'el men reo ci affida
A crude serpi, a velenose streghe.
A che cercando gir verso Aquilone,
Di crudo antropofago, o d'arimaspe,
O se più feritade altrui s'ascrive?
Se d'un mostro ciclope, o lestrigone
(Che pasce il sangue uman) più crudel aspe
Nel nostro clima in mezzo Italia vive.
GIOVANFRANCESCO PICO
AL SUO MAINARDO S.
_Pur ora, o Mainardo, ho scherzato sopra cose gravi, se noi giudichiamo però che tanti uomini famosi, sì gentili come cristiani, che hanno scritti Dialogi, abbiano scherzato. Come si sia, a me par che questo genere di scrivere sia un giuoco, quando io lo comparo a quelli che si disputano con maggior gravità, dove si tratta delle cose stesse, se siano in natura, quel ch'elle siano; donde dependino, e quello che abbino dentro, o gli accaggia di fuori. Essendo una volta domandato (ragionandosi sopra le mie opere) per qual cagione io non scrivessi in dialogo, ma in orazione continuata, per capi, per conclusioni, ad alcuna cosa ancora per quistioni e annotazioni, dissi liberamente piacermi più lo spartire la cosa di che si tratta nelle sue membra, e ch'el dialogo mi pareva simile alla Poesia: quantunque io sappia che tal volta le favole si sogliono scrivere in orazione familiare, e tal volta ancora le cose ben gravi in verso; il che osservammo ne' nostri inni, e in questa che facendo poco fa, la quale ora ti mandiamo per trattenimento nell'ozio. Ma così, come non mi è cosa nuova che quella finzione che si mescola nel Dialogo non è bugia (accennandosi tacitamente a chi legge per il nome la cosa non essere stata appunto come si narra, ma così facilmente potuta essere); così ancora non mi è dubbio ne' Dialogi usarsi quell'ordine che conviene a conoscere la natura delle cose, ma più tosto si presuppone dottrina confusa, che in un certo modo paia rassimigliarsi alle similitudini di Anassagora. Questo modo di scrivere fu appresso de' Greci in molta stima (nondimeno l'animo umano è desideroso della varietà con la quale massimamente lo allettava, e tratteneva l'eloquenza socratica) per raccorre naturalmente (quasi come se dicessi in un corpo) le cose sparse. La quale facondia di dire per essere da me lontana, mi fece anco discostare da quella sorte di scrivere; pure al presente mi è piaciuto tentarlo, dandomisene buona occasione per le illusioni, e per i malefizj delle streghe, commessi pochi mesi sono nel nostro distretto, dalle quali l'opera s'ha acquistato il nome di Strega, ovveramente, se più ti piace, degli inganni de' Demonj, dal quale incitati correvano a gara tutti quelli che si dicevano essere portati al giuoco di Diana (oggi detto l'andare in corso), cosa certo nel nome diversa da quella antica impietà; ma s'ella sia di natura differente o no, e come si debba giudicare che sia, o simile, o dissimile, s'intenderà nel procedere. Dirassi parimente che cosa abbia comune con l'altre antiche superstizioni de' gentili, quel che le sia aggiunto per nuova malizia dal Demonio maligno, nimico dell'umana generazione, e quanto si accresca alla verità cristiana nel scacciarlo: che se ti parrà insieme con gli altri miei amici giudiziosi e dotti, che io non abbia perduto questo tempo di circa dieci giorni che ho spesi in queste tre dispute, ovvero più tosto libretti fatti in dialogo, forse che scriveremo ancora, avendo tempo, dialogi d'altre materie. In questa operetta, dove sentirai parlare la Strega, credi veramente d'udire la storia pura, la quale, parte ho vista con gli stessi occhi, e parte udita con questi orecchi, mentre che mi si leggevano i processi. Ma per non ti menare in lungo e discosto da lei, odi Apistio, Fronimo, la Strega, e Dicaste disputare insieme degli inganni de' Demonj._
LA STREGA
DIALOGO
INTERLOCUTORI
APISTIO, FRONIMO, STREGA e DICASTE.
APISTIO. Fronimo, dove corrono là tante persone per la piazza dell'erbe?
FRONIMO. Accostiamoci un poco, che intendiamo la cagione di tanto concorso; poca può essere la perdita di sì pochi passi.
AP. Non saranno pochi se andiamo insino alla chiesa che si è cominciata alla Vergine madre di Dio, a cui si è dato il nome di santa Maria de' miracoli; però che ci si fa più d'un miglio. Parmi di vedere alcuni di quella compagnia che si hanno eletto la stanza a detta chiesa; però m'imagino che tutti quelli che noi veggiamo vadano colà.
FR. Credo che tu dichi il vero, perchè, s'io non m'inganno, ho visto fra la moltitudine de' fanciulli, i famigli che servono al vicario del vescovo; ma che danno ce ne può egli mai avvenire d'andare in fin colà? anzi più tosto credo io ci sarà utile, se non grande, almanco tanto che, quando torneremo, aremo voglia di mangiare; ma forse che porterà la spesa, che saria facil cosa intendessimo qualche novità, perchè io penso che sia presa una strega, e che tanto popolo insieme con i fanciulli corra a vederla.
AP. Oh, abitano streghe in questi luoghi? certo che per vederla non mi sarebbe grave l'andar dieci miglia.
FR. Se dunque tu non n'hai mai viste, ora potresti vederne.
AP. O s'egli avvenisse che io potessi trovare uno uccello che già con tanta diligenza ho cerco, nè mai ritrovato?
FR. Che uccel di' tu?
AP. La strega.
FR. Burli, Apistio?
AP. Credimi ch'io dico da vero e non burlo, che il vedere una volta quello che non videro mai gli antichi, debbe esser caro ad ognuno, e massimamente a chi è curioso.
FR. Adunque tu non sai quello che sa tutto uomo?
AP. Credi ch'io voglia attribuirmi d'aver notizia di quello che tanti grandi uomini e dotti affermarono non aver mai potuto nè pigliare, nè sapere quel ch'egli si fusse, se alcuni però mai ne presono?
FR. Che cosa?
AP. L'uccello Strega, perchè ancora che io abbia letto:
L'infami con la carne ali di Strega; [De lib. de trasf.] Che il timido assiuol, che la notturna Strega si lagna, e suona in mesti lai. [Da Lucano.]
e quell'altro:
E 'l tristo augurio d'infelice Strega E 'l cor de l'assiuol mesto e doglioso. [Dalle tragedie di Seneca.]
e ancora:
Gl'interior cavati a viva Strega.
Avvenga ch'io sappia ancora solersi mandare anticamente per maledizioni, nondimeno quel che sia, e che natura ell'abbia, non lo so: e Plinio si pensa che sia favoloso quel che si trova scritto delle streghe, che mettino le lor poppe in bocca a' bambini, e dice invero non sapersi che uccello sia la strega.
FR. Maravigliomi, vedendoti pratico ne' poeti, che tu non abbi letto come anticamente le streghe si solevano cacciare dagli usci con una mazza di spina bianca, e che sono uccelli ingordi col corpo grosso e gli occhi fissi, incavati, il becco torto, le penne macchiate di bianco, e l'ugne adunche, e che si chiamano streghe dall'orribile stridire che fanno di notte: vedi adunque che pur si trova scritto come ella si chiami, e perchè, e qual natura, e qual forma sia la sua.
AP. Tutto intendo, ma queste streghe son forse d'un'altra sorte, e di natura diversa, perchè si dice che queste bevono il sangue de' bambini, e non che gli munghino le lor poppe in bocca; onde disse colui, [Ovidio]
Volan' di notte, e i pargoletti figli
Guastano in culla a le nutrici assenti,
Gli ingordi petti empiendo e i crudi menti
Del sangue nostro tinti, e i fieri artigli.
E che queste cose siano state osservate in fino al tempo degli eroi, mi muovono a crederlo quei versi:
Venner di Proca drento a l'ampio tetto,
Di poco nato il figlio ivi trovaro
Lasciato loro in preda, e 'l miser petto
Votar di sangue, empiendo il ventre avaro.
Gridando aiuto l'infelice astretto
Tra crude man, là corse al grido amaro
La nutrice smarrita, e 'l figlio vede
Guasto che tardi omai soccorso chiede. [Ovidio]
Non ti pare egli che quei versi, tanto diversi in fra di loro, dimostrino ancora la natura diversa e contraria delle streghe? Quelli si poteva giudicare che fussino uccelli amorevoli, facendo l'uffizio della balia, e questi altri si può dire che siano molto nocevoli, che, bevuto il sangue de' fanciulli, gli facciano morire.
FR. A me più tosto pare che sia fabuloso l'uno e l'altro, ovveramente se alcuna verità è nascosta sotto la favola, credo che non manchino tal sorta d'uccelli, nè mai sieno stati trovati, ma canzona, e baia che
Trasfigura in uccel la sciocca vecchia.
Penso ben più tosto, che quelli stessi uccelli per opera di demonj maligni apparischino in forma di balia che cerchi d'ingannare, e tanto più che quel demonio falsamente creduto Iano insegnò il rimedio del fascino, tre volte toccando gli usci, e altrettante segnando i sogli con foglie d'arbatro, spargendo l'acqua su l'entrata, e l'altre cose macchinando che non erano sacre, ma portenti esecrabili, avvenga che anco i medici ne parlino, onde si legge quello:
In oltre se la Strega a notte oscura
Preme in bocca il veleno al picciol figlio
Mungendo l'empia a sè la mamma impura; [Da Quinto Sereno.]
e così usano di fare le streghe del nostro tempo; quando si dice che son portate al giuoco di Diana, guastano i fanciullini nati di poco che piangono nelle culle, di poi gli soccorrono col rimedio; le quali cose mi pare che abbiano avuto origine da queste, e che eziandio il nome loro sia derivato da quelle, conciossiachè le donne che fanno tal eccesso, appresso di noi, e per tutto abbiano avuto il nome di strega.
AP. Parmi adunque, Fronimo, che tu sia ingannato dal medesimo errore che sono aggirati la maggior parte de' nostri, credendo tu per vere le cose che sono dette dal volgo: io non so che donnicciuole si siano queste che volano a' conviti, e agli abbracciamenti delle fantasime nella notte più oscura, dalle quali sian guasti i bambini.
FR. Non dir così, perocchè quello che hanno per cosa certa molti uomini dotti, esperti e dotati di buoni costumi, e che apertamente lo confessano, non debbe credersi che sia errore.
AP. Certo che io non sono mai stato fatto capace a credere queste cose.
FR. Per che ragione?
AP. Perchè mi par cosa da ridere, che fatto un circolo, e untosi il corpo con esso uno unguento, non so in che modo, e dette mormorando non so che parole, si mescolino coi demonj e che quelle ribalde cavalchino la notte sopra quel legno, col quale si concia il lino e la canapa, sopra capre, sopra becchi, o sopra montoni, e che altre siano portate per l'aria più veloci che il vento. E che si trovino nelle congreghe di Diana e delle Erodiadi a scherzare, mangiare, bere, e a pigliare disonesti piaceri. Ma avvertisci che come io ho inteso, non vi vanno tutte ad un medesimo modo; imperocchè dicono alcune esser portate per la più alta regione dell'aria, altre più presso a terra, e altre affermano andarvi con l'animo e non col corpo, e essere posate sopra il lago Benaco in monti altissimi: meravigliomi che non abbino detto sopra il monte Micala a star con Talete, o sopra Mimante con Anassagora. Alcune altre dicono esser portate all'arbore di Benevento, oggi detta (se io non mi inganno) la noce di Benevento. [Da Cice. de. le. de. le. II.] Ma quale è la causa che non son poste più tosto nell'Arpinate, essendoci pur più vicino alla quercia di Mario? e se non grava loro l'andar più lontano, perchè non vanno elleno alla quercia d'Alessandro nel Cheronesso? In oltre si dice che abbiano a fare coi demonj, li quali essendo (pur come io credo) senza corpo, come possono esser tocchi? Che libidine, e in che modo possono le donne di carne con una certa loro imagine vana pigliare diletto? Le fantasime so io che sogliono scherzar coi morti, ma non già con vivi.
FR. Credo che se io manderò a terra i tuoi argomenti, che tu cederai.
AP. Certo sì.
FR. È cosa d'uomo ragionevole lasciarsi persuadere e fermarsi, per le ragioni, per gli esempj, per l'autorità de' maggiori, confermata dal comune parere. E questo tanto più si appartiene a chi ha ingegno, e che ha dato opera alle lettere: se io adunque per i tuoi medesimi fondamenti ti farò credere quello di che ti fai beffe, che dirai?
AP. Arrenderommi, e porgerotti le mani.
FR. Credo che mi doverai porgere anco i piedi.
AP. Non nelle pastoie.
FR. Cotesto non desidero già io, ma sì bene che tu venga nel parere mio (come si suol dire) e con le mani e coi piedi. Questo arei caro che facilmente mi succedesse.
AP. Ogni cosa potrebbe essere, se mi attenderai quello che ti presumi.
FR. Parmi vedere per i ragionamenti passati, che tu abbia molto bene per le mani i poeti, e similmente la filosofia.
AP. Cotesto non mi attribuisco io d'avere i poeti su per le dita; perciò che è tanto il fare professione di tal cosa, che chi non sa niente non debba attribuirsela; perchè principalmente bisognerebbe avere la lingua greca e la latina, dipoi sapere i profondi sensi della più nascosta filosofia, delle quali cose è pieno il poeta, e massimamente Omero, il quale intendo essere stato dichiarato con gran comenti da Aristotile, e da alcuni altri filosofi stoici. Intendo ancora Plutarco essersi sforzato di mostrare in un libro assai ben grande, che quel cieco ebbe ogni scienza, ogni arte, e finalmente che seppe tutte le cose umane e divine; per la qual cosa, così come io nego d'aver quella tal cognizione, così ancora confesso che alle volte, quando ho avuto tempo, mi sono esercitato fra loro, ma solo per aver notizia delle lingue, per cavarne (sendo pur anco occupato in altro) alcuni ammaestramenti accomodati a' costumi, per non parere dipoi nel cerchio degli amici ignorante delle lettere, quando vien occasione di parlare. Se io non ho avuta quella filosofia che è nascosta in loro, l'ho almanco tocca, e (come si suol dire) l'ho gustata con la sommità delle labbra.
FR. Non stimo che tu dica questo nè per arroganza, nè per ironia, ma per la verità, la quale è posta da Aristotile nel mezzo di quei duoi vizj: però che tu non fingi di non sapere nulla, nè anco ti vanti di saper ogni cosa, e quel che dici della cognizione de' poeti non repugna al vero; perchè Platone stesso, e Aristotile son pieni d'autorità d'Omero, d'Esiodo, di Simonide, di Pindaro, d'Euripide, e d'altri poeti; però dubito che tu finga non avere quella filosofia che hai abbracciata: laonde io giudico che tu abbia molte più cose riposte, che non mostri in apparenza.
AP. Abbiamo alle volte da natura, senza studio nissuno, o le virtù, o le cose simiglianti a quelle.
FR. Per questa risposta mi hai dato maggior sospetto.
AP. Che sospetto?
FR. Che io dubito parlare con un filosofo; pur nondimeno io lo lascerò da banda, dando principio al nostro ragionamento; se vuoi però promettermi di rispondere a quello che ti domanderò circa la prima disputa.
AP. Prometto risponderti.
FR. Hai tu mai letto appresso d'Omero, quando Ulisse andò a' popoli cimmeri?
AP. Certo sì, a quella gente che abita nell'aria caliginosa e nera, dove il sole mai non arriva coi raggi.
FR. Che vi fece?
AP. Molte cose.
FR. Non sono eglino questi i versi, a dirli nella nostra lingua?
Io dal fianco la spada trassi allora,
E una fossa cavar mi presi cura
Ivi sotterra un gomito a misura,
Spargendo i sacrifizj a l'ombre fuora. [Dell'xi dell'Odissea.]
Tu hai detto benissimo e 'l senso, e le parole.
FR. I giuochi, e i balli di Diana con le Ninfe sue compagne, credo che tu gli abbia trovati scritti più d'una volta.
AP. Credi bene.
FR. Così anco che tu abbia letto l'abboccamento di Venere e di Anchise; e come in quei tempi antichi dicevano molti eroi esser nati dai lor bugiardi Dei.
AP. E cotesto anco ho visto più volte.
FR. Quelli che al tempo degli eroi, si dicevano essere stati in pregio, ingannavano in vari modi gli uomini dati alla vita rustica, e pastorale, come erano la maggior parte di loro;, in questa guisa parimente avea quel demonio in forma di Tetide (creduta da quelle genti dea marina) ingannato Peleo pastore, il quale come cantò quel Poeta. [Ovidio.]
Poco lontan dalla cittade intento
Sol dietro a quella in una ombrosa valle
Lasciò il bel gregge suo, lasciò l'armento.
E acciocchè manco s'accorgesse dell'inganno gli fu insegnato da un altro demonio che pigliava diverse effigie, chiamato Proteo, in che modo avessi a fare a pigliare Tetide, che
Cento abiti mutava, e cento forme; [Ovidio.]
ma nota questa altra fraude, che lo ingannò anco maggiormente: non volse usare seco sotto nome di stupro, o d'adulterio, ma finse di fare matrimonio. La qual cosa da Esiodo fu scritta in versi, come si legge nelle memorie greche, e di qui facciamo noi buona coniettura che lo Epitalamio di Catullo, sia cavato da Esiodo; il che ci mostra anco la qualità del verso, avendo in sè quella antica facilità. Mostralo parimente lo studio di Catullo nell'imitare i Greci, di sorte che abbia fatte latine l'elegie intere di Callimaco, ora pigliandone il senso, ed ora le parole. Così facilmente ancora il demonio ingannò Paride pastore sotto la forma delle tre dee, che come disse Coluto Tebano nel libro della rapina d'Elena:
Non sol pascea le pecore, ma i tori,
e andava vestito che pareva rozzo guardiano di pecore e di buoi, [Da Platone] come egli scrive a dilungo. Così l'anello rivoltato verso la palma della mano fece invisibile quel pastor di Lidia che commise l'adulterio con la regina: onde è manifesto che i demonj pigliavano varie forme, ora di quelle che chiamavano Dee, ora di Ninfe terrestri, ora di marittime [Da Catullo], le quali, perchè eran credute star per lor natura ascose sotto l'acque, uscivano talora fuori dell'onda biancheggiante infino alle poppe per essere vedute: e per più infiammare altrui apparivano anco in forma di nuvola, come dicono le favole che fece Giunone a Issione. Donde finsero essere uscito il Centauro. Alcune altre apparecchiavano illusioni ed incanti per ingannar con essi le genti, e per schernirle a doppio gli insegnavano così a' dotti come agli ignoranti; nè si trovava alcuna imagine falsamente stimata divina, che con le sue lascivie non accecasse quel secolo rozzo, conciossiacosachè noi sappiamo che Diana stessa (il giuoco della quale or noi scopriamo a onta e dispregio del demonio) fu liberale della virginità che fingeva d'amare, forse per incitar quelli ch'abborrivano la lussuria. Così anco sotto nome della luna, che senza dubbio alcuno era Diana diceano Endimione essersi ghiaciuto seco. Similmente accenna Firmico, Ippolito avere avuto a far seco sotto nome di Diana, chè pensava aversi a referire a questo, così anco il nome di Virbio. Il luogo dov'era stato sepolto, cercato con tanta diligenza, e la cura di Esculapio con tutte quelle simili altre cose, tutto crede doversi attribuire alla vanità del demonio, se però ne fu mai cosa nessuna, ogni cosa si debbe riferire alla favola, e questo Esculapio ben fu rimeritato secondo il premio che si dà a' magi, cioè d'una morte orrenda; imperocchè tutti gli autori si accordano che fusse percosso dal fulmine, ma son bene in contesa per quale errore commesso contro agli dei ciò gli avvenisse.
AP. Virgilio disse per avere ritornato in vita Ippolito, e Plinio, i figliuoli di Tindaro.
FR. Stesicoro, Paniasi, Polionto, Flilarco, Telisarco, e gli altri dissero altrimenti, e che per altra cagione Esculapio fusse fulminato.
AP. Dillo per tua fè se l'hai a mente.
FR. Sono alcuni che vogliono che Esculapio fusse percosso per aver reso la vita a Tindaro, non a' figliuoli. Stafilio disse che non ritornò in vita nissuno, ma che sanò Ippolito che fuggiva da Trezene, e per quello fu morto. Polianto volse che ciò gli avvenisse per avere guarite della pazzia le figliuole di Preto; Filarco, per avere dato aiuto a' figliuol di Fineo. Quelli che volseno lui avere atteso a rendere la vita, la maggior parte di loro disse, per averla resa a quelli che morirono nella guerra di Troia: altri a quella di Tebe. Volse Telesarco, che ei fusse fulminato per essersi ingegnato di risuscitare Orione, ma non però essergli successo. Ci è ancora l'opinione di Pindaro replicata da Tertulliano, che diceva Esculapio essere stato saettato dal cielo, perchè egli esercitava la medicina per nuocere, e così troviamo la morte di costui essere più varia che quella di Romulo; nondimeno l'uno e l'altro di loro fu fatto Dio dai Gentili, quantunque l'uno fusse ladro, e l'altro mago. Laonde molto mi maraviglio che quell'uomo eccellente (del qual si ricordan gli avoli nostri, non si sapesse guardare da tal cosa) che con tante spese di non so che principe, a cui aveva promisso di rappresentare tutta la guerra Troiana, con l'assedio d'Ilio, mentre che disegnava il circolo per mostrare dove alloggiava Achille, e dove Ulisse, fu rapito da' demonj, nè mai più comparse. [Dell'xi. de l'Odissea.]
AP. Tu mi dici cose maravigliose.
FR. Sì, ma vere. Perciocchè quel principe mandò a cercare del detto uomo in vari luoghi d'Italia, di Germania; e dove non mandò egli? E poi che il maestro andò in malora, un suo scolare capitò in questa terra, che ci lasciò il seme de' suoi malefizj, che infino al tempo mio si sono mantenuti. Imperocchè chi fusse ito a lui per ritrovare un furto, dipingeva l'imagine del ladro, e dette certe parole sacre sopra una guastara d'acqua, vi mostrava drento la figura, il vestire di colui, e tutto il modo che aveva tenuto nel rubare. Se noi andassimo dieci giorni a dilungo insieme, non crederei che mi bastasseno a raccontarti tutte le cose che io avvertii; e le insidie del demonio in diversi modi; non senza giustissima cagione chiamato Satan, che sempre vada macchinando contra l'umana generazione, così in tutte l'altre cose, come ne' piaceri di Venere, dei quali dicevamo di sopra. Che chi gli nega come ostinato, è contrario a tanti uomini, che dicono non avergli già provati essi, ma bene fanno fede d'averlo inteso da chi n'ha fatto l'esperienza, è chiamato sfacciato da Agustino (testimonio famoso) al quindicesimo libro della città di Dio, dicendo che i Silvani ed i Fauni (volgarmente detti Incubi) di molte volte sono stati maligni verso le donne, e che le hanno desiderate, e finalmente sono giaciuti con loro; e che alcuni demonj (chiamati da Franzesi Dusi) del continuo vanno cercando tal disonestà, e mettonla ad effetto.
AP. Seguita di grazia.
FR. Circa il volare per l'aria, credo che tu abbia ancora udito, e forse letto, Abari sopra una saetta essere venuto in Italia, a Pittagora dal tempio Iperboreo di Febo. [Da Iamblico. De lib. de la setta Pittagorica.]
AP. E questo anco so che scrisse un certo filosofo platonico.
FR. Se ti ricordi così bene di queste cose, facilmente concederai il resto, perciocchè dobbiamo credere tutta quella negromanzia d'Ulisse avere avuto origine dal circolo; di modo che tu intenderai queste finzioni di formare il circolo non essere cosa nuova, ma antiche apparenze, o favole che vogliam dire, le quali cose cercano d'imitare ancora i poeti latini, imperocchè Scipione similmente è introdotto a cavare la terra mossa con la spada, e tutto quel che segue ad imitazione di Ulisse [Da Silio Italico]. Ma chi ha visto i versi d'Orfeo, dove parla de' ragionamenti dell'ombre, conosce benissimo quella non essere stata invenzione d'Omero [Dall'xi dell'Odissea], ma d'Orfeo molto più antico, il quale è certissimo che fu imitato da Omero non solamente nel far venire Tiresia, ma ancora ne' versi stessi con gran diligenza e con grande osservazione. Scrive Giustino martire che il primo verso della Iliade fu fatto a similitudine del primo d'Orfeo, che invocava Cerere; e benchè usassino varie cerimonie, nondimeno tutti desideravano ragionare coi morti, acciocchè si dicesse che fusseno discesi all'inferno, come dicevano essere avvenuto a Pittagora un tempo dopo ad Orfeo, e ad Omero, ed avere viste l'anime d'Esiodo e d'Omero, essere punite gravemente per le cose che avevano dette degli Dei: onde egli era auto in gran venerazione appresso de' Crotenesi, e massimamente dicendo che avea visto nell'inferno esser martorizzati quelli che non volevano usare con le donne loro. Ora io non so circa a che tu dubiti del volare per l'aria; non essendo egli differenza nessuna, o vadasi sopra una saetta, o sopra un desco, o veramente sopra una capra, pure che si vada come il vento; perciocchè non si trova scritto in che modo e come fusseno portati Pittagora ed Empedocle, o se dal carro di duoi cavalli, o di quattro, o dal cavallo pegaseo, o da dragoni, o da cigni per imitare o Venere, o Medea, o piuttosto Circe sopra il carro tirato da duoi serpenti, o a guisa di Cibele condotta da leoni, o a simiglianza di Bacco tirato dai lupi cerveri; o veramente piuttosto come Trittolemo volando or sopra l'Europa, or sopra l'Asia seminare quegli la filosofia come questi le biade, ognuno di loro ingannato da Pallade, cioè dalla astuzia del demonio.
AP. Parmi ancora (se io non m'inganno) di ricordare di Simon Mago, che con suo danno tentò l'andare per l'aria.
FR. Hai forse ancora inteso di non so che Etiopi, che solevano frenare dragoni, e sopra di quelli a cavallo venire in Europa. E questo si dice averlo detto Roggiero Bacone, ma il crederlo sia rimesso nell'arbitrio di chi legge, acciocchè non pensassi che io ti voglia porre innanzi il volare di Dedalo, il quale, se non è cosa finta, si può riferire pure agli inganni del demonio, per non dirti come Appollonio detto Tianeo sparisse dalla presenza di Domiziano. Ma se tu concedi essere stati appresso degli antichi gli spiriti succubi, ed incubi, perchè non vuoi tu concedere che siano anco a tempi nostri? provandosi con tante autorità e tanti testimonj, che se vuoi gli racconterò. Dell'unguento ancora penso che tu sappia, quello che ne scrisseno sì Luciano Siro, come anco Apuleio Africano, questi in lingua latina e quelli in greca. Onde ei disse, e la cassetta, e molti bossoli, e l'olio.
AP. A che adoperava quella donna la cassetta, tanti bossoli, e l'olio, rivoltandosi di quà, e di là?
FR. Dichiarilo lo stesso autore, il quale dice queste parole: avendo tolto di questi, tutta si unse, essendosi cominciata dall'ugne de' piedi: e subito le nacque l'ali. Dice adunque che, unta dal capo al piede, subito si trasformò in uccello volatile: ed aggiugne poco di sotto che non era altro che corvo notturno. Così a tutti quelli che lo guardavano, o che mostravano di guardarlo, pareva che fusse un corvo notturno; perciocchè io non credo che con unguenti nè con incanti, cosa nessuna si possa dalla sua forma trasformare in un'altra. Ma quelle streghe s'ungevano con certe unzioni per parere o a loro medesime o ad altri essersi tramutate, nè avere più la forma che avevano prima. E benchè questo retorico falso ed astuto fingesse d'essere mutato, nondimeno non disse essere trasmutato in uccello, ma in asino, ancor che egli avesse usato il medesimo unguento: onde quella donna si doleva d'aver mutato in asino il suo Lucio: per aver preso errore nel cambiare la bossola, per la qual cosa dimostrò variarsi l'imagine, e non lo essere, della cosa. Confermollo ancora più chiaramente dicendo d'aver ritenuto sotto la forma d'asino la mente, e lo ingegno di Lucio: e non è da credere che gli fusse venuto per la fantasia una tale imaginazione di trasmutare la forma, se non fusse stato publichissimo grido tal cosa essere propria delle donne di Tessaglia. Affermò dipoi questo medesimo ancora quel Platonico che imitò Luciano, dicendo essere andato in Tessaglia, dove che innanzi che lassasse la prima forma finse averne presa un'altra, tolto (s'io mi ricordo bene delle sue parole) un poco più unto che non dovea, e fatto molte altre cose. Delle quali fa menzione, tal che dimostra d'avere voluto seguitare Luciano nelle parole ed in ogni cosa, avendo egli fatto menzione del mormore di Tessaglia, dell'olio magico che trasforma, e del rimedio delle rose che rende la prima forma.
AP. Perchè credi tu che abbiano detto le rose essere buon rimedio?